Archivi del giorno: 30 maggio 2011

Traumi

A inizio mese m’è capitato un episodio spiacevole ma che evidentemente mi ha segnata un po’ più del previsto. Tra l’altro ho perso l’occasione per una di quelle figure epiche, che i presenti si sarebbero raccontati negli anni a venire, magari ridacchiando. Invece è stata solo una cosa così, senza troppe conseguenze.
Niente, a Palermo sono stata ripresa mentre facevo foto. Ero lì con la mia bella 60D che mi dilettavo a far foto a ISO duemiliardi, aperturona folle e esposizione da sbadiglio (c’era poca luce, come avrete intuito), quando qualcuno mi ha detto piuttosto rudemente che la dovevo smettere, perché lì foto non se ne potevano fare. Ho messo via rapidamente la reflex, mi sono seduta rossa come un peperone – ma anche un po’ incazzata, devo dire, perché per tutta una serie di ragioni mi sentivo nel giusto a far foto lì – e si è passati a commentare scherzosamente il fatto coi presenti. Insomma, morta là.
Solo che poi i giorni son passati. Sono andata a Torino. Facendo le valige ho guardato la borsa con la reflex. La porto? Ma anche no, tanto non avrò tempo. E ho lasciato la macchina fotografica a casa. Passa una settimana, e la reflex resta nella sua borsa. Ho il seminario da preparare, non ho tempo, mi dico. Passa anche il seminario e la reflex resta dov’è. In borsa. Non la porto con me a Massenzio, un giorno mi trovo lì a pensare che forse mi è semplicemente passata la voglia, che anche questa è finita nel dimenticatoio, insieme alla passione per il disegno e il bricolage, con la povera Bianchina e le altre miliardi di cose che ho iniziato a mai finito. È stato a quel punto che è scattata la ribellione. Mio marito ha speso un fracco di soldi per la mia 60D, ho iniziato persino stamparmi qualche foto – sebbene siano tutte non degne di stampa, ovvio, ma che c’entra – e mi ero divertita in quei due anni di scatti, un sacco.
Ho ricominciato una mattina al parco con Irene. Pochi e brutti scatti. Mi son chiesta se davvero fosse finita.
Poi, sabato pomeriggio siamo andati a mare. C’erano cavalloni alti così, e soprattutto quella luce calda e radente del tramonto che è – come dire… – perfetta, semplicemente. E soprattutto c’era Irene. Che era già stata al mare, certo. Ma era piccola, forse neppure se lo ricordava. E per questo tutto le sembrava completamente nuovo. La sabbia, il vento, l’acqua. Era letteralmente impazzita. Correva di qua e di là, lasciava che la risacca le bagnasse i piedini, rideva.
È stato abbastanza semplice e naturale prendere la 60D e sentirla di nuovo sotto le dita. 600 scatti. Brutti, sciatti, senza idee e quel che volete. Ma c’era Irene. Vento e Irene, sole e Irene, acqua e Irene.
Quando hai un hobby nel quale non riesci granché bene, continui a praticarlo solo per due ragioni: per te, o per qualcuno. Ecco. Non credo che la mia reflex avrebbe granché senso nelle mie mani non fosse per Irene. Qualsiasi altra cosa fotografo resta sempre un panorama senz’anima, un ritratto senza personalità, uno scorcio inutile. Ma con Irene cambia tutto. Nelle svariate decine di migliaia di foto che ho scattato da quando ho una reflex, ne salverò una decina al massimo. E, a parte una, le altre sono tutte foto di Irene. Scattate per lei, per me, per i nonni. Per ricordarci per sempre di quella giornata al mare, di quella volta che ci veniva da ridere per niente, della prima vacanza assieme o del primo broncio dopo una sgridata.
È per questo che la storia mia e della 60D non è finita. È una storia privata, di scatti che vedremo in pochi, ma in fin dei conti io di lavoro scrivo, non faccio foto.

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