Archivi del mese: luglio 2010

In riva al lago

Ieri pomeriggio sono andata al lago di Albano per lavoro. Foto, nello specifico. A me da parte d’altri, per scendere più nel dettaglio.
Mancavo da qualcosa come otto anni o giù di lì. Sì. Ho scritto L’Eredità di Thuban che non vedevo il lago da cinque anni.
Avevo un po’ paura. Il lago non ha emissari, e l’uso dell’acqua, suppongo a fini agricoli, negli anni ha abbassato il livello di parecchio. Temevo di trovarlo deturpato, sfigurato. Invece è ancora quel posto splendido che ricordavo. L’acqua sembra addirittura più pulita di qualche anno fa.
Il lago ha una parte con una serie di piccoli stabilimenti balneari: ci sono spiaggette, e lì il fondo digrada dolcemente. Poi c’è tutta un’ampia zona circondata da un bosco selvaggio, e con le pareti a picco sul lago. Lì, niente spiagge: solo sassi e un fondo che diventa immediatamente profondissimo. Considerate che in tutto il lago ha una circonferenza di un 9 km e una superficie di 6 km², ma è profondo 170 m. È il lago più profondo del Lazio.
A far le foto sono andata nella seconda parte. Immaginate la scena: io con un vestito lungo e con i tacchi che mi arrampico per scendere a riva. Una roba che manco le modelle di alta moda. Per altro l’effetto faceva tantissimo Biancaneve nel bosco, visto che il vestito si impigliava un po’ ovunque. Comunque, aspetti folcloristici a parte, arrivata a riva mi sono seduta su una roccia e ho messo i piedi a mollo. Sotto di me, per un metro, il fondo ineguale di pietroni coperti dalle alghe. Poco più avanti, piante più alte che levavano steli rossastri verso la superficie. Appena più in là, il blu assoluto di un fondo profondissimo e nascosto allo sguardo. Al confine, il ramo di qualche albero affondato durante un’acquazzone. Dietro di me, la pareti di roccia nera, scoscesa, aspra. I colori, il lento moto delle onde, mi hanno ipnotizzata. Sull’acqua, danze di libellule in amore, rosse, guizzanti. E silenzio. Lo sciabordio delle onde. Il lento profilo di un bagnante che pagaia sulla canoa. Sarei potuta rimanere lì in eterno, i piedi in acqua, a godere di quella incarnazione del concetto di pace.
Quel posto milioni d’ani fa era un inferno di fuoco, e ancora oggi, quando piove, deve esser apocalittico. La vegetazione è infestante, selvaggia, oscura. Ma se ti avvicini con la dovuta cautela, col rispetto necessario, allora sa anche regalarti inattesi momenti di quiete.
E quindi, niente. Penso che a breve ci tornerò, stavolta per farci il bagno, come tanti anni fa, quando a portarmici era la mia mamma, d’estate. E oggi ci porterò io Irene.

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Intervista col vampiro

In qualche modo, la sento. Forse una vibrazione dell’aria, una nota acuta che si alza sul ronzio di fondo del condizionatore, sullo scricchiolio dei mobili di casa. Apro gli occhi e lei è davanti a me.
A differenza di quanto si dice in alcuni libri, non è bella. Ma magra sì, sottile e sfuggente. Il suo corpo è progettato apposta per la caccia. Tutto in lei è finalizzato allo scopo, la sua vita sottile, il suo viso affilato. Milioni d’anni d’evoluzione hanno forgiato il suo fisico perché riesca a fare al meglio quel che la tiene in vita: succhiare sangue.
La guardo tra il rassegnato e il disperato.
«Ancora…».
La mia carne porta i segni degli ultimi pasti, una geografia tracciata dagli attacchi notturni e diurni. E sono stanca.
«Ancora» dice lei, una semplice constatazione.
Getto lo sguardo verso la porta della camera di mia figlia.
«Almeno risparmia lei».
«Sei tu che mi interessi».
Affondo la testa nel cuscino.
«Non ne hai abbastanza? Notte dopo notte?».
«Lo sai che è così che sopravvivo».
«Non è giusto. Non è leale».
Lei si appoggia alla sponda del letto.
«Potrei dire lo stesso anch’io. Cosa credi, che mi piaccia rischiare la vita ogni notte? So che è più facile attaccarvi all’aperto, quando neppure riuscite a vederci. Ma avevo fame, cosa dovevo fare? È la natura. Ci sono prede e predatori. In fin dei conti anche tu uccidi per vivere, o no?».
Certo. Eppure sento lo stesso che non è giusto. Penso ai poveri strumenti che ho messo in atto per tenere lontana lei e i suoi simili, là sulla sponda del letto. Ma le dicerie e le leggende non funzionano, e ancora più è impotente la scienza. Per quanto abbia cercato di proteggermi, sono di nuovo inerme davanti a lei.
«Come sei entrata?».
Sorride.
«Segreti del mestiere».
«Dalla porta? Dalla finestra? Attaccata ai miei vestiti?». Insisto. Voglio sapere dove ho sbagliato, dov’è la mia colpa, e se c’è qualcosa, in futuro, che potrò fare per proteggermi. Mi domando se è qualcosa nel mio sangue, nel mio odore, se sono nata così. Ma so che questa cosa, come tante altre della vita, è dominata dal caso; trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro, andare a letto un po’ prima, o un po’ dopo. Non c’è davvero nulla che possa fare.
«Lo sai che ti ucciderò» dico.
«Provaci» mi sfida lei.
Ma sono stanca. Gli occhi mi so chiudono, il caldo mi ha fiaccata. Ha ragione lei. Non ho le forze per ingaggiare un’altra battaglia, e comunque il risultato è incerto. Provaci. Già, ha proprio ragione.
«Fa’ quel che devi, ma promettimi due cose: che non andrai di là» e indico la stanza di Irene, «e che poi mi lascerai dormire».
«Come vuoi» dice con noncuranza. E io mi abbandono sul letto, la pelle esposta.
Si alza bisbigliando dalla sponda del letto, si posa piano sulle gambe. Le preferisce, non so perché. Come sempre, non sento il suo tocco. Infila il pungiglione nella pelle, e quel che sento è solo la sua saliva urticante, e una sensazione tra il bruciore e il prurito. E poi il ponfo che si gonfia.
Lei sarà di parola. Pungerà solo me tutta la notte, e se ne andrà ronzando all’alba, a nascondersi in chissà quale anfratto di casa mia, o forse via, verso altre casi, altri pasti.
Fottute zanzare, ma mi volete lasciare in pace sì o no?

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Quando si svezza

La scoperta delle stelline

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bombe e fuochi d’artificio

È tempo di riflessioni. Lo è sempre, in verità, ma, sarà che sono prossima alla conclusione delle Leggende, sarà l’eco di qualche discussione letteraria in giro per la blogpalla, lo è più del solito.
È che la lettura de La Strada mi ha indotto a qualche riflessione.
Leggere quel libro, ve l’ho detto, è stata un’esperienza esistenziale dura. Splendida, ma dura. Perché ogni pagina era una bomba innescata, e sapevo che ad ogni foglio che giravo avrei potuto trovare qualcosa che mi avrebbe colpita a fondo, che mi avrebbe inorridita, commossa, rattristata.
Ecco, altri libri che ho letto, ovviamente, no. Ci sono libri che ho preso in mano pensando che non avessi nulla da temerne. Dentro non ci avrei trovato protagonisti che rischiavano – davvero – la vita ad ogni pagina. Non ci avrei trovato scene di cannibalismo, adulti e bambini brutalizzati, la cruda descrizione dell’apocalisse. Storie semplici, magari anche ben narrate, in cui le cose procedono su binari rassicuranti, e si può girar pagina senza aver paura di niente.
Ma è un bene, questo?
Perché purtroppo è facile passare dall’idea che un libro non faccia male, alla sconsolata constatazione che è innocuo. E purtroppo, ne ho letti di libri che mi sono sembrati innocui. Come quelle cose della vita un po’ così, che non ti colpiscono se non in superficie. Passano epidermiche, certo non ti fanno male, ma non riescono neppure a smuoverti. Come quelle persone che non vivono, immergendosi nel caos che l’esistenza è, tra gioie, dolori, delusioni, momenti di esaltazione, ma si limitano a sopravvivere: nessun legame forte, nessuna esperienza che li tocchi a fondo. Tutto in superficie, ogni esperienza identica ad un’altra, ugualmente senza peso.
La Strada è tutto il contrario. Fa male, ma è impossibile da dimenticare. L’incontro con un libro del genere ti stravolge, modifica le tue prospettive, aggiunge qualcosa al tuo percorso esistenziale.
E allora parte la domanda. Non credo di essere interessata a fare letteratura. Non aspiro ad entrare nei libri di scuola. Ma non voglio che i miei libri siano innocui. Non è per questo che scrivo. Non è per darvi mezz’ora in spensieratezza, e poi chi s’è visto s’è visto, o almeno non solo per questo.
Lo so. C’è bisogno anche di svago. C’è bisogno di libri che non facciano paura, che semplicemente divertano senza altre pretese. Ma non sono i libri che voglio scrivere io. Vorrei scrivere storie capaci di penetrare anche solo per un istante il vissuto del lettore, fosse anche solo uno di essi. Vorrei scrivere storie che restano, non negli annali, non nelle librerie, ma nelle vite di chi li ha letti.
Sono certa che là fuori è pieno di gente per la quale i miei libri sono ordigni senza innesco, scialbi fuochi d’artificio che ti rallegrano per un po’, e poi spariscono nel buio. Ma c’è anche gente per la quale sono bombe?

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Ritorno

E poi arriva quel periodo dell’anno in cui la nostalgia diventa qualcosa di concreto, sospesa tra gola e stomaco. Quando arriva quel momento, c’è una cosa sola da fare: fare le valige e partire, anche solo per qualche giorno, anche per una passeggiata appena. La mia dose annuale di Germania.
Sì, torno a Monaco. Per qualche giorno, non credo più di due.
Ho cercato di spiegarvi cos’è per me Monaco ne La Clessidra di Aldibah. Mentre scrivevo ad un certo punto ho avuto paura che il libro stesse diventando una specie di gigantesco depliant turistico della città. Perché il terzo de La Ragazza Drago è un unico atto d’amore per un posto che mi ha dato così tanto in questi anni, dal primo incontro, a sedici anni, in gita scolastica, alle innumerevoli volte in cui ci sono stata, dopo. Ieri sera ho iniziato a guardare gli alberghi per la prenotazione e già mi sentivo addosso una frenesia strana, una voglia di iniziare subito il conto alla rovescia.
Per altro, stavolta ci sono due grossi incentivi. Il primo è Irene. In verità, l’ultima volta che sono stata da quelle parti (era per un congresso un anno fa) lei già c’era; era piccola piccola nella mia pancia ma c’era. Ma il desiderio di farle vedere il posto che mamma e papà amano così tanto, in cui in un certo qual modo tutto è iniziato (Monaco è stata la mia prima esperienza di convivenza) è davvero forte. Anche se è ancora piccola e non ricorderà quei pochi giorni. Io so che tutto quel che sta avvenendo adesso lascia in lei tracce, che quel che vede, tocca e sente contribuisce a far di lei la persona che sarà, e io voglio che Monaco sia parte di lei.
E poi adesso ho la reflex, e non mi annoio più a fare fotografie.
L’ultimo giorno da cittadina di Monaco, il 13 febbraio 2006, nevicava. Io uscii lo stesso con la compatta che avevo all’epoca per fare qualche foto. Le ultime della città. Volevo che mi entrasse negli occhi, volevo che restasse con me anche quando il giorno dopo, in mattinata, avrei varcato la frontiera. Ma ne feci poche, e alla fine mi rimase solo l’immagine delle torri della Frauenkirche sotto la neve.
Adesso vado in giro spesso con la reflex, e faccio miliardi di foto, nella remota speranza di riuscire a farne prima o poi di decenti. Ma anche se sono negata, mi sembra di aver capito una cosa: che fotografare vuol dire mostrare le cose non per come sono, ma per come le vediamo. Sarà per questo che in genere le uniche foto che mi soddisfano sono quelle delle persone che mi sono care: Giuliano, Irene, i miei genitori, gli amici.
Ecco, voglio immortalare Monaco per come la sento, quel posto che esiste solo nel mio cuore, che forse davvero non è mai esistito, ma che vive in me giorno e notte. Fino a quando un giorno non mi alzo, e sento che devo tornare. Di nuovo.

P.S.
Già che siamo in tema Ragazza Drago, mi segnalo questa recensione, che mi piace assai. Poi, vabbeh, arrivo con eoni di ritardo, ma mi piace assai anche quest’altra, ma vabbeh, siamo anche un po’ off topic così :P

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L’estate sta passando

Oggettivamente, io non ne posso già più dell’estate. Stanotte ha fatto un caldo insensato, abbiamo dovuto accendere il condizionatore tre volte, l’ultima alle 6.00 del mattino, quando uno suppone faccia fresco. Sabato sono rimasta consegnata in casa dalle 10.00 alle 19.00 perché altrimenti mi sarei presa un colpo di calore, o esci prima o hai perso il tuo slot per la libertà.
Però…
Però quando sono a mare, il pomeriggio, e Irene sta seduta sulla battigia e batte le mani alle onde, e grondo acqua di mare, e la radio manda uno di quelle canzoni che l’anno prossimo nessuno ricorderà più, e ci sono il tramonto, i gabbiani, Venere, penso che ce la posso fare. Per un altro pomeriggio ancora, per un’ultima volta.
Dopo tanti anni ad essere triste per niente, improvvisamente mi riesce persino di essere contenta per le piccole cose.

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La Strada

Ieri sera ho finito di leggere La Strada di Cormac McCarthy. Leggo un libro del genere e mi rendo conto di quanto tutta la storia dei generi, del target e via così sia fuorviante, buona per le case editrici e per i librai per disporre i volumi negli scaffali, ma inutile se non dannosa per il lettore che ha fatto la sua scelta. Un libro è un libro, alla fine non mi interessa la modalità espressiva che l’autore sceglie: l’importante è la sostanza.
Perché questo preambolo. Perché direi che La Strada possa ascriversi al ramo della fantascienza. Ma che appena l’ho realizzato, ho anche concluso che ce ne frega proprio nulla del genere di appartenenza: in fondo, La Strada è un libro d’amore. La trama in due righe: un uomo e suo figlio, un bambino, entrambi senza nome per tutto il corso della narrazione, si muovono in un mondo desolato, colpito da una qualche tragedia mai meglio specificata (apocalisse nucleare? Catastrofe naturale?) che ha sterminato quasi ogni forma di vita, fatta eccezione per pochi, sparuti uomini, ridotti alla stregua di animali. I due vanno verso sud, verso il mare, dove sperano di trovare condizioni di vita più facili. Il resto, è l’elegia di un mondo morente, impazzito. Di tutto ciò che conosciamo come vita, non è rimasto nulla. La bellezza è completamente bandita da una terra dilavata, bruciata fino all’osso, ridotta ad un immenso cimitero polveroso. Cadaveri ovunque, tracce decomposte del mondo che fu: case disabitate, strade deserte, fiori ridotti in cenere. Questo è il mondo nel quale i due protagonisti si muovono, e cercano di sopravvivere.
McCarthy non ci risparmia nulla del rosario dell’orrore: cannibalismo, neonati massacrati, in un crescendo di crudezza via via più disturbante. Leggere questo libro non è facile, vi avviso: colpisce duro e a fondo. La catastrofe ha ridotto l’umanità alla sua essenza, e questa essenza non può che essere crudeltà, orrore, follia. La dinamica dei rapporti si è ridotta all’essere preda o predatore: i deboli muoiono e vengono consumati, i forti sopravvivono a un prezzo sempre più alto. Solo l’uomo e il bambino rompono questa logica.
Non hanno altro che se stessi, l’uno l’amore dell’altro, eppure hanno tutto. Si muovono nella disperazione, certi della propria fine, guidati solo dall’affetto che li lega. L’uomo vive solo per il bambino; il bambino ha nel padre l’unica ragione d’essere. Ed è proprio questo legame profondo e commovente che fa sì che questo non sia più un libro su due disperati che vivono l’apocalisse: questo è un libro su un genitore e un figlio, qualsiasi genitore, qualsiasi figlio. La costanza, la pazienza con cui l’uomo ritaglia per il bambino istanti di normalità, in cui gli mostra gli ultimi scampoli di meraviglie che non ha mai conosciuto (il bambino è nato nei giorni della tragedia) è la stessa con cui ciascuno di noi educa i propri figli, consegna loro la staffetta di questo mondo e il bagaglio delle proprie esperienze di vita. Sebbene mia figlia sia piccola, ho rivisto me stessa nell’uomo, il mio desiderio di condividere con lei anche quello che ancora non può capire, perché io so che può già sentirlo.
Al contempo, il libro è un cammino iniziatico (anche se dicendo questo rischio di svelarvi un po’ il finale). Meriteranno di sopravvivere i nostri, forti solo della propria umanità, del loro strenuo rifiuto a trasformarsi in bestie per di rimanere in vita? Il loro affetto, il loro voler restare aggrappati alla ragione, il non volersi piegare ad un mondo di violenza, basterà per guadagnare loro una fetta residua di paradiso?
Quando ho iniziato a leggere, mi è subito sembrato un libro disperato, perché disperato è il mondo in cui si muovono i nostri: non c’è alcun dubbio che la morte è il destino finale di questa umanità, che da quel che è accaduto, qualunque cosa sia, non c’è possibile ritorno. E invece, più proseguivo la lettura più mi rendevo conto che è un libro intriso di un disperato ottimismo, più ottimista di tante altre opere grondanti (falsi) buoni sentimenti. Ma non quell’ottimismo consolatorio e fasullo di tanta letteratura: piuttosto quell’ottimismo che crea la speranza là dove non ce n’è, quell’ottimismo che vuole credere che ci sia una scintilla di divino in ciascuno di noi, e che, per il solo crederci, la crea. E quella scintilla è l’affetto, che pur nella desolazione più assoluta tesse reti di relazioni, dà un senso a ciò che un senso non ha.
Voglio infine rassicurarvi. È un libro appassionante. Sebbene la trama sia per davvero solo quella che vi ho scritto, e dunque alla fine sembri solo un pretesto, il ritmo della narrazione è elevato, si vuole andare avanti. In genere la sera sono sempre molto stanca: vengo da una giornata lavorativa, dalla cena, da sessioni di scrittura in genere piuttosto intense. Eppure avevo voglia di proseguire la lettura, di tenere ancora il libro aperto anche se mi si chiudevano gli occhi. Per altro, questo libro mi ha dimostrato una volta di più che la semplicità dello stile non significa né sciattezza né mancanza di contenuti. Il libro è praticamente fondato sulla paratassi. Giuro, non ci sarà una subordinata in pagine e pagine di narrazione. Ma che stile vuoi avere, quando devi parlare di un mondo ridotto allo scheletro di ciò che era, di un’umanità ricondotta alla mera dimensione bestiale? E in questa semplicità assoluta, ci sono vertici estremi di poesia, vere e proprie coltellate al cuore. Io alla fine stavo per commuovermi, e non mi è mai capitato con un libro.
Io vi dico che è un capolavoro. Non ve lo consiglio semplicemente: è un libro necessario.

L’uomo aveva fabbricato un flauto per il bambino intagliando un pezzo di giunco raccolto al bordo della strada, lo tirò fuori dal giaccone e glielo diede. Il bambino lo prese senza dire una parola. Dopo un po’ cominciò a rimanere indietro e dopo un altro po’ l’uomo lo sentì suonare. Una musica senza forma per i tempi a venire. O forse l’ultima musica della terra evocata dalle sue stesse ceneri. L’uomo si voltò a guardarlo. Era completamente assorto. Gli sembrò un orfanello triste e solitario che annunciava l’arrivo di uno spettacolo itinerante in una contea o in un villaggio senza sapere che dietro di lui gli attori sono stati portati via dai lupi.

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Tentazioni irrefrenabili

Da Anobii
Mi viene dubbio: fare un dottorato di ricerca (in astrofisica, poi) è un mestiere a tempo pieno. Fare lo scrittore è un mestiere a tempo pieno. Lei, nell’arco di pochi anni, sforna libri su libri, di un genere ormai inflazionato, e vende a vangate. Sarà un caso o è magari spinta da qualcuno?

Scrittastronomi… una strana razza protagonista del Cretozoico… si scontravano botte di dati di vendita e articoli pubblicati su Astronomy & Astrophysics… ma perché lo facevano? chi li spingeva a farlo? ma che c’era uno dietro che li spingeva??? scopritelo su…
RIEDUCATIONAL CHANNEL…
spingitori di scrittastronomi su… RIEDUCATIONAL CHANNEL!

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Roma

Ho avuto una breve fase di innamoramento per la mia città a sedici anni. Più che altro era che la bazzicavo assieme al mio ragazzo d’allora, per cui vari posti della città mi erano cari più che altro per i ricordi collegati. Poi ci mollammo, io iniziai l’università e tutta quella passione finì. Ripresi a consumare la mia vita tra la periferia sud e i Castelli, con la segreta speranza di andarmene prima o poi da quel posto che sapeva darmi solo afa intollerabile d’estate e traffico a quintalate d’inverno.
È la solita questione del mio essere sempre fuori posto. Sono nata qui ma non mi sento romana, e i posti in cui mi sento a casa non mi appartengono, perché lì sono sempre e comunque straniera in terra d’altri.
Però un paio di volte, di recente, mi è capitato di andare al centro, una volta per diletto, un’altra per dovere. Ed è successo che appena sono sbucata davanti al Circo Massimo, e mi si è aperto il sipario della skyline di Roma, col Cupolone in bella vista sullo schermo del cielo afoso, ho sentito qualcosa smuoversi nello stomaco.
Il Tevere illuminato dall’estate romana, Trastevere gremito di gente, di sera, o mezzo deserto, il pomeriggio, la Sinagoga, il Ghetto, i platani sul Lungotevere.
Io non la amo, questa città. So che mi ha dato tanto, so che mi appartiene più di quanto voglia ammettere. Non riesco a viverci, non mi piace il clima, non mi piace il suo essere così enorme, tentacolare, impossibile da definire. È più dei turisti che mia, è altro rispetto a me, un libro sul quale non voglio finire, una rete cui cerco di sfuggire.
Però quelle due volte non sono riuscita a non dirmi che è piena di une bellezza dolente e antica, davanti alla quale non si può restare indifferenti. È al di là di noi, davvero eterna, perché ci sovrasta, ci trascende con la forza delle sue meraviglie.
In cuor mio l’ho maledetta. Perché a un posto così bello e così terribile, lo so, non riuscirò mai a sfuggire.

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Rewind

Ieri sono andata la mare da mia suocera. Non era la prima volta. Da quando è iniziata la stagione cerchiamo di andarci almeno una volta ogni due settimane.
Ora, non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che sono andata in vacanza al mare. Forse era quell’anno in Sicilia, il 2004, se non erro. Da bambina adoravo il mare. Passavo praticamente la giornata a mollo, a guardare i pesci, inventarmi storie, provare nuovi tipi di capriole e cercare di raggiungere l’orizzonte col materassino. Poi non lo so cos’è successo. Coi miei abbiamo iniziato ad andare in vacanza in montagna, ho conosciuto Giuliano, e lui non è un grande amante del mare, per cui l’acqua e la sabbia hanno un po’ perso la loro attrattiva. Ok, ovviamente ogni estate vado al mare almeno un paio di volte. Ma non divertivo come un tempo, ecco.
Ieri ad un certo punto ho preso un pattino con un’amica e un ragazzino. Credo fossero quindici anni che non ci mettevo piede su. L’ultima volta era stato con mio zio e miei cugini, andammo a pesca e io nuotai in un banco di marmore. All’improvviso mi sono sentita catapultata indietro negli anni. Era tutto come nelle estati della mia infanzia. Non siamo andati molto al largo, ma lo stesso ci sembrava di essere da soli, lontanissimi da riva. Saranno stati tre metri dal fondale, ma l’acqua verde era misteriosa e ignota come un abisso senza fondo. Era solo Ostia, ma avrebbe potuto essere uno qualsiasi dei mari della mia infanzia. Mi sono tuffata di testa, non lo facevo da anni, ho nuotato, sono risalita sul pattino, e poi mi sono tuffata ancora, e via così, un sacco di volte. Quando siamo tornati a riva, Irene era sul bagnasciuga, a giocare con le onde. E ho capito. Perché d’improvviso il tempo aveva deciso di riavvolgere il nastro. È per Irene.
Quest’estate è diversa perché io non vedo più le cose coi miei occhi da trentenne, che hanno fatto trenta estati, di cui almeno una ventina al mare. Le vedo coi suoi di occhi: occhi che il mare non l’hanno mai visto, mani che non hanno mai toccato la sabbia, gambe che non sono mai state tra le onde. E tutto è nuovo, diverso, bellissimo.
Pensavo che un figlio desse un’improvvisa accelerata al corso del tempo, pensavo che un figlio ti facesse sentire d’improvviso vecchio. Invece ti fa tornare bambino, opera un taglio nel nastro, dà una spolverata alla tua vita. Si ricomincia da capo, con un figlio.
Penso spesso alla mia vita ora, e alla mia vita prima. E più ci penso più mi rendo conto che Irene, quando già era solo un pensiero nella nostra mente, quando era qualcosa che si muoveva tra pancia e sterno, e ora, che è una personcina in carne ed ossa, mi ha curata.

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