Archivi del mese: aprile 2011

Un nuovo modello

Sebbene porti i capelli rasati, e durante la settimana giri in sneakers e magliette oversize, resto vanitosa. In libera uscita, ormai metto sempre i tacchi, dai 7 cm in su, mi trucco e a volte mostro anche un po’ di stacco di coscia. E mi piace comprare vestiti, ovviamente. In genere economici: ne posso prendere di più e togliermi lo sfizio della maglietta strana, della gonna troppo corta, del jeans skinny. Per me l’abbigliamento resta un capriccio, e per questo, a parte rare occasioni, cerco di spenderci poco. Ma ci spendo.
Ieri le donne di casa – io, la mia mamma e Irene – sono uscite per gli acquisti primaverili: calzini, magliette, roba per tutti i giorni o per le occasioni. Ovviamente, siamo andate al centro commerciale sotto casa. È vicino, è pratico, e mi piace la roba che ha.
Girovagando, per tenere impegnata Irene, che al momento è del tutto indifferente ai problemi della scelta di una maglietta che coniughi bellezza, comodità, prezzo e non ti faccia sembrare una balena, ho preso il volantino con la collezione di una marca di vestiti. Gliel’ho dato in mano, e per un po’ me ne sono dimenticata. Lei l’ha pastrugliato, ci ha giocato, e dopo una mezz’oretta si è stufata e l’ha buttato per terra. È stato allora che l’ho raccolto e ci ho dato un’occhiata.
Sapete che da quando sono dimagrita sono un po’ ossessionata dal peso. Nulla di patologico, io viaggio sempre sul borderline, ma peso ancora la roba, compenso quando mangio troppo, mi sento in colpa se sgarro e mi peso tre volte a settimana – sarebbe meglio dire che mi costringo a pesarmi tre volte a settimana, perché fosse per me controllerei ogni giorno, ma vabbeh -. Mi sento quasi sempre grassa, ho il terrore di riprendere peso e tutto il campionario che purtroppo molte ragazze conoscono. E insomma, fare un giro per negozi non aiuta: le taglie sono tutte micro, i manichini anoressici. Alla fine ti riduci ad andare in quei negozi con le taglie europee, che sono due misure più piccole delle nostre, per cui una 42 diventa facilmente una 38.
Per questo, quando ho aperto il volantino sono rimasta stupita. Niente modelle al limite della denutrizione, niente ragazze ammiccanti in pose al limite del porno. Piuttosto fanciulle bellissime, certo, ma con la carne al posto giusto. Seni prosperosi, visi floridi, gambe e fianchi torniti. Corpi sani, insomma, modelli di una bellezza accessibile, in cui per essere considerate non si deve mortificare il proprio fisico, assottigliandolo fino a farlo diventare trasparente.
Ok, non dico che sia una rivoluzione. Ma è già qualcosa. E sfogliare quelle pagine mi ha piacevolmente stupita. Poi, certo, chissà, magari le taglie dei vestiti sono comunque striminzite, tipo quel marchio lì che ha per testimonial la giunonica Arcuri, e poi anche se sei peso forma di entra giusto la 46 e un po’ a fatica. Ma, ripeto, è un piccolo messaggio nel mare sconfinato di scheletri che camminano, di donne che devono rinunciare alla propria fisicità per essere apprezzate.
Proprio ieri mattina, pesandomi, il risultato non mi era piaciuto. E niente, quel volantino lì mi ha messo un po’ di buonumore. Ho pensato che forse dovrei dare più retta a quel che mi diceva la mia dietologa all’epoca: che è importante mangiar bene per essere sani, più che per essere fighi, e che alla fine, quando vado in palestra, sentire che il mio corpo risponde, che fa quel che voglio, è altrettanto soddisfacente che riuscire ad entrare in una minigonna.

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Notizie da qui

Non sono scomparsa e sto bene. È solo che ho un sacco di cose da fare, su tutti i fronti. Mi sta salendo l’ansia, in effetti. Ma ce la farò, come sempre, anche perché non è che posso non farcela. Nelle vite come la mia è un po’ come diceva l’indimenticato Maestro Yoda: «Provare no! Fare! O non fare. Non c’è provare!». Che è anche consolante, da un certo punto di vista.
Ci rivediamo appena respiro di nuovo un po’. Che potrebbe essere anche a breve, eh? Intanto continuate a fare i bravi.

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Era un pesce d’aprile

Allora, immaginavo che una cosa del genere sarebbe successa, ma francamente, visto quanto poco è durato lo scherzo, non pensavo si sarebbe protratta così a lungo. Il post precedente era un pesce d’aprile, c’è scritto nel corpo del post e nel titolo: lo stato di lavorazione del film è sempre il solito, si stanno cercando partner per la coproduzione internazionale. Al momento non c’è nessun partner americano, e il prossimo aereo che devo prendere è per Palermo, per il congresso della SAIt (in quel periodo farò anche una presentazione alla Feltrinelli, poi vi dirò i dettagli). Niente america, niente volo transoceanico, niente. Passate voce.

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L’ultima frontiera – PESCE D’APRILE

Ragazzi, scusate, era un pesce d’aprile. Purtroppo ho appena ricevuto una brutta notizia che mi ha lasciato decisamente sconvolta. Non me la sento di scherzare né di portare avanti questa cosa. Scusatemi

A breve dovrò vedermela con l’ultima frontiera della mia paura di volare. In verità pensavo che il problema fosse risolto, ma mi rendo conto che ancora non mi sento completamente a mio agio quando prendo l’aereo, e quando vola un membro della mia famiglia sono sempre in ansia.
Da tempo pensavo che fosse ora di uscire dall’Europa, e provare a vedere un po’ di mondo. Pensavo che la prima volta sarebbe stato con un bel viaggio di Giappone, un ottimo battesimo del fuoco con un premio finale molto ambito, quello che da qualche anno io e Giuliano consideriamo il viaggio della nostra vita. E invece le cose sono andate diversamente. Perché farò sì un volo intercontinentale, ma non verso ma est, bensì sopra l’Atlantico. Vado in america. E non ci vado per un congresso, ma per i miei libri.
Stacco. Flashback.
Un tot di tempo fa, Paolo Barbieri postò sul suo Facebook uno stato che gettò alcuni di voi nel panico: “Nihal. Again”, diceva. Tutti lì a domandarsi che significava, che voleva dire…Ve lo dico io. Significa che alla fine, dopo tutta una serie di vicissitudini, è stato trovato il partner internazionale, per la precisione made in USA, per realizzare il film tratto dalle Cronache. Ebbene sì. Non ve l’ho detto prima perché solo adesso la notizia è diventata ufficiale. Ovviamente, ormai il design del Mondo Emerso ha un’impronta ben chiara, raffinata anche da due libri illustrati, ed è dunque ovvio che Paolo sia stato chiamato a far parte del progetto. Per altro questa cosa era chiara al produttore fin da principio.
Comunque, siamo ancora nelle fasi iniziali del tutto. Ok, lo so, lo sto dicendo da qualcosa come tre anni, ma il cinema è un mondo strano, in cui circolano moltissime idee, e poche alla fine concretizzano. Ma suppongo vi rendiate conto anche voi che aver trovato un coproduttore negli States è un grosso passo avanti. Insomma, il film è più vicino, decisamente.
Anyway, dopo l’ovvia esaltazione che è seguita alla notizia, la mia solita ansia non si è fatta attendere: dodici ore o giù di lì in aereo. Sopra l’Oceano Atlantico. In direzione del paese dell’11 settembre. C’è così tanta roba di cui aver paura che mi sento addirittura in imbarazzo: devo temere più il guasto o l’attentato? Ah, ovviamente ci sarà la famiglia al seguito, per cui gli interrogativi si moltiplicano: come la tengo ferma dodici ore in aereo Irene? Le farà bene? Mi atterrerà incazzatissima e/o sconvolta? E il fuso? E l’inglese, dio mio, l’inglese?
Le cose cambiano, e questo film sconvolgerà tante cose. È un grosso salto nell’ignoto, verso un mondo che mi è quasi del tutto sconosciuto. Per cui ieri sera, mentre studiavo tariffe aeree e soluzioni di volo, pensavo che non è tanto il viaggio che mi spaventa: è tutto il resto, tutto quel che sarà dopo. Ma in fondo la vita è così, no? Bisogna cambiare di continuo, è il nostro destino. E, sì, dai, io sono pronta.

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