La mia Scienza

Avrete capito che questa storia di Fukushima mi ossessiona. Io sono fatta così: a volte ci sono fatti che accadono che mi colonizzano la mente per giorni. Ci penso, ci ripenso, non riesco a togliermeli dalla mente. Fukushima è questo. E se dovessi dirvi perché, non sarei in grado di spiegarlo compiutamente. Forse perché sono un fisico. Ma non solo.
In ogni caso, seguo la diretta su quel che sta accadendo, leggo in giro, mi informo. E, come sempre quando si parla di scienza, ne leggo di ogni.
In Italia – sul resto del mondo non mi pronuncio, non ne ho esperienza diretta – c’è sempre stata questa specie di di conflitto tra scienza e materie umanistiche, che nei tempi più recenti sembra aver assegnato la vittoria alle seconde. Una persona che non conosce Dante è un ignorante, mentre uno che non conosce le tre leggi della termodinamica è solo uno che non ne sa di fisica, e tutto sommato non è grave. Ecco, io non ho mai capito perché per vivere è necessario conoscere la letteratura, ma è ininfluente sapere grazie a quali leggi fisiche siamo vivi.
In questi giorni, la scienza è tornata alla ribalta. E, come sempre, tutti la tirano per la giacchetta. Che poi è sempre stato così. La esaltano, come la panacea di ogni male, quando si tratta di dar contro ai credenti o al papa, tirano fuori il solito stantio mito dell’uomo che vuole farsi Dio quando qualcosa va male, come oggi. La piegano affinché sia in grado di adattarsi alle loro opinioni, e, quando non lo fa, esprimono una specie di orgoglio dell’ignoranza, come mi è capitato di leggere in giro. Ma purtroppo non funziona così. La scienza è ben al di là e al di sopra delle opinioni, perché, a differenza di tante altre cose umane, si è data un criterio di verità ben preciso, e aderisce ai fatti. La scienza dà i dati. E i dati sono lì, incontrovertibili, e sono il punto di partenza di ogni discussione, devono esserlo.
Il dibattito sul nucleare scatena in genere reazioni viscerali: la gente si accapiglia, si arrabbia. Gli stessi che ieri dicevano che la scienza è l’unica cosa che ci abbia permesso di allungare le nostre vite, adesso parlano di ybris, di tracotanza degli uomini nei confronti degli dei, di scienziati pazzi e senza etica. Ma gli eroi – perché sono eroi – che stanno cercando di contenere Fukushima non hanno dottorati in filologia romanza: sono fisici, ingegneri, tecnici, insomma. E stanno rischiando la loro vita per salvarne milioni. La loro esistenza molto probabilmente non sarà mai più la stessa, per loro l’apocalisse è già iniziata. Eppure sono là. E nelle discussioni che sto leggendo in giro, tanto spesso vedo che ci si basa sulle ipotesi, sui sentito dire.
Ok, non ci vuole un dottorato in fisica per parlare di nucleare. Ma devi sapere cos’è, senza necessariamente saperne di meccanica quantistica, quark e forza forte, certo, ma devi sapere di cosa si sta parlando. Devi sapere quali sono le problematiche connesse. Poi, certo, i dati vanno interpretati. Ma devi partire per forza di cose da quel che vedi ed esperisci, e che in questo caso la scienza ti comunica. È per questo che ho scritto il post di lunedì, è per questo che in questi giorni ho imparato su centrali nucleari, scorie radioattive e altro più di quanto sapessi prima. Perché voglio capire. Capire è l’unica via in ogni conflitto: capire riduce la paura, capire evita la guerra, capire ci rende persone migliori.
La scienza in fin dei conti è un’eterna lotta contro la paura. Non era solo curiosità quella che ci spinse a capire cosa fosse un fulmine. Era paura. È la paura che ci spinge a vagliare l’ignoto, perché è negli angoli bui che alligna il terrore, è là che la paura coagula in panico. La paura della morte e della sofferenza ha dato stimolo alla medicina, la paura del fuoco ci ha insegnato a domarlo, la paura del cielo ci ha spinto a studiarlo.
Ecco. La scienza è questo, solo questo. La ragione contro l’oscurità, la risposta del bambino alla paura del buio. Per questo non potete tirarla per la giacchetta quando volete, esaltarla o rigettarla a piacimento, come non si trattasse sempre della stessa cosa, dello stesso tentativo di sconfiggere l’ignoto. La scienza risponde a tutto? Certo che no. Ma risponde a volte cose, e ci insegna sempre a porci le domande giuste. Sul nucleare, vivaddio, dà risposte. Non le dà tutte, sono d’accordo, ma ne dà molte. Occorre partire da quelle per sviluppare poi tutte le filosofie che si vuole, e applicare tutti i ragionamenti etici del mondo. Ma partendo da un sostrato di discussione comune.
Insomma, torniamo anche un po’ alla scienza. A me ha dato tanto, nella mia vita, e se ci pensate bene, anche alla vostra.

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9 risposte a La mia Scienza

  1. Cari scrive:

    Personalmente, trovo che la questione debba essere posta in termini molto diversi.
    In primo luogo, non è affatto vero che le materie umanistiche oggi stiano recuperando terreno o, addirittura, che stiano superando quelle scientifiche: basti dare solo un’occhiata alle statistiche sulle iscrizioni nelle facoltà umanistiche e alle diverse proporzioni dei finanziamenti relativi alla ricerca “scientifica” in queste materie per rendersene conto. Perfino l’intitolazione di alcuni corsi di laurea risente dell’egemonia della scienza. Esistono le scienze archeologiche, le scienze storiche, le scienze storico-artistiche e così via. E non è tutto. La reazione di qualsiasi persona, di qualsiasi estrazione sociale, da me interpellata riguardo al valore di un investimento in termini di studio nelle materie umanistiche, mi ha risposto sempre con un laconico: “bello, si, ma poi che cosa ci fai?” Provare per credere. E ancora, quanti laureati, ormai un po’ attempati, in possesso di un pezzo di carta recante la famigerata intestazione “lettere e filosofia”, sconsigliano disincantati ai propri figli, nipoti e amici, di intraprendere il loro stesso corso di studi?
    Non mi sembra, dunque, che le materie umanistiche godano di grande rilevanza sociale.
    Detto questo, però, non confondiamo la posizione attuale delle materie umanistiche e il giudizio di valore (più o meno disilluso) a loro affibbiato, dalle reali motivazioni di questo stato di cose.
    Il nostro problema è che la società capitalistica ha costruito intorno al guadagno la sua fortuna e ciò ha semplicemente fatto si che l’obiettivo primario della “formazione culturale” di un individuo non fosse più tanto la persona, quanto la fonte di profitto che essa rappresenta. La persona (termine ormai quasi desueto) è divenuta, nel corso del tempo, niente di più e niente di meno che una fonte di reddito. Più è immediata meglio è, ed è ancora più apprezzata se lavora presto, se lavora molto e se produce denaro, ovviamente. La garanzia migliore perché questa richiesta sociale venga soddisfatta, non lo si può negare, è offerta dalla scienza. La ricerca scientifica e le sue applicazioni, per quanto lunghe e complesse nel corso della gestazione, sono quelle che danno apparentemente più frutti, più diretti, più utili e, sulle lunghe distanze, anche più remunerativi.
    Questa constatazione, però, non ha nulla a che vedere con la reale portata e il reale valore degli studi scientifici, come di quelli umanistici. Quella che ho descritto è una distorsione odierna e subdola di queste due fondamentali direttrici sulle quali si è mosso l’uomo di sempre (spesso anche intersecandole tra loro), sbocciata in buona misura a partire dalla Rivoluzione Industriale e cresciuta a dismisura fino ad oggi. La storia della scienza e dell’umanesimo, per quanto lunga, controversa e problematica da tempi molto più remoti dell’Ottocento, oggi non dovrebbe più dividere gli studiosi e nemmeno generare insulse prese di posizione pro o contro. Non ha alcun senso. Soltanto chi ignora il valore di entrambe e la loro reciproca correlazione può farlo.
    D’altronde non si tratta di un problema solamente italiano. Recentemente, forse già lo saprete, è stato pubblicato un saggio della filosofa Martha Nussbaum, dal titolo “Non per profitto”, nel quale la studiosa rivela come e quanto siano state progressivamente snaturate le discipline umanistiche in tutto il mondo, con particolare attenzione al caso degli Stati Uniti e di una potenza economicamente emergente come l’India. Questo dato sconcertante non vuole essere sbandierato da parte mia semplicemente come una difesa d’ufficio delle materie umanistiche, perché, ripeto, sarebbe un atto stupido e qualificherebbe chiunque come una persona mediocre: la sola idea di “parteggiare” per l’una o per l’altra parte della medaglia dell’intero complesso della cultura e del sapere umano che ci ha permesso di arrivare fin qui e che ci consente di proiettarci verso il futuro, sarebbe una follia.
    Io ritengo invece, come hai giustamente scritto tu, Licia, che non si possa smettere di interrogarsi, di capire, di cercare delle risposte, di esercitare la propria capacità critica e la propria creatività; tutti eventi che si pongono alla base delle questioni di tutti i giorni come anche alla base delle nuove scoperte che rivoluzionano l’avvenire. Ma troppo spesso ci dimentichiamo che è proprio questa l’essenza della cultura umanistica: il pensiero. La scienza, semplicemente, fa umanesimo quando ragiona, quando si interroga, quando valuta e paragona. E’ il pensiero lo strumento fondamentale della nostra umanità e non deve essere ridotto ai soli contenuti, come conoscere Dante o le leggi della termodinamica (questa è una lettura –ahimé- molto povera del nostro tempo), ma ai metodi.
    Il pensiero è piuttosto -posso azzardare il paragone?-, la nostra energia rinnovabile a costo zero. E’ il pensiero che agisce e reagisce, si modula e si caratterizza attraverso la nostra capacità di esercitarlo e di adattarlo. Che i risultati siano formule, tele o sculture, che sia un pezzo giornalistico, una sonda su Marte o una rappresentazione teatrale, poco importa. Ciò che garantisce ad un essere umano la propria libertà individuale e l’esercizio del proprio talento non risiede nel “cosa” si fa, ma nel “come” e soprattutto nel “perché”. La domanda che ci poniamo è il vero nucleo. Il desiderio di capire.
    E la domanda, io credo, anche quella scientifica, si chiama umanesimo.

  2. allanon scrive:

    i primi filosofi, greci o asiatici che furono, erano persone che indagavano sulla natura delle cose.
    E alcuni intuirono persino l’esistenza di particelle piccolissime, che chiamarono atomi, cioe’ indivisibili.
    Poi, da Socrate in poi, il centro della filosofia si sposto’ dalla natura, all’uomo,
    e da li’ in poi fu tutto un fluire libero di panzane che i piu’ ottimisti chiamarono metafisica.

    Oggi, i veri filosofi sono chiamati uomini di scienza, e la filosofia va solo presa con filosofia.

    Ma gli uomini di scienza devono pur sempre fare i conti con gli uomini. E’ importante che studino la falsa filosofia e che non siano illetterati, perche’ la letteratura rispecchia la natura degli uomini di quel periodo, ne rivela gli errori e le speranze.

  3. Gio scrive:

    Già, però poi abbiamo un ministro che se ne viene fuori a dirti “con dante non ci si fa un panino”

  4. Nihal 98 scrive:

    E’ vero, Licia, la scienza ci a dato molto. E anche adesso ci sta aiutando molto con gli altri eroi che rischiano la loro vita per salvarne moltissime altre.
    Ammiro la tua voglia di conoscere, anzi, di capire cosa sta succedendo. In realtà io non riuscirei mai ad aprofondire le cose come fai tu, a me bastano le notizie che sento ogni giorno. Ma, come ti ho gia detto, ti ammiro perchè lo fai. Vorrei proprio essere come te :)
    Grazie scienza per tutto quello che ci hai dato!! ;)

  5. Valberici scrive:

    Babil: “perchè anche buona parte degli intellettuali antifascisti, come Benedetto Croce, erano degli inutili hegeliani che non capivano un cazzo” :lol:

  6. Babil scrive:

    Gio: oggi giustamente le materie umanistiche si prendono una minima parte delle bastonate che meritano, ma considera che la scuola gentiliana, che ha plasmato la scuola italiana fino a pochi decenni fa (perchè anche buona parte degli intellettuali antifascisti, come Benedetto Croce, erano degli inutili hegeliani che non capivano un cazzo, tali e quali a Gentile), dava grandissimo risalto alle materie unamnistiche e teneva quelle scientifiche in secondo piano. Ti basti pensare al fatto che al liceo cosiddetto “scientifico” ci sono più ore di materie umanistiche che di matematica e fisica, oppure che secondo la riforma Gentile le facoltà universitarie scientifiche, tipo fisica, facevano capo al ministero della tecnica e non a quello della cultura, perchè si trattava di mere discipline tecniche che evidentemente non producevano cultura…

  7. Babil scrive:

    Come dico sempre, la scienza non risponde a tutto, ma tanto a ciò su cui la scienza non è in grado di dare risposte, nessun altro può farlo…

  8. Gio scrive:

    A dire la verità non mi sembra che oggi le materie umanistiche siano esaltate a scapito di quelle scientifiche, casomai il contrario…
    Una professoressa universitaria che insegna fisica qualche anno fa mi ha detto: “Ma perchè fai archeologia? A cosa serve? Non vi insegnano mica a costruire le gru o qualcos’altro di utile”.
    Ecco, questo secondo me vuol dire che non si è proprio capito, a livello di pensiero comune, perchè è importante studiare, imparare, capire le cose; e vale sia per le scienze che per le lettere in senso lato

    (tra parentesi, per la cronaca, l’archeologo non è uno vestito bene che si aggira fra le rovine esclamando “Oh, mira i frutti dell’umano ingegno!”, ma spesso un tizio sudato e sporco di terra che spiccona sotto il sole)

  9. Valberici scrive:

    Io in questi giorni penso spesso agli operai e ai tecnici della centrale.
    Sabato scorso avevo scritto: “Comunque, come nel passato, sarà l’eroismo degli uomini che farà la differenza, così come avvenne sul K19 sovietico o a Tokaimura”.
    Ancora una volta sarà il coraggio dell’ uomo comune che farà da baluardo, ma davvero dobbiamo, tutti, fare in modo che in futuro simili sacrifici non siano necessari.

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