Archivi del mese: settembre 2010

Elogio della routine

In genere la gente aborre la routine. Tutto uguale a se stesso significa tipicamente tutto previsto, tutto palloso, una vita senza manco un singulto di vitalità.
Ecco. Mentre oggi camminavo dal parcheggio all’ufficio, con le sneakers a farsi strada tra le prime foglie secche, io ho pensato che amo la routine. Amo il mio trentesimo autunno, sentirlo arrivare nell’aria, sapere esattamente come evolverà, e pregustare i pomeriggi uggiosi sul divano sotto il plaid scozzese, o il thè preparato a lavoro e bevuto a piccoli sorsi, con le mani infilate nei guanti senza dita.
Amo svegliarmi alla stessa ora, rotolarmi tra le lenzuola non ancora del tutto sveglia, e strisciare fuori, infilarmi la mia vestaglia e percorrere la penombra della casa fino alla cucina.
Amo fare sempre le stesse cose, assaporarle a fondo, amo la rassicurante monotonia di giorni identici, in cui il futuro appare come una calda coperta un po’ lisa, in cui avvolgersi piano.
Non c’è niente di male in un tempo che si ripete. E non ho mai capito se siamo fatti più per il cambiamento, che ci spinge a illuderci che altrove, con altre persone accanto, con un nuovo lavoro potremo sfuggire a noi stessi, o per un’eternità indefinita, in cui ogni istante è noto, familiare, amico.
Ci sono cose che sono cambiate nella mia vita, certo. Tantissime. Ma la cornice resta vivaddio la stessa. E a volte vorrei rimanere per sempre ad abitare questo presente, quest’attimo in cui le preoccupazioni tramontano, l’ansia mi lascia respirare, e io cammino semplicemente su un tappeto di foglie gialle.

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Matera

Debiti
La prima cosa che bisogna fare è riconoscere i propri debiti. Io ne ho accumulato una pila altissima. Nei confronti di chi mi ha accompagnata e sta continuando a farlo in questa avventura della scrittura, a tutti i miei lettori, che si limitino a leggere le mie storie o mi cerchino, mi parlino. E mi facciano dei regali. A Matera ne ho ricevuti due, bellissimi. Uno è uno splendido draghetto per la mia collezione, l’altro è un meraviglioso portafoto che è stato realizzato a mano. Non vedo l’ora di stampare una bella foto di Irene e Giuliano e mettercela su.
Grazie, ragazzi, grazie tantissimo. Il segno tangibile di quanto le mie storie vi appassionino è in assoluto la gratificazione più forte per me.



Il premio

In genere, io cerco sempre di sminuire tutto. Il successo, gli attestati di stima, le cose che vanno bene. Forse mi serve, non lo so. Vivo come se tutte queste cose non ci fossero, cercando di sminuire tutto quello che faccio. Non è che mi ci impegni. Mi viene naturale. È il mio modo di essere. Non c’è prova che possa convincermi del mio valore, perché comunque c’è sempre chi è migliore di me, c’è sempre una ragione per cui quello che faccio non va bene.
Eppure, sotto il freddo di una serata decisamente autunnale, seduta in prima fila in attesa del premio, per qualche minuto sono stata orgogliosa. Non so come sia successo, nonostante tutti i miei tentativi di boicottarmi anche questo momento. Eppure ero contenta. Lo sono stata quando sono salita sul palco, lo sono ancora quando apro la custodia della collana e la guardo. Poi, certo, le solite paranoie sono tornate a trovarmi quasi subito: la preoccupazione per i progetti a venire, la paura che tutto questo possa finire da un momento all’altro, le miriadi di piccole ansie che avvelenano le mie giornate. Ma a volte bastano anche quei dieci minuti in cui sei soddisfatta, a farti tirare avanti per un anno intero di sessioni pianti, insicurezze e fatica.



Matera

Matera è un posto difficile da descrivere. È difficile persino da fotografare. Sfugge alle definizioni, sguscia via tra uno scatto e l’altro, tra parola e parola. Bisogna andarci. Per godere il silenzio assorto, che vibra però di continuo, agitato da una vita sotterranea, come sotterranei sono i Sassi. Una città in cui mattone e pietra si compenetrano, in cui è impossibile capire dove finisca una e dove cominci l’altro. Case che entrano l’una nell’altra, una sopra l’altra, connesse da vicoli e scale tortuose, come in quadro di Escher. E anche le zone disabitate, punteggiate dal verde della cicoria che cresce tra lastra e lastra, sull’impiantito, risuonano di un silenzio trattenuto, come se la vita non fosse davvero scomparsa, ma si fosse nascosta più a fondo, sottoterra.
È un posto unico al mondo, che va attraversato in silenzio, assorti, in modo da catturarne la bellezza selvaggia, caotica, che sfugge a ogni definizione.
Devo tornarci. Sono riuscita solo a fare una passeggiata il pomeriggio, e invece sento che ha tantissimo da darmi. Sento che uscirà fuori in quel che scriverò in futuro, in un modo o nell’altro. In fin dei conti, Matera è un po’ come Minas Tirith.

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Esercito tra i banchi

Avrei voluto fare un post di sole foto, oggi. Foto di Matera, e di quel che da Matera ho riportato indietro. Magari con giusto due righe di spiegazione. Invece iPhoto oggi ha deciso diversamente, per me, scegliendo di non scaricarmi le foto della Canon causa disco rigido troppo pieno di roba. Bon, risolverò presto la cosa. Nel frattempo mi tocca parlare di argomenti molto, molto tristi. Desolanti, direi.
Non so voi, ma io ho la netta impressione che questo paese stia affondando. Non c’è evidentemente nessuno in grado di guidarlo, anneghiamo tra discussioni da bar, insulti di bassa lega, e intanto, come ricordava Gaber in una canzone recentemente linkata su Lipperatura, “E l’Italia giocava alle carte / e parlava di calcio nei bar / e l’Italia rideva e cantava”.
Ecco, mentre ce la ridevamo e ce la cantavamo, la scuola italiana ha raggiunto un nuovo picco negativo, con questa iniziativa. Vi linko direttamente il documento di presentazione del progetto perché quando una collega mi ha segnalato la notizia pensavo si trattasse di uno scherzo o qualcosa del genere. Voglio dire, le notizie che leggiamo in giro non sempre sono attendibili, in genere vado sempre a cercarmi le fonti originali. Beh, stavolta è tutto vero. Tra le attività collaterali allo studio che i ragazzi Lombardi possono fare a scuola c’è anche un bel corso con l’esercito.
Gli scopi?

[...]far vivere ai giovani delle Scuole superiori esperienze di sport e giochi di squadra, ma anche introdurre corsi specifici e prove tecnico/pratiche, per avvicinare la realtà scolastica alle Forze Armate, ai Corpi dello Stato e alla Protezione Civile e Gruppi Volontari di Soccorso.

A quanto pare questa cosa non poteva essere realizzata durante l’ora di educazione fisica, oppure con l’incontro, che ne so, con le associazioni di volontariato. Non capisco poi esattamente cosa c’entri lo sport con l’esercito. O meglio, lo so, ma l’esercito non esiste per dare uno stipendio ai nostri migliori atleti. Ma continuiamo

Vivere questo momento come stimolo per toccare con mano i valori della lealtà, dello spirito di corpo e di squadra, oltre ad acquisire senso di responsabilità e rispetto delle regole e dei principali valori della vita.

Come l’esercito educhi al rispetto della vita, mi sfugge. In linea di massima un esercito serve ad ammazzare altra gente, e questo dovremmo dircelo con franchezza; le missioni di pace – cosiddette – sono compiti incidentali. In effetti quando ti addestrano ti insegnano a sparare, non a mettere fiori nei cannoni.
Cosa si fa negli incontri?

1. CULTURA MILITARE
che già chiamarla cultura mi fa specie…
2. TOPOGRAFIA ED ORIENTAMENTO
che si può fare anche col CAI, senza tirare in ballo l’esercito
3. DIRITTO COSTITUZIONALE
che dovrebbe far parte della normale educazione civica, che, nonostante faccia parte dei curricula, praticamente non esiste come materia scolastica e viene lasciata alla buona volontà di docenti illuminati
4. DIFESA NUCLEARE, BATTERIOLOGICA E CHIMICA
un evergreen di questi difficili tempi post 11/09
5. TRASMISSIONI
6. ARMI E TIRO

e questa, davvero, mi sembra una brillante idea. Prendiamo dei quidicenni e insegnamogli a sparare. Del resto, qui in Italia ancora non abbiamo quei casi à la Columbine che invece allietano i tg dei network americani, mi sembra il caso di colmare questa gap e dare anche ai nostri ragazzi i mezzi per sfogare la loro rabbia adolescenziale.
7. BLS E PRIMO SOCCORSO
e anche questa non è materia esclusiva dell’esercito, anzi
8. MEZZI DELL’ESERCITO
9. SUPERAMENTO OSTACOLI
10. SOPRAVVIVENZA IN AMBIENTI OSTILI

Alla fine del corso, una competizione “sportiva” in cui i cadetti – la parola è esattamente quella usata nel documento – vengono divisi in pattuglie – ancora parola usata nel testo – invitate a svolgere missioni in cui

si mettono in atto tutte le tematiche che vengono trattate durante il corso di formazione.

Suppongo quindi ci si spari anche vicendevolmente. Insomma si gioca alla guerra, mostrando che non è una cosa poi così brutta, che, ok, ammazzi e vieni ammazzato, ma lo fai per un fine superiore, e poi c’è lo spirito di corpo, tanti sani valori, e fai movimento all’aria aperta.
Io mi immagino la gioia di questi ragazzi, che nel giro di sei incontri da studenti diventano “cadetti” organizzati in “battaglioni”. Un’attività del genere non può che divertire un quindicenne. È tutto sommato un gioco che fa leva su tutta una serie di spunti molto forti: l’attività fisica, i “valori” forti in cui credere, la componente ludica, il gusto del proibito con la storia delle armi. Le armi. Avoja a dire Non sono attività paragonabili a tecniche militari, bensì sono le stesse che si svolgono a livello olimpionico. In ogni caso stai insegnando ad un ragazzino, uno che è in una fase delicata della sua esistenza, in cui sta costruendo la sua personalità, la sua etica, a sparare. E non lo fai affatto in un contesto sportivo. Lo fai con gente cui è stato insegnato a sparare alla gente, che nella sua vita alla gente ha dovuto sparare.
È proprio il fatto che sia una cosa evidentemente divertente che la rende assolutamente subdola. Si fa passare per gioco quel che gioco non è. E non serve dire che le nostre truppe sono impegnate prevalentemente in operazioni di pace. Innanzitutto perché i confini di queste operazioni sono messe in discussione da molti, che non tutti sono d’accordo nel dire che si tratta di pace. In ogni caso, un esercito nasce con altri scopi. Ed è una cosa subdola perché la si fa con dei ragazzi, proponendo loro dei disvalori, presentando loro una faccia della medaglia, facendo, diciamocelo, proselitismo. Non è altro che questo. L’esercito non è più di leva, è composto da professionisti. Bisognerà pure trovare il modo di far arruolare i giovani. Ed ecco fatto. Li si fa giocare alla guerra, così, magari, appena escono dalle superiori si arruolano.
Ma quel che più ancora mi sconvolge è che nessuno si lamenta, nessuno protesta. Che vuoi che sia. Almeno ci levano di torno i nostri figli per qualche ora. Il problema è la totale atonia dell’opinione pubblica italiana. Tutto è uguale a tutto, nessuno si interessa di nulla, non esiste più una coscienza civica. Il presente viene subito, più che vissuto, in una visione nichilistica dell’esistenza per cui “adda passà a nuttata”. Ma almeno nella commedia di Eduardo c’era un dolente senso di resistenza, un disperato desiderio di sopravvivenza. All’opinione pubblica italiana questo desiderio manca del tutto. Si lascia vivere, senza più alcuna speranza. Ma io non mi voglio rassegnare a vivere e a far vivere mia figlia in una società in cui non c’è più alcuna tensione ideale, in cui ogni torto, ogni ingiustizia viene vissuta come un male necessario. Ma la forza la fa la massa, e se la massa non c’è, io da sola cosa faccio?
Non lo so. Ma oggi sono stanca e nauseata.

P.S.
A proposito di cosa succede a insegnare ai giovani i “sani valori” e lo “spirito di corpo” vi consiglio un film tedesco particolare, L’Onda

P.P.S.
Guardate un po’ cosa ho trovato tramite June Ross

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Febbre

Una passa un splendido weekend in una città meravigliosa. Riesce addirittura a stare quasi bene per la premiazione, e, durante la stessa, si sente quasi contenta, quasi orgogliosa. Una è fiera della pupa, che ha preso l’aereo per la prima volta senza fare storie, che è stata buona e allegra per tutto il tempo. Una rientra a casa soddisfatta, dopo un volo che riesce addirittura a partire e arrivare in orario, e, beh, è in pace col mondo, tutto sommato.
Poi però…
Poi però la bimba atterra stanca morta. Poi però la bimba non mangia, ma anzi vomita quel po’ che ha mangiato a merenda, e le viene pure la febbre, e vuole stare solo in braccio alla sua mamma, mentre la guarda con l’occhietto lucido e le tocca la guancia con la manina calda. Poi però la bimba si sveglia alle 3.00 di notte con la febbre, beve un pochino di latte caldo, ma vomita di nuovo sul letto di mamma e papà, e sta sveglia un po’ sovraeccitata, un po’ infastidita, ma comunque febbricitante, fino alle 5.30, quando finalmente, esausta – ma sempre con la febbre – si addormenta.
E allora…allora niente. Una si maledice duecento miliardi di volte, si fa venire i sensi di colpa, e alla fine però si dice che le è andata di lusso, che ci son voluti nove mesi per avere a che fare con la prima malattia della pupa. E si rimbocca le maniche per una giornata difficile.

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Memoria

Sto leggendo Acciaio, e ieri sera siamo arrivati al famigerato 11 settembre 2001. È il secondo libro che leggo nel quale in qualche modo questa data fa capolino nelle vite dei protagonisti – l’altro, per la cronaca, era Cento Colpi di Spazzola Prima di Andare a Dormire -. Trovo sempre che ci sia qualcosa di inafferrabile, non completamente verosimile, nelle reazioni che i personaggi hanno di fronte alle torri che crollano. Come se non si potesse davvero dire quel che abbiamo pensato, quel che abbiamo provato.
Ho cercato di andare con la memoria a quel giorno di nove anni fa, ho cercato di ricordare. E ho scoperto che è una pagina della mia vita – della nostra vita – della quale il mio cervello ha salvato poche sparute parole. Ricordo quando mi sono rotta la gamba a due anni, ricordo un sacco di cose dell’asilo, credo di ricordare vagamente l’epoca in cui ancora avevo il pannolino, ma ricordo pochissimo di quei giorni.
Ero all’università a preparare analisi 2. Mio padre era all’estero per lavoro e sarebbe dovuto tornare il giorno seguente. Ricordo la telefonata di mia madre, ricordo come eravamo tutti ammutoliti davanti al televisore, nel laboratorio di fisica 2, mentre guardavamo le torri fumare, e poi crollare. E ricordo che l’unico pensiero che avevo era: mio padre lo facciamo tornare in nave. Non esiste che domani prende un aereo. Non esiste che io, o qualsiasi persona cui voglio bene, prenda d’ora in avanti un aereo. Mai più nella vita.
Ecco. Non capivamo.
Tutti dicono che quelle immagini sembravano finte. Lo dissi anch’io. Sono andata a ripescare i diari di quei giorni, e ho trovato la pagina scarna scritta il 12 settembre 2001. “Sembra un film”. Eravamo tutti così. Incapaci di comprendere, di assimilare. Forse lo siamo ancora oggi.
Poi penso che Irene non c’era. Irene sarebbe venuta otto anni dopo. Dovrò raccontarle io come ci sentivamo, cosa pensammo. Per lei sarà come per me la Baia dei Porci: una cosa che mi racconta mia madre, lontana, difficile da capire o anche solo da immaginare. Ci saranno migliaia di foto, e video, e audio, certo. Tutte laccate, perfette, come immagini dall’ultimo film di Emmerich. Ma il senso forse continuerà a sfuggirci, e non potrà certo coglierlo lei, che non c’era, che non sapeva.
Non so perché mi viene da pensarci ora. Le commemorazioni si fanno il giorno in cui cade l’anniversario dell’evento, non tredici giorni dopo. Ma la maternità è una cosa potente, agisce sull’immaginario, ti porta a riconsiderare persino il tuo rapporto con la memoria. E i libri, certo, non sono da meno.

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La solitudine a cinema

Sicché domenica sera sono andata a vedere il film tratto da La Solitudine dei Numeri Primi. Forse ve lo ricordate (o forse no), ma il libro in questione lo lessi quando ancora non era fenomeno editoriale, ed è uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni. Lo Strega, il Campiello e tutto l’ambaradan che si è andato montando intorno al libro nei mesi non mi hanno fatto cambiare idea di una virgola. Resta uno dei miei libri preferiti. Per cui il passaggio a cinema è stato quasi obbligato, nonostante l’agghiacciante trailer con cui il film mi si è presentato qualche settimana fa.
Le attese erano basse. Dice: “Ma allora perché ci sei andata?”. Avevo voglia di andare a cinema. Ed ero curiosa. A Costanzo facevo la corte da Private, che non sono poi mai riuscita ad andare a vedere.
Lo spettacolo ero quello delle 22.30. Considerando che mi sveglio più o meno sempre alle 7.30, e che i week end sono quasi più faticosi dei giorni lavorativi, consideravo un successo già l’arrivare a fine proiezione sveglia. E in effetti non ho dormito.
Dare però un giudizio più articolato è difficile. Perché, dopo due giorni, non so dire esattamente se il film mi sia piaciuto o meno.
È innegabile che Costanzo è uno che ha una visione. Ammirevole è il fatto che abbia voluto dare la propria interpretazione del libro, un’interpretazione per altro per nulla banale, e per molti versi riuscita. La filologia nel ricostruire gli anni ’80, e riempirli di un orrore latente (l’albergo in mezzo alla neve, il corridoio che fa tantissimo Overlook Hotel, la piastrelle della cucina) è una scelta interessante, così come la musica ossessiva, martellante, inquietante. È un horror, e sfido chiunque a pensare che da un libro come La Solitudine dei Numeri Primi si potesse tirare fuori un horror. Belle anche certe inquadrature di ambienti, che non fanno altro che accrescere il senso di orrore. Tutto è straniante, alieno, senza senso. Da questo punto di vista, la sequenza di apertura è assolutamente magistrale: i bambini mascherati, la musica inquietante, Michela che urla, e poi il silenzio, i volti di Mattia e Michela pieni di paura. C’è sostanza, insomma. Guardando mi venivano in mente i periodi peggiori della mia infanzia e della mia adolescenza: il sentirsi sempre fuori posto, la difficoltà a inserirsi, quel senso cupo, angosciante, di non poter mai essere davvero felici, di dover restare in quel limbo doloroso di non appartenenza per tutta la vita. In questo Costanzo ha colto il libro, che non è la storia – che lascerebbe il tempo che trova – di un’anoressica e un matematico autolesionista, ma di quella parte di noi che si nega la serenità, che cerca senza trovare, che è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. È per questo che leggi il libro e senti che parla di te.
Però…Però questo film non mi pare completamente riuscito. La scelta di diluire la rappresentazione dei traumi di Alice e Mattia lungo l’arco di tutta la pellicola ha un senso, ma il saltellare di continuo da un flashback all’altro frammenta eccessivamente la narrazione. Il risultato è che la trama ne esce completamente destrutturata, e, sostanzialmente, si dissolve. Il libro una trama ce l’aveva. Il film no. Il è solo atmosfera, il film sono solo Alice e Mattia che stanno male.
Anche l’anoressia di Alice resta praticamente sempre sullo sfondo. Compare solo verso la fine, appena accennata. Peccato, perché così in qualche modo Alice appare meno “damaged” di Mattia, risulta complessivamente meno risolta, meno approfondita.
Poi, è lungo. Sarà che ero stanca, ma verso metà film ho iniziato a sentirmi affaticata. Davanti alla prospettiva di un tot di altri eventi che sapevo avrebbero dovuto verificarsi mi è preso un po’ di sconforto. Nemmeno a dire si poteva tagliare. In fin dei conti tante cose sono già state tagliate.
Per il resto, grandissime interpretazioni, di tutti, da Alba Rohrwacher e Luca Marinelli ai bambini che interpretano i Nostri durante l’infanzia. Un film veramente ben recitato, ma davvero.
Insomma, non so che giudizio darne, alla fine. Apprezzo il coraggio di fare una cosa diversa, ma ho l’impressione che non tutte le ciambelle riescano sempre col buco bello tondo tondo.

P.S.
C’entra nulla, ma se volete sentire una mia intervista particolarmente folle e divertente, andate qua

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A volte

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Essere e apparire – postilla

A quanto pare, il mio post di ieri è piaciuto. Tanto è vero che è stato segnalato qua. Quel che mi interessa di più, però, è la riflessione in coda al post di bebeblog. È stata in qualche modo illuminante. Ed è vero: il 90% delle paranoie della giovane puerpera derivano da un inconscio e violentissimo desiderio di aderire al modello imperante di mamma. Che poi è quello del Mulino Bianco.
Negli ultimi anni, complici anche pediatri e psicologi vari, è tutto un rifiorire dell’immagine della Madre che accudisce il figlio 24/7: non dovresti andare a lavorare prima dell’anno di età del pargolo, devi stare con lui che ha bisogno di te; devi allattare fino ai 12 mesi almeno, o si ammala/gli vengono le allergie/avrà il sistema immunitario debole; in gravidanza devi essere più tranquilla di un bonzo, altrimenti il pupo ne risente.
Ora, il mondo è fitto di modelli ai quali ci viene chiesto di uniformarci: non è questo il vero problema della società dell’apparire? Quella della Madre, però, è estremamente subdolo, perché innanzitutto si ammanta di un alone scientifico (gli ultimi studi…le ultime ricerche…), e poi perché fa leva sul senso di colpa materno.
Se non assomigli ad una velina in fin dei conti non ci va di mezzo nessuno, ma se non assomigli alla Madre, beh, tuo figlio ne risente. Ed ecco allora che quando ti va via il latte stai lì a piangere pensando che domani a tuo figlio verrà l’ebola, e tutto perché non sei stata capace di produrne a sufficienza, o ti sei affidata a persone che non hanno saputo aver cura del tuo allattamento (e quindi, in ultima analisi, è comunque colpa tua). Se lasci tuo figlio ai nonni o alla baby sitter per andare a lavorare sei una madre snaturata, se poi lo fai per andare a cinema sei veramente stronza senza possibilità di redenzione.
Probabilmente tutti i miei timori (a parte ovviamente quelli più intimi – sarò in grado di crescere una persona? saprò guidarla attraverso la vita?) pregravidici erano soltanto questo: terrore di aderire al modello di Madre, un modello non solo irraggiungibile, ma anche in qualche modo respingente. Questa donna modesta, con la gonna sotto il ginocchio, sempre a posto nonostante la mandria di pargoli, che cucina splendidi manicaretti ed è sempre sorridente, sempre perfetta, sempre laccata. Intendiamoci, io dentro casa avevo una madre che col modello non c’azzeccava (per fortuna!) niente, ma molto spesso i condizionamenti sociali sono molto più forti anche dell’educazione.
Oggi, mentre uscivo dall’ascensore facendo le boccacce ad Irene, ho pensato che sono cambiate tantissime cosa da quando sono mamma, ma nessuna nel modo in cui mi sarei attesa. Non sono diventata quella donna pallosa e repressa che avevo orrore di diventare a tredici anni, quando leggevo certe riviste femminili a casa di mia nonna ed ero convinta che gli adulti fossero tutti infelici. Continuo ad essere stupida, pronta a divertirmi con le sciocchezze, e mi commuovo ancora quando guardo gli elfi che salpano per i Porti Grigi ne Il Signore degli Anelli, ma allo stesso tempo mi prendo cura di mia figlia, cerco di essere per lei un punto fermo. Sì, anche se della vita non ho capito un cazzo. Non la devi capire per aiutare una persona ad amarla.
E mentre con un piede tenevo aperto il portone e col ginocchio mandavo avanti il passeggino, ho pensato che le etichette non valgono davvero niente. Sono solo un modo per ridurre a semplicità ciò che è infinitamente, meravigliosamente complesso. Ognuno trova la sua strada, ognuno è madre a modo suo, e non ne esiste uno giusto, o uno sbagliato. E soprattutto, nessuna esperienza della vita potrà mai avere il potere di farci cadere in uno stereotipo: una mamma è e resterà sempre una donna, una ragazzina, una ricercatrice, una scrittrice, una scema che si diverte ancora a correre in mezzo alla strada per andare a salutare la figlia di un’amica. E per fortuna, aggiungerei.

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Essenza e apparenza

L’altro giorno sono uscita con una mia amica per rifare il guardaroba autunnale alle pargole; le nostre figlie sono praticamente coetanee, per cui abbiamo condiviso un po’ tutto: gravidanza, parto, prime ansie, le pupe che iniziano a fare da da e via così.
Entriamo dunque in questo negozio e lei prende un paio di cose. Andiamo a pagare e la commessa fa: “Faccio il pacco regalo?”.
Al no mette tutto in busta e insiste: “Se volete vi faccio lo scontrino senza prezzo, così la mamma in caso può cambiarlo”. E io: “Veramente la mamma è lei”.
Scuse a profusione, e morta là. Non è la prima volta che mi capita. Mi succedeva di continuo in gravidanza, almeno fino al sesto mese, quando poi la pancia s’è vista e quindi c’era poco da equivocare. Mi è successo ieri con un paio di scarpe che ho preso ad Irene.
E mi è venuto da pensare alle passeggiate che faccio con lei al parco. Guardo le altre mamme, e tipicamente sembrano tutte, chi più chi meno, ragazzine.
Ricordo che quando presi la fatale decisione il mio problema principale era che poi dopo sarei diventata adulta senza alcuna via di scampo. Prima di un figlio ero ancora una ragazza, dopo ero una signora. Chissà che mi immaginavo. Col parto ho giusto guadagnato un mal di schiena perenne e un capello bianco. Ma a volte lo penso ancora. Che non sono più una ragazza.
Vado in giro per presentazioni, e ancora mi definiscono “giovanissima autrice”, quando io alla parola “giovanissimo” associo immagini di brufolosi sedicenni. Ho trent’anni, tutto sommato. Ok, ancora ventinove – credo di essere l’unica donna al mondo ad alzarsi l’età – ma solo per due mesi. E a trent’anni non sei più una ragazza, almeno nella mia visione delle cose.
E tutto questo si salda ad un libro che ho letto di recente, Non è un Paese per Vecchie. Al di là delle riflessioni di certo più profonde che un testo del genere dovrebbe stimolarmi, mi guardo allo specchio, coi miei jeans da cui fa capolino la catena del cipollone, con le mie sneakers colorate, gli orecchini uno diverso dall’altro, e mi domando se non sto negando la verità delle cose. Che l’adolescenza è (dovrebbe) essere finita da un pezzo, che ho tonnellate di responsabilità sulle spalle e gli occhi di una figlia che incrociano i miei per capire il mondo e i suoi misteri.
Forse ci stiamo tutte negando la verità. Tutte noi giovani mamme sprint, la mattina al parco con le scarpe da ginnastica e il jeans a vita bassa. Forse non vogliamo accettare la realtà: che si invecchia, si muore.
“Sembra più giovane” mi dice il medico in vacanza, quando vado da lui per un’iniezione e gli dico che ho ventinove anni.
“Sembri una ragazzina” mi dice mia madre quando mi incrocia la mattina.
Appunto. Sembro. E inizio a domandarmi se non sia un patetico travestimento, un fingere di essere quel che non sono. Non più, almeno.
Ma poi rifletto che il mio cappello, le mie scarpe colorate, l’orecchino lungo a destra e quello piccolissimo a sinistra, fanno parte di me come le mie mani, le mie gambe, il mio naso storto e il mento grosso. Sono io. Sono io adesso, sono stata io a quindici anni, e sarò ancora io quando di anni ne avrò sessanta, settanta e via così. In fin dei conti non è una posa. È la mia seconda pelle. Per cui continuerò ad attraversare il mondo così, in sneakers, incassando i complimenti fin quando ci saranno e prendendomi gli sguardi perplessi, che a quelli sono abituata da sempre.

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Bisogna sparare ai gommoni

Ieri Giuliano m’ha fatto riflettere su questa storia del peschereccio italiano mitragliato dai libici. Ce l’avrete presente, suppongo. Prima di discettare con lui, avevo fatto solo due riflessioni piuttosto spicciole.
La prima: bel trattato di amicizia.
La seconda: a volte la realtà e la fantasia finiscono per sovrapporsi in modo inquietante. Come sapete, leggo Camilleri e sono appassionata di Montalbano. Ecco, questa storia qui è simile in modo inquietante alla trama de Il Ladro di Merendine. Ovviamente, se ne possono trarre tonnellate di considerazioni di vario genere, a seconda del grado di paranoia.
Ma Giuliano ha spostato l’asse dei miei pensieri facendomi leggere questo articolo. In particolare questo passo.

“Anziché chiarire quanto successo, ora le dichiarazioni del titolare del Viminale sembrano complicare l’intera faccenda: perché se la motovedetta libica era perfettamente a conoscenza – come sostiene Marone – di trovarsi di fronte a pescatori italiani, ha aperto il fuoco? E perché i sei militari italiani non lo hanno impedito ai loro “colleghi” libici che fanno parte dell’equipaggio misto? Quelle motovedette, in base al Trattato dell’Amicizia, devono contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, non impedire ai pescatori italiani la pesca nelle acque internazionali del golfo della Sirte che i libici ritengono di loro proprietà.

Identificato il busillis? È sottile, in effetti. Semplicemente l’articolo sembra dare per scontato che se si fosse trattato di una carretta dei mari carica di clandestini, non ci sarebbe stato nulla di male: militari libici, per di più coadiuvati da personale italiano, possono dunque sparare ad altezza d’uomo quando si tratta di “contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina”. Non ci sarebbe nulla di male. Evidentemente fa parte del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamariria Arabica Libica Popolare Socialista. Sì, si chiama così. E francamente non capisco esattamente come sparare ai clandestini rientri nel patto, che all’articolo 6 dice

Le Parti, di comune accordo, agiscono conformemente alle rispettive legislazioni, agli obiettivi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ma la scema sono io. In fin dei conti, questa è l’epoca dei maiali che son più uguali degli altri animali; forse i clandestini non appartengono alla razza umana, o qualcosa del genere.
Svariati anni fa, qualcuno disse che bisognava sparare ai gommoni che cercavano di attraccare in Italia. Grande clamore, indignazione, e non si fa. Come al solito, basta semplicemente girarsi dall’altro lato. Occhio non vede, cuore non duole. In fin dei conti non siamo noi a sparare, no? Sono i libici.

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