Archivi del mese: aprile 2011

Zio

Il ricordo più vivido è quello delle caramelle sotto il bancone. ‘A puteca, il piccolo emporio che vendeva un po’ di tutto, è chiusa da molti anni, ma io la ricordo benissimo. E sotto il bancone di vetro c’erano le caramelle. La mia memoria di bambina le ricorda numerosissime e colorate. Quando io e i miei cugini passavamo dal paese e facevamo il giro dei parenti, per salutare – “la benedica e comm’ s’è fatta ‘rossa!” dicevano tutti prima di acchiapparti la faccia e stamparti un bacio appiccicoso sulle guance – lui era dietro il bancone, e prima che ce ne andassimo apriva il cassetto, e ci diceva di scegliere quel che volevamo. Io ricordo le Big Bubble, grosse e rosa, le mie preferite, all’epoca.
Lui aveva sempre un’aria elegante, e il volto cortese e gentile, di una gentilezza signorile e innata. A sessant’anni parve smettere di invecchiare. Anche quando gli anni iniziarono a diventare tanti, più di novanta, sembrava dimostrarne venti in meno.
Da un po’ di tempo era caduto in una specie di dolce stupore, e non si ricordava più di noi. L’ultima volta che sono passata dal paese non l’ho visto, stava riposando. A dire il vero, non riesco a ricordare l’ultima volta che ci siamo visti. Passo sempre meno di frequente dal paese, la famiglia, il lavoro…e quando passo non sempre ci sono tutti. Il paese sembra svuotarsi lentamente.
E stamattina è andato via. Con lo stesso garbo di sempre, di chi nella vita è passato lieve. Quasi un secolo di vita. Quanti dolori, quante gioie?
È un altro pezzettino delle mie radici che va via. Gli anni passano, e anche quelle figure che pensavi che ci sarebbero sempre state pian piano se ne vanno. Sempre meno baci sulle mie guance, per le strade del paese.
Ciao, zio.

34

A briglia sciolta

Stamattina era una giornata piuttosto uggiosa. Sono uscita di casa tra l’infreddolito e l’assonnato, davanti la prospettiva di una giornata non proprio leggera. Ho fatto il solito percorso, un po’ di radio per tenermi su. A duecento metri dal parcheggio dell’università, all’ingresso di una delle molteplici rotatorie che punteggiano questo quartiere (penso sempre ad Eriadan, quando mi ci infilo), l’illuminazione. Sul prato di lato alla strada c’è una donna, una busta che le pende da un braccio e una bimba sui sei anni appesa all’altro. Ha un po’ l’abbigliamento di chi va a fare le grandi pulizie di primavera. Davanti a lei, un aspirapolvere. È stato un istante. E mi si è spalancato davanti l’abisso delle possibilità.

Ha deciso di setacciare il prato alla ricerca di un quadrifoglio, e l’aspirapolvere le è sembrato un modo rapido per farlo.
Ha finito di pulire casa, e la cosa l’ha alienata così tanto che adesso vede pavimenti da pulire ovunque. Oramai senza più alcun contatto con la realtà, è uscita e ha iniziato ad aspirare il prato.
Sono io che per qualche distorsione spazio temporale sono finita in un’estensione pratosa di casa sua. In verità lei lì ci passa l’aspirapolvere tutte le mattine, solo che io passo sempre tardi, e lei ha già finito.
Anche i prati hanno bisogno delle pulizie di primavera, e la nostra prode eroina ha un aspirapolvere magico, che toglie le erbe vecchie e pianta quelle nuove e verdi verdi.

A volte fa bene avere la tendenza a fantasticare.

23

Un grazie mancato

Vado sempre a mangiare a mezzogiorno. Mi viene fame presto, e siccome per motivi dietetici vado in un ristorante al centro commerciale, in genere indulgo all’appetito, e vado a mangiare presto, da sola.
Mangiare da sola è un misto di piacere e sottile sofferenza. Un po’ rimpiangi i pranzi coi colleghi, quando lavoravi da un’altra parte, un po’ ti piace star lì a navigare con l’iPhone mentre mangi polpette e melanzane. Semplicemente ti lasci scomparire nel rumore di fondo; quando mangio da sola, insieme ad altri quattro disperati soli anche loro, ad almeno due tavoli di distanza da me, mi sento invisibile, ed è una bella sensazione.
Qualcuno dei mie compagni di pranzo lo conosco. Tipo il professore che mi faceva esercitazioni di analisi I, la bellezza di dieci anni fa. Quando seguivo le sue lezioni ancora non avevo iniziato a scrivere le Cronache, tenevo i capelli ancora lunghi fino alle orecchie e non stavo con Giuliano. Una vita fa, insomma. Solo lo vedo andare e tornare dalla mensa, solo lo vedo mangiare. Ci scambiamo al massimo un sorriso impacciato. Mi domando se si ricorda davvero di me. Io lui me lo ricordo bene, benissimo.
Appena arrivata all’università mi portavo dietro il mio bagaglio di insicurezze e soprattutto una conoscenza scarsissima della matematica. Non per colpa mia: al classico si fanno due ore a settimana, e il mio professore aveva qualche problema a mantenere la disciplina della classe.
Annegai quasi subito alle prime lezioni: non avevo neppure idea che la matematica potesse essere una cosa del genere. Teoremi ne avevo visti pochissimi in vita mia, non sapevo neppure cosa fossero derivate ed integrali, e mi ritrovavo catapultata in un mondo di limiti, sommatorie, insiemi, dimostrazioni. Ero sicura di non farcela.
Eravamo in sessanta, al primo anno, ma saremmo usciti in dieci a novembre. Molti iniziarono a mollare già durante il corso. Per questo al ricevimento professori c’era sempre qualcuno che potesse darti retta, che potesse aiutarti a capire il teorema complicato, la dimostrazione ostica. E quel qualcuno era lui. Timidissimo, ma con un cervello finissimo e una capacità empatica che non avresti mai sospettato. Finii per andarci praticamente una volta a settimana, assieme a Giuliano – col quale avevo iniziato a flirtare – e ad un nostro compagno di corso. Non solo mi aiutava a capire le cose che a lezione mi sfuggivano, ma mi insegnava anche quel che avrei dovuto sapere dal liceo.
C’ho messo un anno a fare l’esame, e alla fine presi 26, che per la difficoltà dello scritto e l’esigenza del professore per me valeva quanto un 30. Ma so che senza i pomeriggi di ricevimento non ce l’avrei mai fatta. E se non avessi superato analisi I non sarei qui, e non ci sarebbero un sacco di cose.
Forse lui non si ricorda poi proprio bene di me, ma io mi ricordo benissimo di lui. E penso che non gli ho mai detto grazie, eppure gli devo davvero tanto.

24

Tanti auguri di Buona Pasqua

23

Musica, maestro!

La giornata è iniziata un po’ storta, ma pare si stia lentamente riprendendo. In ogni caso, per darmi (e darci) la carica, vi lascio la mia personale ossessione musicale degli ultimi tempi: i Pound.
Ne avevo già parlato, per chi di voi mi segue da molto. Nel 2009 hanno fatto uscire il loro primo album, che mi ero colpevolmente persa. L’ho recuperato qualche giorno fa e ormai gira in loop sul mio Mac. A me piacciono davvero tanto, soprattutto What I Fear the Most. In fin dei conti mi riguarda.
Enjoy

16 Tags: , ,

Avatar

Era parecchio tempo che non entravo all’università dall’ingresso principale. È che vivo nel mio piccolo ufficio, che si trova attaccato ad uno degli innumerevoli accessi secondari. Quando ancora ero una studentessa di laurea, invece, lo facevo sempre.
Giuliano se lo ricorda bene, e spesso me lo racconta ridendo. Arrivavo quasi sempre curva sotto il peso della borsa, di corsa, tipicamente incazzata nera. Credo di aver iniziato ad essere ansiosa proprio all’università: ero certa di non essere all’altezza, di non farcela, ero terrorizzata dal risultato. E per questo forse ero sempre più o meno incazzata, la mattina.
Ricordo la mia immagine riflessa nel vetro della porta. Un’immagine che non mi corrispondeva. Nella mia testa ero minuta, più simile ad un ragazzino che a una ventenne alle prese con l’università. Nel vetro vedevo riflessa una ragazza tarchiata, col seno grosso, mascolina sì, ma con una fisicità che mi imponeva al mondo in un modo sfacciato che non ritenevo rappresentarmi.
Giovedì invece sono entrata di nuovo dall’ingresso principale. Il vetro mi ha rimandato la mia immagine, mentre mi avvicinavo ad ampie falcate, proprio come in quei giorni di dieci anni fa. E per un istante, uno appena, la mia immagine si è magicamente sovrapposta a quella che avevo in testa. Ero come mi immaginavo. Il mio avatar finalmente rispecchiava il modo in cui mi sentivo, forse appena più vecchio di quanto non mi piaccia credermi. E in quei pochi secondi che mi separavano dall’ingresso, ho capito che è per questo che cinque anni fa andai dalla dietologa, che è per questo che mi metto il cappello, mi vesto come vesto, e, quando me la sento, mi metto in tiro. Vesto la mia pelle perché somigli a quel che sono, perché il mio aspetto dica subito a chi mi guarda con chi ha a che fare. Cerco di far coincidere anima e corpo, perché non debba sentirmi un’estranea nei miei panni, e dunque un’estranea nel mondo.
Tanti anni, e sono ancora prigioniera del mio aspetto, della mia apparenza. Non riesco a farne a meno. Non so se sia una cosa positiva o una negativa. Lo amo, il mio corpo che ha dato la vita, che si muove preciso mentre sudo durante la lezione di total body, che offro a chi amo. Ma per tanto tempo me ne sono sentita prigioniera: mai abbastanza magro, mai abbastanza tonico.
Non voglio essere bella, non è questo. Non lo sono e non lo sarò mai. Voglio solo che questa carne mostri quel che sono davvero, il tramite che ho scelto di mostrare al mondo per dire: eccomi, sono io, e in qualche modo sono unica.
Sono stati pochi secondi, il tempo di consumare lo spazio tra il marciapiedi e il corridoio della Facoltà. Ma è durato un’eternità. E mi è piaciuto.

19 Tags: , ,

Noi che scriviamo fantasy – Un’elegia

Di noi forse non si ricorderanno i libri di letteratura. In ogni caso, non aspiriamo a tanto.
Di certo, non si ricordano spesso di noi i premi letterari. A dire il vero, non si ricorda di noi la letteratura in toto.
Non ci prendono sul serio quasi mai, e volte ci evitano sugli scaffali per partito preso.
Abbiamo parenti e amici che attendono da sempre il “grande salto”, quando ci metteremo a scrivere roba seria, e la smetteremo di essere eterni bambini.
Guardiamo al cielo, oh se ci guardiamo, ma non come ci guardano gli altri, per sognare di vette, di aspirazioni raggiunte. Per noi il cielo resta sempre pura e semplice meraviglia, il foglio bianco da riempire delle fantasie più sfrenate.
E guardiamo alla terra, anche se non sembra. Non ci dimentichiamo mai da dove veniamo, e proprio per parlare di quel posto continuiamo a scrivere.
Facciamo il nostro lavoro come artigiani un po’ ostinati, in un mondo in cui la mano del calzolaio, il martello del fabbro, non contano più molto.
Portiamo avanti un lavoro antico, con l’ostinazione di quelli che fanno un mestiere sporco che più nessuno vuole fare.
Ci vuole perizia anche in quel che facciamo, gli vogliamo bene, al nostro lavoro, eccome. Ma siamo e restiamo artigiani.
Siamo poveri dentro, anche quando diventiamo famosi, con quell’eterno complesso d’inferiorità verso gli altri scaffali, quell’umiltà che ci portiamo dentro da i tempi in cui stavamo sui ripiani polverosi, in ombra.
Ma in fin dei conti vogliamo quel che vogliono tutti. Qualcuno che ci ascolti, qualcuno che raccolga questa staffetta, tesa verso il nulla, passata così, perché in fin dei conti in questo sta il senso del nostro peregrinare.
E, per fortuna, qualcuno che ci ascolti c’è sempre. E ci facciamo bastare chi si riconosce nelle nostre storie, chi ci dice che si è divertito per un’ora, chi che è cresciuto con noi, chi che ha imparato a leggere sui nostri racconti.
Anche perché a cos’altro si deve aspirare, quando si sanno solo raccontare storie?

99 Tags: , ,

Trova le duecentomila macroscopiche differenze

Indovinate un po’ qual è la mia postazione…


30 Tags: , ,

Prossimamente

Post di aggiornamento. Donc, innanzitutto a Maggio uscirà La Ragazza Drago 4 – I Gemelli di Kuma. Visto che l’uscita è imminente, ci saranno anche un po’ di appuntamenti in giro per l’Italia.
Innanzitutto, questo giovedì si parlerà dei miei libri presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. Dalle 9.30, presso l’aula Sabatino Moscati si terrà il seminario “Dubhe e gli altri: tra disagio sociale e desiderio giovanile nei romanzi di Licia Troisi”.
Il 6 Maggio alle ore 18.30, invece, terrò un incontro a cavallo tra letteratura e scienza presso la Libreria Feltrinelli di Palermo. Titolo del tutto “Astrofisica e Scrittura”. Ok, è un po’ banale, ma manca un mese, magari nel frattempo mi verrà in mente in un titolo di maggior presa :P .
Infine, il 15 Maggio sarò in quel di Torino, per il Salone Internazionale del Libro. Ora, i dettagli di quest’incontro ancora non sono definitivi, indi per cui stay tuned per saperne di più.
Finiamo poi in bellezza, è proprio il caso di dirlo: voilà.

65 Tags: , , ,

Insegnanti e studenti

Mi è capitato qualche volta che mi venisse chiesto di far lezione. Finora mi è capitato in ambito scrittura, e confesso che ho sempre declinato in preda al panico. Ok, tra una cosa e l’altra alla fine sono dieci anni che faccio questo lavoro, e si suppone che qualcosa l’abbia imparato. In ogni caso, non mi ci vedo proprio a spiegare ad altri come io scrivo: innanzitutto perché è il mio metodo, appunto, e non va bene per tutti, e poi perché non mi sento per niente consapevole di tutti i beceri trucchetti del mestiere che occorre mettere in gioco per avvincere il lettore. Li pratico, ovvio, ma per lo più a livello inconscio. E comunque sento di avere ancora un sacco di cose da imparare. L’idea di insegnare ad altri mi terrorizza.
Le cose vanno in modo un po’ diverso con l’astrofisica. Anche in questo campo, sono una rookie, è ovvio. Per altro sono ancora una studentessa, visto che sono dottoranda. Inoltre, questo è un mestiere in cui non ci finisce mai d’imparare. Però il lavoro dell’astrofisico ha delle caratteristiche un po’ meno evanescenti di quello dello scrittore: mentre è un compito quasi improbo cercare di spiegare perché ho chiuso un capitolo su una certa frase piuttosto che su un’altra, è più facile spiegare come funziona un programma di analisi dati, perché una fotometria si fa in un certo modo o che linguaggio usare per scrivere una tesi. Per questo, quando mi è stato chiesto di farlo, ho accettato di seguire due studentesse di laurea.
Non è una cosa facile, ovviamente. È necessario mettere a fuoco cose cui non avevi mai pensato a fondo per spiegarle ad un’altra persona, e certi problemi cui ti trovi davanti non solo devi saperli risolvere, ma anche spiegarli. Senza contare che non sai mai quanto lavoro devi fare tu e quanto farne fare allo studente, che non sai se certe cose devi dirgliele o aspettare che ci arrivi da solo, e via così.
Devo però confessare che mi sta piacendo. Mi diverto a cercare di spiegare cose che ho imparato sette anni fa, e che da allora faccio quasi ogni giorno. Mi piace raccogliere i frutti di quel che spiego, procedere insieme lungo questa strada.
Certo, mi fa anche uno strano effetto. Come quando vado a fare una presentazione nel mio ex liceo. Passare dall’altra parte della barricata è destabilizzante. Ok, non sono un’insegnante, certo, sono una tutor, se vogliamo, ma di sicuro nel momento in cui parlo non vengo percepita più solo come una studentessa. È che queste cose ti fanno capire quanto tempo è passato. Ti sembra ieri che andavi tu dal senpai a farti spiegare come funzionava una certa routine, e adesso sei tu che devi spiegarlo ad altri.
Arriva un momento della vita in cui si salta una specie di siepe. Prima sei tra quelli che hanno bisogno di aiuto: per un concetto che non capisci o un esercizio che non riesci a fare, perché hai fatto un incubo e vuoi essere consolato dalla mamma e dal papà. Poi improvvisamente sono gli altri ad aver bisogno di te: hai una figlia che vuole starti in braccio quando sta male, perché così si sente più sicura, e una studentessa che conta su di te per capire la fisica stellare. Certo, gli esami non finiscono mai, e ci sarò sempre qualcuno che ne saprà più di te; il ruolo dello studente in realtà non lo si abbandona mai. Ma inizi anche ad essere insegnante. È lì che capisci che le cose sono davvero cambiate.
Mi rendo conto che io con questo nuovo aspetto della mia vita ancora non ci ho fatto i conti. Il passaggio all’età adulta si sta rivelando più traumatico del previsto. Riaffiorano vecchi vizi e paure, mi rintano di nuovo nella mia pelle di adolescente. È allora che penso a queste ore trascorse assieme a queste ragazze. È bello anche crescere.

44