Archivi del giorno: 15 luglio 2010

La Strada

Ieri sera ho finito di leggere La Strada di Cormac McCarthy. Leggo un libro del genere e mi rendo conto di quanto tutta la storia dei generi, del target e via così sia fuorviante, buona per le case editrici e per i librai per disporre i volumi negli scaffali, ma inutile se non dannosa per il lettore che ha fatto la sua scelta. Un libro è un libro, alla fine non mi interessa la modalità espressiva che l’autore sceglie: l’importante è la sostanza.
Perché questo preambolo. Perché direi che La Strada possa ascriversi al ramo della fantascienza. Ma che appena l’ho realizzato, ho anche concluso che ce ne frega proprio nulla del genere di appartenenza: in fondo, La Strada è un libro d’amore. La trama in due righe: un uomo e suo figlio, un bambino, entrambi senza nome per tutto il corso della narrazione, si muovono in un mondo desolato, colpito da una qualche tragedia mai meglio specificata (apocalisse nucleare? Catastrofe naturale?) che ha sterminato quasi ogni forma di vita, fatta eccezione per pochi, sparuti uomini, ridotti alla stregua di animali. I due vanno verso sud, verso il mare, dove sperano di trovare condizioni di vita più facili. Il resto, è l’elegia di un mondo morente, impazzito. Di tutto ciò che conosciamo come vita, non è rimasto nulla. La bellezza è completamente bandita da una terra dilavata, bruciata fino all’osso, ridotta ad un immenso cimitero polveroso. Cadaveri ovunque, tracce decomposte del mondo che fu: case disabitate, strade deserte, fiori ridotti in cenere. Questo è il mondo nel quale i due protagonisti si muovono, e cercano di sopravvivere.
McCarthy non ci risparmia nulla del rosario dell’orrore: cannibalismo, neonati massacrati, in un crescendo di crudezza via via più disturbante. Leggere questo libro non è facile, vi avviso: colpisce duro e a fondo. La catastrofe ha ridotto l’umanità alla sua essenza, e questa essenza non può che essere crudeltà, orrore, follia. La dinamica dei rapporti si è ridotta all’essere preda o predatore: i deboli muoiono e vengono consumati, i forti sopravvivono a un prezzo sempre più alto. Solo l’uomo e il bambino rompono questa logica.
Non hanno altro che se stessi, l’uno l’amore dell’altro, eppure hanno tutto. Si muovono nella disperazione, certi della propria fine, guidati solo dall’affetto che li lega. L’uomo vive solo per il bambino; il bambino ha nel padre l’unica ragione d’essere. Ed è proprio questo legame profondo e commovente che fa sì che questo non sia più un libro su due disperati che vivono l’apocalisse: questo è un libro su un genitore e un figlio, qualsiasi genitore, qualsiasi figlio. La costanza, la pazienza con cui l’uomo ritaglia per il bambino istanti di normalità, in cui gli mostra gli ultimi scampoli di meraviglie che non ha mai conosciuto (il bambino è nato nei giorni della tragedia) è la stessa con cui ciascuno di noi educa i propri figli, consegna loro la staffetta di questo mondo e il bagaglio delle proprie esperienze di vita. Sebbene mia figlia sia piccola, ho rivisto me stessa nell’uomo, il mio desiderio di condividere con lei anche quello che ancora non può capire, perché io so che può già sentirlo.
Al contempo, il libro è un cammino iniziatico (anche se dicendo questo rischio di svelarvi un po’ il finale). Meriteranno di sopravvivere i nostri, forti solo della propria umanità, del loro strenuo rifiuto a trasformarsi in bestie per di rimanere in vita? Il loro affetto, il loro voler restare aggrappati alla ragione, il non volersi piegare ad un mondo di violenza, basterà per guadagnare loro una fetta residua di paradiso?
Quando ho iniziato a leggere, mi è subito sembrato un libro disperato, perché disperato è il mondo in cui si muovono i nostri: non c’è alcun dubbio che la morte è il destino finale di questa umanità, che da quel che è accaduto, qualunque cosa sia, non c’è possibile ritorno. E invece, più proseguivo la lettura più mi rendevo conto che è un libro intriso di un disperato ottimismo, più ottimista di tante altre opere grondanti (falsi) buoni sentimenti. Ma non quell’ottimismo consolatorio e fasullo di tanta letteratura: piuttosto quell’ottimismo che crea la speranza là dove non ce n’è, quell’ottimismo che vuole credere che ci sia una scintilla di divino in ciascuno di noi, e che, per il solo crederci, la crea. E quella scintilla è l’affetto, che pur nella desolazione più assoluta tesse reti di relazioni, dà un senso a ciò che un senso non ha.
Voglio infine rassicurarvi. È un libro appassionante. Sebbene la trama sia per davvero solo quella che vi ho scritto, e dunque alla fine sembri solo un pretesto, il ritmo della narrazione è elevato, si vuole andare avanti. In genere la sera sono sempre molto stanca: vengo da una giornata lavorativa, dalla cena, da sessioni di scrittura in genere piuttosto intense. Eppure avevo voglia di proseguire la lettura, di tenere ancora il libro aperto anche se mi si chiudevano gli occhi. Per altro, questo libro mi ha dimostrato una volta di più che la semplicità dello stile non significa né sciattezza né mancanza di contenuti. Il libro è praticamente fondato sulla paratassi. Giuro, non ci sarà una subordinata in pagine e pagine di narrazione. Ma che stile vuoi avere, quando devi parlare di un mondo ridotto allo scheletro di ciò che era, di un’umanità ricondotta alla mera dimensione bestiale? E in questa semplicità assoluta, ci sono vertici estremi di poesia, vere e proprie coltellate al cuore. Io alla fine stavo per commuovermi, e non mi è mai capitato con un libro.
Io vi dico che è un capolavoro. Non ve lo consiglio semplicemente: è un libro necessario.

L’uomo aveva fabbricato un flauto per il bambino intagliando un pezzo di giunco raccolto al bordo della strada, lo tirò fuori dal giaccone e glielo diede. Il bambino lo prese senza dire una parola. Dopo un po’ cominciò a rimanere indietro e dopo un altro po’ l’uomo lo sentì suonare. Una musica senza forma per i tempi a venire. O forse l’ultima musica della terra evocata dalle sue stesse ceneri. L’uomo si voltò a guardarlo. Era completamente assorto. Gli sembrò un orfanello triste e solitario che annunciava l’arrivo di uno spettacolo itinerante in una contea o in un villaggio senza sapere che dietro di lui gli attori sono stati portati via dai lupi.

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