Archivi del mese: novembre 2010

Linguaggi

Ormai l’esegesi di Vieni Via Con Me è una specie di appuntamento fisso di questo blog. Dovrei farci su una rubrica. Per altro, oggi parlo di politica. Non che non l’abbia mai fatto, ma in questi termini credo mai.
Tra tutte le cose viste ieri sera, infatti, vorrei soffermarmi su quella più attesa: i famosi due monologhi di Bersani e Fini. È che li ho trovati davvero significativi. Significativi di un certo tipo di politica che ormai s’è proprio staccata dal paese.
Fini e Bersani avevano un’occasione: una platea grande e prestigiosa, composta per lo più dai delusi della politica. Una platea cui parlare in un linguaggio nuovo. Del resto, quello usato da Fazio e Saviano per le due puntate che abbiamo visto fin qui è proprio questo: un linguaggio nuovo, che tratta con leggerezza temi pesanti, che rende avvincenti cose che in linea di massima la gente considera lontane e pallose.
La scelta è stata invece quella di fare due comizi vecchio stile. Imbalsamati entrambi, sembravano star lì a fare tribuna elettorale. Fini soprattutto, che s’è giocato furbescamente i due pezzi da novanta – i militari in Afganistan e Falcone e Borsellino -. Non che non siano state dette cose belle e condivisibili. Non che Bersani non abbia incontrato il mio modo di vedere la sinistra, o Fini non abbia espresso ciò che tutto sommato vedo nella destra (ove per destra non intendo quella che è adesso al governo, ma quella di una Merkel o giù di lì, che comunque non condivido, ma con la quale, quanto meno, posso discutere). Ma non sono rimaste. Il tono era appunto quello da vecchia tribuna politica, il linguaggio quello stantio del partito. Non ho visto passione. Ho visto un elenco di cose dette un po’ perché si deve, cercando di imbonirsi un elettorato che non esiste più.
Non do colpe. Se uno parla così, non può inventarsi comunicatore da un giorno all’altro. Ma se a distanza di dieci giorni ancora ricordo i tre elenchi letti da Vendola, e la sua battuta finale in risposta a Berlusconi, già stamattina non ricordo una parola che sia una dei due monologhi. Forse giusto la battuta sulla dimensione pubblica del privato di Bersani. Un po’ poco.
Forse è questa la vera ragione per cui c’è tutto questo disinteresse per la politica. Il mondo è cambiato, i nostri bisogni anche, e invece la politica è rimasta al palo. Immagina un’Italia che non esiste più, che parla un linguaggio superato. Ripeto, non è stata questione di temi trattati. È stata proprio questione di linguaggio, di parole che non vibravano di passione. E invece in questo periodo di disaffezione per la cosa pubblica, soprattutto nei giovani, questo dovrebbe passare: che la politica è passione, è ideale, è credere in qualcosa di più grande.
Certo, a Fini e Bersani non ha fatto gioco il confronto con Saviano, uno le cui parole sono sempre traboccanti di una passione contagiosa, uno che non ti racconta le cose, le vive e te le fa vivere. Mi si dirà, è uno scrittore, è il suo mestiere. Beh, allora i politici dovrebbero imparare un po’ di quel linguaggio lì.

P.S.
Scusate la stratosferica dabbenaggine, ma mi sono dimenticata di avvisarvi che è online su Fantasy On Air la registrazione dell’incontro di Torino. Lo trovate qua

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News

Questo è il post informativo che avrei dovuto scrivere ieri. In realtà chi è iscritto alla mailing list sa già tutto, ma repetita iuvant.
Innanzitutto, vi ricordo gli appuntamenti di questo week end: domani alle 17.00 ci vediamo in via della Palla, alla fnac di Milano, assieme a Paolo Barbieri e Luca Crovi. Domenica, invece, appuntamento alle 17.00 in via Roma, alla fnac di Torino, ancora con Paolo e con Sandrone Dazieri. L’evento di Torino sarà anche registrato da Fantasy On Air, quindi chi non ci sarà potrà ascoltare tutto sul web qualche giorno dopo l’evento.
Domenica sera, inoltre, mi potrete vedere su Arturo, canale 138 di Sky, ore 21.00, come ospite di Alessandra Casella nella prima puntata di Nero su Bianco, trasmissione dedicata ai libri in prima serata, il che è incredibile, se pensiamo alla devastazione culturale di ‘sto benedetto paese.
Infine, aggiornamento sulle famigerate copie autografate in vendita su Bol: in tutto sono 300, è vero, sono autografate da me medesima di pirsona pirsonalmente (vediamo chi coglie la citazione), e non sono in brossatura, ma hard cover, cioè, per intenderci, come tutti i miei libri di recente uscita: con la copertina rigida e con la sovracopertina.
Tutto qua. Io mi immergo di nuovo nella mia sessione di lavoro solitario – niente collega today – e ci vediamo nel week end per chi può.

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RIP

Avevo intenzione di fare un post meramente informativo, oggi. Ho due miliardi di cose per la testa, tante cose da fare, e un po’ di stanchezza. Poi ho aperto Repubblica, e ho letto questa notizia.
Tra le tante cose che i libri mi hanno permesso ci sono incontri che non credo avrei mai fatto altrimenti. Dino De Laurentiis non l’ho mai incontrato di persona, ma per un certo periodo, per motivi lunghi e tortuosi da spiegare, ci siamo sentiti spesso per telefono.
Era una persona gentilissima, e un vulcano di idee. Aveva in ballo mille progetti, mi era sembrato un entusiasta. Soprattutto, era uno vivo. Aveva novant’anni, ma la cosa sembrava per lui un mero accidente, una tappa obbligata del percorso che non aveva cambiato una virgola il suo modo di fare.
Mi colpì una volta, quando mi disse che il cinema doveva essere meraviglia, un modo di vedere che, da scrittrice del genere, sposo, almeno in parte, ma che mi parve strano per un italiano. In fin dei conti, siamo ancora schiavi di certe rozze categorizzazioni, soprattutto al cinema. Ho scoperto che lo disse anche lui, anni fa, quando gli conferirono il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Ora voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare. Ho voglia di tornare in Italia a lavorare per fare dei film che riescano ad uscire dall’Italia”.
Non posso dire che lo conoscessi. Il nostro è stato un incrocio fugace, ma che in qualche modo ha lasciato un segno. Abbiamo perso qualcosa, oggi: un pezzo straordinario di storia del cinema, italiano e internazionale, sicuramente, ma forse anche qualcos’altro. E, inaspettatamente, questo qualcosa ha lasciato un piccolo vuoto in me.

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Hope

Oggi parlare di Vieni Via con Me è praticamente doveroso. Non perché ne parlano tutti, è un fenomeno televisivo, blablabla. Perché mentre ieri sera me lo guardavo stesa sul divano, bucando una serata di lavoro (e che io buchi una serata di scrittura per la tv è una cosa rarissima), ho percepito il senso di un cambiamento. Quando guardo la tv, e lo faccio ormai solo quando sono troppo stanca per fare qualsiasi altra cosa, in genere mi si spegne il cervello. Quando va bene, trasmettono roba innocua, quando va male roba oscena e dannosa. Guardare la tv per me è ormai una perdita di tempo cui indulgo solo quando so che non ho niente da perdere a fare altro.
Ieri sera invece era diverso. Ieri sera più andavo avanti più mi si accendevano in testa luci a profusione. Riflessioni, domande, risposte, sentimenti. E soprattutto ho sentito una cosa che non sentivo da un sacco di tempo: un po’ di speranza e voglia di fare.
So di non farci una bella figura, ma non ho voglia di essere autoindulgente con me stessa o di mostrare una faccia che non è la mia, ma, si sarà capito da quel che scrivo, sono mesi che quel che c’è fuori dalla porta di casa mia mi accascia. Non mi riconosco nel paese in cui sono nata, o in quel che è diventato, passo il tempo a vagheggiare di andare altrove, a vivere in un posto che mi somigli. E, soprattutto, non ho speranza nel futuro. Non vedo come se ne possa uscire, non vedo come tornare indietro da questi vent’anni che ci hanno devastati come popolo e società civile. E quando perdi la speranza, la cosa peggiore è che smetti di lottare. Hai un alibi per non fare nemmeno quel nulla che facevi prima. Ti senti autorizzato a gettare la spugna e chiuderti dentro casa tua a coltivare il tuo giardino.
Ieri Vieni Via con Me è stato una sferzata alla mia ignavia, al mio crogiolarmi nel pensiero che tutto è uguale, che io non conto niente, e quindi sono autorizzata a farmi i fatti miei.
Per due ore Fazio & co. non hanno semplicemente fatto un elenco di quel che non va, una lamentosa sequela di recriminazioni su un paese che non c’è. Hanno invece chiamato all’indignazione, all’azione, alla speranza.
Saviano non ha parlato di Falcone e di quel che ha subito in vita (e che io, ammetto, non sapevo) per mostrarci che alla fine anche i migliori vengono piegati, ma per farci vedere che il segno che ha lasciato in quest’Italia è indelebile, che tutto quel che ha fatto, e subito, ha avuto uno scopo, che ci sono e ci saranno sempre migliaia di persone pronte a raccogliere il suo testimone.
E Vendola ha letto i suoi elenchi sull’omosessualità non per dirci che non c’è via d’uscita, che un omosessuale non potrà mai aspirare ad esprimere liberamente se stesso, ma che nonostante tutto quell’amore c’è ancora, che nonostante le persecuzioni, lo sputo, l’insulto, possiamo ancora amare, e andarlo a dire in prima serata.
L’atto politico, forte, ricco di speranza, è stata semplicemente la possibilità di sentire tutte queste cose in tv, sulla Rai, nell’orario di ascolto massimo. Dirle senza vergogna e senza paura, e addirittura senza acrimonia, con lo sguardo aperto verso l’orizzonte.
Sentire una suora perorare la causa della moschea di Torino è una cosa che non ha prezzo. Se non è speranza questa…
E la vittoria sono stati i dati sugli ascolti, che ho atteso fin da quando mi sono svegliata, stamattina. Non è vero che la gente vuole solo tette e culi, non è vero che la gente in tv vuole morte e pornografia. La verità è più forte, poco da fare, l’anelito che ogni uomo ha in sé verso qualcosa di più grande, di più puro e autentico, viene fuori nei modi più aspettati, e non può essere abbattuto. C’avete rincoglionito per anni con una televisione senza senso, ma ugualmente non siete riusciti ad abbattere la voglia di autenticità che ancora abbiamo dentro. Al massimo siete riusciti ad aumentarci la sete.
Domani probabilmente non cambierà niente. Continueranno a succedere cose tremende, e la società civile continuerà a latitare. Non si può pensare che bastino due ore di un programma televisivo per cambiare anni e anni di coma profondo delle coscienze. Ma probabilmente a me è bastato quell’impeto di orgoglio di ieri sera, sentire le cose chiamate col loro nome dalle 21.05 alle 23.15. Non è poco. E ho capito che il cambiamento deve partire prima di tutto da me: dalla mia scarsa fiducia nel mondo, dalla mia ignavia, dalla mia costante paura: di me, del mondo, della vita. Una droga che pian piano mi avvelena, e di cui sempre più difficilmente riesco a fare a meno. Per questo, io personalmente devo un grazie a Saviano e a Fazio. Ma credo che molti di noi, per tante ragioni diverse, siano in debito con loro, oggi.

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Cara Cara

Interno giorno. Lettone. Io, Giuliano e Irene, che ci siamo svegliati da poco.
Lei è tutta contenta, sta seduta in mezzo a noi e lalla a tutto spiano.
Giuliano (accarezzandomi una spalla): Dai, facciamo cara cara a mamma: cara, cara…
Irene mi assesta un bel papagno sugli occhiali.
Giuliano (insistendo con la carezza): No, Irene, così: cara, cara…
Irene tenta di staccarmi un orecchio.
Giuliano (insistendo con la carezza): Ire’, no, così, piano
Irene cerca di cecarmi un occhio.
Io: Senti, Irene, guarda, come se me l’avessi fatto cara cara, ok? Qui sennò con tutto quest’affetto non so cosa mi resterà di sano…

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Gli Ultimi Eroi

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Misantropia

In questi giorni a lavoro faccio vita d’asceta.
Ho un piccolo studio, che l’università ha dato al gruppo di ricerca con cui sto facendo il mio dottorato. In genere lo divido con un’altra ragazza, ma in questi giorni sono sola.
Arrivo la mattina, e spio il cambiamento di colori sugli alberi: a volte mi diverto a spazzare le foglie secche coi piedi.
Entro in genere inosservata, mi sistemo, e comincio a lavorare.
Non mi viene a trovare nessuno, e io non vado da nessuna parte. Unico contatto con l’esterno, Skype, che uso per lavorare. In questo momento un mio collega è all’estero, così capita di sentirci per aggiornarci sulla situazione.
Esco per pranzo, da sola. Mi faccio a piedi il sottopassaggio tra l’università e il centro commerciale, e da sola mangio rapidamente, leggendo qualcosa su internet con l’iPhone. Torno in stanza, e nel pomeriggio mi faccio un tè. Fuori, rumore di passi: le donne delle pulizie, i ricercatori che entrano ed escono dal dipartimento, gli studenti della specialistica che vanno a seguire lezione nell’aula qui davanti.
Non mi sento sola. Mi farà piacere quando la settimana prossima la mia collega tornerà, ma anche questa solitudine, questa routine sempre identica a se stessa, questo nascondersi dietro il muro di cartongesso del mio studio, ha qualcosa di piacevole. Ci sono e non ci sono, come il gatto di Shroedinger, non fosse per i grafici e le versioni del mio articolo che spedisco in giro al mio capo. Neppure le donne delle pulizie sanno che ci sono; sono giorni che non mi svuotano il cestino.
È un po’ come quando stavo a Monaco. Mi muovevo deliziosamente ignorata tra la folla, studiavo la gente che mi circondava senza che nessuno mi notasse. Così ora. Oltre questo muro scorre la vita dell’università: la gente parla, litiga a telefono, si lamenta, gioisce. Io qui dietro lavoro, silenziosa.
Forse sono soltanto una maledetta misantropa.

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Taccio e aggiorno

Mi rifiuto di parlare dell’ultima uscita di Berlusconi. Qualcuno ha detto che il premier la sta buttando in caciara, ed è vero. Ormai per lui cambiare argomento e distogliere l’attenzione è un’arte. D’altronde, davvero ci stupiamo che oltre che beceramente maschilista sia omofobo?
Per il sto, come promesso ho postato qualche foto di Lucca nella sezione apposita. Ho messo online anche le foto dei cosplay: non so i nomi, per cui per ora sono anonimi. Se me li dite, provvederò a citarvi. Chiunque non gradisse la propria foto online, me lo dica e io la rimuoverò.
Sono comparsi anche i primi video della presentazione. Li potete trovar qua: parte1 e parte2.
Tutto qua. Oggi telegrafica, visto quel po’ po’ di post che vi ho inflitto ieri. Domani magari sarò più loquace :) .

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Succede solo a Lucca

C’è qualcosa che rende la fiera di Lucca unica nel suo genere. Sì, certo, la roba che puoi trovarci, sì, certo, le dimensioni spropositate, sì, ok, il cosplay ai massimi livelli. Ma non basta.
Lucca per anni è stato per me un mito. “Una volta dovremmo andare a Lucca”, ci dicevamo con Giuliano quando facevamo cosplay. Ma sapevamo che forse non ci saremmo andati mai.
Poi, esce il mio libro, e il secondo lo presento lì. Da allora mi sono innamorata, e Lucca è stata sempre imprescindibile. Praticamente ogni anno mi autoinvito. Devo andarci, o l’annata in qualche modo non è completa. Giusto lo stato di prostrazione pre-parto + diabete mi ha potuta fermare lo scorso anno. Stavolta invece non sono mancata, e la cosa è stata fruttuosa. Procedo per capitoli, probabilmente sarà un post fiume, per cui ve ne agevolo la lettura.

Sabato: il preludio
Sapevamo che il tempo avrebbe fatto schifo. Però, non so, eravamo animati da una sana incoscienza, probabilmente. E sabato non faceva così schifo. Cielo grigio, ad incorniciare però i colori di un autunno lucchese assolutamente spettacolare: ho provato a fare un paio di foto, ma ero di fretta dalla macchina, per cui non rende proprio per niente.
In valigia avevo una mezza specie di cosplay: il vestito che avevo comprato in viaggio di nozze + il cappuccio preso nel meraviglioso mercatino di Wittelsbach Platz, a Monaco, nel natale del 2005. Ma non ho avuto il coraggio. Avrei dovuto girare per la hall dell’albergo in maschera, e mi vergognavo. Poi, tra il serio e il faceto, mi avevano appena detto “ma sei una madre, queste cose non le puoi più fare”, per cui sono uscita con la mia consueta mantella, e Irene imbacuccatissima al seguito.
Nel complesso, però, fumata nera: impossibile girare la fiera con Irene, che s’è stufata abbastanza presto, ossia dopo che mi sono imbucata allo stand Panini dove mi sono fermata a parlare un po’ con vecchie conoscenze e a fare il pieno di Rat-Man (prendete Avarat, vale). Per cui, il sabato alla fine ha avuto un unico evento degno di nota: una bella cena conviviale con gli amici Mondadoregni, finita con me brilla, e la promessa di grandi cose l’indomani.

Domenica mattina: mio Dio, giro la fiera
Io ho girato una sola fiera di Lucca: la mia prima, quella del 2004. Da lì in poi, mai avuto tempo neppure per respirare. Tutto era sempre una girandola di eventi, molti dei quali partoriti lì al momento, del tipo che incontri caio che ti vuole intervistare, tizio che ti vuole conoscere, sempronio che vuole parlare di lavoro.
Quest’anno ho avuto due ore due tutte per la fiera: un evento clamoroso.
Ci svegliamo con un sottile rumore di pioggia. Ecchessaràmmai, siamo adulti e vaccinati. Lasciamo la pargola coi miei genitori, io trovo il coraggio: mi vesto. Ebbene sì, giro la fiera in cosplay. Avevo un’intervista a mezzogiorno, per cui sotto avevo un vestito normale, ma ho girato la fiera, come avrete modo di vedere più sotto, vestita da Monaca di Monza Rossa Medievale. Una roba che manco vi dico.
Che dire della fiera. Un delirio. Ormai sono vecchia, non so più sgomitare, tanto è vero che chiedevo scusa a tutti, e dopo un’ora e mezza in piedi già barcollo, nonostante la scarpe comodissime (e affatto adatte all’abito, sgrunt…). Però me la sono goduta. Ho preso quel che volevo, ho spulciato, guardato, apprezzato. Solo la parte Comics, ahimè, ma è più di quanto sia riuscita a fare in sei anni di frequentazione della fiera. Gli acquisti, già sciorinati a Fantasy On Air, sono stati: i già citati Avarat e Rat-Man, il primo numero di Lady Oscar (tutta la serie costava uno sproposito, se mi acchiappa magari poi faccio il grande passo), prima e seconda serie di Rayearth, tutti i DVD i Là Sui Monti con Hannette, un mito della mia infanzia, la serie completa di I”s, Deficient & Dragons, anche questo il volume con tutta la saga, l’ultimo libro di Eriadan, l’ottavo, il secondo libro della saga Avelion, di Alessia Mainardi. Che ve ne pare? Ah, e l’immancabile calendario dei Muse. Ho lasciato sul campo tutti i DVD dello Sherlock Holmes di Miyazaki, ma conto di prenderlo in futuro, e un meraviglioso pelouche del Gattobus di Totoro, che però costava un occhio della testa. Poi ci sono gli acquisti del marito, ma sono cose che non leggo, per cui…

Domenica a pranzo: l’evento
Avevo un appuntamento a pranzo, un appuntamento sulla cui natura al momento non mi dilungo. Voglio lasciare un po’ di suspence. E insomma, avevo un impegno prima, ossia un’intervista da usare nel materiale della App delle Creature per iPad, iPhone e smartphone vari.
Riassunto delle precedenti puntate: in un futuro prossimo verrà commercializzata un’App ispirata alle Creature del Mondo Emerso. Ci troverete le illustrazioni del libro, ovviamente, ma anche molto altro: schede dei personaggi, ad esempio, illustrazioni ulteriori e inedite, footage vario e interviste, appunto.
Arriviamo nella casa in cui faremo il tutto e scatta la tragedia. Perché io ho contato tipo tre quarti d’ora per il tutto, che mi lascia un certo margine per riuscire a raggiungere Voinonsapetechi a pranzo, e invece la cosa si prende un’ora e mezza secca. E io entro nel panico. Perché odio essere in ritardo. Mi pregio di essere una persona precisa in determinati aspetti della mia vita (in altri nettamente no, ma questo non è uno di quelli): consegno il lavoro entro le dead lines, arrivo sempre puntuale agli appuntamenti, e se non arrivo puntuale è perché sono andata a sbattere da qualche parte con la macchina o mi sono persa miseramente per knock out del navigatore. Per cui, guardo Giuliano terrorizzata, lo prego di mandare sms di scuse preventive, mi macero dentro.
L’appuntamento è alle 13.15, e io finisco il tutto alle 13.15 o giù di lì. Vi tranquillizzo: all’esterno non s’è visto niente. L’intervista è venuta su bene, mi sono anche divertita, mentre una parte di me ovviamente mi urlava che ero in ritardo spa-ven-to-so.
Ma vabbeh, usciamo. Finché siamo al coperto, il cielo è grigio, ma le gocce poche. Facciamo appena in tempo a scendere dalla macchina che si scatena l’apocalisse. E io devo fare mezza Lucca a piedi.
Immaginate la scena.
Le buste degli acquisti mattutini nelle mani. La borsa che pende. Il marito che arranca dietro con l’ombrello urlando: “Ma è inutile che corri, li abbiamo avvisati, e poi ti bagni!”. Io che sego le file, taglio per campi, corro e intanto la pioggia trasforma le vie di Lucca in simpatici torrenti montani. Intanto a telefono continuo a scusarmi, dico che se è tardi no problem, annulliamo, non senza che poi io mi fustighi con un gatto a nove code sulla pubblica piazza.
Una scena pietosa. Comunque. Alle 13.45, o forse più le 14.00, finalmente arrivo. Con un’ora di ritardo. Da Voinonsapetechi.

Domenica primo dopo pranzo: voinonsapetechi

Ok, adesso lo sapete. L’appuntamento era con Leo Ortolani. Del quale, dovreste saperlo, non è che sono fan, ddeppiù. Lui c’è più o meno sempre a Lucca, sempre al di là della mia portata. In genere ci sono frotte e frotte di persone che vogliono incontrarlo, una volta Giuliano ha provato, e c’era una coda stratosferica, e credo occorresse anche munirsi di numerello, per cui ha rinunciato. Francamente non speravo sarei riuscita non dico a conoscerlo, ma manco a intravederlo da lungi. E invece…
Va detto che nell’occasione ho mostrato tutta la mia possanza.
Entro fradicia e senza fiato. Sugli occhiali ho un misto di condensa, pioggia e non so cosa, per cui sono virtualmente cieca. Non distinguo gli uomini dalle donne, non saprei esattamente manco dire quanta gente c’è nella stanza. E per un minuto resto così, come una babbea, balbettando patetiche scuse sul ritardo.
Il resto dell’incontro è purtroppo esattamente come me lo sono immaginato: io che non riesco a dirgli un miliardesimo di quello che vorrei. Tipo che trovo sia un genio. Tipo che non esiste fumetto al mondo che mi faccia fare un minuto secco di risate a scena aperta come quella che mi sono fatta il giorno prima leggendo Avarat. Che 299 è probabilmente la più bella parodia a fumetti che abbia mai letto, e non solo perché è piena di trovate geniali, ma perché trovo che il senso che ha saputo dare alla storia sia strepitoso. Che io davvero non ho abbandonato l’idea folle di fare un giorno io il cosplay di Rat-Man, per il quale ho innegabilmente il physique du rôle – fatta eccezione per le tette – e Giuliano quello di Cinzia. Sì, ok, Giualiano non è molto d’accordo, ma prima o poi lo convinco. E non è che sia mancata occasione per dire queste cose. No. È che non sono stata capace di dirle, perché sono fatta così: perché certe cose posso solo scriverle, mai dirle a voce. Forse piuttosto che conoscere i miei miti dovrei limitarmi a scriver loro delle belle mail chilometriche. E quindi sono stata lì, a guardarlo un po’ come si fa con le apparizioni della Madonna, a versarmi addosso l’aperitivo (sì, è successo, non sto scherzando) e a fare complessivamente la figura della scema. Ma è stato bello. È stato bello star lì a parlare di cinema e fumetti, e di leva militare, roba che mentre lui parlava mi si aprivano in testa tutte le vignette de L’Ultima Burba.

Domenica pomeriggio: l’apocalisse

Verso le 15.00 parto per riattraversare tutta Lucca e andare all’intervista per Fantasy On Air. Usciamo, il cielo promette male, ma non piove. Il tempo di fermarci a prendere un panino (no, non avevo pranzato) e si scatena l’inferno. Viene giù il mondo. Io e Giuliano abbiamo solo il mio ombrellino da borsetta, che a stento basta per me. Il risultato è che tutta la parte sinistra del mio corpo si bagna. Ma il verbo bagnare non rende. Voi immaginate gli abiti appena usciti dalla lavatrice, ma senza centrifuga. Immaginate quattro strati di vestiti – la cappa, l’abito medievale, una maglietta e una canottiera – zuppi che li si può strizzare. E immaginate un paio di sneakers che si fanno mezza Lucca sotto il diluvio universale. Fin più o meno a metà resistono stoicamente, poi, d’improvviso, come il proverbiale quadro di Novecento di Baricco, decidono che non vale più la pena. E si inzuppano senza preavviso. Roba che sentivo proprio l’acqua traboccare, e andare avanti e indietro nella scarpa in simpatiche onde.
In queste condizioni arrivo a Fantasy On Air, e confesso che per un minuto buono non mi riesce di sorridere. Sto maledicendo la pioggia, l’autunno, la scarpe, la cappa, Lucca e l’universo. Poi torno in me. E faccio quel che devo, mentre l’adrenalina monta.

Domenica pomeriggio: adrenalina

Mentre cerco di capire come fare a non prendere una polmonite, ho il secondo incontro di giornata, stavolta con Voinonpotetecapirechi. Ok, chi conosce il signore con me nella foto di Thomas Baudone di Mondo Nerd (grazie!) capisce perfettamente. Per tutti gli altri, vi dico che all’improvviso scopro che nella stanza con me c’è Terry Brooks. Sì, quello di Shannara. Sì, uno dei miti mondiali del fantasy. E così, senza dire né ai né bai, mentre io sono nella saletta dietro la sala in cui terrò la presentazione, un ragazzo dell’organizzazione mi fa “Vieni che ti presento Terry Brooks”.
La cosa è così improvvisa che non ho tempo di avere paura. Poi ho l’adrenalina che va ovunque, non so bene perché. Per cui gli stringo la mano e parto – giuro – con la conversazione in inglese più fluida che abbia mai avuto in vita mia. Roba che non esito, vado sparata, sorrido, capisco, rispondo. Una parte di me mi guarda da fuori e fa “Ma te da dove sei uscita?”. Aiuta tantissimo il fatto di avere davanti una persona squisita: avremo parlato tre minuti, ma lui è stato di una gentilezza spettacolare, mi ha messo a mio agio con due parole, è stato veramente un incontro piacevolissimo.

Domenica pomeriggio: presentescion

(grazie ancora a Thomas Baudone per la foto!). Io sono da strizzare. E inizio ad avere freddo. E qui giunge in aiuto Paolo Barbieri, che mi presta un maglioncino che gli avanza. Purtroppo mi cambio come avrete intuito: marito e Paolo tirano su i cappotti e mi coprono, e io praticamente mi spoglio in mezzo e dieci persone. Però, capitemi, a parte i piedi immersi in due dita d’acqua, ero zuppa, ma proprio zuppa.
La presentazione mi sembra sia andata bene. Mi spiace enormemente per chi non è riuscito ad entrare, purtroppo per ragioni di sicurezza non si poteva fare altrimenti. E grazie infinite a chi c’era, a tutti i cosplayer, le cui foto cercherò di pubblicare il prima possibile, a chi mi ha fatto domande, a chi mi è stato sentire, e chi c’era e chi avrebbe voluto e non ce l’ha fatta. Mi sono divertita, è stato un bel modo di stare insieme.

Domenica sera: firma copie

Non c’è molto da dire al riguardo, se non che, ancora, mi spiace che ci siano persone che non siano riuscite ad avere l’autografo: anche qui, problemi di sicurezza e di tempistica degli organizzatori hanno impedito di soddisfare tutti. Dai, speriamo ci sia un’altra occasione.
La cosa che mi ha divertita di più è stato il posto in cui abbiamo fatto la firma copie: sì, è quel che credete. Un gigantesco rotolo di carta igienica. È che eravamo nello stand della Tempo, per cui…

Quel che resta

Un sacco di cose, e tanti ringraziamenti da fare. Innanzitutto a Thomas di liciatroisi.eu, che ha trasmesso la diretta e mi ha fatto anche un bellissimo regalo che a breve vi farò vedere. Mi ha anche passato una domanda di uno degli spettatori, nello specifico Andrea da Napoli, che voleva sapere quale fosse il mio cattivo preferito: è una bella gara tra Aster e Kryss. Aster è il primo amore, diciamo, ho sempre provato una grossa empatia per lui. È vero, ha delle idee aberranti, ma in fin dei conti c’è una logica in quel che dice, e soprattutto fa quel che fa perché è disperato. Kryss invece è cattivo fino all’osso, ma credo sia un cattivo con un fascino perverso, qualcuno per il quale si possono fare cose tremende. Si scopriranno meglio i suoi fini ne Gli Ultimi Eroi.
Venendo al regalo di Thomas, eccolo qua

La maglietta è bellissima, e il disegno, fantastico, è di Giacomo aka tuttobianco, cui faccio i complimenti e che ringrazio infinitamente.
Infine, sono partita disarmata e sono tornata con una spada, e che spada. Purtroppo non ricordo il suo nome (se ci sei, batti un colpo e palesati nei commenti o per mail :) ), è un ragazzo che ha realizzato un bellissimo cosplay di San. È stato emozionante vederlo, San è un personaggio cui sono molto affezionata. E aveva con sé una meravigliosa spada di Nihal in gommapiuma, che mi ha regalato alla firma copie. È stato un regalo meraviglioso: confesso che avrei sempre voluto una riproduzione della spada di Nihal, una volta chiesi anche ad alcuni ragazzi che fanno GdR dal vivo se fosse una cosa fattibile, e ho scoperto che non è per nulla banale realizzare una cosa del genere. Ecco a voi la spada (perdonate la faccia da scema, ero stanchissima)

E insomma, grazie ancora una volta a tutti quanti. Sono stati due quasi giorni fantastici e indimenticabili. Non potevo sperare di chiudere meglio – almeno per ora – il ciclo del Mondo Emerso.

P.S.
Metterò presto online altre foto. Chiunque non gradisca che pubblichi la sua foto, me lo faccia sapere. Se ho già pubblicato, provvederò a rimuovere appena me lo direte.
Thomas sta lavorando per mettere online un video della presentazione; quando ce l’avremo, ve lo farò sapere. Intanto potete godervi la mia intervista per Mondo Nerd. Sì, ero molto schizzata.

Intervista Mondo Nerd

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