Archivi del giorno: 7 settembre 2010

Sessismo

L’altra sera alla premiazione del Campiello sembra che Bruno Vespa abbia deciso di fare il galante con una delle vincitrici. Solo che ha pensato bene non di lodarne le doti di scrittrice, ma la generosità del décolleté. La cosa ha sollevato la consueta polemica, tra chi ha stigmatizzato un atteggiamento subdolamente sessista a chi invece ha tirato fuori il solito argomento dell’ironia, del “e che è? non si possono più fare complimenti alle belle donne?”.
Ho visto or ora il filmato dell’episodio e, no, non è ironia, e francamente l’atteggiamento generale di Vespa, oltre al commento sulle tette dell’Avallone, è decisamente viscido. E allora mi è tornato alla mente un vecchio episodio di qualche anno fa, una cosa che avevo più o meno rimosso.
Ero ad un congresso, stavo per parlare. La discussione era andata un po’ per le lunghe, per cui eravamo tutti stanchi, relatori e ascoltatori. Quando sono stata chiamata per parlare, la persona che mi sedeva accanto, relatore anche lui, mi ha detto “dimmi che ti spogli così tiriamo un po’ su l’atmosfera”.
Io non ho risposto. Perché non ho risposto? Non lo so. Credo il mio galoppante e ben noto complesso d’inferiorità. Per cui non sono in grado di far valere i miei diritti, non riesco a mettere a posto chi è inopportuno, soprattutto se è più vecchio di me e parto dall’errata convinzione che sia per qualche ragione anche migliore di me.
O forse perché un commento del genere annienta. Io ero agitata, come sempre. Mi domandavo se quel che avrei detto avrebbe interessato, se avevo organizzato per bene il discorso, se avrei detto cose condivisibili, o quanto meno interessanti. Avevo speso del tempo per preparare la mia presentazione. E uno se ne esce così, annullando in un attimo la mia fatica. Perché quel “simpatico” commento presupponeva che a prescindere, per il solo fatto che avevo un tailleur e dei tacchi, non potevo che dire cose pallose o stupide, e che tutto ciò che ero al momento per quel signore era una gnocca, nemmeno particolarmente figa, che se mostra le tette bene, altrimenti è una gallina che squittisce.
Dei miei anni di fatica per la laurea, delle notti di sudore a scrivere, a correggere per allineare la parola scritta ai miei pensieri, non c’era traccia. Ero solo una ragazzina coi pantaloni aderenti.
Il problema non è il “complimento”, per quanto l’episodio occorso a me possa più che altro ascriversi al genere della battuta salace.
Quando partecipo ad un congresso, sono una ricercatrice, una relatrice. E come tale vorrei essere giudicata. Il fatto che sia una donna è un mero accidente che col mio lavoro non c’entra assolutamente nulla. Quando vado a ritirare un premio letterario sono una scrittrice, e gradirei mi si trattasse come tale. Le mie tette non sono argomento di discussione. Se poi, ad una cena di piacere un amico mi dice “wow, che décolleté stasera!” non gli salto certo al collo. Perché quella sera, sì, sono una donna, e magari mi son messa in tiro per star bene con me stessa, e magari anche sentirmi fare un complimento.
È il contesto, che conta. È l’intelligenza di saper capire che una persona è molte cose, non solo le sue tette e il suo culo, e che di volta in volta mostra un diverso volto. Ridurre tutto al mio corpo o al mio sesso è umiliante.
Pare però che questo semplice concetto sia particolarmente ostico per parecchia gente.

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