Archivi del mese: ottobre 2010

Crederci

In questi giorni sto leggendo Il Corpo delle Donne di Lorella Zanardo. È il libro connesso al progetto dell’omonimo documentario, che, per quanto ne sappia, al momento è visibile solo online: vi ho già caldamente consigliato di vederlo, lo rifaccio perché repetita iuvant e il progetto è davvero importante.
Ho incontrato la Zanardo per cinque minuti cinque a Matera; io, intabarrata nella giacca del marito, stanca e assediata dal raffreddore, stavo tornando in albergo, e lei invece si stava avviando alla zona in cui c’era lo spettacolo pirotecnico e musicale. La cosa che mi ha colpito di più del nostro breve incontro – ed è la ragione per cui parlo qui e ora di questo libro – è stato il fatto che si vedeva che era animata da una forte voglia di fare, e che in quel che stava facendo ci credeva assolutamente. Non diceva “dovremmo cambiare le cose”. Diceva “cambieremo le cose”. Non diceva “bisognerebbe ricominciare coi giovani”, diceva “vado in giro nelle scuole a parlare di questa cosa”. C’era un abisso tra il mio atteggiamento lamentoso e il suo credere fermamente che un altro mondo è possibile, per usare un’espressione molto abusata, ma vera.
Il libro è tutto così. Il libro presenta una situazione evidentemente insostenibile – l’umiliazione sistematica nella donna in tv e sui media in generale – e propone tutta una serie di azioni da intraprendere qui e ora.
Ecco, ho pensato che questo fosse il perfetto contraltare al post di martedì. L’unico modo per salvare un popolo che non spera è metterlo in azione, chiamarlo alla resistenza civile, dargli di nuovo il senso che qualcosa si può fare. Nel piccolo? Sì, nel piccolo, pare poco? Pare poco una sola bambina che si riesce a tirare su senza che sia ossessionata dall’aspetto fisico, che non basi la sua autostima sul suo peso o sulla dimensione delle sue tette?
Siamo un popolo, siamo massa, ok, ma ogni massa è fatta da individui, ed è quelli che bisogna cambiare. La frana comincia con un sassolino che se ne tira dietro molti altri.
Ecco, il segreto è qua. Prendersi le proprie responsabilità, impegnarsi in prima persona e crederci. Non è poi così difficile. E fa sentire di sicuro meglio.

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Intervista per June Ross

Dominata dal sonno e da una forma di scazzo bloggesco pressoché totale, oggi vi segnalo solo una mia intervista (con annesso concorso, leggete il post) qui. L’ho fatta a Matera la sera della premiazione; come noterete, ho la voce appena appena nasale; ci segue i Twitter sa che quella sera avevo un raffreddore cosmico…
Bon, tutto qua. Non ho forza di scrivere altro, oggi.

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Senza speranza

Oggi il tema della puntata di Io, Chiara e l’Oscuro, una delle trasmissioni di Radio2 che più mi piacciono e che ascolto spesso, era Roma. Perché Roma non piace più agli italiani, ma Roma è veramente meglio o peggio di altre città, cose così.
È buffo che proprio oggi sia emersa questa storia a dir poco agghiacciante della ragazza aggredita ad Anagnina, un posto che sta dietro la scrivania in cui siedo adesso, e che ho bazzicato fin dall’adolescenza.
E proprio stamattina pensavo che Roma forse è stata così amata, e ormai è così odiata, perché è la summa dell’italianità. Tutto quello che un tempo avete amato di questa città, e che ora odiate, è solo il riflesso di ciò che eravate e ora non siete più. L’arte di arrangiarsi, il farsi i fatti propri spesso a discapito degli altri, l’orgoglio per un passato glorioso…non sono cose romane. Sono cose italiane.
Ieri in tv passava Il Medico della Mutua. Un film straordinario, per quanto mi riguarda. Sordi è stato – a ragione – considerato l’emblema della romanità. Un po’ come Totò quello della napoletanità. Ma se i personaggi di Totò sono spesso dolenti, bravi guaglioni presi a mazzate dalla vita, che anche quando delinquono lo fanno con cuore e una specie di onestà di fondo, i personaggi di Sordi sono spesso sordidi, cattivi, meschini. Come il dottor Terzilli, pronto a tutto pur di avere successo. Sordi non ha alcuna indulgenza nei confronti dei suoi personaggi, Sordi nel ’68 ci mostrava quel che siamo sempre stati, e che ora siamo diventati con estrema chiarezza.
Roma è lo specchio di quest’Italia, e per questo quando la guardi ti fa orrore. La metropoli disumanizzante, in cui si vive aggrappati con le mani e coi denti al proprio giardino, ergendogli mura altissime intorno, perché l’altro non è né risorsa né specchio: è solo un nemico. Un posto dove non si pratica più l’accoglienza, in cui il motto è “fatti i cazzi tuoi”. Come la vecchia che scavalca il corpo della ragazza che giace ad Anagnina. Ci poteva essere uno qualsiasi di noi, là per terra. Siamo entità separate che si muovono sperdute in un contesto che le spaventa, tra periferie disumane in cui tutto sembra essere un elogio al brutto: dalle palazzine tutte identiche, barricate nella loro singolarità, ai prati spelacchiati deserti dopo una certa ora, alle mura coperte di scritte inneggianti all’odio (withe power, trans raus, shoa must go on). E intorno a noi non c’è nessuno che ci chiami all’aggregazione, ma tutti che ci invitano invece a separarci, ad avere ancora più paura, dai tg pieni solo di cronaca nera, da seguire morbosamente, come nel caso Scazzi – vera e propria pornografia del dolore e della violenza – o su cui esercitarsi in finta indignazione, come quanto accaduto ad Anagnina venerdì. Tutti col senno di poi a dire che si sarebbero fermati. Chi lo sa. Davvero? E quante volte abbiamo girato la testa di fronte al barbone che dorme alla stazione Termini? Alla prostituta ragazzina aggredita dal cliente? E poi i politici, che sfruttano la nostra paura, la aizzano, perché la prima cosa è creare un nemico, additarcelo. Gli extracomunitari, gli islamici, i cinesi, i rumeni, gli uomini. Tutti.
Siamo tutti così? No, certo. Due anni fa una ragazza venne investita sotto i nostri occhi da un motorino. Si fece subito il capannello, aspettammo con lei i soccorsi, e, a parte un intelligentone che la acchiappò per le braccia per spostarla da terra e togliere l’ingombro dal traffico, tutti furono collaborativi e gentili. Ma alla fine, alla sera, tutti chiudiamo la porta a due mandate, e lasciamo il mondo fuori. Io stesso non saprei neppure descrivere la faccia dei miei vicini di pianerottolo.
E si va avanti così, in un paese che non sa più sperare. Perché questo è il vero morbo che sta portando l’Italia verso l’abisso: l’incapacità generalizzata di pensare un domani diverso.

P.S.
Per chi fosse interessato, sul sito di Radio2 Social Club c’è il podcast della puntata di sabato.

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Quando le cose girano

Di interviste nella mia vita, ormai, né ho fatte un po’. Me ne sono capitatedi tutti i colori, di episodi da raccontare ce ne sarebbero tanti, ma sono di quelli che in genere si condividono con gli amici dopo la seconda birra.
Ma posso dirvi che mi è capitato più di una volta di finire invitata da qualcuno che non aveva la più pallida idea di chi fossi e cosa fossi andata a fare lì. Che m’è capitata gente che non ti saluta e ti considera giusto i minuti strettamente necessari all’intervista, poi chi s’è visto s’è visto. Un paio di volte m’hanno pure velatamente insultata.
Ora, so benissimo di non essere la Rowling e di non avere la fama (né il talento) di un Giordano o di un Saviano. E infatti non mi aspetto che la gente sappia chi sia o cosa faccia nella vita. Però, se mi vuoi intervistare, sarebbe il caso che ti informassi: del tipo, ti fai preparare una schedina breve breve da un assistente che si è fatto un giro di cinque minuti cinque sul mio sito, o sulla voce di Wikipedia. Giusto per sapere di cosa stiamo parlando. Se non hai voglia di farlo, non mi inviti, non c’è problema. Non mi offendo mica.
Perché vi dico questo? Perché invece quando le cose vanno bene, è veramente un piacere.
A Matera, per esempio. Dove la Casella sapeva chi ero e che libri scrivevo, e mi ha fatto domande interessanti, che per una volta mi hanno fatto sentire non la solita scemetta che gioca coi grandi, ma un autore che, oltre la trama e i fuochi d’artificio, vuole dire qualcosa. E, vi assicuro, non capita spesso.
Oppure sabato in radio. Trovare persone che ti ringraziano per essere andati lì a farsi intervistare (quando, tutto sommato, il favore lo fanno probabilmente più loro a me che io a loro), che si sono bene informati su di te, che scambiano quattro chiacchiere con te prima della diretta per capire chi sei, beh, sono piccole cose, ma per noi sottobosco letterario sono preziosissime. E poi io a Radio 2 Social Club mi sono proprio divertita, in onda e fuori onda.
Ovviamente, questi due casi non sono gli unici positivi che mi siano mai capitati. Ce ne sono stati tantissimi altri, la maggioranza. E quindi vi ringrazio tutti, voi che mi avete fatta divertire, che mi avete fatto star rilassata per un paio d’ore, che mi avete permesso di incontrare bella gente e non mi avete fatto sentire un’intrusa, o una stupida, o l’ultima ruota del carro.

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Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature

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Aggiornamenti

Un po’ di tempo fa qualcuno reclamava a gran voce qualche post con gli aggiornamenti sui libri. Non è che non volessi farne, è che aggiornamenti non ne avevo. Adesso ce li ho, e così tanti che mi tocca anche dilazionarveli :P .
Allora, cominciamo con le cose vicine nel tempo: sabato prossimo, il 9, potrete riascoltare la mia vocina alla radio: sono stata invitata a Radio2 Social Club, che, come dice il nome, è un programma di Radio2. Il programma va in onda dalle 11.00 alle 12.30.
Secondo poi. Esiste una data di uscita di Guerre del Mondo Emerso – Guerrieri e Creature. Non mi dite che non sapete cos’è. È l’illustrato ispirato alle Guerre del Mondo Emerso, quello che un sacco di gente ha richiesto a gran voce. Ebbene, il libro esiste, e uscirà il 26 ottobre. Insomma, ci siamo. Quel giorno lì, per altro, lo presenterò alla fnac di Roma, al centro commerciale Porta di Roma. I dettagli sull’orario e su chi sarà con me ancora non li conosco, ma stay tuned e li saprete. Il libro – chevvelodicoaffa’ – è bellissimo. A me piace anche più del precedente. Un paio di cose m’hanno commossa, e, se avete letto la trilogia, potete immaginare quali siano.
Terzo. Ovviamente questo libro ha anche una copertina. Una copertina che vi farò vedere, in contemporanea con Paolo, oggi. Non so esattamente quando. Prima o poi. Così, solo per essere sadica. Ma siccome sono simpatica, vi dò un’anteprima:

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L’enigma dell’Italia

Trova le dieci, piccole differenze.

Io sono il presidente di tutti, anche il presidente dei tedeschi musulmani e dei musulmani che vivono in Germania. Io dico no a ogni scontro tra le fedi e le culture, il futuro appartiene alle nazioni che sanno essere multiculturali.[...] Io lancio un appello a tutti i cittadini del nostro Paese riunificato: non lasciatevi contagiare dal virus della xenofobia. Certo, chi viene a vivere da noi deve accettare i nostri valori costitutivi, la nostra Costituzione, i nostri usi. Ma pregiudizi e muri contro le minoranze sono cose che non possiamo accettare[...]. Senza dubbio la tradizione cristiana e quella ebraica appartengono storicamente all’identità tedesca, ma nel frattempo anche l’islam è entrato a farvi parte… come scrisse Goethe 200 anni fa, ‘Oriente e Occidente non sono più divisibili’. Ma abbiamo ancora molto da fare per l’integrazione
Christian Wulff, presidente federale tedesco

(riferendosi al caso dell’uccisione di una donna da parte del marito pakistano perché rifiutava un matrimonio combinato per la figlia)
Il fatto che l’omicida non solo fosse in Italia da piu’ di dieci anni, ma fosse anche il proprietario della locale moschea fa riflettere sui danni del multiculturalismo[...] Episodi del genere impongono anche una riflessione sulla necessita’ di modificare in senso restrittivo la legge sulla cittadinanza, per garantire questo status solamente a chi dimostra nei fatti di aderire ai valori civili e morali della nostra società
Isabella Bertolini, deputato del PDL

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Inception

ATTENZIONE – POTREBBE ESSERCI QUALCHE SPOILER…

Sulla scorta del sentito consiglio del sempre ottimo Fab – a proposito, ascoltate la puntata di stasera di Fantasy On Air, c’è anche un mio minuscolo contributo – e delle recensioni viste in giro, venerdì sera sono andata a vedere Inception.
Ora, confesso che questo non è un periodo in cui ho voglia di film cervellotici. Sono nel mood da trame lineari, da film abbastanza leggeri, che fanno passare quelle due orette in spensieratezza. Per questo non ero convintissima della visione. Perché l’ultimo film di Nolan che ho visto è stato Memento. Molto bello. Originale. Con una struttura da paura. Ma adesso non potrei. No, proprio non potrei mettermi lì a vedere una cosa del genere.
Fatta la premessa, devo dire che invece mi sono ricreduta. Inception è il film d’intrattenimento perfetto. Quando uno va a vedersi un thriller, un film d’azione a cinema, si aspetta una cosa così. Peccato che una cosa così esca una volta ogni due anni se hai culo, spesso anche di me. In cambio, effetti speciali a paccate, trame con voragini paurose, sceneggiature risibili.
Intendiamoci, i suoi difetti Inception ce li ha. Ok, i personaggi non è che siano esattamente la profondità personificata. Anzi, a parte Cobb, per la maggior parte sono dei chiari stereotipi: il preciso, la fanciulla piena di grinta, il piacione, il figlio mazzolato dal padre magnate…Ok, c’è un eccesso di spiegotti. La prima mezz’ora di film è come l’enunciato di un teorema: sta lì a porre le premesse necessarie per la visione. Ok, qualcosa non torna: perché quando loro son tutti lì sballottolati nel pulmino non si svegliano? Il chimico dice esplicitamente che la droga permette di essere risvegliati se si casca di lato, o in avanti, o indietro.
Ma sapete una cosa? Chissenefrega. Tutti questi difetti non inficiano il piacere della visione. E questo è il punto di qualsiasi opera che faccia della trama il veicolo principe della sua poetica. La coerenza, la verosimiglianza non potranno mai essere assolute: dio è quello che crea un mondo in cui tutto torna perfettamente dal punto di vista logico, o non staremmo qui a indagarlo con la matematica e la fisica. Un regista, uno sceneggiatore, uno scrittore una cosa del genere non sarà mai in grado di farla. Ma se è bravo, se è davvero un affabulatore, riuscirà a farti sospendere l’incredulità quel tanto che basta a passare sopra alle inevitabili incongruenze. Se stai a chiederti come fa un professore di Harvard a buttarsi da 3000 m usando come paracadute un telone tenuto su con le mani, beh, evidentemente lo scrittore non è stato abbastanza bravo a coinvolgerti con la trama. Ma non è il caso di Nolan. Nolan ha un controllo assoluto, spaventoso della materia che tratta. I film di Nolan sono monoblocco, hanno una compattezza che fa spavento. Tutto torna. E non nel senso che non ci sono le incongruenze. Nel senso che la trama è chiusa, sa in ogni momento dove sta andando, e soprattutto c’è una corrispondenza assoluta, impressionante tra forma e contenuto. Pensateci. The Prestige parlava di magia, ed era strutturato esattamente come un numero di magia: c’è la promessa, c’è la svolta, c’è il prestigio. Memento parlava di memoria, e come la memoria è frammentato: infatti tutto viene percepito esattamente come lo vede Leonard. E così Inception è un sogno. Dopo un po’, dopo molto poco, inizi a guardare tutto cercando di capire. È un sogno? È la realtà? Sono in grado di distinguere? Questo perché la prima mezzora ti spiazza, catapultandoti in un gioco di scatole cinesi. Da allora sei catturato. Da allora sogni anche tu. E in questo senso il finale non è un semplice “non sapevo come concludere, ho finito così”, come ha detto qualcuno. No. È che il film parla dell’impossibilità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, e dunque lo spettatore non può capire se sta sognando o è sveglio. Fa parte del gioco.
Per il resto, ogni cosa nel film è piegata alle esigenze dello sviluppo della trama. Non c’è un elemento stilistico che non serve l’intreccio. Il rallenty. L’odioso bullett time, che in Matrix ci piaceva anche, ma dopo è diventato un must di ogni film d’azione, per cui se non c’è la scena in bullett time non à action. In Inception serve. Sta solo dove ha un senso. E non vi sto a spiegare il perché, dovete vedere il film. E non ha un senso stilistico: no no, serve proprio ai fini della trama. Gli effetti speciali. Il cancro del cinema d’intrattenimento. Li infilano ovunque, sempre più grandiosi, sempre più verosimili, sempre più francamente pallosi. Ormai ho visto tutto a cinema. Voglio dire, la scorsa settimana mi sono rivista le 12 ore delle versioni estese de Il Signore degli Anelli. Un film di quasi dieci anni fa. Da allora non è stato fatto un solo reale passo avanti negli effetti speciali. ISDA m’ha già fatto vedere tutto. Ecco, in Inception ci sono pochi effetti speciali, tutti al servizio di scene ad effetto che servono ai fini della trama. Eppure, ragazzi, siamo nel mondo dei sogni, poteva inventarsi roba assolutamente allucinatoria, lisergica. Invece no, perché l’aspetto visivo non deve distrarre dall’intreccio, che è il vero fulcro di tutto. E, intendiamoci, le scene da whoa! ci sono, per quanto quella che mi ha colpita di più – il treno, per chi ha viso il film – sia in fin dei conti la più banale. Ma non stanno lì a distrarre lo spettatore.
Anche il fatto che i personaggi siano stereotipi è una cosa completamente voluta: che c’è di male nell’archetipo? Voglio dire, saranno quattro in tutto le storie che si possono raccontare, e due sono di formazione, per cui tutto il resto è chiosa, punto di vista dell’autore, capacità di affabulazione. Nolan piglia un tema seminale (cosa è vero? Cosa non lo è? Posso fidarmi della mia percezione?), cinque personaggi stra-abusati, e ci costruisce su un piccolo gioiello, che proprio per il suo essere così archetipico, ti acchiappa dall’inizio alla fine.
Poi possiamo parlare di tematiche più profonde. Nolan parla sempre di ossessioni. Il Leonard di Memento è ossessionato dalla vendetta, Batman è ossessionato da un distorto senso di giustizia, Angier e Borden sono ossessionati dall’illusione perfetta, e dalla loro rivalità. E Cobb è ossessionato da Mal. Il gioco è scoperto, ce lo dice Cobb stesso, nella frase più famosa del film: “Qual’è il parassita più resistente? Un’idea. Una singola idea della mente umana può costruire città. Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee”.
E poi possiamo anche dire che Nolan ha la straordinaria capacità di costruire una mitologia: crea mondi pieni di elementi in qualche modo seminali, simbolici, che restano nella mente dello spettatore. I tatuaggi sul corpo di Leonard, la trottolina di Cobb. I nomi stessi dei personaggi richiamano questa dimensione archetipica (l’archietto, il chimico, il falsario).
Insomma, un gran bel film. Ok, non un capolavoro. Ma una cosa dalla quale ogni scrittore di genere ha un sacco da imparare.

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Frammenti

Mettiamo le cose in chiaro

Scarpone…

…ma soprattutto scarpine

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