I media procedono a mode. Ogni tanto, trovano una gallina dalle uova d’oro, e iniziano a battere il ferro finché è caldo. Un anno si tratta dei pitbull che attaccano e ammazzano, poi sarà l’influenza suina, poi qualcos’altro. Tra gli evergreen c’è di sicuro la malasanità.
La malasanità è un argomento di sicura presa. Ognuno di noi ha avuto le sue esperienze: una coda chilometrica al pronto soccorso, un ospedale particolarmente fatiscente, il medico che non ha indovinato la diagnosi a prima botta. La malasanità ci indigna perché ci colpisce nel momento in cui siamo più vulnerabili, quando il nostro corpo e la nostra vita sono nelle mani dei medici.
Ma la cosa veramente esplosiva è quando la malasanità si esercita in uno dei momenti più sacrali e delicati dell’esperienza umana: la nascita.
Negli ultimi tempi è un fiorire di episodi del genere: dai due medici che si prendono a cazzotti in sala parto, a donne che muoiono dopo un cesareo o un parto magari eutocico, ma che è andato incontro a qualche complicazione di qualche genere.
Io non sono medico e non faccio neppure il magistrato o il poliziotto. Sta alla magistratura stabilire responsabilità e comminare eventuali pene. No, quel che interessa a me è solo l’aspetto mediatico di tutti questi eventi. Quando una donna muore in sala parto, automaticamente il giornale titola: malasanità. Non c’è mai l’ombra di un dubbio, sostanzialmente perché la morte di parto è una cosa che nel nostro immaginario rimanda a scenari da terzo mondo, o alle nostre nonne che partorivano in casa con l’unica assistenza dell’amica un po’ più esperta. Eppure, per quanto evento naturale, un parto non è esente da rischi: le complicazioni esistono. Io stessa sono nata con un cesareo d’urgenza.
Qual è il problema? Che il titolo “malasanità, donna muore di parto”, con corredo (pornografico) di intervista al marito comprensibilmente sconvolto, che, altrettanto comprensibilmente, parla di omicidio, fa notizia, stimola corde profonde e particolarmente sensibili. Poi non si sa mai come va a finire. Nessuno ci dice mai se il medico aveva sbagliato davvero, se è volata qualche testa. Soprattutto, se il dolo non c’era, se davvero è stata fatalità, la notizia non viene mai riportata, o, se raggiunge i giornali, lo fa con un trafiletto di due righe.
Il problema di un tale atteggiamento è che mina il rapporto di fiducia medico paziente, e rischia anche di inficiare la qualità delle cure erogate. Si può finire a trovarsi davanti a dottori le cui scelte sul trattamento non sono più tanto dettate da reali ragioni mediche, ma dal principio che è meglio essere conservativi, fare la scelta che ti espone meno a possibili cause per negligenza. Ricordo che ne parlò la ginecologa al corso preparto: spiegò che la pratica medica in ospedale è inficiata dalla scarsa fiducia dei pazienti e dal gran numero di cause nelle quali incorrono i medici, e che il rischio che questo influisca sul loro lavoro è alto. Per dire, si fa un gran parlare del numero elevato di cesarei in Italia. Sono tutti necessari? Sarà mica che, a fronte del rischio che poi il paziente ti venga a dire che hai preso la decisione sbagliata, si decide di tagliare anche quando non è strettamente necessario, solo per evitarsi rogne? Non dico che sia così. Dico però che il rischio che possa essere così, quando uno non si fida del medico curante, è alto.
La morale? Che un po’ meno sensazionalismo farebbe bene a tutti. Non tutti sanno che il sistema sanitario italiano è tra i migliori al mondo. Ho avuto qualche esperienza di assistenza sanitaria ospedaliera, e devo dire che ci siamo sempre trovati di fronte a strutture che funzionavano, abbiamo trovato le cure adeguate. Ok, qualche volta forse il lato psicologico è stato un po’ carente, ma preferisco aver problemi a gestire l’accettazione di una malattia e poi riuscire a guarire, piuttosto che avere il medico che mi tiene la mano ma poi non mi fa star bene. E poi, certo, quando qualcuno sbaglia, deve pagare, e l’esperienza deve insegnare come non ripetere gli errori, ma senza isterismi, senza finire a pensare che siamo abbandonati a noi stessi,
che i medici son lì solo a farci del male.
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