Archivi del mese: settembre 2010

duemila…yawn…dodici

Anche le scrittrici che stanno facendo la correzione dell’ultimo libro ogni tanto dedicano una serata al puro scazzo. Nello specifico, io ieri sera mi sono dedicata alla visione di 2012. Le intenzioni erano oneste e buone: vedersi un bel filmone d’azione che diverte, con quel tanto di ironia che non guasta, tanta distruzione e possibilità di spegnere il cervello per due ore o giù di lì. Del resto, Stargate a me è sempre piaciuto molto – ogni volta che lo passano in tv me lo riguardo – Indipendence Day è un filmetto divertente, quindi…Voglio dire, ero conscia che non stavo guardando Godard, anzi, parte del divertimento speravo venisse fuori dalle molteplici cazzate di fisica di cui speravo il film fosse infarcito.
Ecco, devo dire che nonostante il mio spirito aperto, il giusto mood con cui mi ero avvicinata alla visione, e l’HD che per prodotti del genere non guasta mai, io per due ore non ho fatto altro che sbadigliare alla grande.
Capite, non sto dicendo che la storia non c’è – che poi è vero – o che i personaggi sono di carta velina – che pure questo è vero – o che la sceneggiatura è un affastellarsi di fastidiosi luoghi comuni – e anche questo è vero – ma che mi sono annoiata.
Innanzitutto, il film parte benissimo: quella scena lì dei flares solari è meravigliosa, andrebbe usata nei documentari divulgativi sul sole. Peccato che poi si impantani per quaranta minuti buoni in inutili divagazioni sui personaggi: e il padre che c’ha problemi col figlio adolescente, e la moglie che evidentemente l’ex-marito ancora le fa sangue ma sai, è un bambino, insegue i suoi sogni, io non arrivo a fine mese, per cui mi metto con l’uomo palloso ma che mi dà sicurezza, e il pazzo che ha capito tutto ma nessuno lo sta a sentire, e lo scienziato che lavora alla Casa Bianca ma c’ha il padre morto di fame…Tutto sostenuto da interpretazioni da pena capitale. John Cusack evidentemente si domanda perché abbia accettato di fare una cosa del genere, e si aggira stupito tra scene via via più ripetitive, il resto dei membri della sua famiglia sono attoniti almeno quanto lui, e sembrano chiedersi più o meno ad ogni inquadratura quale sia la faccia giusta da fare: devo urlare? Devo essere stupito? Devo sorridere? Boh? L’unico che si salva è Woody Harrelson, che fa la cosa che gli riesce meglio, certo, ma almeno sembra aderire allo spirito cazzone che si suppone un film del genere debba avere.
Poi finalmente le cose iniziano ad essere distrutte. Voglio dire, è per questo che guardo 2012, per vedere Los Angeles che esplode, il Vaticano che collassa e via così. Peccato che le scene più puramente catastrofiche siano di una ripetitività – e anche di una banalità, diciamocelo – agghiacciante. Tre volte vediamo un aereo che decolla mentre la pista dietro e davanti collassa. Se ci mettiamo anche le scene della limousine che corre in mezzo a Los Angeles che casca giù e il pulmino Volkswagen inseguito dalla lava, abbiamo cinque scene che sfruttano tutte lo stesso identico stratagemma di trama: omino su mezzo di fortuna che scappa da catastrofe/distruzione alle sue spalle. Una cosa non già vista al cinema, dde ppiù. Per un’ora non facciamo altro che vedere la strada che si fa in pezzi e i palazzi che vengono giù, che uno alla prima volta può anche fare “wow!” poi si assuefà e sbadiglia. È la distruzione del mondo, non potevamo inventarci qualcosa di più vario? Qualcosa che non sia solo la crosta terrestre che collassa? Ok, c’è Yellowstone che erutta: e capirai, anche qui c’era arrivato Dante’s Peak, niente di nuovo sotto il sole.
L’altra metà film è dedicata alla serie tsunami. Qui c’è l’unica, grossa cazzata fisica di tutto il film: la nave del babbo dello scienziato spazzata via dallo tsunami. In mare aperto lo tsunami savrà una lunghezza d’onda di centinaia di metri, ma è alto pochi centimetri; è quando arriva verso riva e tocca il fondale che diventa una cosa catastrofica. Comunque, non che questo abbia molta importanza. Le scene con l’acqua sono almeno un po’ più varie di quelle dei terremoti. Peccato però che quelle più belle siano state bruciate dai trailer: la scena dell’Himalaya allagato è d’impatto, ma è uscita col primo – per altro splendido – trailer del film.
Pregevole anche la scena della distruzione del Vaticano – anche se ammetto che fa male al cuore vedere la Cappella Sistina che va in frantumi – ma anche questa l’avevamo già vista nel trailer. Per altro, Emmerich è uno che il sottotesto lo rende sempre molto fine, di difficile comprensione: la scena della crepa tra il dito di Adamo e quello di Dio nella creazione di Michelangelo è proprio sottile sottile, eh? Una metafora appena accennata…
Comunque. Il fatto è che nonostante le prevedibili morti, le tonnellate di effetti speciali, uno si annoia. Non si affeziona a nessuno dei protagonisti, non si diverte a vedere la terra scassata, e prega solo che finisca presto. Per altro, il “cattivo” è il più saggio e coerente del cucuzzaro, mentre lo scienziato e la figlia del presidente mostrano quella classica etica del “oh, non posso tollerare la vista di una persona che muore davanti a me, ma se muore due passi più in là e non la vedo tutto ok”. Perché francamente non si capisce perché la massa di ricconi ammassati in Cina davanti all’arca che non può partire debba salvarsi e i miliardi di persone là fuori debbano invece schiattare tra atroci sofferenze. Ma vabbeh.
Per il resto, buchi di sceneggiatura più devastanti di quelli generati dai terremoti che si vedono sullo schermo: i Maya avevano previsto tutto. Ok, come? Basta mettersi tutti sulle navi e ci salveremo. Perché? Ma come, non s’è fluidificata la crosta terrestre? E ‘sto processo si ferma? E come? Perché?
Insomma, l’ultima mezzora mi stavo addormentando, pregavo finisse il prima possibile.
Eppure, ripeto, altri film di Emmerich mi erano piaciuti. Non che fosse roba da storia del cinema, ma intrattenimento di buona fattura sì. Ok, ingenuità, personaggi tagliati con l’accetta, ma ci si divertiva. Cosa gli è successo in questi anni?
Comunque. È bastato poco per tirarmi su dalla deprimente visione. È bastato alzare gli occhi sul mio angolo scrittura nel salotto, e vedere questo.

Ed eccomi servita la scusa per farvi vedere il mio regalo :)

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Ido

Questo fine settimana avevo un impegno. Stupidamente non ve ne avevo parlato, perché in fin dei conti la consideravo una cosa privata. E invece non lo era del tutto.
A Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, c’è un museo di arte moderna; a partire dal 4 settembre, e fino al 31 ottobre, il museo ospita una mostra dei disegni e delle illustrazioni di Paolo Barbieri. L’inaugurazione di detta mostra era ieri sera. Ho pensato subito che dovevo andarci; all’inizio avevo creduto di poter far sovrapporre la cosa col Festivaletteratura di Mantova, ma poi non ho avuto alcun evento in quel contesto, per cui è finita che sono salita solo per la mostra.
Ero contenta di salire. Ero contenta perché la mostra mi sembrava una cosa molto importante, un riconoscimento anche “ufficiale”, se così vogliamo dire, al talento di Paolo, e sentivo che dovevo esserci.
Confesso che il viaggio in sé mi ha abbastanza stremata, e che la giornata mi aveva dato il colpo di grazia. Insomma, davanti al museo ero un po’ cotta. Non che fosse un problema. Tutti i miei fine settimana in giro mi uccidono sempre.
E poi è successo che sono entrata nella sala che ospitava la mostra. Che ho visto le stampe, gli acrilici, gli schizzi. Ho visto Paolo, ho sentito l’applauso che la gente gli ha tributato, ho sentito le parole che per lui si sono spese. E ho finalmente realizzato davvero quanto fossi contenta di essere lì, quanto l’alzataccia la mattina, il viaggio e tutto il resto non contassero veramente più nulla a fronte di quel fremito che sentito percorrere la sala e la platea. Era qualcosa cui ero fiera di far parte, anche se con un piccolo contributo, era una porzione di questa storia incredibile che per nulla al mondo avrei voluto perdermi.
Per questo mi spiace non avervelo detto prima. La sala era già traboccante, ieri sera, ma chissà quanta altra gente avrebbe voluto esserci e non ha potuto solo perché magari non sapeva.
Per questo ve lo dico ora. Se passate nel mantovano, andate al MAM; per me è stata un’emozione straordinaria vedere dal vivo il disegno della spada di Nihal, il primo che la casa editrice mi abbia mai mandato, quando questa storia dei libri è iniziata. O la prima versione di Nihal stessa: ricordo che era sera, e io e Giuliano eravamo in osservatorio per la tesi, e la Mondadori mi spedì il file col disegno. Giuliano la stampò e iniziò a farci il giro dell’osservatorio per farla vedere a tutti.
Ma non c’è solo quello. Ci sono le altre, tantissime copertine: Alice, Conan, persino alcuni lavori per libri che ancora non sono usciti. Ci sono schizzi che non avevo mai visto, e disegni splendidi che non sono illustrazioni, ma lavori inediti di Paolo.
Manca solo una cosa. Un’assenza che nella foga dell’inaugurazione non avevo notato. Nient’altro che uno schizzo, uno schizzo che però per me è importantissimo.
Ce l’ho qui davanti a me, in una cornice a giorno. Lo schizzo del volto di Ido per l’illustrato delle Cronache. Me l’ha regalato ieri Paolo, e non avete idea di cosa significhi per me. Ci sono dentro dieci anni di Mondo Emerso, ci sono dieci anni della mia vita, e c’è tutta la storia della nostra collaborazione, del percorso che io e Paolo abbiamo compiuto, da soli e assieme, in questi anni. Ieri me lo stringevo al petto come la cosa più cara che avessi. Non è solo un disegno meraviglioso. È un simbolo fortissimo.
Grazie infinite, Paolo, per aver dato sostanza e consistenza alle mie visioni. E per aver letteralmente dato vita a Ido.

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Nostalgia

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Malasanità

I media procedono a mode. Ogni tanto, trovano una gallina dalle uova d’oro, e iniziano a battere il ferro finché è caldo. Un anno si tratta dei pitbull che attaccano e ammazzano, poi sarà l’influenza suina, poi qualcos’altro. Tra gli evergreen c’è di sicuro la malasanità.
La malasanità è un argomento di sicura presa. Ognuno di noi ha avuto le sue esperienze: una coda chilometrica al pronto soccorso, un ospedale particolarmente fatiscente, il medico che non ha indovinato la diagnosi a prima botta. La malasanità ci indigna perché ci colpisce nel momento in cui siamo più vulnerabili, quando il nostro corpo e la nostra vita sono nelle mani dei medici.
Ma la cosa veramente esplosiva è quando la malasanità si esercita in uno dei momenti più sacrali e delicati dell’esperienza umana: la nascita.
Negli ultimi tempi è un fiorire di episodi del genere: dai due medici che si prendono a cazzotti in sala parto, a donne che muoiono dopo un cesareo o un parto magari eutocico, ma che è andato incontro a qualche complicazione di qualche genere.
Io non sono medico e non faccio neppure il magistrato o il poliziotto. Sta alla magistratura stabilire responsabilità e comminare eventuali pene. No, quel che interessa a me è solo l’aspetto mediatico di tutti questi eventi. Quando una donna muore in sala parto, automaticamente il giornale titola: malasanità. Non c’è mai l’ombra di un dubbio, sostanzialmente perché la morte di parto è una cosa che nel nostro immaginario rimanda a scenari da terzo mondo, o alle nostre nonne che partorivano in casa con l’unica assistenza dell’amica un po’ più esperta. Eppure, per quanto evento naturale, un parto non è esente da rischi: le complicazioni esistono. Io stessa sono nata con un cesareo d’urgenza.
Qual è il problema? Che il titolo “malasanità, donna muore di parto”, con corredo (pornografico) di intervista al marito comprensibilmente sconvolto, che, altrettanto comprensibilmente, parla di omicidio, fa notizia, stimola corde profonde e particolarmente sensibili. Poi non si sa mai come va a finire. Nessuno ci dice mai se il medico aveva sbagliato davvero, se è volata qualche testa. Soprattutto, se il dolo non c’era, se davvero è stata fatalità, la notizia non viene mai riportata, o, se raggiunge i giornali, lo fa con un trafiletto di due righe.
Il problema di un tale atteggiamento è che mina il rapporto di fiducia medico paziente, e rischia anche di inficiare la qualità delle cure erogate. Si può finire a trovarsi davanti a dottori le cui scelte sul trattamento non sono più tanto dettate da reali ragioni mediche, ma dal principio che è meglio essere conservativi, fare la scelta che ti espone meno a possibili cause per negligenza. Ricordo che ne parlò la ginecologa al corso preparto: spiegò che la pratica medica in ospedale è inficiata dalla scarsa fiducia dei pazienti e dal gran numero di cause nelle quali incorrono i medici, e che il rischio che questo influisca sul loro lavoro è alto. Per dire, si fa un gran parlare del numero elevato di cesarei in Italia. Sono tutti necessari? Sarà mica che, a fronte del rischio che poi il paziente ti venga a dire che hai preso la decisione sbagliata, si decide di tagliare anche quando non è strettamente necessario, solo per evitarsi rogne? Non dico che sia così. Dico però che il rischio che possa essere così, quando uno non si fida del medico curante, è alto.
La morale? Che un po’ meno sensazionalismo farebbe bene a tutti. Non tutti sanno che il sistema sanitario italiano è tra i migliori al mondo. Ho avuto qualche esperienza di assistenza sanitaria ospedaliera, e devo dire che ci siamo sempre trovati di fronte a strutture che funzionavano, abbiamo trovato le cure adeguate. Ok, qualche volta forse il lato psicologico è stato un po’ carente, ma preferisco aver problemi a gestire l’accettazione di una malattia e poi riuscire a guarire, piuttosto che avere il medico che mi tiene la mano ma poi non mi fa star bene. E poi, certo, quando qualcuno sbaglia, deve pagare, e l’esperienza deve insegnare come non ripetere gli errori, ma senza isterismi, senza finire a pensare che siamo abbandonati a noi stessi,
che i medici son lì solo a farci del male.

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Sessismo

L’altra sera alla premiazione del Campiello sembra che Bruno Vespa abbia deciso di fare il galante con una delle vincitrici. Solo che ha pensato bene non di lodarne le doti di scrittrice, ma la generosità del décolleté. La cosa ha sollevato la consueta polemica, tra chi ha stigmatizzato un atteggiamento subdolamente sessista a chi invece ha tirato fuori il solito argomento dell’ironia, del “e che è? non si possono più fare complimenti alle belle donne?”.
Ho visto or ora il filmato dell’episodio e, no, non è ironia, e francamente l’atteggiamento generale di Vespa, oltre al commento sulle tette dell’Avallone, è decisamente viscido. E allora mi è tornato alla mente un vecchio episodio di qualche anno fa, una cosa che avevo più o meno rimosso.
Ero ad un congresso, stavo per parlare. La discussione era andata un po’ per le lunghe, per cui eravamo tutti stanchi, relatori e ascoltatori. Quando sono stata chiamata per parlare, la persona che mi sedeva accanto, relatore anche lui, mi ha detto “dimmi che ti spogli così tiriamo un po’ su l’atmosfera”.
Io non ho risposto. Perché non ho risposto? Non lo so. Credo il mio galoppante e ben noto complesso d’inferiorità. Per cui non sono in grado di far valere i miei diritti, non riesco a mettere a posto chi è inopportuno, soprattutto se è più vecchio di me e parto dall’errata convinzione che sia per qualche ragione anche migliore di me.
O forse perché un commento del genere annienta. Io ero agitata, come sempre. Mi domandavo se quel che avrei detto avrebbe interessato, se avevo organizzato per bene il discorso, se avrei detto cose condivisibili, o quanto meno interessanti. Avevo speso del tempo per preparare la mia presentazione. E uno se ne esce così, annullando in un attimo la mia fatica. Perché quel “simpatico” commento presupponeva che a prescindere, per il solo fatto che avevo un tailleur e dei tacchi, non potevo che dire cose pallose o stupide, e che tutto ciò che ero al momento per quel signore era una gnocca, nemmeno particolarmente figa, che se mostra le tette bene, altrimenti è una gallina che squittisce.
Dei miei anni di fatica per la laurea, delle notti di sudore a scrivere, a correggere per allineare la parola scritta ai miei pensieri, non c’era traccia. Ero solo una ragazzina coi pantaloni aderenti.
Il problema non è il “complimento”, per quanto l’episodio occorso a me possa più che altro ascriversi al genere della battuta salace.
Quando partecipo ad un congresso, sono una ricercatrice, una relatrice. E come tale vorrei essere giudicata. Il fatto che sia una donna è un mero accidente che col mio lavoro non c’entra assolutamente nulla. Quando vado a ritirare un premio letterario sono una scrittrice, e gradirei mi si trattasse come tale. Le mie tette non sono argomento di discussione. Se poi, ad una cena di piacere un amico mi dice “wow, che décolleté stasera!” non gli salto certo al collo. Perché quella sera, sì, sono una donna, e magari mi son messa in tiro per star bene con me stessa, e magari anche sentirmi fare un complimento.
È il contesto, che conta. È l’intelligenza di saper capire che una persona è molte cose, non solo le sue tette e il suo culo, e che di volta in volta mostra un diverso volto. Ridurre tutto al mio corpo o al mio sesso è umiliante.
Pare però che questo semplice concetto sia particolarmente ostico per parecchia gente.

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Consumismo reprise

Un po’ di tempo fa girava questa campagna pubblicitaria della Diesel. Se ne parlò anche qui. Il motto era “be stupid”, e già caschiamo male, perché questa è indubbiamente l’era della stupidità, ci mancava solo qualcuno che facesse diventare l’idiozia una cosa cool. Comunque, io la trovavo estremamente irritante e in più anche un po’ incomprensibile: voglio dire, la stupidità è piuttosto diffusa, ma vivaddio è ancora circondata da un certo stigma sociale. Davvero aiuta a vedere jeans dare del cretino a chi li compra?
Comunque. Più o meno era morta lì. Fino a quando non ho visto la campagna di Piazza Italia, che, per chi non lo sappia, è una catena che vende abiti a prezzi contenuti. Diciamo il contrario di Diesel, che ha fatto della fighettaggine il proprio marchio di fabbrica, per cui non è ti stai comprando un paio di jeans, no, sta comprando il marchio, e quanto quel marchio significati in termini di coolness (oh. mio. Dio. Ho usato quella parola).
Qual è la campagna di Piazza Italia? Si intitola “be’ intelligent”, un chiaro riferimento a quella Diesel. È c’è il solito modello/a, che in questi casi in genere è una casalinga appena più in tiro del normale, o un signore distinto, con addosso capi a bassi prezzi: cappottone lana 39,99 €, jeans 29,99 €, camicetta 9,99 €.
Ora. Non è che Piazza Italia sia meglio di Diesel: suppongo che si facciano entrambi fare i vestiti in Cina dai bambini, o giù di lì. Ma confesso che ogni volta che vedo le pubblicità di Piazza Italia, pur nella loro rozzezza, rispetto alle immagini laccatissime e studiate della Diesel, mi parte un sorriso a 32 denti (che non ho, in effetti; un giorno vi racconterò la triste storia dei cinque che mi mancano). È uno sfottò cosí semplice, così ispirato ad un sano buon senso, che mi sembra sempre una bella prova di intelligenza. E, anche se è stupido pensarlo, ogni volta che le vedo mi sembra un piccolo gesto di resistenza

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Ieri è diventato di dominio pubblico che ho vinto un premio. Questo. Ovviamente sono onorata e felice, ma probabilmente non ne avrei parlato se ieri non mi fossero piovute addosso svariate decine di messaggi di complimenti di vario genere. Non è che non la reputassi una cosa importante, è solo che, boh, dirlo mi sembrava ostentazione, ecco. Sì, non sono una persona normale, ne sono ben conscia.
Comunque. In effetti non è del premio in sé che voglio parlare.
Oggi ho fatto un giro al centro commerciale di cui ieri. Dovevo far la spesa, ma alla fine ho solo comprato due DVD e un libro, oltre al pranzo (kebab, per la cronaca). Ma ho fatto un breve giro per negozi. E il lato oscuro della forza ha iniziato a tentarmi, soprattutto di fronte alle vetrine nuove, quasi del tutto depurate dai vari fondi di magazzino inguardabili generalmente noti come saldi di fine stagione (dai, pensateci: si trova roba decente solo il primo giorno, poi devi navigare tra ettolitri di tessuto per trovare qualcosa di vagamente interessante ad un prezzo abbordabile). E insomma, un tremendo pensiero si è fatto strada in me, mentre provavo un paio di zeppe autunnali tacco 12: fosse il caso di comprarsi un bel vestito nuovo per la premiazione?
Ah, dannato consumismo…

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Il volto (inquietantemente) sorridente del consumismo

Nel mio quartiere c’è un centro commerciale. Non è una cosa strana. A partire dal ’90 o giù di lì, quando aprì Cinecittà 2, il primo centro commerciale, a Roma hanno iniziato a spuntare come funghi in ogni dove. Adesso c’è questo nuovo modello che sta colonizzando ogni buco libero in periferia: quartiere + centro commerciale. Tutti più o meno identici, tutti avvolti intorno al Raccordo. Ecco, il mio quartiere è uno di quelli. E ha il suo centro commerciale.
Quando aprì, confesso, fui contenta. Vivevo da sola da poco, e avere il supermercato sotto casa era una comodità senza pari. Poi lì provai per la prima volta il giapponese, e me ne innamorai, e fraternizzai col proprietario. Poi feci amicizia con la gente della libreria, e iniziai ad andarci sempre più spesso. E insomma, sto lì almeno una volta a settimana per i motivi più svariati: spesa, acquisto libri, acquisto cena che non ho voglia di cucinare, semplice passeggiata. È un posto cui tutto sommato sono affezionata. Ma in fin dei conti ciò non toglie che in qualche modo il centro commerciale è il Male. In sé. Per quel che rappresenta. Per quel che è.
Questo posto finto, una brutta copia delle strade all’aperto, in cui la gente si ammassa nei fine settimana, tipicamente incazzata nera per il traffico e la ressa, per cui finisce sempre che si litiga per qualche ragione. Questo luogo scintillante, che mostra il volto sorridente del consumismo più becero: produci, consuma, crepa. Però con un bel nastrino intorno. Questo posto che strozza il piccolo commerciante, che distrugge con la sua impersonalità i rapporti umani che un tempo si stabilivano coi piccoli negozianti del quartiere. Ok, esagero, è evidente. Ma è vero che c’è qualcosa di inquietante nei centri commerciali, sempre.
Ora, nel mio quartiere c’è anche un parco. Tutte le mattine, prima di andare a lavorare, ci vado a spasso con Irene. E da un mese ci sono due novità: il centro commerciale ha regalato al quartiere uno spazio con delle giostre e un’area attrezzata per i cani. Nulla di che, ovviamente, ma prima non c’era niente, semplicemente. I cani non avevano un posto in cui scorrazzare liberi (anche se in teoria se non erro la legge prevederebbe spazi del genere) e i bambini al massimo correvano nell’erba alta. Adesso ci sono le altalene, lo scivolo, un paio di giostrine per arrampicarsi. L’area per i cani ha le panchine per i padroni e una serie di percorsi attrezzati per far divertire gli animali.
Ogni tanto il centro commerciale organizza pure qualche attività un po’ diversa dal solito. Tipo la mostra delle famigerate mucche: una serie di statue di plastica di mucche decorate nei modi più vari da artisti di vario grido. Oppure mostre fotografiche, o attività per i bambini.
Ora, lo so. Tutte queste cose hanno un ritorno per il centro commerciale. È tutta pubblicità. Anche un po’ subdola: tu porti il pupo a giocare, e intanto ti penetra dentro l’idea che il centro commerciale è buono, ti fa dei regali, quindi perché non vai. Eppure…Eppure niente. È stata un’iniziativa che mi è piaciuta. In fin dei conti, potevano anche non regalarci niente, e quel che ci hanno dato serve a cementare un po’ i rapporti sociali nel quartiere, a farcelo vivere e a trasformarlo in un luogo, e togliergli quell’aria da dormitorio. Ed è qualcosa che ci invita pure ad uscire dal centro commerciale, a gravitare anche altrove. Insomma, m’hanno fregata, ecco. Due giostrine, e m’hanno comprata :P

Errata Corrige
Mi si dice che il percorso agility per i cani è stato donato da un privato, e non dal centro commerciale. Per amor di precisione :)

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