Archivi del mese: agosto 2010

L’annosa questione

Mi fa specie scrivere questo post. Probabilmente non dovrei. È quel classico argomento da flame infinito. Ma, sapete com’è, oggi è ancora agosto, la città è sonnacchiosa, e la blogsfera continua a essere dominata dalle discussioni estive. L’anno scorso era il plagio del fumetto delle Cronache, quest’anno è questo.
Dunque. Avevo voglia di parlare di Gheddafi. Concorderete con me (spero) che gli incontri che quest’uomo fa qui in Italia col suo caro amico Pres. Del Cons., al quale lo unisce più che altro un comune sentire nei confronti della democrazia e un identico delirio senile, umiliano l’Italia tutta. Vorrei ricordare che Gheddafi ha accolto con un eroe il terrorista di Lockerbie. Per chi non ricorda l’evento, un promemoria.
Ma noi non eravamo quelli che combattevano il terrorismo?
Gheddafi è un dittatore, non crdo che qualcuno possa nutrire dubbi in proposito. Anni fa ebbe modo di dire che la parola democrazia deriva dall’arabo e significa sederai sul popolo, per dire.
Ma noi non eravamo quelli che la combattevano la dittatura e portavamo la democrazia dappertutto?
Gheddafi viene qui a dire che dobbiamo convertirci tutti all’Islam. Intendiamoci, a me questa roba fa lo stesso effetto del proselitismo cristiano o di qualsiasi altro segno. Ho sempre ritenuto la fede un fatto privato, per cui non vedo di buonissimo occhio nessuna forma di proselitismo. Ma mi domando: ma al governo non c’è un tizio che portava i maiali a pascolare sui terreni che dovrebbero ospitare le moschee onde evitarne la costruzione, perché l’Islam è il nazismo del ventunesimo secolo?
Ecco. Tutto questo volevo dire. Perché mi sconvolge la somiglianza tra Berlusconi e Gheddafi (il corteo di fanciulle plaudenti, per altro pagate da noi contribuenti, a quel che mi è stato dato di capire, i deliri di onnipotenza, lo sprezzo per la democrazia e i suoi vincoli), perché mi fa schifo questo teatrino e piú ancora mi fa schifo ciò che rappresenta.
Ma poi ho pensato: se scrivo questa roba, parte il flavm. Perchè io pubblico Mondadori, e in questo periodo chi pubblica Mondadori non è visto bene, specie se parla male di Berlusconi.
E allora ho capito. Che sebbene la questione su questo blog sia stata sollevata una volta sola, in maniera del tutto pacifica, e che io abbia risposto dicendo tutto sommato tutto quel che penso sull’argomento, ci sono ancora un paio di cose circa il pubblicare con Mondadori che non ho visto scritte in giro e che penso.
Innanzitutto, quanta gente come me si è sentita tentata dall’autocensura, in questi giorni? Voglio dire, l’autore di destra non viene deprecato in alcun modo dal pubblico. È quello di sinistra, quello che può mettere in luce le contraddizioni, perché no, gli orrori dell’attuale governo, che viene stigmatizzato. È una specie di pericolosa censura che mette a tacere proprio chi in parte può mettere in crisi il potere di Berlusconi. E la cosa peggiore è che questa censura viene proprio da parte di chi Berlusconi non l’ha votato, e felicemente lo vedrebbe altrove piuttosto che alla guida del paese. Cioè, siamo alle solite: la sinistra litigiosa, in cui ci si scaglia contro i propri simili piuttosto che cercare di combattere contro l’oppositore politico.
E uno.
Da cui discende direttamente due: ma quindi cosa si vuole? Che la Mondadori diventi una roccaforte della destra? Che la più grande casa editrice italiana parli con un’unica voce, quella di chi Berlusconi lo vota e lo apprezza? E siamo sicuri che ci convenga? Non è meglio invece usare questa bella grancassa per far giungere urbi et orbi la voce del dissenso?
Infine, tre.
In passato ho praticato il boicottaggio. In parte lo pratico ancora, ma è sempre più difficile. Per dire, per un sacco di tempo non ho comprato Nestlé, e vi assicuro che è una cosa complicata, perché la maledetta ha ramificazioni ovunque. Perché non la compravo? Per la questione della pubblicità del latte in polvere in Africa. Ancora oggi, se posso, compro banane eque e solidali, e anche qui la cosa è di una complicatezza estrema. Questo per dire che non ho nulla da ridire con chi in questi giorni chiama al boicottaggio dei prodotti Mondadori. Mi fa specie che la Mondadori sia diventata il Male solo oggi, quando di porcherie a suo riguardo Berlusconi ne fa da vent’anni. Per dire, la cosa che trovo più scandalosa è il modo in cui Berlusconi s’è impossessata della Mondadori, quello è davvero vergognoso, più ancora di quest’ultima bella trovata, che non è molto diversa dalla legge sul rientro dei capitali dall’estero (altra indicibile porcata che mi ha fatto molto incazzare). Comunque, chi vuole boicottare, boicotti. Solo non faccia l’errore di non leggere più Mondadori, perché fa il gioco del padrone. I libri sono vivaddio l’unica cosa che può salvarci della non etica televisiva imperante, l’unico strumento che può farci uscire dal pantano, e darci quella consapevolezza necessaria per recuperare un po’ di senso dello stato, un po’ di sete di democrazia. Per cui non compri, ma legga. I mezzi, lo sapete, ci sono. Ma non si illuda di aver risolto il problema. Perché se boicotti Mondadori e vuoi essere coerente, allora non devi più vedere Mediaset, non devi più stipulare assicurazioni con le banche e le assicurazioni del gruppo, non devi comprare né quotidiani né periodici del gruppo, e vi assicuro che sono così tanti che sapere quali appartengano a lui e quali no é un’impresa. Ma basta boicottare Mondadori? O il problema è più vasto?
Feltrinelli, per dire, é abbastanza etica? Insomma, a sentire i commessi che ci lavorano.
E Sky? Murdoch non mi pare sia esattamente una brava persona. E le banane della Del Monte? Avete idea dello sfruttamento che ci sta dietro? Qui non si tratta piú di comportamenti poco etici, si tratta della vita e della morte di centinaia di contadini strozzati dal latifondismo e dalle corporation.
E allora?
Allora bisogna essere consapevoli che il problema è molto vasto, e che guardare tutto in bianco e nero significa una sola cosa: lavarsi pubblicamente la coscienza. Che è quello che tanta gente sta facendo in questi giorni.
Infine.
Io non credo che non leggere Mondadori risolverà il problema Berlusconi, o anche solo gli arrecherà danno. Anzi. In fin dei conti è quel che ha sempre voluto e perseguito: una società di caproni formata sulla televisione, che penda dalle labbra del tubo catodico e non sia in grado di formarsi una propria opinione. Ossia, gente che non legge. E se anche tutti gli autori di sinistra se ne andassero dalla Mondadori, il risultato sarebbe una casa editrice a sua immagine e somiglianza, ancora, ciò che lui vuole.
Berlusconi si batte solo alle urne. Punto. È lì che si può far male. E per batterlo alle urne ci vuole, come dicevo all’inizio, consapevolezza politica. Una consapevolezza che ciascuno di noi con un po’ di voce può contribuire a formare. Io, nel mio piccolissimo, ci provo. Probabilmente non ci riesco, ma questo non mi impedirà di provarci.
E per questo, ribadisco che quel che è accaduto con Gheddafi, e che purtroppo accadrà ancora, è il trionfo del capitalismo più becero e selvaggio, il trionfo dei soldi su qualsiasi ideologia piú o meno sentita. È quel che succede quando al potere non c’è uno con un’idea, ma qualcuno intenzionato solo a perpetrare il più possibile il proprio potere facendoci nel contempo più soldi possibile

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Il ritorno

Sono preda della sindrome da Costa Crociere. Ce l’avete presente, no, la pubblicità delle crociere. Con questi due che in viaggio hanno fatto la vita dei nababbi, e tornati a casa cadono preda della depressione più nera perché non hanno più la colazione a letto, l’idromassaggio e la massaggiatrice thailandese. Che poi uno si chiede anche “ma chi me lo fa fare di andare in crociera se poi torno e sto così”. Ecco, io l’anno scorso sono stata in crociera, e al ritorno è andato tutto bene. Quest’anno, scesa dalla Val Gardena, la devastazione più totale.
Già scendo dalla macchina, e il passaggio dai 20° di su ai 35° di qua è stato un trauma. Casa che sembrava la sauna turca dell’hotel dove sono stata. Irene incazzata nera perché ha caldo, valige traboccanti mutande sporche, roba da mettere a posto, stanchi morti perché quasi 700 km in otto ore sono una cosa a dir poco devastante. Un’incubo. Una cosa davvero orrenda.
Il giorno dopo non va meglio. Prima mi svegliavo, aprivo la finestra, respiravo l’aria fresca dell’inizio autunno delle Alpi, e guardavo lo splendore del Sassolungo. Adesso respiro – si fa per dire, visto il caldo – la stantia aria di una casa che è stata chiusa per troppo tempo, inciampo tra i panni messi a raffreddare dopo la stiratura e l’asse da stiro ancora in soggiorno, apro la finestra e sento questo delicato afrore di monnezza in putrefazione + bruciato tipico dell’agosto romano e mi godo il panorama di questi quartieri dormitorio che stanno colonizzando la periferia romana. Ah.
Ma che ci vuoi fare. Da tempo ho capito che la bellezza non fa parte della mia vita cittadina. Non fa parte della vita di nessuno che stia in città. Dal boom in poi s’è deciso che l’architettura non ci serviva più, che per avere un tetto sulla testa di nostra proprietà saremmo stati ben lieti di rinunciare alla bellezza estetica dei palazzi, e le città si sono riempite di casermoni quando diceva bene, di orrende palazzine abusive quando diceva male.
Comunque. C’è Irene, c’è mio marito, e questo basta. Per il resto, ogni tanto mi concedo quella boccata d’aria fresca: la passeggiata nel bosco, il breve viaggio di lavoro che mi permette di vedere posti nuovi. Quel po’ di bellezza di cui tutti abbiamo bisogno. E si tira avanti. In attesa della prossima vacanza.

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Morte e vita

I cimiteri mi hanno sempre messo l’angoscia. Fin da piccola, quando passavamo sulla sopraelevata e sbucavamo al Verano, con tutte quelle fioche luci che accendevano la sera, a me mancava l’aria. E così quando andavamo a cimitero a Benevento o a Colle.
Credo siano i fornetti. A Roma si chiamano così le tombe in condominio; avete presente, no? Quelle grosse costruzioni in cemento armato, con vari piani, e dentro decine e decine di piccoli loculi, che se hai sfiga il caro estinto è al decimo piano, e per mettere un fiore devi prendere la scala. Uno in condominio ci passa tipicamente la vita, perché ci deve stare anche da morto, mi chiedo? E poi nel cemento, murato, a svariati metri dalla terra, quella alla quale, secondo le scritture, dovresti tornare. Invece torni la calcestruzzo, in una tremenda quadratura del cerchio: in fin dei conti, vieni già dal cemento armato.
Comunque.
Qualche giorno fa ho fatto un’altra lunga passeggiata. Ripida, soprattutto. Conduce ad una piccola chiese un tre chilometri – e 400 metri più su – dal paese, S. Giacomo. È stata a suo modo un’impresa. Con Irene sulle spalle eravamo stanchissimi, la pendenza si fa sentire tantissimo, e la chiesa ci sembrava un dannato miraggio in cima alla montagna. Poi il bosco si è aperto in una radura minuscola e la chiesa era là, bianca, il campanile alto e sottile.
Come succede spesso da queste parti, nel recinto della chiesa c’era un cimitero. Un cimitero completamente diverso da quelli cui sono abituata io. Una trentina di croci in ferro battuto o in legno, infisse nel terreno appena smosso, su cui erano piantati fiori di vario genere. Era tutto un ronzare di api che andavano da una corolla all’altra.
È strano, ma non c’era niente di angoscioso in quel posto. Sono entrata, e l’aria non mi è mancata. Ho passeggiato tra le lapidi, in quel posto d’infinita pace: gli affreschi naïf sulle pareti della chiesa, i fiori, le croci, le iscrizioni in caratteri gotici. Pochi cognomi, ladini o tedeschi. Foto di vecchietti sorridenti, moglie e marito. 1873, 1964. Due guerre mondiali, epidemie e carestie. Vite forse consumate del tutto tra questi monti. Quanti di loro avevano mai visto altro, oltre al Sassolungo, alla neve, alla fame, alla vita dura? Un vecchietto con un cappello in feltro, un giovane di una ventina d’anni con un volto d’altri tempi. La tomba di alcuni bambini morti piccolissimi tra il 1916 e il 1918.
Ecco, non fosse stato per quei bambini, forse non avrei tremato neppure un po’, lì dentro. Era il cimitero di Spoon River, un microcosmo in cui raccogliere brandelli di vita. Quante storie in un fazzoletto di terra, storie che forse nessuno conosce più, ma che ancora regalano fiori ai monti, in primavera. Non ho mai sentito la morte come qualcosa di naturale. Ma a volte ci sono luoghi in cui la vita ti appare cosí terribilmente semplice, così tremendamente forte, dalla nascita a quella croce di ferro battuto, a guardare il sole sul Sella d’estate, e a dormire sotto la neve d’inverno, che forse puoi fare i conti persino con la vecchiaia e la morte. Guardi i volti sorridenti di due vecchietti, moglie e marito, e pensi che ci metteresti la firma.
E forse, dopo tanto che non ci pensavi più, per mancanza di fede, e per una curiosa disabitudine alla speranza e una tendenza al pessimismo, d’improvviso trovi Dio dove non te l’aspettavi.

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Top secret non più secret

Avevo pensato un post elegiaco sui cimiteri della Val Gardena, avevo già pronti testi e foto. Solo che poi, niente, mi sono ricordata della promessa, e ho pensato che forse è meglio andare dritti al punto e dirvi in cosa consiste il progetto top secret.
Donc, l’indizio rivelatore nel primo post al riguardo, come colto da uno di voi, era la tag melamania. In effetti il progetto ha a che fare con la Apple. Vi ricordo che c’entra Paolo Barbieri, che è una cosa in un certo senso già vista, ma completamente rivisitata.
Ok, siete pronti?
Davvero davvero?
Non volete aspettare, che so, un altro paio di giorni, e io intanto vi parlo di cimiteri? No?


Ok, via, basta giocare. In un futuro per nulla remoto – presumibilmente già l’autunno – sarà disponibile una app per iPad delle Creature del Mondo Emerso.
La cosa mi esalta a dir poco, perché da quando ho l’iPad non faccio che pensare che quest’oggettivo, più che per leggerci libri, è nato per metterci su fumetti e libri illustrati. Non avete idea di quanto più belle siano le immagini di Paolo in formato digitale: non c’è di mezzo la stampa che modifica i colori, sono esattamente come le ha pensate lui, i colori sono straordinariamente brillanti…insomma, una gioia per gli occhi.
Ma pensare di mettere su iPad semplicemente il contenuto dell’attuale Creature è una cosa riduttiva. Il formato elettronico permette tutta una serie di contenuti speciali che la carta ovviamente preclude. Tipo animazioni delle illustrazioni. Tipo interviste e contenuti multimediali di vario genere. Che infatti ci saranno.
Ho visto un paio di anteprime, che magari più in là mostrerò anche a voi, e penso che sarà una cosa davvero molto, molto bella. È un modo intelligente e “giusto” di sfruttare questo nuovo modo di fruire contenuti.
Tutto qua.
Comunque, il post sui cimiteri della Val Gardena non l’avete scampato, non credete :P

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Poststeig

A me il trekking piace. Se ci pensate è un’attività estremamente fantasy: sa di bei tempi andati, con questo muoversi lento, a piedi, in mezzo alla natura, come dire straniero in terra straniera. E poi c’è quest’idea della meta: esci, e lo fai con lo scopo di raggiungere un obiettivo, che sia la cima del monte, un rifugio o il paese accanto. E quando arrivi sei stranamente soddisfatto, come quando qualcosa di difficile ti riesce bene a lavoro, o hai scritto una cosa che per l’ora successiva ti soddisfa. E insomma, quando posso faccio trekking. È una delle ragioni per le quali di recente vado in vacanza in montagna invece che al mare.
Ora, un bel giorno s’è deciso di fare un trekking classico della Val Gardena: il poststeig, o sentiero della posta. Si tratta di una via che costeggia uno dei costoni della Val Gardena, e nello specifico, ad esempio, connette Ortisei a S. Pietro, un paese poco distante. Ne avevamo fatto qualche giorno prima un pezzettino, c’era sembrato molto bello, e abbiamo pensato di provare l’impresa.
Molto bello è riduttivo. Sali quei dieci gradini che dalla strada asfaltata conducono al sentiero e sei in un altro mondo. La civiltà non è molto distante: quasi sempre si percepisce il suono della statale, a valle. Ma ti sembra di essere distante milioni di chilometri, di trovarti in un posto primordiale, nel quale ti muovi come un invitato a malapena tollerato. Intendiamoci, i boschi della Val Gardena non mi hanno mai comunicato quel senso di selvaggio, di ostile del Lago di Albano, per dire, o del Parco Nazionale d’Abruzzo. C’è sempre qualcosa di accondiscendente, di materno nei boschi della Val Gardena. Ma resta il fatto che si tratta di foresta fitta, in cui la luce penetra piano, filtrando tra ramo e ramo, in cui ti sembra sempre ci sia qualcosa in attesa che ti scruta. Un bosco benevolo, ma pur sempre un bosco, una dimensione nella quale l’uomo mette piede a suo rischio e pericolo.
Il sentiero è abbastanza confortevole, i punti più impervi sono recintati da ringhiere di legno, eppure non mancano le emozioni. Innanzitutto c’è l’acqua, tanta. Filtra dal terreno, scende a valle in torrenti gagliardi, che guadi grazie a malferme passerelle di legno o una lastra di pietra messa lì a bella posta. Poi ci sono le frane. Parecchie. Pendii aspri che interrompono il bosco, aprendo squarci di sole nel regno della penombra perenne, cicatrici bianche di pietroni che tagliano in due il verde del sottobosco. Il sentiero scompare sotto le pietre, e ti tocca intuirne il percorso. Sotto di te, una fuga di alberi sradicati e pietrisco conduce a valle, sopra, la vertigine della roccia franata. Io, che sono imbranata, ho usato anche le mani per avanzare.
Ci sono frane recenti, bianche, apparentemente più malferme, e altre antiche, coperte di muschio verdissimo, le pietre ormai incistate nella terra, parte integrante del panorama. Per esempio, c’era un masso enorme bloccato da un albero, completamente coperto di muschio: la tana di Totoro. Mancava un pezzo, che probabilmente s’era staccato durante l’apocalittica caduta, e che giaceva una decina di metri più a valle.
Poi, qua e là, lo strapiombo si apre alla tua sinistra, il richiamo del vuoto appena trattenuto da parapetti di legno. Sotto, un precipizio verdissimo, gli alberi letteralmente aggrappati ai lembi di terra. Davanti, i dirupi scoscesi e verdissimi dell’altro versante della valle.
Nonostante la pendenza sia bassissima, e il sentiero tutto sommato confortevole, in alcuni punti sono stata inquieta, e mi sono stancata, come è giusto che sia. Fa parte dell’esperienza. La natura è questo, è altro da noi, è qualcosa che c’era prima di noi, ci sarà dopo: resta generazione dopo generazione, contende all’uomo ogni spazio libero, riconquistando terreno non appena si abbassa la guardia. Non è più qualcosa che ci riguardi. Piuttosto è qualcosa che si ammira in silenzio.
Ok, confesso che a S.Pietro non ci siamo arrivati. Dopo un’ora e mezza di cammino e con la prospettiva di altrettanta strada ancora da fare, siamo scesi a valle a Pontives. Da lì, l’autobus fino a Ortisei. Ma tutto sommato non ha avuto davvero importanza. Ha contato piuttosto la fatica, lo stupore, la bellezza.
Qui sotto, un paio di fotone esplicative. Io questo sentiero ve lo consiglio: noi l’abbiamo fatto con Irene al seguito, quindi non è straordinariamente impegnativo, ed è meraviglioso.

P.S.
Lunedì, giuro, svelo cos’è il progetto top secret :P

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A bugs Life

Mi rendo conto che un post del genere ha dello sconvolgente per una persona come me, ma a quanto pare non mi conosco bene come credevo.
La mia fobia per insetti e ragni è ben cognita. Arrivo al punto che anche le farfalle non è che proprio mi esaltino. Eppure in questi giorni ho avuto parecchi incontri ravvicinati con fauna dotata di esoscheletro. Non solo non mi ha fatto né paura né impressione, ma mi sono data anche alla fotografia della stessa, ponendomi in posizioni assurde, con lo zoom al massimo, e, soprattutto, a due passi dai suddetti insetti.
Non so. Forse quando li vedo a casa loro li percepisco come meno minacciosi. Forse è vederli dentro casa o giù di lì che me li fa odiare. In giro per boschi li guardo incuriosita e stupita. Oggi sono addirittura passata vicino ad un’arnia ronzante…
Comunque, qui sotto un campionario dei miei incontri ravvicinati col nemico.

P.S.
In effetti, non ha più senso giocare col progetto top secret. Alcuni di voi hanno indovinato. Chi, ve lo dico la prossima volta. Assieme al disvelamento del suddetto progetto. Intanto vi dico solo che il libro illustrato delle Guerre uscirà in autunno, e che i testi ho finito di scriverli poco prima di andare in ferie.

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Top secret 2 – dolomitenblick

Eccomi qua. Più o meno. Anche stavolta post piuttosto telegrafico, con un paio di foto. Poche, perché quelle che ho fatto finora sono tutte orrende e non voglio ammorbarvi più del dovuto.
Piuttosto concentriamoci sul progetto top secret. Innanzitutto, nel precedente messaggio al riguardo c’era un indizio nascosto piuttosto rivelatore, che però nessuno di voi ha colto. Non vi dico qual è, vi invito però a riguardare meglio quel che avevo scritto e impostato.
L’indizio ulteriore al riguardo, invece, è che nella cosa è coinvolto anche Paolo Barbieri, e anche questo è un bell’indizio, via.
Per il resto, questo è quel che vedo la mattina alla finestra, quando ovviamente non ci sono troppe nuvole.

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From Muenchen

Sono tornata sul patrio suolo. Ho la rete, ma sono morta di stanchezza, indi per cui vi posto soltanto qualche foto e vi segnalo che su Fantasy On Air sono state pubblicate le mie risposte a tutte le domande che non c’è stato tempo di farmi durante la diretta. Le trovate qua. Buona lettura!

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Prima di andare

Da oggi sono in ferie. Più o meno. Ma credo ci si sentirà lo stesso. Magari con minore frequenza, per quanto di recente ho trascurato un po’ questo posto. Anyway, penso che ci sarò, dai.
Intanto, oggi Irene fa un sacco di da da da, ieri ha fatto il suo primo bagno in una piscina seria e tra qualche giorno andrà per la prima volta all’estero fuori dalla mia pancia.
Vi lascio con due pensieri.
Il primo è un’anteprima su un progetto futuro. Donc, in un futuro non troppo remoto c’è l’intenzione di unire insieme due mie passioni in un prodotto particolare, che aggiunge grosse novità ad una cosa che avete già visto. Criptico, I suppose. Vuole esserlo :P . Scatenatevi pure in ipotesi e congetture, che settimana prossima vi do qualche news ulteriore. Ah, ha a che fare con nuovi media.
Infine, altro giochino dell’estate: secondo voi cos’è l’oggetto della foto qui sotto? Si astenga ovviamente chi l’ha già visto sul mio profilo Facebook.

Piccolo indizio: ha a che fare con la piscina di cui testimonianza fotografica qui.

Soluzione
L’oggetto del mistero è un calamaro motorizzato: lo metti in acqua e nuota. È un giocattolo per il bagnetto che Giuliano ha portato a Irene da Cambridge. Lei lo adora, in piscina dà il meglio di sé :P
Per il progetto top secret, invece, dovrete aspettare…

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(Quasi) flusso di coscienza

Stamattina dal cielo sembrava dovesse spuntare da un momento all’altro la scritta The Simpson.

Ho finito stamattina Caino. Non mi ha entusiasmata. Sull’argomento ho letto cose che mi sono piaciute di più. E ho realizzato che in gioventù ho fatto letture allucinanti. Credo avessi tipo tredici o quattordici anni quando ho letto La Gloria di Berto. Per altro ve lo consiglio.

Mi muovo da una solitudine all’altra, in questi giorni. Oggi in università, ieri all’osservatorio. Quando, nel 2004, Giuliano andò per tre mesi a lavorare in Cile, io, che in Italia facevo la vedova bianca, iniziai a lavorare tutti i sabati. All’epoca l’osservatorio era un posto vivissimo, pieno di ragazzi, dal lunedì al venerdì risuonava di voci, eravamo anche in sei o sette per stanza. Il sabato diventava un posto stranissimo. Ci andavamo in due o tre, direttore compreso. I corridoi, amplissimi, si allargavano a dismisura, i fantasmi del passato emergevano dal sottosuolo e se ne andavano a spasso per la cupola deserta. A me piaceva da impazzire. Anche per quel breve percorso verso la mensa, per un caffé, che mi toccava fare al buio, alla base della cupola. Due minuti di paura per corroborare la giornata lavorativa. L’osservatorio era così, ieri. Un posto deserto e solitario, un avamposto che un tempo era ai margini del deserto, e ora è circondato ovunque dalla sabbia.

Ho letto un bel racconto, molte estati fa. La Raccolta di Silenzi del Dr. Murke, si chiamava, di Böll. Per altro, Opinioni di un Clown è tra i libri d’amore più belli che abbia mai letto. Sì, d’amore. Sì, la critica sociale, l’attacco al cattolicesimo, quel che volete. Ma secondo me è prima di tutto un libro d’amore. Comunque. Parlavamo della Raccolta. Il racconto inizia col Dr. Murke che sale in ascensore, una specie di montacarichi che gli incute una certa paura. È la sua cura. Ogni mattina si fa quei due, tre minuti di paura che lo aiutano a cominciare bene la giornata. Ecco, io ho qualcosa di simile. Il sottoscala del mio palazzo, quel luogo di nessuno tra i piani abitati e il garage. È il regno degli insetti e dei ragni. Ci sono zanzare a profusione, scarafaggi, pochi grilli moribondi scappati dall’olocausto del prato. E, da qualche giorno, un ragnone nero orrendo. Forse è anche morto, non lo so. Sta sempre allo stesso posto. Ma per me, che di ragni e insetti ho la fobia, è assolutamente terrificante. Anche se è morto. Passo di corsa per qui pochi metri, e combatto giornalmente la mia battaglia con la paura. Chissà che un giorno non mi riesca di passare da lì senza angoscia.

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