Archivi del mese: novembre 2010

Eventi mancati, eventi confermati

Quella che vedete qua sopra è Monaco stamattina. Marienplatz, per la precisione. Venerdì scorso hanno inaugurato i mercatini di Natale, e nella piazza c’è quello principale, con tanto di albero. Ma la cosa più importante è che c’è la neve. La neve che io non vedo in quella città dalla bellezza di sei anni, da quando me ne andai, il 14 febbraio 2006, in una mattinata gelida e bianca.
L’idea era di essere lì dal 4 all’8 dicembre. Andare a vedere i mercatini di Natale e pregare ci fosse la neve. Tutti e tre assieme, perché adesso siamo una famiglia, e le cose non hanno lo stesso sapore se le facciamo separati. Abbiamo accarezzato il progetto per qualche mese, eravamo praticamente sicuri che l’avremmo fatto. Non sapevamo se salire in aereo o in macchina, abbiamo pensato pure al treno. E poi…e poi niente. Tipo una settimana fa abbiamo desistito. Irene non ama molto l’aereo (e io continuo ad avere una serie di paranoie al riguardo…), il treno è improponibile, dato che la tratta la fanno solo treni notturni allucinanti, della guerra del ’15-’18, e la macchina un’ammazzata clamorosa, anche supponendo di fermarsi a Bolzano.
Tutto quel che resta del nostro viaggetto è quella foto lassù. Intendiamoci, meglio starsene a casa che andare per esempio solo io e Giuliano; adesso che c’è Irene non ha più senso per noi fare le cose senza di lei. Però Monaco è piantata tra stomaco e cuore, e mi manca sempre, una nostalgia che con l’andare degli anni non diminuisce affatto, anzi aumenta.
Perché vi racconto tutto questo? Perché, contrariamente a quanto credevo e avevo detto in giro, farò un evento per l’uscita del libro sabato. Sì, oggi esce Gli Ultimi Eroi, il libro conclusivo della saga del Mondo Emerso. Io ce l’ho messa tutta, è un libro che sento profondamente, nel quale ho infuso tanto delle riflessioni che ho fatto di recente su di me e sul mondo. Nonostante sia un libro sicuramente cupo, credo che dentro ci sia anche tanta speranza e un senso di libertà che ho cercato di infondere al tutto. Comunque, non sta a me dire queste cose. Ora il libro è vostro, e voi dovete dirmi che ne pensate.
Comunque, l’evento. Si tratta di una maratona di firma copie, per una volta nella mia città, qui a Roma. Si parte alle 15.00 e si finisce alle 20.00, per un totale di quattro librerie in cui potremo vederci. La prima libreria è la Giunti di Piazza S.S. Apostoli. Poi si va alla Mel di Via Nazionale, la Feltrinelli di Piazza della Repubblica per finire con la Mondadori di Piazza Cola di Rienzo. In linea di massima staremo insieme un tre quarti d’ora a libreria. Nessuna vera e propria presentazione, solo un incontro informale in cui vi firmerò quel che vorrete: libri, fogli di carta, arti :P .
Al momento non so dirvi gli orari esatti dell’inizio della firma copie nelle varie librerie, ma il programma di massima è quello che vi ho detta. Insomma, per chi vorrà ci vedremo il 4 dicembre qui a Roma.
Intanto, leggete e fatemi sapere che ne pensate della conclusione della storia :)

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Denti

Io non ho mai avuto problemi di carie. Non so se sia stata fortuna, o l’abbondanza di fluoro che il mio pediatra mi faceva assumere quando ero piccina (e adesso anche Irene fa lo stesso). Per altro non ho mai neppure avuto una pulizia orale esattamente specchiata (sono tipo due settimane che ho preso l’abitudine di lavarmi i denti dopo pranzo a lavoro). Eppure no carie. Fino alla gravidanza.
Io non so la gravidanza che mi ha fatto. Ma adesso mi ritrovo piena di acciacchi. Dopo un anno, in certe posizioni ancora mi fa male il buchino che mi fecero per l’epidurale (buchino che al momento dell’anestesia non mi fece assolutamente alcun male, lo dico per le più paurose come me), la mia panza non sarà mai più quella di prima, per perdere due chili mi ci è voluta solo una dose supplementare di stress, sennò avoja a provarci a dimagrire, e ho perso quattro denti. Cioè, non proprio perso. Ma ne sono usciti malconci.
A febbraio, tempo due mesi dal parto, vado dal dentista perché ho un dente che è diventato ipersensibile al caldo e al freddo. Contestualmente, il suddetto dentista mi scopre due carie. In fase iniziale, per carità, ma mi fa comunque due otturazioni, così superficiali che me le fa senza anestesia. Comunque, so’ carie, e io non ne ho mai avute in vita.
Alla terza seduta mi fa una bella pulizia dei denti, e si scopre un carione clamoroso sul dannato dente del giudizio, quello storto (l’unico che m’è rimasto sotto, l’altro è stato estirpato – sano – anni fa). E vai di otturazione, con anestesia.
Vabbeh, penso sia finita. Peccato che il dente che mi duole continua a farlo per la bellezza di altri nove mesi. Fa male praticamente solo se tocco la gengiva, ma è comunque sensibile al freddo. Datosi che sono molto tendente all’ipocondria, mi convinco che sia una mia fissazione. Magari m’ha sempre fatto male e non me ne sono mai accorta, anche perché è il dente che ho spostato con l’apparecchio anni fa.
Comunque, dopo rassicurazioni da tutti i parenti, e continue ossessioni mie circa la tremenda malattia mortale che mi sta colpendo, decido infine di tornare dal dentista. Ci vado, al solito con l’ansia a duemila. Mi siedo che già tremo, gli spiego la situazione.
Lui: «E se ci batto sopra ti fa male?» dice dando sue colpetti al dente col manico dello specchietto.
Io: «Sì…».
Lui: «Facciamo una lastra, ma secondo me è pulpite, il dente va devitalizzato».
Ve la faccio breve. Alla faccia del “è tutto nella tua testa, pensa ad altro”, in questi nove mesi, per motivi ignoti, probabilmente un trauma, la polpa del dente s’è irritata, l’infiammazione è progredita fino a mandare in necrosi il nervo. Risultato, il dente è morto. Il dentista ha dovuto estrarre tutta la polpa, togliere il nervo, e riempirlo di una roba che non ho ben capito cosa fosse. In una parola, mi ha devitalizzato il dente. Ho un dente morto in bocca (“Vedo i denti morti…”).
È il quarto dente cui succede qualcosa da quando ho partorito. Irene finora ha messo esattamente quattro denti. Giuliano parla di sospette coincidenze. Io vorrei sapere quand’è che ritornerò a sentirmi più o meno normale.

P.S.
Questa settimana mi trovate su Panorama con un’intervista. La cosa più allucinante, però, è la foto a corredo :P
Ah, domani vi do un paio di novità su presentazioni et similia

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Harry Potter e i Doni della Morte

Ieri sera ho festeggiato il compleanno andando a vedere Harry Potter e i Doni della Morte. Sotto casa mia. In italiano. Ragazzi, quando hai un figlio riuscire a fare una cosa del genere in mezzo alla settimana ha del miracoloso, quindi questo spiega perché abbia festeggiato in un modo che al 90% della gente sembra a dir poco usuale. Comunque. Erano la bellezza di tre anni che non vedevo un Harry Potter in italiano, non ricordavo neppure le voci…Ma la cosa non mi ha dato particolarmente fastidio. Preparatevi, perché al solito la recensione non sarà spoiler free.
Il giudizio generale è: infinito. Sarà che la sera sono stanca, sarà che ieri sera ero particolarmente stanca, sarà che ad un certo punto ho iniziato ad accusare un terrificante mal di schiena, ma più o meno all’ora e venti minuti ho iniziato a pregare per la fine. Non che sia davvero colpa del regista. Qualcuno di voi forse ricorderà che all’epoca diedi un giudizio molto lusinghiero de I Doni della Morte. Che vi devo dire, m’era piaciuto. Probabilmente era tutta colpa della figura titanica di Snape, o di quel paio di momenti bellissimi che il libro aveva (la morte di Dobby, Harry che va a sconfiggere Voldemort…). L’avevo promosso. Col tempo ho cambiato idea. Siamo alle prese con i soliti problemi del post Calice di Fuoco: libri che si protraggono oltre il tollerabile, farciti per lo più di un sacco di riempitivi, in attesa che accada un macello nel finale. Ah, e quel dark di cui sinceramente avrei fatto volentieri a meno.
Il film non riesce ad andare oltre questi limiti, con l’aggravante che tratta solo la prima parte del libro, per gli amici La Tenda. Sì, perché la tenda da campeggio è la totale protagonista del tutto. Harry, Hermione e Ron ci passano un sacco di tempo a struggercisi. Che, per carità di dio, è giusto anche che lo facciano: sono braccati, non hanno un indizio che sia uno sugli horcrux, Voldemort ha praticamente preso il potere…ma era veramente necessario perdere centinaia di pagine (e di conseguenza minuti nel film) dentro a quella cavolo di tenda per farci capire tutto questo?
Riflettiamo. Che succede in questo film? L’azione sta praticamente tutta all’inizio, che infatti è la parte migliore. Poi, dopo un’ora di proiezione circa, tutto inizia a stagnare. Con straziante lentezza scopriamo che serve la spada di Grifondoro, poi, ma sempre piano, mi raccomando, scopriamo cosa sono i doni della morte. E poi…poi il film finisce.
Ripeto, non è colpa del regista. È colpa del plot del libro. Ma il regista poteva magari scegliere altri escamotage per mostrarci che Harry non sa che fare, invece di mostrarci la vita quotidiana di Harry e Hermione in tenda per buoni quaranta minuti.
Per il resto, non ho mai amato particolarmente tutto il dark che la Rowling ha iniziato a infilare nei suoi libri a partire dal quinto. La cosa bella della saga era che era divertente, infarcita di un humor gradevole. Era una fiaba, per cui l’orrore c’era, certo, ma contestualizzato, e per questo non faceva paura. Dal quinto in poi, Harry Potter sì dà pure lui a questa mania del dark, per cui più è oscuro più è figo. Intendiamoci, da madre di eroine con ultra-complessi e con vite super-travagliate e sfigate non è che posso dire di avere qualcosa contro il dark; solo che in alcuni contesti non c’azzecca, e Harry Potter è uno di questi.
Il film pigia al massimo sul pedale oscuro. Già il logo iniziale, arrugginito, ci fa capire l’andazzo, per non parlare del proclama del ministro della magia con cui si apre il film. Ok, è bello mostrare la solitudine – soprattutto esistenziale – dei nostri (Hermione che dice a Grimmauld Place “Siamo soli”, e dissolvenza in nero, per dire, un momento riuscitissimo), accentuata anche da questo trionfo di panorami solitari, immensi, e gelati. Solo che non pare più Harry Potter. Sembra un film indipendente americano sulle adolescenze problematiche.
Però, dicevo, la prima ora tiene. Si menano come non ci fosse un domani – e in effetti potrebbe non esserci – e rimane comunque il tempo per qualche siparietto comico-ironico. Per dire, onore al casting per la scelta dei tre grigi impiegati del ministero dei quali i Nostri vestono i panni. Ecco, la parte al ministero è davvero fatta bene, un mix riuscito di azione, thriller e comicità. Tralasciamo che sa un po’ di deus ex machina che il ciondolo sia al collo della Umbridge giù al tribunale, ma non lo sia dentro l’ascensore, quando la donna è sola coi Nostri. Ma vabbeh.
Però, dicevo, dopo quella parte lì il film si spegne.
Sì, Harry sulla tomba dei genitori. Sì, la cerva nel bosco che indica la posizione della spada di Grifondoro, ma sono picchi emozionali che emergono da una palude di Tenda. La morte di Dobby non l’ho trovata così riuscita. Ma dio mio, c’è buio per un buon 70% del film, la morte dell’elfo me la devi proprio fare con tutta quella luce in mezzo ad una spiaggia? Per dire, eh. Nel libro l’avevo trovata molto toccante. Qui…boh.
Poi c’è il problema morti. Nel libro muore un sacco di gente, ma muore in modo estremamente sbrigativo, anche quando si tratta di personaggi importanti. Spero che il prossimo film rimedierà alla pecca, ma le morti appena enunciate e fuori scena del ministro della magia e di Malocchio non mi fanno ben sperare. Ok, il ministro della magia non è esattamente un personaggio cui Harry era affezionato. Ma se in Italia morisse Berlusconi suppongo che le reazioni della gente non sarebbero quell’alzata di sopracciglia che si vede al matrimonio di Fleur. Comunque meglio per me non indugiare in pensieri sconvenienti…(scherzo, eh? Io non ho mai augurato la morte a nessuno, me ne guardo bene, manco il peggiore dei bastardi se la merita). Malocchio già era un po’ più importante, e muore off screen. Vabbeh. Almeno ogni tanto Harry & co. lo nominano.
Bello il finale. Ovviamente il pericolo maggiore per un film che tratta di mezzo libro è quello di fare un mezzo film che ti lascia così. Ok, sì, rimane un mezzo film, ma la conclusione è davvero ben fatta: arriva nel punto di climax emotivo (la morte di Dobby) e avviene su una scena di sicuro impatto, che ben chiude questa prima parte e apre furbescamente alla seconda, e dà anche una compiutezza al tutto: in fin dei conti, ‘sto film ha parlato della quest di Voldemort della bacchetta.
E ora, la vera ragione per cui oggi ho parlato di questo film. Più o meno quando la mia schiena stava urlando che non ne poteva più, che era veramente straziata, e io ero al quarto sbadiglio in venti minuti, Hermione inizia a leggere la storia dei dei tre maghi. E d’improvviso da Harry Potter vengono catapultata in una dimensione parallela, completamente in un altro film, un film meraviglioso, per altro. La parte animata che racconta la storia è un capolavoro di perfezione formale ed emotiva: i colori, la forma delle silhouette, la musica, le scelte registiche sono perfette. Mi è venuta la pelle d’oca mentre guardavo.
Possono cinque minuti riscattare un film intero? Se sono cinque minuti così, sì, lo possono eccome.

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Il mio compleanno

Un tempo il mio compleanno non cadeva a Natale. Un tempo il mio compleanno era solo il mio compleanno. A Natale mancava un mese intero, e infatti mi vantavo di essere nata un mese esatto prima di Gesù. A volte faceva freddo, a volte più caldo, ma era innegabilmente solo autunno.
Quest’anno, spazio e tempo si sono contratti, e d’improvviso il mio compleanno viene a Natale.
Venerdì pomeriggio sono andata al centro commerciale per comprare un paio di cose. Profusione di alberi di natale, coccarde, palle di vario genere. Stessa cosa quando vado a pranzo, in un altro centro commerciale attaccato alla mia università. Profluvio di atmosfera natalizia. Che fa anche uno strano effetto. Perché, voglio dire, fuori fanno…9°, che non è che sia proprio una temperatura polare, c’è il sole e sugli alberi le foglie sono gialle. Ma è tempo di panettone e torrone, a quanto pare.
Cosa c’è di male in tutto questo? Che se il Natale dura due mesi non è più Natale. È due mesi di rottura di scatole con lucine colorate, buonismo et similia. E il mio compleanno perde di specificità. Non è più il giorno in cui compio gli anni. È quella cosa lì prima di Natale. Che in effetti probabilmente sarà quello che penserà Irene tutta la vita, maledicendomi per aver scientemente concepito in modo tale che lei nascesse nel periodo dell’anno che preferisco: Natale, appunto.
Comunque. Oggi faccio trent’anni. E forse per la prima volta il mio compleanno è qualcosa di diverso dal solito. Non è più quel giorno speciale in cui tutti mi coccolano, la mamma mi prepara qualcosa che mi piace molto, c’è la torta e ci sono un sacco di auguri. È quel giorno lì in cui definitivamente smetto di essere una giovane scrittrice – giovanissima, per i più spregiudicati -, in cui non sono più una ragazzina, ma divento definitivamente, fatalmente, irrevocabilmente, una donna. Sì, quella cosa lì che a tredici anni non volevo diventare per nulla al mondo, perché ero convinta significasse infelicità permanente. Ci sono arrivata. E forse quel che mi fa rabbia è che non è cambiato niente. Cioè, sono successe un sacco di cose splendide, e per tantissimo versi sono più felice di prima. Ma altre sono rimaste uguali. In altre sono ancora una bambina.
E così mi dibatto. Tra il desiderio di crescere finalmente, e abbandonare certe cose che appartengono alla mia infanzia, e la paura di farlo. E intanto, come dice una mia amica, sono entrata negli enta.

P.S.
Preparatevi ad un flusso non interrotto di foto; Giuliano mi ha regalato questa cosa qua.

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Visite

Essendo nata da due genitori cecati, Irene ha estratto il due di picche quanto a vista: la miopia ha una componente ereditaria, ergo ha più probabilità di bambini con genitori non miopi di dover portare gli occhiali a sua volta. Per questa ragione, ieri l’abbiamo portata a fare la sua prima visita oculistica.
Lo so che può sembrare una cosa assurda a dirsi, ma fare visite di controllo per Irene mi piace. Sono contenta ogni volta che vado dal pediatra: ancora ho un po’ la sindrome del post-parto, per cui mi metto in tiro ovunque vada – durante gli ultimi mesi di gravidanza avevo una vita sociale nulla: ero depressa per via del diabete, non uscivo perché non potevo mangiare e avevo paura della suina, per cui mi tenevo a debita distanza dai luoghi affollati; il risultato è stato che una volta partorito ho iniziato a vestirmi in minigonna e tacchi alti anche per andare a far la spesa – compreso il pediatra, il medico è una persona gentile e rassicurante, con uno studio accogliente e un’infermiera squisita. In genere faccio messe di un bel po’ di complimenti, e mi sento dire che va tutto bene, e sono contenta. Sì, mi accontento di poco.
Così, ieri, ero contenta di andare dall’oculista per Irene. Mi piace vestirla a festa, mi piace portarla in posti nuovi, dove lei è tutta curiosa ed esplora ogni cosa. Ieri, per dire, ha fatto amicizia con una bambina tenerissima – che forse le ha attaccato il raffreddore, ma vabbeh, su, sono i rischi della socialità. Mi piace che sia tranquilla quando il medico la visita, più ancora mi piace che sia io a tranquillizzarla. E mi piace che alla fine mi dicano che va tutto bene. E, infatti, per fortuna ieri è andato tutto bene.
Per contro, questa settimana ho due visite per me. Oggi pomeriggio, fulmine a ciel sereno, dentista. E sono terrorizzata. Avrò qualcosa di grave? Mi dovranno levare due denti? Mi si saranno fuse le otturazioni?
Taciamo su quella di venerdì, che vado a fasi alterne: sì, ci vado, dai, no, non c’ho voglia, non credo di averne bisogno, sono tutte mie fissazioni, no, invece, ci vado e mi tolgo il pensiero, no, non ci vai che sennò le fissazioni re le fai venire.
Ripeto, a volte penso di aver bisogno di uno bravo.

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Donne, immigrati, satira. In una parola, Vieni via con Me

E anche oggi la consueta esegesi di Vieni via con Me. Non è accanimento. È che io, ogni lunedì sera, esco un po’ modificata dalla visione, e il desiderio di parlarne, di condividere le mie osservazioni, è sempre fortissimo.
Stavolta, tra le tante cose, quella che mi è piaciuta di più è stato lo spazio dedicato alle donne. È sempre commovente per me vedere in tv donne che escono dallo stereotipo imperante: l’ho pensato quando sono andata ospite a Nero su Bianco, e mi sono trovata davanti una Casella professionale, seriamente interessata a me e al mio lavoro, l’ho pensato ieri sera, quando per una volta le donne non erano lì a fare le grechine – per usare una definizione efficacissima usata nel libro Sii Bella e Sta’ Zitta -, ma a parlare della condizione femminile, uno dei problemi in assoluto più ignorati nella nostra società.
Non ho trovato la Bonino poi molto incisiva: ha detto cose giustissime e condivisibili, ma anche lei non è riuscita a sfuggire alla tentazione del comizio. Io mi domando se scrivere una lista è davvero così impossibile per un politico. Invece sono state tremende e terribilmente efficaci le parole della Camusso, che ha portato alla luce una realtà che non si conosce o si preferisce ignorare. Infinite sono le declinazioni della discriminazione della donna sul lavoro, qualsiasi esso sia, che sia tra le mura di casa o fuori. E c’era una tale rabbia, in quell’elenco, che l’ho trovato adeguato persino a me, che tutto sommato sul lavoro mi sono sempre trovata bene, ma comunque devo fare i conti col tempo che manca, con l’estrema difficoltà di conciliare il mio essere madre, moglie e donna con tutto il resto.
Splendido anche l’elenco letto dalla Morante. Verissimo. Mi odio quando mi capita di uscire la sera e ho paura di prendere la macchina. Mi odio quando rientro, e non ho il coraggio di mettere l’auto in garage per la paura di quei pochi metri del sottoscala, chiusi tra due porte, dove se uno vuole farti del male può farlo indisturbato. Mi odio ogni volta che penso che certi vestiti posso metterli solo con Giuliano, perché così so che la gente non mi guarderà troppo, non mi considererà una puttana. Vorrei essere libera, vorrei essere abbastanza forte da non aver paura, ma non ci riesco. Perché gli stupri esistono, perché gli uomini spesso ti guardano come un oggetto. E sono sicura che questi pensieri li facciamo tutte, che ciascuna di noi ha paura e non vorrebbe. Quando finirà? Non lo so. Ma presentarci per quel che siamo, come persone dotate di talenti e capacità, non come meri corpi che esauriscono le loro attrattive in un paio di tette e due chiappe, è un passo. Per questo ieri sera è stato importante.
Capitolo Maroni. I politici in quella trasmissione ci azzeccano come i cavoli a merenda. Finora l’unico che mi è piaciuto è stato Vendola, come ho già avuto modo di dire. Gli altri si rifiutano di parlarne il linguaggio, non vanno lì a indurre riflessioni, vanno lì a dare stantie risposte preconfezionate con lo sterile stile del comizio. Maroni ha detto la sua, una sua che aveva già ripetuto nei tg e in duecento trasmissione diverse in una settimana. A Vieni via con Me è andato sostanzialmente a vincere il suo braccio di ferro vigliacco con uno scrittore di trent’anni che dalla sua ha solo la forza delle sue parole. E il bello è che l’ha anche perso. Innanzitutto perché non c’era nulla di efficace nel suo discorso, tranne un tardivo apprezzamento per l’operato di magistratura e forze di polizia. Poi perché Fazio non s’è voluto far mancare un accenno alla polemica, e perché Saviano non s’è fatto mettere i piedi i testa, e ha ribadito, nel suo secondo monologo, la “parola dello scandalo”, quell’interloquire che a Maroni proprio non va giù. Comunque, contento il ministro…
Infine, Guzzanti. Io Guzzanti lo adoro. Io sono cresciuta con l’Ottavo Nano, Pippo Chennedy Show, Il Caso Scafroglia. Io Guzzanti l’ho visto dal vivo, ed è straordinario. Secondo me Guzzanti si magna tranquillamente l’ultimo Benigni, Rossi e Luttazzi. E non mi ha delusa per niente. Intanto, ho apprezzato molto che decidesse anche lui di presentarsi con un elenco. Peccato per la brevità del tutto, ma sono state risate a scena aperta. Un grande. Trentatré battute tutte memorabili, ma credo che “La camorra contro Saviano: la scorta ci impedisce un contraddittorio” sia da antologia.
E per quella storia dei senza voce, per una volta abbiamo ascoltato questi tremendi immigrati che vengono qui a far nulla, a rubarci lavoro e donne. E non mi dite che queste sono voci che ascoltiamo, perché in genere uno o ha il vicino di casa di colore, o raramente in tv vede un clandestino o un rifugiato. Vende poco a livello politico, diciamo così.
Insomma, un altro lunedì in cui è valsa davvero la pena. Meno male che non tutta la tv è così, o non riuscirei più a scrivere dopo cena :P .

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Dottorandi

Oggi su Repubblica si parla di me. O meglio, di noi. Dei dottorandi. L’articolo è questo.
La mia condizione di dottoranda è ben descritta dalle prime righe. A volte mi sento proprio come poco dopo la laurea, in quella zona grigia in cui non puoi essere definito: non sei un ricercatore, ma non sei neppure uno studente in senso stretto. Sei qualcosa d’altro, nel mezzo. Ma mi piace. Non posso dire che mi sia pentita di aver fatto il concorso, affatto. Voglio ancora fare l’astrofisico, e lo sto facendo, anche se per lo stato sono uno studente. Il lavoro mi piace, e per due anni della mia vita, con uno ancora davanti a me, ho saputo e saprò cosa fare. Chi te li dà tre anni con un posto di lavoro, oggi?
Ma questo appartiene all’introspezione, all’esperienza personale. Quello su cui voglio soffermarmi invece è la condizione generale del dottorando medio. Che tutto sommato è grato, perché, appunto, per tre anni sa cosa fare della sua vita, ha un contratto e lavora, riuscendo a guadagnarsi un titolo assolutamente indispensabile se si vuole andare avanti con la ricerca.
E allora? I problemi sono due. Innanzitutto la paga, che, come avete letto, si aggira sui mille euro. Per la metà dei dottorandi. L’altra metà in teoria non prende niente. In pratica, se i tempi non sono troppo grami, il tuo professore si ingegna per trovarti qualcosa, tipicamente un assegno di ricerca che ha uno stipendio suppergiù pari alla borsa di dottorato, in qualche fortunato caso superiore. Il problema è che i tempi sono grami, e spesso l’assegno di ricerca vale per un anno, a volte sei mesi. E poi? E poi il tuo professore deve cercare altri fondi, e può capitare che non ne trovi subito, e allora finisci scoperto per qualche mese.
È vero, molti dottorandi – io per prima – vincono il dottorato nell’università in cui si sono laureati. Nel mio gruppo di ricerca, però, io sono l’unica dottoranda romana che ha studiato a Tor Vergata. Gli altri tre ragazzi sono tutti fuori sede. È evidente che allora diventa un problema se per uno, due, tre mesi non hai stipendio. Ci sono i genitori, ok, ma non sempre. E comunque si accede al dottorato tipicamente dopo i venticinque anni, quando uno in linea di massima sarebbe ben lieto di farsi una vita propria. E con mille euro al mese per tre anni, se ti va bene, o contratti da un anno a botta non è che sia facilissimo.
Ma il vero problema è il dopo. Dopo che fai? I concorsi per ricercatore. Che sono rari come l’acqua nel deserto. E quando arrivano, sono inaccessibili alla maggior parte dei nuovi dottori. Perché? Perché essendoci un concorso ogni morte di papa, i precari si accumulano. Esiste gente che ha quarant’anni ed è ancora precaria, e ovviamente ha montagne di titoli. Queste persone – giustamente – vincono i concorsi in virtù dell’esperienze e dei curricula che si sono costruiti in anni di precarietà. Il risultato? Aspettare anche dieci anni per avere un contratto a tempo indeterminato a volte è la regola. Intanto ti arrangi con gli assegni di ricerca, i co.co.co., se sei molto fortunato con un tempo determinato, anche quelli rarissimi.
All’estero, invece, i soldi circolano anche nei momenti di crisi. Nella maggior parte degli stati civili, è anzi durante i periodi di crisi che si investe nella ricerca, che è il motore trainante dell’industria. Per cui, ti accolgono a braccia aperte, con contratti a tempo determinato, post-doc e paghe ben più che dignitose (anche tremila euro). È ovvio che chi non ha famiglie e altre cose che lo blocchino in Italia, se può se ne va.
Ed è qui che volevo arrivare. Un dottorando alla società costa. Le tasse se ne vanno anche nella formazione di studenti e dottorandi. Un sacco di soldi che servono a formare i ricercatori di domani. E quando arriva il momento in cui ciascuno di noi potrebbe ripagare il debito, iniziando a produrre scienza vera, lo stato ci abbandona a noi stessi. Ci dice che dopo quattro anni di laurea e tre di dottorato, non serviamo più. Siamo parassiti inutili perché “non si mangiano panini con dentro Dante”, parole di Tremonti, e mi sento sporca al solo citarle. E quindi molti ragazzi se ne vanno all’estero, a vendere lì le capacità acquisite in Italia, o smettono di fare ricerca, riciclandosi nell’industria se va bene, nel call center se va molto male.
È questa la ragione per cui i problemi dei giovani ricercatori non sono solo fatti della nostra generazione, questioni che riguardano solo noi sfigati dottorandi. Sono soldi che la società tutta dà via a fondo perduto. È uno spreco di risorse che in pochi capiscono.
Sapete con chi ho parlato di questi argomenti l’ultima volta? Con un tassista che mi stava portando a casa da un’intervista. Esatto. Un tassista. Che era stato costretto a cambiare lavoro dal mercato, e che prima faceva – indovinate – il ricercatore in ambito sanitario. E il cerchio si chiude.

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Contraddittorio e democrazia

Di recente c’è una nuova moda. Il contraddittorio. Ossia quell’idea per la quale se uno dice una cosa, afferma i suoi valori, ci deve essere uno che la pensa al contrario che dice anche la sua.
Esempio. Tutti giù a dire che l’altra sera, a Vieni via con Me, è mancato il contraddittorio. È mancato uno che dicesse “ma no, ma non è vero che la ‘ndrangheta cerca nella Lega un referente politico”. È mancato uno che dicesse “ma no, l’eutanasia è una cosa orrenda, è un omicidio”.
La gente che dice questo, in genere tira in ballo la democrazia, la parola in assoluto più abusata – e meno compresa – di tutto il vocabolario.
Prendiamo il primo esempio che ho fatto.
Voi, prima di lunedì sera, avevate mai sentito dire che la ‘ndrangheta ritiene la Lega un valido alleato politico? Io no. E avevate mai sentito dire che la mafia ha ampi interessi al nord? Io sì, ma sapete come? Leggendo il Rapporto Ecomafia dell’Edizione Ambiente, che non è esattamente l’ultimo best seller di Vespa. In compenso, in tutti i telegiornali sento ampiamente strombazzati – anche giustamente, per carità – tutti gli arresti, le retate contro la criminalità organizzata. Sento i politici prima tuonare contro la magistratura, salvo poi appropriarsi dei successi che consegue nella lotta al crimine. E quindi il contraddittorio c’è già stato, e non una volta sola, una sera, per due ore, sulla rete più bistrattata del servizio pubblico, ma ogni giorno, durante ogni tg.
Secondo esempio.
Durante il caso Englaro la voce della Chiesa non è stata affatto zittita. Anzi. La sua opinione era praticamente l’unica che si ascoltava. Per bocca dei suoi esponenti, ma anche per bocca di tutti quei politici che dei vertici ecclesiastici si sono fatti portavoce, spesso senza neppure essere credenti o praticanti, in un bel trionfo di ipocrisia. Voi l’avevate mai sentita la voce di Beppino Englaro? Io mai. Mina Welby non sapevo neppure che faccia avesse.
Il contraddittorio, anche qui, c’è già stato: è uscito dalle parrocchie, è stato ripetuto nei tg e nelle trasmissioni di approfondimento.

La cosa che mi piace di Vieni via con Me è che dà voce a chi in genere non ha diritto di parola. Fa parlare persone che non hanno mai avuto i mezzi né soprattutto l’opportunità di parlare, di dire ciò che avevano nel cuore. Esprime il pensiero di una maggioranza silenziosa e sfiduciata, che è troppo moderata, troppo intelligente per trovare spazio in tv. Finora questa gente s’era limitata a parlare sul web, a diffondere la propria parola in circoli ristretti. Adesso va in prima serata, raggiunge milioni di persone, che non solo non cambiano canale, ma ascoltano assorte.

E vi dirò anche una cosa sulla democrazia. Sì, la democrazia è pluralità di voci. Ma non vuol dire esprimere i concetti sempre a coppie, come se il cittadino non fosse in grado di ragionare con la propria testa, di trarre le legittime conclusioni se non sente le due campane una affianco all’altra. È diritto di tutti ad avere voce, che è cosa diversa dal diritto al contraddittorio.
Per mesi, le voci di quelli come Mina Welby sono state messe a tacere, ridotte ad esprimersi in luoghi in cui pochi potevano ascoltarle. Adesso la bilancia è stata riequilibrata. E questa è democrazia.

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Auguri!

Ieri ha compiuto sessant’anni Carlo Verdone. Io ero più presa dagli undici mesi di Irene, e non ho fatto un post. Lo faccio oggi. È che Verdone è una di quelle poche cose per cui sono contenta di essere romana. La romanità che ha sempre rappresentato è lontana dagli stereotipi, è varia e ricca, e sempre un po’ dolente. È una romanità in cui posso riconoscermi senza vergogna, che forse, al di là di tutto, anche condivido.
Verdone mi è sempre piaciuto un sacco. Continua a piacermi anche adesso, anche se apprezzo di più i suoi film più vecchi. A me è piaciuto tanto anche C’Era un Cinese in Coma, per quella disperazione di fondo, per l’assenza totale di indulgenza verso tutti i personaggi, che è difficile trovare nel cinema drammatico, figurarsi in quello comico. Ma quello che amo di più in assoluto è Compagni di Scuola; forse il meno smaccatamente divertente, ma il più coinvolgente, e forse anche il più tremendo: gli anni che passano, la crudeltà, la vita che colpisce basso. C’è veramente tutto.
A volte mi vedo in qualche intervista, e finisce invariabilmente che ad un certo punto, mentre parlo, alzo gli occhi al cielo. E lì rivedo Mimmo di Bianco Rosso e Verdone. Oppure mi ascolto alla radio, e non c’è niente da fare, parlo proprio come Ruggero di Un Sacco Bello.
Forse è così per tutti. I suoi personaggi sono così universali che ciascuno di noi può trovarci dentro qualcosa di suo: l’ipocondriaco, quello con le manie di controllo, l’introverso, lo sbruffone…
Mi fa strano sapere che ha compiuto sessant’anni. Mi accorgo che il tempo per me passa anche da queste piccole cose: a diciotto anni, in vacanza con un’amica, parlavamo dei suoi film sdraiate sul letto. Era l’anno di Gallo Cedrone, o giù di lì, l’unico suo film che davvero non mi è piaciuto poi tanto. E adesso sono passati dodici anni, tra una settimana avrò trent’anni, una figlia, un marito e una vita.
Auguri, Carlo, e grazie di tutto.

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Entomofobia

Premessa
Ho paura degli insetti e dei ragni. Non c’è una ragione. Lo so che sono innocui, ma la molteplicità delle loro zampette mi inquieta nel profondo. Non riesco neppure ad ucciderli. Se me ne trovo uno davanti, tipicamente urlo, poi chiedo aiuto a qualcuno. Se non c’è nessuno, scappo.
È assurdo e illogico, non è che non lo sappia. Però è così. Per dire, io non capisco chi ha paura dei topi, o dei serpenti. Io li trovo carini. Gli insetti no. Gli insetti sono Il Male.

Scena
Esterno giorno. Gabbiotto della sicurezza all’ingresso di un ente di ricerca. Sto ritirando la carta di identità, che bisogna lasciare all’ingresso per avere il pass. La guardia prende il pass, cerca la mia carta d’identità, me la porge. La prendo in mano e vedo qualcosa, qualcosa di grigio, tondo, e orribilmente plurizamputo. Inizio a muovermi coma una tarantolata, tenendo la carta d’identità per un bordo e scuotendola a più non posso, mentre emetto suoni tra il mugolio e il gemito. Spazzarlo via con un dito, qualsiasi cosa sia, è fuori discussione, o se ne va così o non lo so. Gli lascio la carta d’identità, probabilmente.
La cosa procede così, con l’uomo del gabbiotto che si sta chiedendo se non sia epilettica o giù di lì, finché non emerge lui. Il salvatore. Uno. Uno qualsiasi. Un uomo.
Io: “Aiut’…”
Uomo: mi guarda senza capire.
Io: tenendo la carta d’identità per un microscopico lembo, porgendola al Salvatore e girandomi con la testa dall’altra parte “Ho problemi con gli insetti, mi può aiutare?”
Uomo: mi guarda interrogativo.
Io: “C’è un ragno, io li odio, mi dà una mano?”
Uomo: finalmente prende la carta d’identità, la guarda tranquillissimo, me la mostra “Non è un ragno”
Io: ad almeno tre metri dalla bestia malefica “…no?!…”
Uomo: serafico “No, è un piccolo scarafaggio”. Poi, come solo gli Eroi sanno fare, unisce indice e pollice e con una schicchera delicata ma decisa caccia l’invasore. Mi porge la carta d’identità sorridendo.
Io: sorridendo di rimando “grazie”.
E lì mi rendo conto. Della stratosferica, catastrofica, ineguagliabile figura di cacca che ho appena fatto. Una donna adulta. Una Madre. Una – ahimé – quasi trentenne. Che si fa battere da un fottuto scarafaggino.
Non so, a volte penso che dovrei farmi vedere da uno bravo.

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