Archivi del mese: maggio 2011

Mezzo bicchiere

Un tempo ero ottimista. Poi non lo so che è successo. Più o meno sulla soglia dei diciotto ho iniziato a pensare che per farsi meno male occorresse fasciarsi la testa prima di essersela rotta. Credo abbia qualcosa a che fare con le delusioni amorose del periodo. In ogni caso, smisi di vedere il bicchiere mezzo pieno e a intravedere invece catastrofi a ogni pié sospinto.
Così ieri, mentre Sandrone esultava al primo exit pol, io rimanevo moderatamente fredda – anche perché non avevo idea delle idee politiche della persona in stanza con me e volevo evitare una sfibrante discussione “Berluska sì, Berluska no”. È che ricordo quell’anno tremendo che gli exit pol davano Prodi in vantaggio, e poi, come in un incubo, più sezioni venivano scrutinate e più Prodi sprofondava. Vincemmo di misura, roba che se mia nonna quel giorno aveva il raffreddore e non andava a votare vinceva Berlusconi.
Poi hanno iniziato gli scrutini, e Pisapia e De Magistris volavano. Ma io restavo a terra. A Roma succede sempre che quando scrutinano le ultime sezioni la situazione si capovolge. Infine, alle 18.00, mentre soffrivo dal fisioterapista, anch’io ho dovuto capitolare. Avevamo vinto. E pure alla grande.
E allora com’è che oggi mi sembra tutto uguale a prima? Perché a me piacerebbe davvero credere che tutto questo significhi che le cose stanno cambiando, che finalmente l’incantesimo s’è rotto e gli italiani vedono Berlusconi per quel che è: un vecchietto affetto da priapismo troppo preoccupato dai suoi guai giudiziari per riuscire davvero a governare. Vorrei davvero credere che a Milano, Trento, Napoli il popolo abbiamo voluto mandare un preciso segnale. Ma non ci credo. È più forte di me. Vorrei che tutto questo significasse qualcosa di più di un generico “l’amministrazione tot ci ha rotto le scatole”, ma non ce la faccio. Ok, a Milano ha vinto un comunista. Vabbeh, ok, quelli veri non esistono più, ma Pisapia non è esattamente un moderato. Ma per me questo non significa che l’Italia, per dirne una, è pronta ad un presidente del consiglio gay, ma che Moratti deve aver fatto davvero schifo in questi anni.
È che questa mi sembra la solita risacca. Gli italiani semplicemente odiano essere governati. Infatti, a parte lo strapotere della DC negli anni che furono, io non ricordo due politiche consecutive in cui abbia vinto lo stesso partito. Dopo due, tre, cinque anni di governo gli italiani semplicemente si stufano, e zompano dall’altro lato della barricata. Lo chiamano bipolarismo, a me sembra semplice qualunquismo. E io penso che non è questo quello di cui l’Italia ha bisogno ora. Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione, dei costumi, del modo di intendere la cosa pubblica, dell’etica. Qui ci vuole una rinascita, altro che. Non l’ennesimo “voto contro”.
Ora. Probabilmente sono soltanto io che sono pessimista, e che non ho capito. Che dopo quasi vent’anni, se ho ben capito, a Milano torni la sinistra è indubbiamente un fatto epocale. Ma io mi domando: è una cosa solo locale? Come locale è stata tutto sommato l’elezione di Alemanno qui da noi. È stato un voto contro Rutelli e per la paura. Non ci fosse stato il caso Reggiani, forse sarebbe andata diversamente. Ma soprattutto: chi ha votato Pisapia l’ha fatto perché s’era stufato della Moratti, o perché sente come me che c’è bisogno di cambiare direzione in toto, rivedere le nostre politiche sociali, cambiare atteggiamento verso i migranti, verso le minoranze di qualsiasi genere, in una parola piantarla di aver paura e affrontare a testa alta il futuro?
Non lo so. La gente intorno a me mi sembra uguale a prima. E fino a quando non cambia la testa della gente, non c’è speranza.
Però ieri sera, se mi fossi ricordata di metterla in frigo, una bella birra ghiacciata me la sarei bevuta alla salute di Pisapia. Me la berrò stasera. Prosit, e speriamo che al prossimo giro tocchi a tutti gli italiani

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Traumi

A inizio mese m’è capitato un episodio spiacevole ma che evidentemente mi ha segnata un po’ più del previsto. Tra l’altro ho perso l’occasione per una di quelle figure epiche, che i presenti si sarebbero raccontati negli anni a venire, magari ridacchiando. Invece è stata solo una cosa così, senza troppe conseguenze.
Niente, a Palermo sono stata ripresa mentre facevo foto. Ero lì con la mia bella 60D che mi dilettavo a far foto a ISO duemiliardi, aperturona folle e esposizione da sbadiglio (c’era poca luce, come avrete intuito), quando qualcuno mi ha detto piuttosto rudemente che la dovevo smettere, perché lì foto non se ne potevano fare. Ho messo via rapidamente la reflex, mi sono seduta rossa come un peperone – ma anche un po’ incazzata, devo dire, perché per tutta una serie di ragioni mi sentivo nel giusto a far foto lì – e si è passati a commentare scherzosamente il fatto coi presenti. Insomma, morta là.
Solo che poi i giorni son passati. Sono andata a Torino. Facendo le valige ho guardato la borsa con la reflex. La porto? Ma anche no, tanto non avrò tempo. E ho lasciato la macchina fotografica a casa. Passa una settimana, e la reflex resta nella sua borsa. Ho il seminario da preparare, non ho tempo, mi dico. Passa anche il seminario e la reflex resta dov’è. In borsa. Non la porto con me a Massenzio, un giorno mi trovo lì a pensare che forse mi è semplicemente passata la voglia, che anche questa è finita nel dimenticatoio, insieme alla passione per il disegno e il bricolage, con la povera Bianchina e le altre miliardi di cose che ho iniziato a mai finito. È stato a quel punto che è scattata la ribellione. Mio marito ha speso un fracco di soldi per la mia 60D, ho iniziato persino stamparmi qualche foto – sebbene siano tutte non degne di stampa, ovvio, ma che c’entra – e mi ero divertita in quei due anni di scatti, un sacco.
Ho ricominciato una mattina al parco con Irene. Pochi e brutti scatti. Mi son chiesta se davvero fosse finita.
Poi, sabato pomeriggio siamo andati a mare. C’erano cavalloni alti così, e soprattutto quella luce calda e radente del tramonto che è – come dire… – perfetta, semplicemente. E soprattutto c’era Irene. Che era già stata al mare, certo. Ma era piccola, forse neppure se lo ricordava. E per questo tutto le sembrava completamente nuovo. La sabbia, il vento, l’acqua. Era letteralmente impazzita. Correva di qua e di là, lasciava che la risacca le bagnasse i piedini, rideva.
È stato abbastanza semplice e naturale prendere la 60D e sentirla di nuovo sotto le dita. 600 scatti. Brutti, sciatti, senza idee e quel che volete. Ma c’era Irene. Vento e Irene, sole e Irene, acqua e Irene.
Quando hai un hobby nel quale non riesci granché bene, continui a praticarlo solo per due ragioni: per te, o per qualcuno. Ecco. Non credo che la mia reflex avrebbe granché senso nelle mie mani non fosse per Irene. Qualsiasi altra cosa fotografo resta sempre un panorama senz’anima, un ritratto senza personalità, uno scorcio inutile. Ma con Irene cambia tutto. Nelle svariate decine di migliaia di foto che ho scattato da quando ho una reflex, ne salverò una decina al massimo. E, a parte una, le altre sono tutte foto di Irene. Scattate per lei, per me, per i nonni. Per ricordarci per sempre di quella giornata al mare, di quella volta che ci veniva da ridere per niente, della prima vacanza assieme o del primo broncio dopo una sgridata.
È per questo che la storia mia e della 60D non è finita. È una storia privata, di scatti che vedremo in pochi, ma in fin dei conti io di lavoro scrivo, non faccio foto.

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Io avevo un post per oggi, lo giuro. Me lo sono scritto in testa ieri sera, dopo essere stata a Massenzio (ve lo ricordate?) a sentire David Sedaris e Stefano Benni. Era tutta una riflessione sul ritornare lì a Massenzio dopo due anni, sul fatto che non ricordo neppure da quanto tempo non facevo una cosa culturale, sui miei complessi d’inferiorità e via così. Solo che ieri sera ho bevuto. 20 cc di birra. Una weiss che avrà avuto 5 gradi a dir tanto. E sono rientrata all’una o giù di lì. E, niente, stamattina mi sentivo come una spiaggia dopo una tempesta: tabula rasa. Sonno da morire, movimenti rallentati, lingua felpata e stomaco in sciopero.
Era un bicchiere di birra. E non i bicchieri alla bavarese, proprio un bicchiere da vino dei nostri. Ed era l’una, forse anche prima.
Lungi dall’essere migliorata, la situazione è questa: mi muovo nel mondo ad una velocità almeno un paio di volte inferiore a quella del resto della gente. Per cui il previsto post si è perso nei fumi del dopo-non-sbronza e del dopo-non-bagordi.
Sto veramente invecchiando male.

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Torino again

Ma questo l’avevate visto, poi?

Scusate, ma questo caldo mi sta letteralmente uccidendo. Mi sono anche vestita frufru per cercare di far fronte all’afa, ma non sta funzionando molto. Se continua così chiedo asilo politico in Svezia

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Con dieci giorni di ritardo: Torino shots

Tutte le foto sono state scattate dai ragazzi di Fantasy On Air. E un grazie speciale a Fab.

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De stupro

Confesso di non essermi interessata più di tanto alla storia di Strauss-Kahn. Non mi stupisce che un potente si senta in diritto di abusare di una donna; è nella natura stessa del potere prevaricare, stuprare, figurativamente, certo, ma spesso anche fisicamente, concretamente.
Poi però oggi ho letto due cose. Questa e questa. Sulla lunga scia dei commenti, ho visto anche questo.
Ora, io non sono a prescindere contro il garantismo, anzi. Quel che non capisco è perché il garantismo venga fuori solo quando si parla di potenti o peggio quando si parla di stupro. Voglio dire, i due rumeni accusati – si seppe poi ingiustamente – di aver aggredito una coppia di giovanissimi al Parco della Caffarella non vennero trattati da presunti innocenti. Le loro foto vennero sbattute in prima pagina, e nessuno stava lì a tessere trenodie sulle loro rughe, sull’impermeabile “borderline” – ma che cazzo significa “impermeabile borderline”, ma le parole hanno ancora un senso o le spariamo a casaccio? – o sulla “spietatezza dell’uguaglianza della legge”. Erano due rumeni, e questo li condannava da sé.
Ben diverso Strauss-Kahn, un uomo potente e rispettato. L’idea che possa effettivamente essere un porco, uno che ritenga di poter disporre della vita altrui come più gli aggrada, non ci sfiora. Ci identifichiamo in lui – o almeno lo fanno gli uomini, visto che i tre commenti che ho indicato sono di tre maschi – e allora via con la tristezza per le manette, via con i “ma magari e innocente”, per terminare con l’immancabile “e comunque lei se l’è cercata”. Già. Lei. Chi è lei? Una cameriera, come sembra compiacersi a dire Travaglio. E, anche qui, il nome con cui la si indica dice tutto. Una il cui lavoro è servire, e dunque la subordinazione, il piegarsi e tacere, fa parte della sua essenza. Per tutti è solo questo. La cameriera. Di colore, per giunta. Un essere agito. Un particolare sullo sfondo nel quadro che vede al centro il potente. Strauss-Kahn in manette, Strauss-Kahn che sorride alla famiglia. Lei è un accidente.
L’ho già detto altre volte, lo stupro mette sempre a nudo le viscere dell’opinione pubblica. Sebbene da qualche anno sia finalmente reato verso la persona, e non verso la morale, sembra che per molti sia rimasto un insulto alla pubblica decenza. Torniamo al caso della Caffarella, o a quello della signora Reggiani. Anche lì ebbi l’impressione che la gente non fosse indignata perché una persona era stata violata nella sua intimità, in quanto di più sacro ciascuno di noi abbia, e poi uccisa; mi sembrava che la gente si arrabbiasse perché qualcuno non appartenente alla nostra comunità – un rumeno, appunto, un altro – aveva osato mettere le mani su qualcosa che appartiene a noi. Vengono qui a violentare le nostre donne, e il pronome dice tutto. Così lo stupro non è più una violenza verso una persona: è un insulto a chi possiede una donna. Va quindi da sé che quando a stuprare è uno dei nostri, per di più potente, le cose cambiano. Lei se l’è cercata, le donne sono tutte puttane, lui ha fatto quel che ha fatto perché lei l’ha provato, perché ha perso la testa, perché è stato incastrato da un complotto.
Illuminante in questo senso è questo pezzo su uno stupro perpetrato da un ragazzo italiano ai danni di una ragazza italiana a capodanno del 2009, qui a Roma. Lui è un “bravo ragazzo”, la famiglia “per bene”, lui è dilaniato dal rimorso e ha fatto quel che ha fatto per un “mix di alcol e stupefacenti”. Lei? Chissenefrega di lei, vuoi mettere col dramma di lui.
Mi direte, ok, ma che c’entra Travaglio? C’entra. Prendere un fatto di cronaca doloroso, che è costato moltissimo ad una donna, per tesserci su un pindarico paragone con le vicende di Berlusconi – che con tutta il disprezzo per il personaggio e le innumerevoli colpe politiche che gli attribuisco, fino a prova contraria praticava sesso consenziente, e non ha mai stuprato nessuno – è pretestuoso e anche poco efficace. Far ridere la gente con le cameriere appoggiate ai piselli dei potenti mi dà fastidio, sì, tanto più se lo sberleffo scavalca a piè pari la carne della vittima, che viene ridotta alla figura comica della “cameriera”, appunto, come in un film scollacciato anni ’70. Anche perché poi il succo del discorso sembra essere “vedete, persino uno stupratore ha la nobiltà d’animo di farsi processare, invece il nostro presidente no”, e questo mi ricorda moltissimo il florilegio di articoli agiografici su san Totò Cuffaro che invece di fare il latitante va in galera.
Sembrano tutte questioni di lana caprina, ma non lo sono. Dicono tantissimo di quali sono i valori della nostra società, di qual è il posto che la donna vi occupa. A voi tirar le somme.

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Ansia

Tra mezz’ora circa terrò un seminario sul mio lavoro all’università. Sono graditi pensieri di solidarietà tra le 13.00 e le 14.00.

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Un eroe contemporaneo

E qui occorrerebbe aprire con questa. Solo che non è che ci azzecchi poi tantissimo col resto, ma ugualmente non potevo esimermi, dato il titolo.
Con colpevole ritardo, ho scoperto Boris. Le prime puntate le vidi su Cielo, ed erano praticamente tutte della seconda stagione. Incuriosita mi presi il cofanetto della prima, me la vidi da sola, e adesso me la son rivista con Giuliano. Inutile dire che ci siamo appassionati al volo. Non ci addormentiamo se non ci spariamo almeno due puntate a sera. È che quel set è una metafora così dannatamente efficace di come vanno le cose in questo paese che uno non può non solidarizzare. Con tutti, per altro, vittime di un meccanismo inesorabile che spinge verso il basso, livellando ogni guizzo di creatività, ammazzando sul nascere ogni ambizione. Ma quello che ci ha fatto davvero innamorare è stato Renè Ferretti. C’è qualcosa di tragico e di grande, in Renè. Perché Renè non è uno che non è capace di far di meglio, non è che Gli Occhi del Cuore 2 sia il massimo che sa fare. La tragedia sta proprio qui: lui è uno bravo, ha fatto cose, continua a farle, a volte, come il famigerato cortometraggio sulla formica. Ha vinto persino premi. Ed è approdato infine a quell’inferno i terra di produttori maneggioni, direttori di rete fantozziani e attori cani. E la passione e la bravura ogni tanto emergono, nella sua capacità di far fronte all’ennesima richiesta assurda di Corinna, all’ennesimo delirio di Stanis, al pugno con cui dirige una cosa che gli fa oggettivamente schifo, piegandosi a tutti i limiti di una professione infame. È uno che le cose brutte le fa di proposito. Perché è quello che gli chiedono, perché i mezzi sono quelli, perché il sistema è così, e non ci puoi fare niente.
Ok, la facilità con cui si piega al compromesso ricorda fin troppo bene quella caratteristica tutta italiana di dire “le cose sono così, non posso fare altro che adeguarmi”. Non glielo ha imposto il medico, di girare Gli Occhi del Cuore. O forse no? Il mutuo da pagare ce l’hanno tutti…Ma la sua tragicità sta proprio nel fatto che nonostante tutto è uno bravo, e lo resterà. E per questo è una specie di eroe. Perché tutte le bastonate del mondo non gli tolgono il talento, che di tanto in tanto sfoga in solitaria. Perché in fin dei conti resta un puro. Fa uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare, no?
A volte mi sono messa lì a pensare chi sia il “cattivo” nella serie. Perché tutti sono fin troppo consapevoli di star girando monnezza. Duccio la farebbe pure una fotografia migliore, servisse a qualcosa, Lopez passerebbe pure alla fiction di qualità, se la rete decidesse che venderebbe. Sono tutti incastrati in un meccanismo perverso che li costringe a dare il peggio. Ma quando si va a cercare chi quel meccanismo l’ha creato, non si trova. I vertici di rete? Il pubblico che si beve le peggio schifezze? Non si sa. Semplicemente è così, da sempre. E la tragedia è questa.
Non so, a me pare che la metafora sia fin troppo scoperta. Sono anni che chiniamo il capo e facciamo il meno che possiamo convinti che sia così vuole la maggioranza. Non andiamo a votare, che tanto il nostro voto è inutile a fronte di quello degli altri. Ci facciamo raccomandare per non dover aspettare tre mesi per una TAC, perché tanto è così che funziona. Ci rassegniamo ad una televisione inguardabile perché siamo convinti che così piaccia alla maggioranza. Ma chi sono questi altri? Chi è che ha cominciato? Chi è stato il primo che ha imposto il peggio come norma? Ma sarà mica che siamo topi che non solo si sono costruiti la trappola da soli, ma continuano a tenerla ben oliata e funzionante?
Io non lo so se il mondo della fiction è come Boris. L’Italia di sicuro lo è.

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Ho visto cose che voi umani…

Ho viaggiato insieme a Giulietto Chiesa. Sono stata tentata di chiedergli se secondo lui anche in quel momento stavamo irrorando, ma mi sono trattenuta.

Sono stata sui tacchi per un giorno e mezzo, girando per altro per la Fiera come una trottola impazzita. Ho i piedi a pezzi, ma ho tenuto botta.

Su trentadue ore a Torino, ho avuto solo due ore libere. Le ho occupate leggendo Kick Ass. Giudizio: bella idea, ma Wanted era meglio.

Mi son sentita dare della gnocca, e, detto da un amico, ogni tanto fa anche bene alla scarsissima autostima. Che, ça va sens dir, è tornata bassissima tipo due secondi dopo.

Ho conosciuto Marco Presta, che avevo incrociato su un paio di voli in passato, ma cui non mi ero mai presentata causa la mia patologica incapacità di interagire con persone che non conosco direttamente, ma che stimo. Ci siamo immortalati, ci siamo scambiato libri e dediche, e, niente, sono stata contenta, perché lui e Antonello Dose mi hanno fatto splendida compagnia per un numero infinito di mattine col loro Ruggito del Coniglio.

Ho fatto un piacevole viaggio in macchina con un vecchio amico, e ho rimpianto di non aver potuto passare con lui più tempo.

Ho ritrovato Sandrone e ho fatto una presentazione con lui. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

Ho parlato, ho stretto mani, ho sorriso e ho firmato fino ad essere esausta. In compenso, ho visto svelato un segreto. E, adesso, l’avete visto anche voi.

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In partenza

Sono in frenesia da pubblicazione (non di un libro, di un articolo scientifico) e dunque non ho molto tempo. E poi sono in partenza, Domani e domenica sarò al Salone del Libro di Torino. Vi ricordo i due appuntamenti: alle 17.00, credo al padiglione 2 stand H126-J125, ossia la postazione di Bol.
Domenica, invece, alle 10.30 sarò all’Arena Booksotck, e con me ci sarà Sandrone Dazieri.
Infine, vi segnalo questa iniziativa Donabol. I miei cinque libri credo non stupiranno nessuno, ma li trovate qua. Cimentatevi anche voi, mi raccomando, che è con la cultura che si cambiano le cose, e i libri sono i mattoncini del futuro che verrà.
A domani per chi ci sarà, a lunedì per tutti gli altri

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