Archivi del mese: marzo 2011

Commentiamo il telefilm del giorno: Misfits 02×06

Ok, mi rendo conto che inizio ad essere stucchevole. Due post in due giorni sui telefilm sono troppi. Però non posso farci niente. Per il resto la mia vita è avvitata su lavoro astronomico e lavoro letterario; i dettagli del primo non penso possano interessarvi (il grafico che presenta un’anomalia, il talk da preparare…) e sul secondo sono io che non me la sento di dirvi niente, perché sono in fase di stesura del mio nuovo libro, ambientato in un mondo nuovo di zecca, e voglio mantenere un po’ di suspence. Restano libri e telefilm, ogni tanto un po’ di musica.
Per la verità, non voglio fare un vero commento della sesta puntata della seconda stagione di Misfits. È straordinaria, come le undici che l’hanno preceduta. Ormai adoro Nathan, vorrei un Simon di pelouche da coccolare la sera, mi capita di identificarmi nelle insicurezze di Kelly e vorrei tanto abbracciare e consolare Alisha. No, quel che mi ha colpita sono state alcune scelte narrative. Il diavolo di nasconde nei particolari, ma pure la cura degli stessi fa la differenza tra chi le storie le sa raccontare e chi no.
Per questo, vorrei parlarvi dei primi minuti della puntata. Si possono descrivere l’essenza di un personaggio, la sua storia, le sue ossessioni e il suo destino in tre minuti scarsi muti? Se sei un autore di Misfits, sì. Allego prova video.

Io una cosa così la chiamo in un modo solo: perfezione. Del montaggio, innanzitutto. L’alternarsi delle ripetitive, ossessive scene della colazione, inframmezzate a quelle del lavoro di questo oscuro ragazzino inglese: ci parlano di una vita alienante, tutta tessuta intorno alla ripetizione ossessiva di gesti ormai senza senso. Trenta secondi per dirci chi è il Nostro, e cosa pensa. Poi, stacco su di lei. Il sogno di un riscatto, dell’interruzione del ciclo eterno di una vita senza senso. E qui interviene la musica. Che cambia di colpo, raccontandoci i palpiti del nostro Milk Guy. Poi, stacco sull’evento cardine: la tempesta. E di nuovo la musica, in un crescendo grottesco. E interviene la recitazione. Lo sguardo del nostro protagonista nel momento in cui capisce qual è il suo potere ci dice tutto: sono modifiche minime dell’espressione, un sorriso accennato, una luce nuova negli occhi. E lo spettatore capisce tutto: che il Milk Guy ha smesso con le sue colazioni desolate e solitarie, che non ci saranno più latte e cereali, e che ha chiuso anche col suo lavoro del cazzo, e che la tipa che prima lo ignorava, beh, adesso forse ci sta.
Questi tre minuti, dai quali sento di avere da imparare una caterva gigantesca di cose, dicono tutto di Misfits, un prodotto girato con quattro attori in tre location, costato presumibilmente due lire e mezzo, ma così denso e pieno di idee da far paura. Misfits fa spavento per il grado estremo di consapevolezza, per la padronanza assoluta del mezzo, e per il rifiuto categorico di cedere al compromesso. Per questo piace. Perché osa.
Potrei poi dilungarmi sulle battute di Nathan – che tra l’altro fa la sua porca figura in smoking – oppure sull’immagine geniale di Super Madre Teresa che muore impalata sul premio che le hanno dato per la sua bontà, ma non aggiungerebbe nulla al tutto.
Io vorrei, vorrei davvero essere così brava a raccontare storie. Temo purtroppo non lo sarò mai.

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Finali

Comincio a credere di avere un problema coi finali delle serie. Fino ad oggi, ho portato a termine la visione solo di tre serie televisive: Lost, Dawson’s Creek e Battlestar Galactica. Ebbene sì, con un ritardo di due anni ieri ho visto il finale di Battlestar Galactica. Dall’incipit, avrete capito che non mi ha entusiasmata, esattamente come non mi hanno entusiasmata né il finale di Dawson’s Creek, né, come ben sapete, quello di Lost. Forse mi aspetto troppo dai finali di stagione, non lo so, ma finora l’unico finale che ho apprezzato è stato quello dell’ottava stagione di Scrubs, che non è il finale della serie, visto che ne hanno prodotta una nona.
Anyway. Ho fatto l’una ieri per capire quale fosse il piano dei Cyloni, ed è da quando mi sono svegliata che ci penso. So che alcuni di voi hanno seguito la serie, e mi piacerebbe discuterne un po’. Astenersi chiunque non abbia visto tutte le quattro stagioni, perché ci sono spoiler. Per questi ultimi, è una serie che vi consiglio molto: è tutto sommato breve, intensa, ottimamente scritta e girata, recitata da dio e con una colonna sonora da urlo. Vale la pena, insomma.
Torniamo però al finale. Suppongo che tutti quelli che stiano leggendo queste righe abbia visto tutta la serie. Dunque, a differenza del finale di Lost, quello di Battlestar quanto meno è molto coerente con tutto lo sviluppo della serie. Si parla di Dio dalla puntata uno, Caprica Sei non fa altro che dirci che è tutto un piano di Dio, quindi la sterzata religiosa finale è perfettamente coerente col tutto. In fin dei conti, delle infinite tematiche trattate in quattro stagioni, due sono le preminenti: la contrapposizione tra il credo politeistico umano e quello monoteistico Cylone e il rapporto uomo/dio. In fin dei conti, anche la ribellione di Cavil è esattamente quella della creatura di fronte al suo creatore. Quindi, quanto meno i conti tornano. Tornano anche le sottotrame, chiuse tutte con coerenza. Voglio dire, ce la menano con Hera dalla prima stagione, che si chiudeva proprio sulla culla che la conteneva, quindi piace vedere che il cerchio si chiude. Dà molto quell’impressione à la “sapevamo tutto fin da principio” che in Lost manca completamente, per dire. E probabilmente davvero sapevano tutto da principio, visto che si tratta di una serie che si sviluppa su un arco narrativo tutto sommato breve. Quattro stagioni sono poche, in fin dei conti.
E allora? Allora cosa non torna? A me non torna il tono del doppio episodio finale. Sembra scritto da altri autori. Ma dove sono finiti gli sceneggiatori che ci hanno fatto amare uno stronzo opportunista come Gaius? Gli autori che ci hanno consegnato un episodio così profondo e intenso come Crossroads? Battlestar per quattro stagioni ha saputo mostrarci un quadro desolatamente veritiero dell’umano; rinunciando a qualsiasi tipo di visione consolatoria, ci ha mostrato un’umanità vera e palpitante, continuamente combattuta tra un insopprimibile anelito all’ideale e la continua tentazione della caduta. Ogni episodio è sempre stato denso, pieno di sottotesto, vagamente allusivo a un mondo di significati nascosti. Come ogni singolo episodio precedente è stato ellittico, suggerito, tanto The Plan è quasi fastidioso nello spiattellarti la verità. Dio, che fino a quel momento è un elemento vago, sempre invocato e sempre sfuggente, diventa una presenza terribilmente palpabile. Due elementi dell’episodio chiariscono cosa voglio dire: la distruzione della colonia, che avviene perché la mano di un pilota morto, per caso, pigia un bottone, e la scomparsa di Kara. Ecco. Dio non è più quella fede vaga cui uomini e Cyloni si richiamano. È uno che materialmente fa pigiare un pulsante ad un morto, materialmente resuscita Kara per poi farla sparire. Ma dov’era Dio quando i Cyloni hanno sterminato gli umani? Qual era allora il suo piano? Tutto questo sangue, tutta questa morte solo per dare vita ad Hera, e permettere a noi di venire al mondo? Mi rendo conto che questo è LA domanda, quella che informa l’esistenza di qualsiasi uomo sulla terra. Ma la risposta di Battlestar non mi convince. Questo Dio che improvvisamente agisce e prende forma mi sembra un deus ex-machina. Perché risolve tutti gli snodi di trama. È Dio che distrugge la colonia, è Dio che ha fatto tornare Kara, è Dio che le indica la rotta per la Terra. Un Dio che mai prima, in Battlestar, si è palesato così chiaramente.
Ora, immagino che durante la visione di The Plan lo spettatore dovrebbe dirsi stupito che tutto torna. Avete presente quella sensazione lì che avete quando risolvete un enigma? Io ce l’ho quando vengo a capo di un problema di trama. Ce l’ho avuta di recente, costruendo il nuovo mondo in cui è ambientata la mia nuova storia. Una sera, tutto è tornato.
Ecco, di fronte alla canzone che non solo serviva a risvegliare gli Ultimi Cinque, non solo era la canzone dell’infanzia di Kara, ma fornisce anche le coordinate per raggiungere la terra (e, incidentalmente, è All Along the Watch Tower, che Bob Dylan scriverà la bellezza di 150 000 anni più tardi) io non ho pensato per niente che tutto tornava. Ho pensato che Dio ci stava mettendo una manona grossa quanto una casa. Questo è il vero, grosso problema di The Plan: che tutto diventa troppo chiaro, troppo palese. E anche un po’ buonista. Capirca Sei e Gaius che si devono amare per far tornare i conti – e ci peritano anche di dircelo esplicitamente, grazie ai due “angeli” che ce lo enunciano testuali parole – Cavil che, poverino, lui voleva solo vivere, e quindi mollerebbe subito Hera per l’immortalità, quando ci avevano fatto credere che il suo problema vero era la sua umanità, il corpo in cui l’avevano infilato e il destino cui i Cinque l’avevano condannato. Non lo so, mi rendo conto che è difficile da spiegare, ma tutto sembra risolversi in un lieto fine posticcio. Dentro di me è come se sentissi che doveva finire diversamente. Con la morte di Cyloni e umani, ad esempio, e la sopravvivenza solo di Hera, Gaius e Caprica Sei. In fin dei conti, non era quello che ci dicevano le profezie? Perché mi sembra che tutta la serie puntasse in quella direzione, che ci stese dicendo che gli errori non possono essere emendati, che il dolore non si dimentica e ci cambia. Invece qui sopravvivono tutti, e i cattivi invece muoiono: Tory schiatta, Cavil si suicida senza una motivazione ben chiara.
E poi il finale à la Lord of the Rings è francamente insostenibile; duecento dissolvenze a nero, duecento addii, duecento finali. Certo, ci interessa sapere che fine fa ogni personaggio, ma dilungarsi così tanto su ognuno di loro, e mostrare ogni finale come fosse l’ultimo, caricandolo emotivamente, distrugge il climax. E comunque Kara che scompare dicendo che ha finito il suo compito, come un supereroe di bassa lega, è qualcosa che avrei preferito non vedere.
Ma Battlestar è più grande persino del suo finale. È vero, la fine conta, ma certe volte non così tanto. Il quadro costruito in quattro stagioni memorabili resta, la capacità di scavare a fondo nella condizione umana è ineguagliato, almeno per una serie televisiva d’oltreoceano. Battlestar resta al di là delle cadute di stile, resta nel cuore e nella mente, un fulgido esempio di come il fantastico e la narrativa nel suo senso più puro sanno penetrare nelle questioni che contano meglio e più a fondo di molti prodotti ‘alti’, con velleità artistiche mancate di mezzo miglio. Battlestar resta, è LA storia, come tutte le grandi storie, che ci raccontano sempre la stessa cosa, senza però smettere di dirci cose nuove

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Confusione

Sono confusa. Ebbene sì. Leggo in giro notizie che mi lasciano perplessa, a volte mi indignano, altre mi inducono a credere che ci sia in me qualcosa che non va. Ad esempio qualche giorno fa ho letto questa notizia. Che mi ha lasciata basita.
Precisiamo. Non è che mi lasci basita il contenuto delle dichiarazioni del credente Roberto De Mattei, che, come tutti noi, è libero di credere quel che gli pare. Non condivido neppure le virgole di quel che dice, ma tutto sommato sono fatti suoi. Se si sente a suo agio a credere in Dio che punisce la gente con i terremoti, e considera le vittime innocenti alla stregua degli “effetti collaterali” di una guerra delle nostre, buon per lui. Quel che mi lascia basita è il ruolo ricoperto da quest’uomo: videpresidente del CNR, che per chi non lo sapesse è il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Ora, De Mattei è uno storico. E bon, poco male, tra istituti afferenti al CNR ce n’è anche uno che si occupa di storia. Però ce ne sono due miliardi di altri che si occupano di scienza nel senso più puro del termine, e la scienza può sì convivere con la fede personale (ok, non tutti ritengono sia possibile, ma gli scienziati credenti esistono), ma il compito diventa arduo quando la fede induce a sostenere che l‘evoluzionismo sia una teoria senza fondamento scientifico, a differenza della teoria del disegno intelligente, o che Adamo ed Eva furono figure storicamente esistite.
Ma forse sono io che non dovrei stupirmi. Viviamo nel paese in cui un ministro della repubblica dice che la cultura non si mangia, ovvio che questa gente qui poi metta un integralista cattolico ai vertici di un ente di ricerca.
L’altra sorgente di confusione è l’energia nucleare. E ne ho ben donde. In questi giorni sto continuando ad interessarmi all’energia nucleare. Vorrei capirci qualcosa, ma non è semplice. Gli studi sui costi, la fattibilità, i tempi di esaurimento dell’uranio, persino il numero di malati e morti causati da Chernobyl dicono tutto e il contrario di tutto. Il problema è enormemente complesso, anche quando lo si guardi da un’ottica meramente quantitativa. Stabilire l’impatto sulla salute pubblica di Chernobyl, ad esempio, è già arduo. Figurarsi riuscire a capire se l’energia nucleare è davvero pulita, se davvero conviene quando si considera il rapporto costo benefici. E questo, ovviamente, senza tirare in ballo questioni etiche (e se c’è un incidente? Vogliamo prenderci il rischio?). Questo per dirvi che è un problema complesso, in cui farsi un’opinione non è per niente semplice.
Ma finché le idee confuse ce le ho io può anche andar bene. È quando i capi di governo ce le hanno, che le cose si complicano.
Come tutti sapete, questo governo è favorevole al nucleare. Per loro è pulito, per loro conviene. Tralasciamo che Berlusconi ne ignora il principio di funzionamento, ma non voglio sparare sulla Croce Rossa. Piuttosto mi interessa Tremonti. Sì, lo stesso che “la cultura non si mangia”. Ha detto questo. Che è vero. Non tutti sanno che una centrale nucleare “dura” al massimo una quarantina d’anni, poi tutto va smontato e impacchettato. Il che costa. Poi però, oggi, a In Mezz’Ora, dice il contrario: con il nucleare il tasso di crescita sarebbe più alto.
Dunque, il nucleare ci lascia un “debito atomico”, di cui bisogna tener presente quando si calcola il Pil degli altri paesi europei, debito che noi non abbiamo, perché non c’è il nucleare. E ok. Però, al tempo stesso, se avessimo il nucleare avremmo un Pil più alto. Eh?!
Ok, non sono un’economista, lo ammetto, per cui mi rimetto a chi ne sa più di me: sbaglio o Tremonti sta togliendo e aggiungendo una spesa al totale come più gli fa comodo?
E la confusione aumenta…

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Young adult

Scusate se non mi sono fatta sentire, ma sono stati giorni impegnativi. Mi rifaccio viva per una comunicazione brevissima: è uscito un mio piccolo pezzo sulla narrativa young adult – che per la cronaca è quella che scrivo io – su Vanity Fair, in occasione della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna. Se vi va di darci un’occhiata, è nel numero in edicola.
Continuo a ricordavi Autori per il Giappone: ormai il sito trabocca di racconti, per cui c’è da leggere per settimane. Mi raccomando l’obolo per Save the Children :)

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Sangue, dolore e morte

Al di là di qualsiasi cosa se ne pensi, questo intervento in Libia è organizzato coi piedi. Non esiste un comando centrale, e la coalizione non sa mettersi d’accordo su chi dovrebbe assumerlo: la Nato? l’ONU? Ognuno per sé?
Non c’è chiarezza d’intenti neppure sull’obiettivo degli attacchi. Far cadere Gheddafi? Mantenere la no fly zone?
Non si sa neppure cosa stiamo esattamente facendo noi italiani. Diamo le basi, e questa sembra l’unica certezza. Poi La Russa dice che non spariamo un colpo, ma i piloti non sono d’accordo.
La sparata migliore, però, è quella di La Russa di ieri sera: i nostri aerei non fanno vittime.
Siamo all’ipocrisia massima. Dopo la guerra umanitaria che porta la pace, siamo passati direttamente alla guerra che non fa vittime. E quindi i nostri caccia cosa stanno facendo? Sono necessari?
Dobbiamo raccontarcela giusta. Dobbiamo tornare a considerare la guerra per quello che è realmente: sangue, morte, dolore e disperazione. Lo è sempre. Da anni siamo abituati ad un’idea chirurgica e asettica della guerra che non esiste. Le bombe sganciate dagli aerei ci hanno liberato dal peso di doversi confrontare con le conseguenze delle nostre azioni.
Cominciò nel ’90, con la Guerra del Golfo. Ricordo ancora le immagini pulite, algide del missile che puntava il bersaglio, e poi lo disintegrava. Non si vedevano morti, membra sparse, sangue, niente. Da allora quella è diventata l’unica immagine della guerra che abbiamo in testa: un pilota che vola alto, che non vede mai negli occhi il suo nemico, e sgancia bombe che colpiscono gli edifici salvando miracolosamente le persone. Non è così. Non lo sarà mai. È per questo che invece io scrivo sempre di combattimento all’arma bianca. Perché quando hai una spada in mano non puoi fuggire lo sguardo del tuo nemico, non puoi distogliere lo sguardo dalla sua sofferenza, dal puzzo di morte e sangue del campo di battaglia, non puoi chiudere le orecchie alle grida di dolore. La guerra è questo. E a maggior ragione se si è a favore della guerra bisogna essere pienamente consapevoli di cosa provochino le bombe.
Siamo fortunati. Da sessantasei anni non c’è guerra in Italia. I nostri nonni, che videro la Seconda Guerra Mondiale, stanno morendo, e a breve non ci sarà nessuno che potrà raccontarci com’era quando le bombe cadevano, quando si combatteva casa per casa, e l’Italia era dilaniata in due. È una conquista, è una cosa positiva, certo. Ma dobbiamo guardarci dall’oblio. Perché pensare che ci siano guerre che non fanno vittime è il primo passo per ripetere gli errori del passato. Se non si pensa più che guerra è orrore, allora siamo pronti per ricominciare ad ucciderci l’un l’altro come ai bei tempi andati, per vedere di nuovo sangue e morte anche per le nostre vie.
Vale sempre il vecchio detto: la campana suona per te, sempre. Oggi è la Libia. E domani?

P.S.
Vi ricordo ancora di Autori per il Giappone. La notizia è scivolata in fondo ai quotidiani, ma in Giappone la gente ancora muore e la situazione a Fukushima rimane critica. Il fatto che non se parli non significa che la crisi è risolta, anzi. Per cui andatevi a leggere W e gli altri racconti, lasciate un commento se volete, e soprattutto donate a Save the Children.

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Guerra – Pace

Art 11 della Costituzione

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Bel modo di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia, con una bella guerra. Perché siamo in guerra, inutile starcela a menare.
Il potere dice: era necessario per salvare la popolazione civile dai bombardamenti di Gheddafi. Sarò tarda io, ma non ho mai capito come altre bombe possano salvare i civili. E ancora: qualcosa dovevamo pur fare. Se bisognava intervenire, occorreva farlo prima e con altri mezzi: con una forza di interposizione dell’ONU, ad esempio, che non si schierasse a favore dell’uno o dell’altro schieramento, ma che semplicemente separasse i contendenti, e magari imponesse elezioni e vigilasse su di esse.
Così semplicemente facciamo quel che è già stato fatto in Iraq: togliamo un dittatore che non ci sta più simpatico per metterci…chi? Chi ci mettiamo? Vedo profilarsi all’orizzonte quel che è già successo a Iraq e Afghanistan: il caos più totale, l’ingovernabilità, per altro ad un tiro di missile da noi.
Senza contare l’ipocrisia del tutto. Perché non andiamo a intervenire anche in Bahrain? Anche lì sparano sulla popolazione. La situazione è diversa. Perché?
E vi dico di più: io l’ho letto il trattato che sancisce i rapporti diplomatici tra Italia e Libia, e ha ragione Gheddafi, l’abbiamo violato. Ma Gheddafi è un dittatore sanguinario. E allora perché ieri gli abbiamo stretto la mano, l’abbiamo invitato da noi con la sua tenda e gli abbiamo offerto cinquecento fanciulle alle quali potesse delirare? Perché abbiamo stretto un accordo con lui?
Questa era la rivoluzione dei libici, espressione di una parte della sua popolazione, e come tale doveva continuare. I dittatori li abbattono i popoli che opprimono, è così che deve funzionare. Adesso è solo un’altra guerra che porterà altro sangue, altra confusione, altra instabilità.
Le immagini che vedo oggi in tv sono le stesse che vidi ventuno anni fa, quando ero ancora una bambina. Era il 1990 e c’era la Guerra del Golfo. Non è cambiato niente.

*****

Benché i giornali inizino già a dimenticarselo, il Giappone permane in una situazione di estrema prostrazione e di emergenza, e non solo per la questione Fukushima, ma soprattutto per il terremoto e lo tsunami. Io penso ancora a Tokyo, ci penso da dieci anni.
Lara Manni ha promosso questa iniziativa: si tratta di un blog che contiene al momento sessanta racconti scritti da professionisti e non. Alcuni sono stati redatti per l’occasione, e parlano in qualche modo del Giappone, altri no. Quel che vi chiediamo è di fare un’offerta a Save the Cildren, che in questo momento si sta occupando anche di Giappone. Donate quel che volete, anche pochissimo, ma, se potete, fatelo.
Due parole sul mio racconto. Non è stato scritto per l’occasione, ma è una cosa che avevo buttato giù nel 2007 per I Confini della Realtà. L’idea è ancora più vecchia. Mi venne in mente un giorno in aereo: stavo iniziando a sconfiggere la mia paura di volare, ma ancora non mi sentivo esattamente tranquilla a volare. Come sapete, nell’antologia poi ci finì Nulla Si Crea, Tutto Si Distrugge, e questo racconto qui finì nel cassetto. Mi è venuto in mente appena sono stata contattata per questa iniziativa. L’ho rimesso a posto sabato, ho riscritto alcune parti, ho completamente cambiato la scansione degli eventi e infine l’ho spedito. Non so se sia adeguato o meno all’occasione, visto che non parla né di Giappone né di terremoti, ma in qualche modo non ha mai smesso di parlarmi dal 2007, chiedendomi di essere messo a posto, e di essere letto. Mi appartiene molto, quando e se lo leggerete capirete perché.
Intanto, grazie a tutti.

Autori per il Giappone

P.S.
Non ce l’ho detto esplicitamente, ma ovviamente sono ben graditi i commenti sul racconto, eh? :)

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Auguri, italiani

Il blog è ancora incasinato, e i commenti, come vedete, ancora non sono possibili. Cercherò di provvedere al più presto. Intanto, questo post voglio pubblicarlo ugualmente.
Oggi l’Italia festeggia i suoi 150 anni come entità unita. Io non ho mai avuto un gran senso della patria, e spesso stento a riconoscermi nei miei concittadini. Ma ho sempre avuto il senso dello Stato, e c’è una cosa in cui mi riconosco pienamente, che è fondante della nostra identità di italiani, e di cui sono profondamente orgogliosa: la Costituzione.
La Costituzione ha 63 anni, meno della metà di questa Italia, ma credo che che quel siamo oggi nasca da lì. È la Costituzione che spiega cosa vuol dire essere italiani, che stabilisce perché siamo una nazione, e non un insieme di singole realtà locali slegate. Spiega come le nostre differenze siano una ricchezza, e che al di là di esse abbiamo una storia comune, che data molto più di 150 anni. Eravamo italiani prima ancora di essere uniti, e lo saremo sempre.
Per questo, io direi che oggi per festeggiare si può fare una bella cosa: leggere la Costituzione. E riflettere. Sulla sua intrinseca bellezza e profondità, su quanto ci abbia regalato, su quanto dica di noi come popolo. Ma anche su quanto sia stata disattesa, su quanto resta ancora da fare. Auguri, italiani.

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Avviso

Ci sono dei problemi ai commenti, come avrete notato.
Lauryn ci sta lavorando, quindi attendente fiduciosi :)

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La mia Scienza

Avrete capito che questa storia di Fukushima mi ossessiona. Io sono fatta così: a volte ci sono fatti che accadono che mi colonizzano la mente per giorni. Ci penso, ci ripenso, non riesco a togliermeli dalla mente. Fukushima è questo. E se dovessi dirvi perché, non sarei in grado di spiegarlo compiutamente. Forse perché sono un fisico. Ma non solo.
In ogni caso, seguo la diretta su quel che sta accadendo, leggo in giro, mi informo. E, come sempre quando si parla di scienza, ne leggo di ogni.
In Italia – sul resto del mondo non mi pronuncio, non ne ho esperienza diretta – c’è sempre stata questa specie di di conflitto tra scienza e materie umanistiche, che nei tempi più recenti sembra aver assegnato la vittoria alle seconde. Una persona che non conosce Dante è un ignorante, mentre uno che non conosce le tre leggi della termodinamica è solo uno che non ne sa di fisica, e tutto sommato non è grave. Ecco, io non ho mai capito perché per vivere è necessario conoscere la letteratura, ma è ininfluente sapere grazie a quali leggi fisiche siamo vivi.
In questi giorni, la scienza è tornata alla ribalta. E, come sempre, tutti la tirano per la giacchetta. Che poi è sempre stato così. La esaltano, come la panacea di ogni male, quando si tratta di dar contro ai credenti o al papa, tirano fuori il solito stantio mito dell’uomo che vuole farsi Dio quando qualcosa va male, come oggi. La piegano affinché sia in grado di adattarsi alle loro opinioni, e, quando non lo fa, esprimono una specie di orgoglio dell’ignoranza, come mi è capitato di leggere in giro. Ma purtroppo non funziona così. La scienza è ben al di là e al di sopra delle opinioni, perché, a differenza di tante altre cose umane, si è data un criterio di verità ben preciso, e aderisce ai fatti. La scienza dà i dati. E i dati sono lì, incontrovertibili, e sono il punto di partenza di ogni discussione, devono esserlo.
Il dibattito sul nucleare scatena in genere reazioni viscerali: la gente si accapiglia, si arrabbia. Gli stessi che ieri dicevano che la scienza è l’unica cosa che ci abbia permesso di allungare le nostre vite, adesso parlano di ybris, di tracotanza degli uomini nei confronti degli dei, di scienziati pazzi e senza etica. Ma gli eroi – perché sono eroi – che stanno cercando di contenere Fukushima non hanno dottorati in filologia romanza: sono fisici, ingegneri, tecnici, insomma. E stanno rischiando la loro vita per salvarne milioni. La loro esistenza molto probabilmente non sarà mai più la stessa, per loro l’apocalisse è già iniziata. Eppure sono là. E nelle discussioni che sto leggendo in giro, tanto spesso vedo che ci si basa sulle ipotesi, sui sentito dire.
Ok, non ci vuole un dottorato in fisica per parlare di nucleare. Ma devi sapere cos’è, senza necessariamente saperne di meccanica quantistica, quark e forza forte, certo, ma devi sapere di cosa si sta parlando. Devi sapere quali sono le problematiche connesse. Poi, certo, i dati vanno interpretati. Ma devi partire per forza di cose da quel che vedi ed esperisci, e che in questo caso la scienza ti comunica. È per questo che ho scritto il post di lunedì, è per questo che in questi giorni ho imparato su centrali nucleari, scorie radioattive e altro più di quanto sapessi prima. Perché voglio capire. Capire è l’unica via in ogni conflitto: capire riduce la paura, capire evita la guerra, capire ci rende persone migliori.
La scienza in fin dei conti è un’eterna lotta contro la paura. Non era solo curiosità quella che ci spinse a capire cosa fosse un fulmine. Era paura. È la paura che ci spinge a vagliare l’ignoto, perché è negli angoli bui che alligna il terrore, è là che la paura coagula in panico. La paura della morte e della sofferenza ha dato stimolo alla medicina, la paura del fuoco ci ha insegnato a domarlo, la paura del cielo ci ha spinto a studiarlo.
Ecco. La scienza è questo, solo questo. La ragione contro l’oscurità, la risposta del bambino alla paura del buio. Per questo non potete tirarla per la giacchetta quando volete, esaltarla o rigettarla a piacimento, come non si trattasse sempre della stessa cosa, dello stesso tentativo di sconfiggere l’ignoto. La scienza risponde a tutto? Certo che no. Ma risponde a volte cose, e ci insegna sempre a porci le domande giuste. Sul nucleare, vivaddio, dà risposte. Non le dà tutte, sono d’accordo, ma ne dà molte. Occorre partire da quelle per sviluppare poi tutte le filosofie che si vuole, e applicare tutti i ragionamenti etici del mondo. Ma partendo da un sostrato di discussione comune.
Insomma, torniamo anche un po’ alla scienza. A me ha dato tanto, nella mia vita, e se ci pensate bene, anche alla vostra.

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Il mio Giappone

Il posto lontano da cui provengono le storie che mi hanno accompagnata durante tutta la mia infanzia, tra eroine dal tragico destino, robottoni giganteschi e guerriere vestite alla marinara.
Il luogo in cui sono nati quei fumetti che mi hanno insegnato cos’è il fantasy, e come si racconta una storia.
Quel paese in cui è nato il sushi che non riesco a mangiare meno di due volte al mese, da quando lo conobbi per la prima volta quattro anni fa, una settimana prima del mio matrimonio.
Un posto strano e affascinante, con la sua cultura così lontana dalla mia, che pure mi attrae nelle sue mille contraddizioni, nella sua mescolanza di antico e moderno.
Il paese natale del mio adorato Miyazaki, là dove sotto un albero di canfora puoi incontrare Totoro, o prendere un treno che va sull’acqua assieme ad un Senza Volto.
Il mondo bellissimo e incomprensibile di Lost in Traslation, uno dei film che più ho amato.
Il paese dei Kappa e delle volpi a nove code, dei jin, delle donne delle nevi, del limbo deserto in cui i bambini passano il tempo a costruire piccole montagne di sassi.
Il luogo favoleggiato della vacanza della nostra vita. “Un giorno ci andremo, quando Irene sarà grande, quando troverò il coraggio di volare per undici ore di fila, quando avremo soldi a sufficienza per farlo”.
Il posto cui devo molto di ciò che sono, e senza il quale forse non avrei mai incontrato Nihal.
Il mio Giappone.

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