Archivi del giorno: 27 aprile 2011

Zio

Il ricordo più vivido è quello delle caramelle sotto il bancone. ‘A puteca, il piccolo emporio che vendeva un po’ di tutto, è chiusa da molti anni, ma io la ricordo benissimo. E sotto il bancone di vetro c’erano le caramelle. La mia memoria di bambina le ricorda numerosissime e colorate. Quando io e i miei cugini passavamo dal paese e facevamo il giro dei parenti, per salutare – “la benedica e comm’ s’è fatta ‘rossa!” dicevano tutti prima di acchiapparti la faccia e stamparti un bacio appiccicoso sulle guance – lui era dietro il bancone, e prima che ce ne andassimo apriva il cassetto, e ci diceva di scegliere quel che volevamo. Io ricordo le Big Bubble, grosse e rosa, le mie preferite, all’epoca.
Lui aveva sempre un’aria elegante, e il volto cortese e gentile, di una gentilezza signorile e innata. A sessant’anni parve smettere di invecchiare. Anche quando gli anni iniziarono a diventare tanti, più di novanta, sembrava dimostrarne venti in meno.
Da un po’ di tempo era caduto in una specie di dolce stupore, e non si ricordava più di noi. L’ultima volta che sono passata dal paese non l’ho visto, stava riposando. A dire il vero, non riesco a ricordare l’ultima volta che ci siamo visti. Passo sempre meno di frequente dal paese, la famiglia, il lavoro…e quando passo non sempre ci sono tutti. Il paese sembra svuotarsi lentamente.
E stamattina è andato via. Con lo stesso garbo di sempre, di chi nella vita è passato lieve. Quasi un secolo di vita. Quanti dolori, quante gioie?
È un altro pezzettino delle mie radici che va via. Gli anni passano, e anche quelle figure che pensavi che ci sarebbero sempre state pian piano se ne vanno. Sempre meno baci sulle mie guance, per le strade del paese.
Ciao, zio.

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A briglia sciolta

Stamattina era una giornata piuttosto uggiosa. Sono uscita di casa tra l’infreddolito e l’assonnato, davanti la prospettiva di una giornata non proprio leggera. Ho fatto il solito percorso, un po’ di radio per tenermi su. A duecento metri dal parcheggio dell’università, all’ingresso di una delle molteplici rotatorie che punteggiano questo quartiere (penso sempre ad Eriadan, quando mi ci infilo), l’illuminazione. Sul prato di lato alla strada c’è una donna, una busta che le pende da un braccio e una bimba sui sei anni appesa all’altro. Ha un po’ l’abbigliamento di chi va a fare le grandi pulizie di primavera. Davanti a lei, un aspirapolvere. È stato un istante. E mi si è spalancato davanti l’abisso delle possibilità.

Ha deciso di setacciare il prato alla ricerca di un quadrifoglio, e l’aspirapolvere le è sembrato un modo rapido per farlo.
Ha finito di pulire casa, e la cosa l’ha alienata così tanto che adesso vede pavimenti da pulire ovunque. Oramai senza più alcun contatto con la realtà, è uscita e ha iniziato ad aspirare il prato.
Sono io che per qualche distorsione spazio temporale sono finita in un’estensione pratosa di casa sua. In verità lei lì ci passa l’aspirapolvere tutte le mattine, solo che io passo sempre tardi, e lei ha già finito.
Anche i prati hanno bisogno delle pulizie di primavera, e la nostra prode eroina ha un aspirapolvere magico, che toglie le erbe vecchie e pianta quelle nuove e verdi verdi.

A volte fa bene avere la tendenza a fantasticare.

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