Archivi del giorno: 18 ottobre 2010

Etichette

Il Corpo delle Donne si sta rivelando una lettura ottima, fonte di numerose riflessioni.
Per esempio, ieri sera leggendo ho rispolverato una riflessione che mi venne da fare qualche tempo fa. Volevo farci un post, poi ne venne fuori una cosa astiosa, e lascia perdere. Si trattava di stereotipi. Anzi, meglio, di etichette.
A volte mi capita di sentirmi fuori posto in mezzo alla gente. Vestita elegante quando tutti lì sono sportivi, sportiva quando sono tutti eleganti, poco zecca in mezzo a quelli di sinistra, troppo di sinistra in mezzo a quelli di destra. È una cosa tutto sommato positiva. Vuol dire che non sono un tipo.
Costruire tipi è lo sport del momento. Internet è un’enorme macchina per generare etichette da appiccicare sulle persone. La rete tutta si organizza in piccoli gruppi di persone unite da una passione comune o da una simile visione del mondo. Non è una novità, succede anche in real life. In rete è solo più facile: lì ci si conosce perché si è tutti su un forum della Meyer, per dire, e si parla solo di quello.
Chi si avvicina alla comunità molto spesso viene emarginato perché non risponde ai requisiti che la comunità si è imposta per l’appartenenza: basta un commento dubitativo su qualcosa, e si viene etichettati.
Leggevo qualche tempo fa su Queerblog i commenti all’outing di Tiziano Ferro. È arrivato un utente che ha contestato il modo in cui la comunità lgbt ha accolto la notizia. Subito in molti si sono scagliati contro di lui dandogli del bimbomikia. Ecco, la rete funziona così. Basta un passo falso, basta che tu dica una cosa che esce dal coro, e sei bollato. A volte basta esprimere i tuoi gusti. Ascolti Lady Gaga? Adolescente che pensa solo all’apparenza, o quanto meno non hai le orecchie. Guardi Amici? Lobotomizzato che segue programmi spazzatura. E via così, di classificazione in classificazione, fino a incasellare tutti, a definirli senza speranza di riscatto.
È così solo in rete? Ovviamente no. È così anche nel mondo reale. Se ci pensate è una cosa tipica dell’adolescenza. Allora appartenere ad un gruppo era una cosa fondamentale, e ci si affannava a farlo. Già allora mi pareva di star sempre un po’ ai margini, infatti. Non abbastanza alternativa, ma neppure borghese a sufficienza. Non bastavano le camice maschili XXL a far di me una rivoluzionaria, e non bastava andare bene a scuola per essere fighetta.
Il problema è che adesso tutti ragionano così. È uno dei grandi mali di questi tempi confusi: cercare di semplificare ciò che è complesso, persino le persone, che sono in assoluto quanto di più sfuggente e impossibile da definire esista. Invece dobbiamo adeguarci, infilarci nella casella giusta, o la gente non ci capisce.
Io non voglio stare in nessuna casella. Voglio essere libera di giocare alla famme fatale (e immaginate con quali risultati…) una sera, e la sera dopo andarmene in giro in sneakers. Voglio essere ricercatrice di giorno e scrittrice di notte. Voglio essere mamma senza rinunciare a essere ragazza. Voglio essere donna senza smettere di essere persona.
Stavo pensando che Gli Ultimi Eroi probabilmente parla di questo – tra le altre cose; per dire, parla anche, e molto, di speranza -. Del dovere morale che abbiamo davanti a noi stessi di non farci incasellare, di costruire la nostra personalità senza cercare di adeguarci al modello che ci viene imposto dall’altro. Di essere liberi, qualsiasi sia il prezzo di questa libertà. Pensateci, quando lo avrete in mano.

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