Archivi del mese: gennaio 2011

The shape of things to come

Lo so, il titolo l’ho già usato. Ma, capitemi, vengo da un weekend di assoluta nullafacenza, i cui effetti sto risentendo anche stamattina. Per questo, oggi semplice segnalazione. Ricordate la app dedicata all’illustrato delle Cronache? Ebbene, arriverà a breve, e per breve intendo da qui a pochi giorni. Dentro ci troverete testi e illustrazioni del libro, ma anche interviste inedite e contenuti speciali, tra cui un po’ di chicche sui personaggi.
Per ingolosirvi, allego trailer :P

creature_nuovo (iPhone e iPod)

19 Tags: , , ,

Il passato e il presente

Oggi è la Giornata della Memoria. Me l’ha ricordato una frase di mia suocera, qualche giorno fa.
“Di recente non si sente parlare più molto della Shoà” ha detto.
E mi sono allora resa conto che siamo in un momento delicato. I sopravvissuti ai campi di concentramento sono sempre più vecchi, e a breve non avremo più testimoni diretti di quel che è stato. I primi li incontrai alle scuole medie, durante un incontro tremendo e bellissimo. Ormai sono passati diciassette anni. Chissà che fine hanno fatto quelle persone, se sono ancora vive, se girano ancora per le scuole a portare la loro testimonianza. Perché sentire raccontato quel che è stato dalla voce diretta di chi l’ha vissuto è importantissimo. È più difficile negare di fronte a chi c’è stato, a chi a distanza di sessantasei anni ancora non riesce a parlarne senza il groppo in gola, senza la fatica di dover ricordare l’indicibile.
Quando anche l’ultimo dei sopravvissuti sarà morto, ci resterà davvero solo la memoria. E allora la Shoà smetterà di essere una ferita sanguinante, e diventerà storia: qualcosa di asettico, di lontano, che si studia nei libri e non genera più alcuna emozione. E io non credo sia giusto così. Credo che la memoria non debba essere un mero esercizio retorico, ma debba insegnarci qualcosa. È sicuramente ingenuo ritenere il percorso dell’uomo come una specie di “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità: ma è pur vero che se lo storico deve limitarsi a capire e registrare, l’uomo deve invece apprendere dagli errori, se vuole sperare di vivere in un mondo migliore. E quindi questa ferita non deve smettere di sanguinare: ce la dobbiamo aver presente sempre in mente. E dobbiamo attualizzarla, per cogliere sempre nel presente i segni che quel che è stato possa essere in procinto di ripetersi. Perché può ripetersi. Erano uomini come noi quelli che tenevano la contabilità di Auschwitz, erano persone normali quelle che immaginarono e progettarono la Soluzione Finale.
Cito due eventi recenti che dimostrano che quel passato non è così remoto, che ha gettato purtroppo dei germi. Uno non ve l’avevo segnalato, l’altro riguarda l’espandersi della questione della censura di autori non graditi dalle biblioteche di Venezia

Un prete dell’aretino invoca la soluzione finale per il rom
Saviano censurato
Il proclama degli scrittori contro i libri banditi dalle biblioteche di Venezia

54

Pranzi solitari

Credo di avervelo già detto, all’università mangio da sola. Non è proprio una scelta. È che per motivi dietetici vado a mangiare al centro commerciale, l’unico posto dove posso sperare di mangiare un po’ più sano, ma siccome costa, i miei colleghi preferiscono o portarsi il cibo da casa o comprare qualcosa al bar.
E insomma, mentre mangio da sola, in genere navigo in rete con l’iPhone.
Ecco, io da un mese a questa parte all’ora di pranzo leggo una sola cosa: il gossip sul Presidente del Consiglio. Lo trovi un po’ ovunque. Su Gossipblog, perché, ahò, è uno scandalo, dove vuoi leggerne. Sui giornali online, mi sembra sacrosanto, ci sono ipotesi di reato, è giusto che i quotidiani se ne occupino. Su Tvblog, perché il pers. del cons. ha fatto l’ennesima telefonata isterica a Santoro/Lerner/Floris.
Mi diverto? Tutto sommato sì. Tra intercettazioni di donnine allegre e commenti dei naviganti, per lo più indignati, ma in piccola parte attaccati unghie e denti ad una difesa sempre più grottesca dell’indifendibile, è una lettura agile e divertente per riempire la pausa pranzo. È ovviamente una cosa molto triste. Intendo che l’Italia tutta venga trascinata in una squallida storia di prostitute e utilizzatori finali, ma se riesci a sorvolare su questo punto, è come leggere delle corna dell’attore tot ai danni dell’attrice tot: una lettura adeguata a svuotare la mente.
La mia domanda ora è: ma se veramente questa è la volta buona, se davvero Berlusconi è politicamente finito, io poi cosa leggo mentre mangio?

21 Tags: , ,

The birds

Da ragazzina vidi Gli Uccelli di Hitchcock. Mi piacque molto, a tutt’oggi è uno dei miei film preferiti, ma ovviamente mi lasciò anche abbastanza turbata. Voglio dire, è un film che inquieta, l’idea che creature ritenute sostanzialmente innocue come gli uccelli d’improvviso impazziscano e si mettano ad attaccare gli uomini tocca corde profonde. Comunque, quel film ha modificato il mio immaginario. Roba che quando vedo gli uccelli appollaiati sui fili dell’alta tensione, resto sempre un po’ in allerta.
Ora, a Roma c’è il problema degli storni. Credo sia una cosa che riguarda un po’ tutte le grandi città. Gli storni si muovono in grossi stormi, e mi pare siano anche abitudinari, perché la sera hanno l’abitudine di riunirsi sempre nello stesso posto. Quando ero ragazzina erano di stanza a Termini. Per me casino di tanti uccelli riuniti e guano come se piovesse significava che ero in centro, visto per altro che in centro ci andavo abbastanza raramente. Poi si sono spostati. C’è stato il periodo Trastevere, se non erro, e un altro paio di zone che ora non ricordo. Da dicembre è arrivato il turno della facoltà di scienze di Tor Vergata.
Quando esco, la sera, rimango assordata. Sono tutti lì, appollaiati sui platani davanti al parcheggio. È uno spettacolo impressionante. Centinaia di uccelli che strillano a tutto spiano appollaiati a grappoli sulle cime degli alberi. Sembrano complottare qualcosa, con quelle loro vocine stridule. E la cosa più impressionante è che ogni tanto si zittiscono. Di botto. Come seguendo un ordine. Tutti zitti per qualche secondo. Poi riprendono.
Li ho sempre trovati bestie inquietanti. Innanzitutto il fatto che si muovano in stormi così grossi. Contano centinaia di uccelli. Quando si spostano formano quelle nuvole cangianti che si vedono in cielo. Anche lì, hanno un comportamento irrazionale. Vanno dritti, poi, bon, girano tutti insieme, poi si fermano e tornano indietro, poi procedono, come se qualcuno gli impartisse degli ordini.
Io lo so che probabilmente funziona che uno o due uccelli d’improvviso stanno zitti, e gli altri lo imitano, e così lo stormo si zittisce tutto. Lo so. Ma non riesco a non guardarli con sospetto. Fermi sui rami, sembrano guardarti. Ormai quello è il loro territorio, non il tuo. Di giorno l’università è il regno degli uomini, ma di notte, quando tutte le luci si spengono, sono loro i padroni.
Così, la sera, quando esco dall’università, li guardo con sospetto, e loro ricambiano. Domattina ci sarà solo il loro guano, e loro saranno andati via, ma so che la sera li troverò di nuovo, pronti a reclamare ciò che gli spetta.

24 Tags: , ,

Le Chiavi del Regno 3 – La Fine (?)

Io non lo so chi l’ha attaccato alla porta del bagno delle Chiavi del Regno, qualche giorno fa. So solo che è un genio.
Chapeau

(questa serie di post mi sta dndo grandi soddisfazioni)

27 Tags: ,

La sera a casa di Silvio

Le dimensioni dello scandalo Ruby sono tali che ormai un po’ tutti ne parlano. Dopo lo sconcerto, lo sdegno, l’incazzatura, siamo alla pietà. Un po’ tutti si sono resi conto di avere a che fare con uno malato, per cui sono partite le trenodie sulla fine dell’impero, sulla paura della morte, sull’imperatore che cerca di ingannarla circondandosi di carnazza fresca. Tutte cose vere, per carità.
Poi, ieri sera, leggo il commento del diretto interessato su tutto questo bailamme: “Mi sto divertendo”.
La prima reazione, di pancia, è un bel vaffanculo. Pensa quanto si sta divertendo l’Italia, costretta a fare il catalogo delle mignotte mentre si propongono roghi di libri, aumenta il numero di morti nella non guerra in Afghanistan e la Fiat smantella i sindacati. Ma poi ci ho ripensato, e ho capito che ha ragione lui. Berlusconi non può far altro che divertirsi di fronte a questo casino che come al solito vede lui unico motore immobile, il centro di gravità permanente. Perché le accuse cambiano, i nomi si succedono, ma lui sta sempre lì, saldamente in sella.
Pensateci. Noi ce lo immaginiamo povera vittima di queste ragazze che prima offrono le loro grazie – dietro lauto pagamento, ovviamente, che si tratti di soli, di una sedia in parlamento o di qualche altro corrispettivo – e poi alle spalle lo chiamano vecchio e si propongono di rubargli in casa, già lo vediamo, annegato tra chiappe e tette, che cerca di allontanare lo spettro della morte. Ci piace pensarlo così, abbandonato dopo l’ennesimo festino, che sente un vuoto salirgli dentro, mentre si fa l’ennesimo trapianto di capelli. Ma tralasciamo un attimo questa visione romantica, e riflettiamo.
È provato che a casa sua ospitava un ben noto mafioso, e ha un carissimo amico e socio in affari condannato in due gradi di giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Qualcuno ha detto qualcosa? Qualcuno è riuscito a schiodarlo dalla poltrona? No. Gli italiano anzi hanno fatto vincere il suo partito alle elezioni per tre volte.
Almeno per il Lodo Mondadori è appurato che è un corruttore, ma il reato è caduto in prescrizione. Il processo Mills giunge sostanzialmente alle stesse conclusioni, e infatti Berlusconi sta cercando di bloccarlo con tutti i mezzi. C’è stata qualche rivolta di piazza? Qualcuno, ancora, è riuscito a schiodarlo dalla poltrona? Ma no! È ancora il più amato dagli italiani.
Ora scopriamo che la prostituzione, pubblicamente deprecata, gli piace parecchio, anche quando la professionista è una minorenne, e che per pararsi il deretano mette in campo tutto il suo potere, macchiandosi di concussione. È questo per gli italiani un problema? C’è gente armata di forconi e torce sotto palazzo Grazioli? Assolutamente no.
Ergo, Berlusconi non deve temere la vecchiaia, la morte. Ha già vinto. Lui è oltre. Ha già quella forma di immortalità che si chiama impunità, e non tanto davanti ai giudici, quanto davanti al popolo italiano, che continua a credere alle sue panzane, che continua a sorbirselo e se potesse lo rivoterebbe esattamente come ha fatto in questi ultimi sedici anni, perché “poi sennò ci sono i comunisti, o – dio non voglia – i culattoni al potere”.
Per altro, Berlusconi entrerà nei libri di storia, e a buon diritto. Ha veramente cambiato l’Italia – che poi sia in peggio che conta, pure Mussolini lo studiamo a scuola e ha distrutto il paese – ha stravolto la testa degli italiani. Ci ha insegnato che l’unica realtà è quella proposta dai reality delle sue tv, che una bugia ripetuta mille volte diventa la verità, ci ha imposto cosa amare, da cosa farci allupare e cosa odiare, sparandocelo 24/7 dalle sue tv. È inutile che stiamo qui a piangere il cadavere, perché lui è e sarà sempre vivo. Ha vinto, e noi abbiamo perso.
Per cui, vi dirò, io non sentirei tutta questa pietà per uno che, se pure tutto va come speriamo, uscirà di scena a 74 anni suonati, impunito, tutto sommato ancora amato, e circondato dalla sua amata corte dei miracoli. La classica dimostrazione che nella vita reale le favole raramente finiscono bene.

83 Tags: , , ,

Misfits

Prima di cominciare col post di oggi, qui potete leggere un po’ di aggiornamenti sulla questione che abbiamo discusso ieri.

Dunque, si torna all’antico, con un bel post di recensioni.
Dopo Lost, sono rimasta orfana. Sì, seguivo Dexter, ma non con la passione con cui mi avvicinavo a Lost; certo, c’era Desperate Housewives, che però dà una fruizione un po’ diversa, e comunque seguivo da prima del famigerato show di Lindelof&Cuse. Insomma, cercavo qualcosa di nuovo. La Fox ha cercato di ammaliarmi con torme di pubblicità: Glee su tutti (visto un episodio, carino, ma pretestuoso al massimo nel cercare con tutti i mezzi possibili e immaginabili di infilare tot canzoni in ogni puntata), e poi Walking Dead, Body of Proof, No Ordinary Family. E poi lui. Misfits.
Non lo so cosa mi abbia attirata. L’idea di base è qualcosa tra il ridicolo e il banale: cinque baldi giovanotti, riuniti per partecipare a un programma di rieducazione per minori – sono costretti ai servizi sociali per via di crimini che hanno commesso – durante uno strano temporale acquisiscono i superpoteri. Sostanzialmente la stessa idea alla base di No Ordinary Family. Solo che quelli sono good guys, questi sono i cattivi. Per cui, non è che l’idea mi attirasse più di tanto. Ma è una serie inglese, e i pochi episodi che avevo visto di Whitechapel e Life on Mars – anch’esse inglesi – mi avevano convito che in UK ci sanno fare. E così, un pomeriggio che ero costretta a casa perché mia mamma non poteva stare con Irene, ho visto il pilot.
Ora, io non lo so cosa mi abbia colpito così tanto. Ma il primo episodio mi ha convinta a seguire tutta la serie. Innanzitutto mi è piaciuta l’atmosfera scazzata e sottoproletaria, che grida UK da ogni poro. Non siamo in america, e la serie lo rimarca ogni tre per due, insistendo sul contesto degradato, e sugli antieroi che non sono duri dal cuore tenero, sono proprio relitti umani tout court. Qui non c’è nulla di edulcorato, non ci sono sconti. I nostri “eroi” sono cinque sociopatici che se li vedi per strada cambi marciapiedi. Credo sia questo il vero segreto della serie: un’atmosfera tremendamente realistica nella quale irrompe il sovrannaturale. Ma anche l’elemento da fumetto supereroistico viene trattato in modo assolutamente credibile: i Nostri fanno quel che faremmo noi se scoprissimo così, di punto in bianco, di avere i superpoteri.
Poi, finalmente un teen drama in cui i protagonisti sono ragazzi veri, non versioni ripulite e “adultizzate”. Questi sono adolescenti difficili come se ne possono incontrare davvero: sono sboccati, violenti, fissati col sesso, strafottenti, perduti. E ci si immedesima con loro perché sono vivi e vividi. Non per niente guardando la prima puntata – che al momento è anche l’unica che ho visto – mi sono ritrovata catapultata nella mia scuola media, la bellezza di diciassette anni fa, negli anni più difficili della mia vita. Io ce l’avevo in classe gente così: c’era un Nathan che ha fatto una brutta fine, e le Kelly abbondavano. E tutti noi, del resto, abbiamo mandato a puttane almeno una buona occasione come ha fatto Curtis. Ed è per questo che in qualche modo finiamo per voler bene a quei cinque poco di buono: perché magari li abbiamo incontrati nella vita vera, o perché siamo come loro, nei nostri angoli bui. Come loro siamo soli e disperati, sono il nostro lato oscuro, che non vorremmo mostrare a nessuno.
Insomma, a me sembra veramente promettente. Ieri ero tentata di vedere in diretta la seconda puntata, ma stavo lavorando – e molto bene – sul mio prossimo libro, quello off Mondo Emerso, e non volevo interrompere la vena. Comunque, se non sarà stasera, presto vedrò il secondo episodio, e allora inizierò a capire se ne vale davvero la pena, o è solo un fuoco di paglia.

39 Tags: , ,

Fahrenheit 451

Oggi volevo fare ancora un po’ di critica, nel senso che l’idea era quella di postare un commento a Misfits, miniserie inglese su un gruppo di teppistelli che d’improvviso acquista i superpoteri.
Ieri sera, però, Giuliano mi ha segnalato il seguente post. Ora, la questione Battisti c’entra di striscio, e non l’affronterò. Una volta mi misi di buzzo buono a seguire il dossier di Carmilla sul caso, ma sono annegata ben presto senza riuscire a farmi un’idea precisa. Qui il problema è un altro: è che qualcuno rimpiange l‘indice dei libri proibiti. Si tratta di censura.
In un paese libro ognuno ha diritto a esprimere la sua, finché le idee espresse non sono contrarie alla legge, e vivaddio quasi nessuna opinione lo è, visto che di reato d’opinione in Italia c’è rimasta giusto l’apologia di fascismo, che comunque non viene mai punita (neppure in casi eclatanti). Non si ritirano dalle biblioteche pubbliche i libri perché le opinioni degli scrittori non ci piacciono, perché di questo si tratta: di quaranta e passa autori la cui opinione non è allineata a quella governativa. E badate bene che quell’opinione la si può condividere o meno, non ha importanza: è il principio che conta. Nelle librerie del Veneto può entrarci – e giustamente! – il Mein Kampf, ma non Q dei Wu Ming. Senza contare i mezzi rozzamente ricattatori con cui si vuole mettere in atto la cosa: ogni libreria fa per sé, certo, ma se non fa come diciamo noi se ne deve “prendere la responsabilità”. Cioè, immagino, no soldi, no finanziamenti. Fantastico.
La cosa migliore è il silenzio assoluto sotto il quale sta passando la cosa. Per trovare la notizia originale mi sono dovuta votare a Leggo, giornale gratuito distribuito sulla metro, noto più che altro per le tette e i culi che in genere mette in copertina. Siamo un pelo sopra il giornale di gossip, insomma.
Il problema è che ci siamo assuefatti, e ormai bolliamo certe cose come pure provocazioni da parte dei “soliti”. No. Non funziona così. Ci stanno mitridatizzando al fascismo. A piccole dosi ce lo stanno infilando ovunque, ci stanno insegnando a non protestare. Non voglio dire che il Pres. del Cons. indagato per sfruttamento della prostituzione sia meno importante di questo, ma tra una escort e l’altra i giornali dovrebbero trovare spazio anche per questo. E spiegarci perché è una cosa grave, visto che è evidente che gli italiani non sono più in grado di decifrare eventi del genere.

45 Tags: , , ,

La sindrome di Lost – seconda (inattesa) parte

L’annata letteraria è iniziata molto bene, devo dire, sia perché sto leggendo molto, sia perché le cose che leggo mi piacciono. Stamattina ho finito Le Luci nelle Case degli Altri, romanzo delizioso che mi sento di sicuro di consigliarvi, e mi è tornato in mente ancora il post di ieri. Attenti che c’è qualche piccolo spoiler.
A parte la considerazione che se c’è una cosa che ad andarla a toccare si solleva un vespaio, quella è Evangelion: il post parlava di XY, o comunque portava avanti un discorso generale, e invece s’è finiti a parlare solo di quello. Ma, a parte questo, Le Luci nelle Case degli Altri mi permette di prendere ancora in mano il problema di come le trame vengano usato – o abusate – per veicolare determinati messaggi.
Il libro in questione è un puro mainstream, però è narrativa. Certo, l’importante sono le psicologie dei protagonisti, ma i loro percorsi vengono portati avanti tramite una trama, una trama che per altro ha al centro un mistero. Il mistero in qualche modo spinge tutta l’azione, ne è il motore immobile, permea le pagine.
Che succede però? Che alla fine la risoluzione del mistero non è importante. Non è importante per la protagonista, non lo è per i numerosi comprimari. È il senso del libro, il suo significato più profondo. Ma. Ma il libro termine con un’appendice, due pagine in cui i pruriti più “gossippari”, se vogliamo, del lettore vengono esauditi, e il mistero risolto. Ecco. Questo è un racconto portato avanti come si deve. Il libro sta perfettamente in piedi anche senza le due pagine finali. In questo senso il mistero è il McGuffin di cui parlava ieri un commentatore: porta avanti l’azione, in qualche modo le dà il là, ma la sua risoluzione non è indispensabili ai fini dello scioglimento e dell’intreccio e del senso del libro. Le ultime due pagine sono un surplus, una giusta chiosa che permette di aggiungere un ulteriore punto di vista alla vicenda.

Non lo so, a volte penso che forse sono troppo conservatrice, che invece di essere una scrittrice di trenta anni ne sembro una di sessanta, quanto a intolleranza sulle regole del narrare storie. Ma per me un’opera letteraria deve essere compatta: va bene Il Pasticciaccio, con un inizio ma senza fine, perché l’assenza della risoluzione al giallo trova una perfetta corrispondenza e nella filosofia del libro e nella sua lingua, in un fantastico gioco di risonanze in cui il contenuto rimanda alla forma e viceversa, ma appunto che le cose tornino, alla fine, che uno non senta di aver perso tempo in un viaggio senza scopo.

19 Tags: , , ,

La sindrome di Lost

Non è mia abitudine recensire i libri che non mi hanno entusiasmato. Lo era, non lo è più. Non lo so, è che da scrittrice mi sento in imbarazzo a criticare gli altri: ho così tanti difetti io che mi sento come chi guarda la pagliuzza nell’occhio altrui senza accorgersi della trave nel proprio. Capirete allora perché il post che state per leggere arriva a distanza di cinque giorni dalla lettura del libro in questione. C’ho dovuto pensare, ecco. E alla fine mi sono convinta a fare un’eccezione. Perché? Più che altro perché il libro in questione mi permette di fare un po’ di riflessioni di carattere generale, che esulano da una recensione vera e propria. Per altro, dell’autore in questione ho letto solo questo libro, che così, a naso, mi sembra piuttosto atipico per la sua bibliografia. Per dire, non mi azzardo proprio a giudicare l’autore da questo libro qua, che anzi m’ha fatto venir voglia di leggerne altri di suoi.
Innanzitutto, il titolo del post. È preso da una recensione su internet. Il libro recensito è XY di Veronesi. L’ho rubato perché, chiuso il libro, il mio parere era proprio quello del titolo: Lost ha fatto scuola. In verità, la sindrome di Lost andrebbe più correttamente chiamata la sindrome di Evangelion. Hideaki Anno è stato il primo a costruire una trama in cui l’evento misterioso è meramente pretestuoso: per venti puntate il regista ti tiene lì facendoti credere che si sta parlando di misteriosi angeli che stanno attaccando la terra, e invece nelle ultime sei ti spiega che aveva giocato, che il vero tema era l’evoluzione psicologica di Shinji, per cui la trama degli angeli viene del tutto abbandonata. Lost fa lo stesso: per sei stagioni ti fa credere che si stia parlando dei misteri dell’isola. Negli ultimi due episodi ti rivela invece che stavamo parlando dei legami che i personaggi avevano sviluppato tra loro. I misteri dell’isola? Ecchissenefrega, erano solo specchietti per allodole.
XY è molto più onesto. Parte facendoti in effetti credere che il nodo centrale del libro sia il misterioso evento accaduto a Borgo San Giuda, ma dopo un’ottantina di pagine (su 394 che ne conta il libro) il lettore scafato ha già capito che il mistero rimarrà tale, e che il problema sono la psichiatra e il prete, il loro rapporto, i loro problemi. Per cui, riflettendoci, XY non può essere del tutto ascritto al genere. Se non fosse che tutto il resto dell’impalcatura del romanzo scricchiola: infilare un evento grottesco e impossibile al centro dell’intreccio non aiuta certo a dare credibilità al discorso generale scienza vs fede. Voglio dire, in un contesto realistico come quello in cui si svolge la vicenda, che senso ha infilarci un massacro senza senso logico, che evidentemente in un mondo così strutturato non può avere luogo? La sospensione della credulità se ne parte per la tangente e il discorso complessivo perde di mordente. Voglio dire, meglio articolare un discorso sull’assurdità dell’esistenza partendo da un fatto plausibile, piuttosto che da uno ovviamente privo di logica. Mica ne mancano di fatti cui è difficile dare un senso nella nostra vita di tutti i giorni: non stiamo a interrogarci sul senso della morte, per dire, dall’alba dei tempi? Sarebbe stato banale? Dipende. Tutte le storie in principio sono banali.
Comunque, la sindrome di Lost si esplica altrove. Un terzo del libro ci parla della salute psichica della gente del Borgo. Il prete e la dottoressa ci si spendono un sacco, per altro in un mondo in cui a nessuno frega niente delle conseguenze psicologiche che l’evento ha avuto sugli abitanti del paesino, mentre loro non vogliono ignorare la tragedia, anzi, la vogliono mettere al centro della loro analisi. La sottotrama viene completamente dimenticata alla fine del libro. Che fine fanno gli abitanti di Borgo San Giuda? Boh. Guariranno? Impazziranno tutti? Perché a nessuno gliene frega più niente? Soprattutto, perché era così vitale, fino ad un attimo prima, tener conto di quanto era successo – se proprio non si voleva capirlo, come fa il prete – e ora invece non ha più importanza? Perché curare la gente di Borgo San Giuda era una cosa vitale, e adesso non lo è più?
Comunque, come dicevo in apertura di post, il discorso è più generale. Esiste la letteratura di genere, esiste il mainstream. Non sto dicendo che i due filoni non possano ibridarsi, e dar luce a qualcosa di nuovo. Dico solo però che se vuoi ibridare il genere, prima lo devi conoscere. A differenza del mainstream, il genere è codificato, e se vuoi romperne le regole, puoi farlo solo dopo averle assimilate. Nessuno parte dipingendo come Pollock: un onesto artista tipicamente inizia copiando dal vero, impara le tecniche, si fa il mazzo con la pittura naturalistica e solo allora, dopo aver compreso le regole, le rompe. E non le rompe perché fa figo (si spera). Le rompe perché le ha superate, le rompe perché le ha comprese e la vita è sempre gettare il cuore oltre il muro, un passetto più avanti.
Questo per dire che scrivere di genere non è quella cazzata che tutti pensano. Stare entro certi paradigmi ed essere al contempo originali, riuscire a dire qualcosa di nuovo usando stilemi che hanno migliaia di anni non è da tutti. E infatti non tutti ci riescono. E se decidi di prendere in prestito alcune regole del genere, dovresti attenertici.
Cosa c’entra tutto questo con XY? XY prende il prestito il mistero e l’inconoscibile dal thriller. Le prime ottanta pagine si strutturano proprio come un giallo: c’è l’evento inspiegabile – due, a essere precisi -, c’è il tentativo di indagine. Fin da principio è chiaro che l’elemento thriller servirà a dimostrare una certa tesi. E fin qui ci siamo. Il genere veicola dei contenuti esattamente come il mainstream, questo è un fatto assodato. Il problema è che il discorso viene poi portato avanti coi modi del mainstream: ossia non tramite la trama, ma tramite la mera indagine psicologica dei personaggi. In soldoni: per 300 pagine assistiamo più che altro a dialoghi, di cui uno, lunghissimo, e, lo ammetto, anche bello, anche avvincente a suo modo, che di pagine ne prenderà almeno 50. Perché questo è un problema? Perché il lettore si aspetta una certa cosa, e poi all’improvviso è costretto a resettare i propri circuiti mentali, a fruire di un’altra cosa che da lui richiede un altro tipo di approccio, proprio un’altra lettura. Il risultato è un ibrido che non fa altro che frustrare il senso del discorso generale, che ne esce pericolosamente sminuito. Senza contare che i lettori più ingenui si sentiranno presi in giro: gli hai promesso una cosa, li hai attirati col mistero, e poi li hai lasciati a bocca asciutta. Io non credo che questo fosse nelle intenzioni di Veronesi, anzi. A considerare il libro nel suo complesso direi che l’intento era solo quello di tentare una via nuova, in un gioco assolutamente onesto e scoperto col lettore. Ha fatto un esperimento, una cosa di sicuro inedita. Solo che secondo il mio parere, questa cosa non funziona. Avrebbe funzionato se fosse stato solo un thriller, o solo un mainstream. Così traballa. Un po’ meno onesta m’è parsa la casa editrice, che su questa storia del mistero c’ha montato un intero sito, che ti induce a credere che davvero conti qualcosa ai fini della trama sapere che Perla Formento soffre di sintomi depressivi ed è affetta da attacchi di panico.
Il succo della storia? Sperimentare è bene, e il libro nel complesso è godibile, l’ho letto in tre giorni senza annoiarmi – anche se in effetti avevo parecchio tempo libero, non avevo la rete e la tv non era un’opzione sul tavolo – ma nel complesso non funziona come un buon ingranaggio dovrebbe fare, e il “messaggio”, per usare una parola un po’ desueta e anche fastidiosa, non è esposto così bene da far dimenticare le pecche. E che la sperimentazione dovrebbe farla chi le regole del gioco le mastica da parecchio, e le conosce.

29 Tags: , , ,