Archivi del mese: ottobre 2010

Sconcezze – Integrazione e assimilazione

Non credo qualcuno si stupisca ancora per qualche scandalo sessuale legato al premier. Ormai per un italiano è pacifico: Churchill fumava il sigaro, Hitler dipingeva quadri di dubbio gusto, Berlusconi fa i festini con le minorenni.
Ok, il caso Ruby ha una serie di corollari gravi che prescindono i costumi sessuali del pres. del cons.: tipo che scopriamo che Berlusconi “aiuta chi è in difficoltà” (a patto che abbia almeno una bella quarta di reggiseno, aggiungo io) evitando il carcere ad una minorenne, per altro spacciandola per chi non è. Mah. Senza contare che ci si può interrogare sulla morale di uno che se ne approfitta di un’adolescente dal percorso esistenziale quanto meno travagliato.
Ma più che altro ci siamo rotti. Cioè, proprio non ne possiamo più. Soprattutto della continua barzelletta che questo governo è diventato. E prima il papi, adesso il bonga bonga. Mezza Italia se la ride, e suppongo lo faccia anche l’intera Europa. Ma la situazione è tragica, altro che, in un paese dove ormai tutto è ridotto al ridicolo, allo sberleffo da caserma. Per cui, Berlusco’, facci un favore: non ce ne frega niente di quel che fai nel privato, ma abbi la decenza almeno di non farcelo sapere, va bene? Risparmiaci i dettagli sulla tua squallida vita privata, non siamo interessati.

*******

Secondo la Merkel, il multisultiralismo “ha fallito. La Germania non ha manodopera qualificata e non può fare a meno degli immigrati, ma questi si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”.
Se ha fallito da loro, vorrei sapere da noi cos’è successo, dove il multiculturalismo non abbiamo manco mai provato ad adottarlo. Comunque. La Merkel ha letto questo sondaggio, ed è corsa ai ripari con un po’ di populismo buono per tutte le stagioni. Ma non mi interessa tanto la parte sul multiculturalismo, quanto quella successiva della dichiarazione. Ossia che gli stranieri si devono integrare, e fin qui, ma che poi devono adottare la cultura e i valori tedeschi. No. Questo, francamente, no. L’unica cosa che uno straniero deve fare quando è ospite di un paese diverso dal suo è obbedire alle sue leggi. Punto. Poi può continuare a mangiare kebab e pizza napoletana, mettersi l’hijab o il turbante dei sik, pregare Allah o Ganesh. Basta che rispetti la legge.
È la sottile differenza tra integrazione e assimilazione. Integrarsi vuol dire non sentirsi davvero stranieri: vuol dire trovarsi a proprio agio in un paese, essere connesso al tessuto sociale e lavorativo, in sintesi essere parte integrante di una società che ti accetta, ti rispetta e non ti giudica per l’abbigliamento, la fede o altro. È un processo a due binari: tu ti sforzi di rispettare usi e costumi del paese in cui sei ospite, quelli che ti ospitano si impegnano a rispettare i tuoi. È uno scambio reciproco.
Chiedere di adeguarsi ai valori e alla cultura tedesca vuol dire chiedere l’assimilazione, vuol dire chiedere di rinunciare alle proprie radici, che così a fondo determinano la nostra identità. Se mai andassi a vivere a Monaco non vorrei proprio rinunciare ad essere italiana, a parlare la mia lingua tra le mura domestiche, per dire, o cucinarmi la parmigiana. E il fatto che io coltivi la mia lingua madre non significa che non sono integrata.
Ma, diciamocela tutta, il problema sono i musulmani. Sono i loro usi e costumi, che nella nostra ignoranza riduciamo al disprezzo della donna e al fondamentalismo religioso, che ci danno fastidio. Ma la donna viene tutelata dalla legge tedesca, e dunque un musulmano che non rispetti la moglie, al pari di un tedesco che non lo fa, e non dubito che ce ne siano a palate, deve risponderne davanti alla legge. Ripeto, è solo questione di rispettare, e far rispettare, la legge. Stop.
Tra l’altro, anche da noi l’assimilazione va molto più di moda dell’integrazione. Avete mai conosciuto il proprietario di qualche ristorante cinese che si chiama Marco, o Paola? Ovviamente non si chiamano così. Ma si cambiano il nome. Così per gli italiani è più facile. Come sei io andassi a vivere in Germania e la gente iniziasse a chiamarmi Felicitas. Ma perché? Voglio dire, ma vi pare poco dover rinunciare al proprio nome per fare meno paura? Il mio nome è quel che sono, anche se non lo amo. Volente o nolente, fa parte della mia identità. E non ci voglio rinunciare, né mi piace che qualcuno ci debba rinunciare perché io ho problemi di pronuncia. Preferisco di gran lunga imparare a pronunciare un nome che alle mie orecchie suona diverso. Non è questo, il multiculturalismo?

30 Tags: , , , ,

Firma copie

Donc, anche oggi telegrafico. È che ho un sacco di cose da fare, e poco tempo per farle. Mi fermo solo per dirvi che domenica la firma copie seguirà la presentazione, e sarà nell’area “Luk for Fantasy”, stand A405 padiglione Carducci G1. Mi dicono che è adiacente alla Sala Ingellis. Il banco dei libri è a cura della libreria “Il Collezionista”. E, insomma, ci vediamo lì, dai.
Buona giornata!

12 Tags: , ,

Informescion

Ieri è andata estremamente bene: non mi aspettavo così tante persone, né così tanto affetto. Per cui grazie a tutti quelli che sono venuti, e a quelli che avrebbero voluto ma non ci sono riusciti.
Oggi però sono a tocchi. Il suono della sveglia è stato estremamente traumatico, e trovare la forza di tirarsi su dal letto è stato complicato.
Mi perdonerete dunque se il post è meramente informativo: donc, su Lucca non mi dilungo oltre, sapete tutto. Vi do solo un’ulteriore informazione: per chi non ci sarà, avrete la possibilità di seguire live l’evento su www.liciatroisi.eu, che farà una diretta. Vi ricordo l’orario: le 16.30.
Per chi non potrà esserci a Lucca, ci sono due occasioni di vedermi, e di vedere Paolo con me, per di più: la prima è il 13 novembre, alla fnac di Milano, alle ore 17.00, e la seconda è il giorno dopo alla fnac di Torino, allo stesso orario.
Infine, last but not least, ve la butto là, come si dice a Roma: Le Leggende del Mondo Emerso – Gli Ultimi Eroi uscirà il 30 novembre.

54 Tags: , , ,

Irreality show

Me ne sono tenuta rispettosamente lontana per quanto ho potuto. Il problema è che la notizia è ormai pervasiva, ti salta al collo appena apri un sito qualsiasi di informazione, ti azzanna alla giugulare pure mentre navighi su Facebook.
È il famigerato caso Scazzi. La cronaca nera m’ha sempre dato ai nervi. Perché attira, poco da dire. Attira il fatto sanguinoso, il particolare morboso. Abbiamo dentro di noi questa specie di istinto macabro, per cui la morte violenta ci seduce. E io a questa cosa voglio sottrarmi. Essere uomini vuol dire anche e soprattutto sapersi negare agli istinti peggiori; per questo negli anni non ne ho seguito neppure uno, di questi casi eclatanti.
Con Sarah Scazzi siamo al limite della parodia. I giornali ci azzuppano il pane da giorni, sbattendo una notizia di cronaca, efferata quanto ti pare, ma comune, dio mio – quante donne sono vittime di violenza in famiglia? quante vengono uccise da parenti? – ma sono tutti lì pronti a deprecare l’interesse morboso dei loro lettori, interesse che loro stessi hanno stimolato. Scopro che in tv una trasmissione ha mandato in onda la drammatizzazione dell’interrogatorio di Michele Misseri, Chi L’ha Visto, dopo il capolavoro della notizia del ritrovamento del cadavere data in diretta tv alla madre della vittima, trasmette il fumetto con la ricostruzione dell’omicidio. Stamattina Repubblica pubblica direttamente la registrazione degli interrogatori.
Ma io mi domando: che gente è quella che si va a sentire uno che racconta come ha strangolato la nipote? Cosa mi aggiunge alla mia esperienza di vita andarmi a sentire un assassino che racconta come ha ammazzato?
Si chiama pornografia. Solo che quella che trovi in edicola vicino ai fumetti in teoria avrebbe a che fare con una cosa gioiosa, il sesso, mentre questa ha a che fare solo con la morte.
Ma poi ci fosse uno che abbia provato ad estendere la discussione. Parliamo invece del perché in Italia ci sono così tanti casi di violenza in famiglia (ok, ci ha provato Fois su L’Espresso; ma sui quotidiani?). Parliamo della violenza sulle donne.
No. Inseguiamo piuttosto il particolare morboso. Ma il corpo è stato vittima di violenza prima o dopo la morte? Ma la cugina la teneva o la guardava?
E poi ci stupiamo dei turisti che vanno a farsi le foto ad Avetrana. È un bieco istinto che abbiamo tutti. Solo che un tempo ce ne vergognavamo, cercavamo di sopirlo. Adesso no. Adesso tutti, dai tg, ai quotidiani, ai blog, ci invitano a tirar fuori il gusto per il sangue e la morte, ci dicono che non è male frugare nella vita di una famiglia alla ricerca del particolare scabroso, che è diritto di informazione. E dunque è tuo diritto farti 200 km, andare davanti ad un cancello e depositare l’ipocrita fiorellino bianco, la tua misera foglia di fico che dovrebbe coprire il tuo sguardo da voyeur del macabro. Non è qualcosa di malato; è giusto, sacrosanto.
Questa non è vita. È Massacro Show, come intuirono genialmente un paio di anni fa gli autori del blog connesso. È drammatizzazione della vita, e dunque finzione, lurida parodia giocata intorno ad un cadavere.

P.S.
C’entra poco, o forse è connesso, visto che la cultura è l’unico antidoto a questa finzione di vita dilagante, ma fatevi un favore e leggete Accabadora, un libro splendido che tratta di vita e morte, di madri e figlie, di maestri e allievi con una profondità e un’efficacia davvero rare.

P.P.S.
Mia intervista qui, a pag 52

28 Tags: , ,

Basta poco a fare autunno reprise

Sgrunt…

P.S.
Ho una notizia bella bella bella in modo assurdo per voi, e per chi non ha capito la citazione, filate in videoteca e affittate Zoolander :P . Martedì 26, alle 17.30, alla fanc di Roma insieme a me ci sarà anche Paolo Barbieri. Insomma, per chi ci sarà, si beccherà due autografi al prezzo di uno. Vi aspettiamo!

45 Tags: , , , , , ,

Velocemente

Tra le cose che mi venivano ripetute più spesso quando avevo partorito da poco c’era: “Eh, goditi questo periodo perché i figli crescono in fretta”. Non che non ci credessi. Da quando ho compiuto diciotto anni la vita ha smesso di scorrere placida, lenta, con anni uno diverso dall’altro, estati lunghe come avventure interminabili e anni scolastici che si dipanavano lenti. Tutto ha iniziato a correre a rotta di collo, e questi dodici anni mi sono sembrati durare meno della metà dei diciotto precedenti.
Però, tutto sommato dentro di me mi dicevo: “Magari i vostri figli cresceranno in fretta, la mia avrà la decenza di metterci un sacco di tempo”. La cosa che ingannava è che i primi quattro mesi tutto sommato sono passati piano.
Poi ieri guardo iCal e vedo che è il 20 ottobre. Cappero. La figlia di una mia amica compie un anno. Me la ricordo, la sera che ci disse di essere incinta. Era febbraio 2009, fu l’ultima spallata che mi convinse a farlo per davvero, un figlio. Mi ricordo anche quella sera d’estate in cui lei era al quinto mese, io tipo al terzo e passammo tutto il viaggio in macchina a disquisire di liquido amniotico, feti ed ecografie.
Mi ricordo anche la bimba, la prima volta che la vidi, a casa mia, che non aveva neppure un mese ed era piccola piccola piccola. Adesso ha un anno.
Ok, è la figlia di un altro. Però Irene un anno lo farà tra meno di due mesi. Ha già smesso di essere neonata. Mangia le pappe, tenta i primi passi e dice “cia cia” al draghetto che fa da lampadario in camera sua. E io nel frattempo ho a malapena fatto in tempo a realizzare che sono diventata madre, e ancora mi fa male il buchino dell’epidurale dietro le schiena. Lei, intanto, è andata avanti, è diventata una donnina e io sto ancora a trafficare coi suoi biberon.
Poi un giorno forse qualcuno ce la spiegherà questa cosa. Perché la vita corre così tanto che si fatica a starle dietro. E dove corre, soprattutto, e cosa riusciremo mai a trattenere tra le dita.

21 Tags: , , , ,

Basta poco a fare autunno

34 Tags: , ,

Tracce

Ieri cercavo (senza trovarla, per altro) l’ultima prescrizione della mia oculista. Ho rifatto gli occhiali, sì. Per farlo ho ripreso in mano tutto il faldone delle analisi che mi sono fatta in questi anni.
Il primo foglio che mi è capitato in mano è stato quello di un vecchissimo test di gravidanza. Lo feci poco prima di sposarmi. Non che avessi reali sospetti, ma non stavo bene, scoprimmo poi a causa dello stress, e prima di curarmi occorreva fugare ogni più piccolo dubbio.
Ricordo che le ragazze del centro dove andai a fare il prelievo mi sorridevano con fare complice. La dottoressa anche mi guardava di sottecchi con un mezzo sorriso, e alla fine mi disse “In bocca al lupo”. Sarebbe stato un casino, se fossi stata incinta. Di lì a due mesi dovevo sposarmi. Ma mi accorsi per la prima volta che non sarebbe stato un problema. Anzi. E quando lessi il lapidario “non incinta” ci rimasi male.
Poi ho trovato l’altro test di gravidanza. Beta-Hcg 1799. Terza settimana. Lo aprii col cuore a mille, stavolta la paura era di non essere incinta, di essersi immaginata qualcuno, lì nel pancino, che in verità non c’era mai stato. E invece c’era, c’era da tre settimane. Avevo lezione, quel pomeriggio, ma non riuscii ad andarci. Volai direttamente a lavoro da Giuliano.
La prima ecografia. Faceva un caldo colossale. Io avevo un improbabile vestitino lilla. Non mi commossi. Io che piango sempre, non mi sono mai commossa per Irene. Non lo so perché. Funziona così. Dopo mi presi un bel gelato. Alla frutta, per non ingrassare troppo.
Poi, a tradimento, compare prima il foglio illustrativo della penna del pungidito. Poi, tutti i fogli con l’andamento della mia glicemia. La mia vita un anno fa su bianchi fogli di carta, su cui stampavo le tabelle con l’andamento degli zuccheri nel mio sangue: in rosso i picchi, troppi nella mia visione delle cose, nonostante la dieta e l’insulina.
L’insulina. Una penna sta ancora sulla mia scrivania; il liquido, dentro, è ultra-scaduto, e comunque ho buttato tutti gli aghi usa e getta. Ma dietro il mio Air, coperto di polvere, c’è ancora il glucometro.
Sono stati solo tre mesi. Eppure è un periodo della mia vita che non passa. Resta sospeso come un monito. Una spada di Damocle tra capo e collo. In futuro, chissà…Restassi di nuovo incinta so che mi toccherebbe di nuovo tutto: l’insulina, dodici buchi al giorno, il ricovero. Ma se invece un giorno mi stancassi di stare attenta a quel che mangio? Se non riuscissi più a mantenere il mio peso? Se tornasse, quando sarò vecchia, quando sarò più grande?

La nostra storia lascia le tracce più insospettabili. Foto ingiallite in una scatola di latta, o un mucchio di vecchie analisi conservate in una cartellina di cartone. Mi sono bastati quei fogli, a tornare indietro a quei nove mesi, un anno fa.

16 Tags: , , , , ,

Etichette

Il Corpo delle Donne si sta rivelando una lettura ottima, fonte di numerose riflessioni.
Per esempio, ieri sera leggendo ho rispolverato una riflessione che mi venne da fare qualche tempo fa. Volevo farci un post, poi ne venne fuori una cosa astiosa, e lascia perdere. Si trattava di stereotipi. Anzi, meglio, di etichette.
A volte mi capita di sentirmi fuori posto in mezzo alla gente. Vestita elegante quando tutti lì sono sportivi, sportiva quando sono tutti eleganti, poco zecca in mezzo a quelli di sinistra, troppo di sinistra in mezzo a quelli di destra. È una cosa tutto sommato positiva. Vuol dire che non sono un tipo.
Costruire tipi è lo sport del momento. Internet è un’enorme macchina per generare etichette da appiccicare sulle persone. La rete tutta si organizza in piccoli gruppi di persone unite da una passione comune o da una simile visione del mondo. Non è una novità, succede anche in real life. In rete è solo più facile: lì ci si conosce perché si è tutti su un forum della Meyer, per dire, e si parla solo di quello.
Chi si avvicina alla comunità molto spesso viene emarginato perché non risponde ai requisiti che la comunità si è imposta per l’appartenenza: basta un commento dubitativo su qualcosa, e si viene etichettati.
Leggevo qualche tempo fa su Queerblog i commenti all’outing di Tiziano Ferro. È arrivato un utente che ha contestato il modo in cui la comunità lgbt ha accolto la notizia. Subito in molti si sono scagliati contro di lui dandogli del bimbomikia. Ecco, la rete funziona così. Basta un passo falso, basta che tu dica una cosa che esce dal coro, e sei bollato. A volte basta esprimere i tuoi gusti. Ascolti Lady Gaga? Adolescente che pensa solo all’apparenza, o quanto meno non hai le orecchie. Guardi Amici? Lobotomizzato che segue programmi spazzatura. E via così, di classificazione in classificazione, fino a incasellare tutti, a definirli senza speranza di riscatto.
È così solo in rete? Ovviamente no. È così anche nel mondo reale. Se ci pensate è una cosa tipica dell’adolescenza. Allora appartenere ad un gruppo era una cosa fondamentale, e ci si affannava a farlo. Già allora mi pareva di star sempre un po’ ai margini, infatti. Non abbastanza alternativa, ma neppure borghese a sufficienza. Non bastavano le camice maschili XXL a far di me una rivoluzionaria, e non bastava andare bene a scuola per essere fighetta.
Il problema è che adesso tutti ragionano così. È uno dei grandi mali di questi tempi confusi: cercare di semplificare ciò che è complesso, persino le persone, che sono in assoluto quanto di più sfuggente e impossibile da definire esista. Invece dobbiamo adeguarci, infilarci nella casella giusta, o la gente non ci capisce.
Io non voglio stare in nessuna casella. Voglio essere libera di giocare alla famme fatale (e immaginate con quali risultati…) una sera, e la sera dopo andarmene in giro in sneakers. Voglio essere ricercatrice di giorno e scrittrice di notte. Voglio essere mamma senza rinunciare a essere ragazza. Voglio essere donna senza smettere di essere persona.
Stavo pensando che Gli Ultimi Eroi probabilmente parla di questo – tra le altre cose; per dire, parla anche, e molto, di speranza -. Del dovere morale che abbiamo davanti a noi stessi di non farci incasellare, di costruire la nostra personalità senza cercare di adeguarci al modello che ci viene imposto dall’altro. Di essere liberi, qualsiasi sia il prezzo di questa libertà. Pensateci, quando lo avrete in mano.

27 Tags: , ,

Sono prigioniera della Matrice (o, in alternativa, il mondo è tutto un mio trip mentale)

Sì, mi sono data ai titoli Wertmülleriani. Comunque. Questa va raccontata perché merita.
Avete appena finito il vostro pranzo innanzi allo schermo. Caprese e insalata verde. Stanchi, vi trascinate verso il bar per la spremuta d’arancia che conclude degnamente il lauto pasto. Avete freddo, nonostante il poncho di lana, sonno, perché a dire il vero stamattina avreste dormito almeno almeno un’altra ora, e al quarto scalino della scala implorate già per l’ascensore, perché ieri in palestra vi hanno – come si dice a Roma – sdrumato, ossia non c’è una fibra muscolare che non gridi vendetta contro il cielo. Intendiamoci, è cosa buona e giusta, vado in palestra apposta, ma comunque la fibra tutto questo non lo sa, e grida comunque vendetta.
A mezzo delle scale, un pensiero vi fulmina.
Dovrebbero mettere una macchinetta delle aranciate, tipo quella del caffé, sai che fig….
Vi bloccate in cima alle scale. Testa ruotata di 45° a destra, piede destro sul gradino di sopra, quello sinistro su quello di sotto. Fulminati.
Alla vostra destra c’è lei. Sì, lei. Dietro la macchinetta delle merendine. La macchinetta che fa le aranciate. Quella cui stavate pensando. Il vostro desiderio proibito. Quella che neppure sapevate esistesse.
E invece c’è. Nella vostra università. Circa 5 metri sopra e un paio avanti al vostro ufficio.
Ho messo l’euro e cinquanta, ho sorbito il succo, non prima di aver ammirato come sempre il meccanismo che fa cascare l’arancia, la spacca a metà, la spreme e butta le bucce.
Lieta, col mio bicchiere freddo in mano, ho dovuto, DOVUTO condividere la mia gioia con un collega.

P.S.
Capito il titolo?

25 Tags: , ,