Archivi del mese: maggio 2011

Waiting for the Big Ones. Ma anche no

Secondo non si sa bene chi, perché è ignoto chi per primo ha sparso la voce, oggi a Roma dovrebbe esserci un terremoto catastrofico. Potrei dilungarmi a spiegare perché a) il metodo Bendandi, per quanto ne sappiamo, non prevede i terremoti, b) Bendandi non ha mai fatto alcuna previsione per un terremoto a Roma oggi. Ma io non sono geologa, per cui lascio il posto a chi sa far meglio di me. Ricordo comunque che Roma in sé non è zona sismica; lo sono i Castelli Romani, a sud della città, dove per altro c’è un vulcano considerato ancora attivo, il Vulcano Laziale. E oggi pomeriggio io andrò a lavorare proprio alle pendici del suddetto vulcano. Comunque. Preferisco prenderla a ridere, che è l’unico modo con cui ci si può avvicinare alle leggende metropolitane, consigliandovi una canzone del sempre ottimo Caparezza:

A domani.

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Altre istantanee

Come al solito, dopo le immagini, torno a mezzi espressivi che mi sono più congeniali.
Ero già stata a Palermo, ero già stata in Sicilia, e sono stata contenta di esserci tornata. Non so, è un luogo che amo molto. Innanzitutto per motivi letterari: la patria di Pirandello, l’autore della prima opera che vidi a teatro – per la cronaca, I Giganti della Montagna – e alla cui filosofia devo molto come persona, il luogo natale del mio amato Montalbano, la Sicilia di Verga…Poi per i dolci. La pasta di mandorle è il mio dolce preferito, per tacere di cannoli e cassate. Poi…non lo so. È mediterraneo allo stato puro. È Grecia, è Roma, è saracena, è luce. Avete mai fatto caso alla luce, a quanto è intensa, a quanto è, non so, diversa da qui?
Lo sapete, io sono più il tipo nordico. Ma le radici sono nella Magna Grecia, e quando scendo sotto la linea gotica mi sento sempre a casa. Ci sono cose che possono succedere solo in città come Napoli e Palermo, solo in posti così intensamente mediterranei, figli di una cultura necessariamente bastarda, che hanno visto gli invasori passare, e mescolarsi fino a confondersi. Quella schiettezza di certa gente di mare, quella simpatia istantanea verso il viaggiatore, quel calore che si spiega solo così, col destino di un popolo nato dalle contaminazioni dei mille altri che l’hanno dominato.
Palermo è decadente. Ma non lo dico in senso negativo. È la bellezza sfatta, eppure fulgida, di una donna stanca. Per certi versi l’ho trovata grandiosa come Roma, coi suoi palazzi imponenti, di quel barocco contaminato quasi sempre da quel tocco d’arabo, le chiese che a volte sembrano moschee, una capitale, a suo modo. Poi giri l’angolo, e ti ritrovi davanti a vicoli pericolanti, a palazzi abbandonati. E ti sembra di essere finito nel fantasma della città che fu. A volte sembra una città erosa dal caldo e dalla luce, immersa in quel caos tipico dei posti di mare: Napoli, ancora, Barcellona, Atene, che pure dal mare dista un po’.
Mi ci sono consumata i piedi, come quasi sempre, quando visito un posto nuovo. E ho cercato di farmela entrare negli occhi. A volte preferisco fare così, piuttosto che andare in giro per luoghi famosi: sono sempre un po’ a caccia di sensazioni, spesso più che di nozioni.
In ogni caso, non mi sono fatta mancare quei tre o quattro posti must: il Palazzo dei Normanni, la Cattedrale, e la Cappella Palatina. Splendidi tutti i e tre. Quando giro per l’Italia ritrovo, se non il patriottismo, che proprio non mi appartiene, quanto meno l’orgoglio di vivere in un posto in cui ogni vicolo, ogni angolo cela una bellezza segreta. E dove un paese non è mai uguale all’altro. In questo siamo davvero unici al mondo.
Per il resto non c’è molto altro da dire. Ho rischiato di litigare con una principessa, ho rispolverato con tanta nostalgia i miei attrezzi da divulgatrice, ho guardato Irene tutta contenta di stare in un posto nuovo da scoprire. E ho vissuto a pane e caponata per tre giorni.

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La mia Palermo

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Dunque, le cose stanno così: domani parto per andare in Sicilia al congresso della SAIt, e quindi è probabile che non mi rivedrete su questi lidi fino a fine settimana. Se però per qualche ragione il 6 Maggio siete a Palermo, c’è l’occasione di incontrarci: farò infatti una presentazione alla Libreria Feltrinelli alle ore 18.30. Ve la segnalo perché sarà una cosa un po’ particolare.
SAIt sta per Società Astronomica Italiana, ed è una società che riunisce tanto professionisti del campo che appassionati, ed è fortemente impegnata anche sul fronte della divulgazione. Per questo, per tutta la settimana in cui si terrà il congresso – per la cronaca è dal 3 al 6 maggio – ci saranno tutta una serie di attività divulgative parallele. Innanzitutto, presso le Segrete del Palazzo dei Normanni e la Cripta della Cappella Palatina sarà possibile visitare dal 2 all’11 la mostra Cosmo Segreto. Presso la Libreria Feltrinelli, poi, ci saranno tutta una serie di Caffé Scientifici su vari argomenti dell’astronomia moderna. Il programma completo lo trovate qua. Parlerà anche Giuliano, per la cronaca, domani sera, per chi fosse interessato. Ma vi assicuro che tutti caffé saranno interessanti, conosco gli argomenti e conosco i relatori. Inoltre, sempre domani sera, il prof. Buonanno terrà una conferenza pubblica presso la Sala Gialla del Palazzo Reale dal titolo Universi: uno o più di uno?. Fossi in voi non mancherei neppure quella. Vi ricordo che Buonanno è l’autore di questi due libri qui che già ebbi modo di consigliarvi.
Perché tutto questo cappellotto? Perché la mia presentazione di venerdì sera non sarà proprio una presentazione. Mi fa un po’ tristezza, ma mi rendo conto che ormai anche nell’ambito dei miei colleghi c’è gente che mi conosce più per la mia attività di scrittrice che di dottoranda in astronomia. Ed è come scrittrice che l’ASDC, il centro dati dell’ASI presso il quale ho lavorato per quasi due anni e che è tra gli organizzatori delle attività divulgative, mi ha invitata. Ma io sono anche astrofisica, e sono a Palermo per il congresso della SAIt. Per questo, ho pensato che venerdì sera vi spoilererò un pochino su I Gemelli di Kuma, che esce la prossima settimana, ma vi parlerò anche di astrofisica. Perché, anche se non sembrerebbe a prima vista, le due cose sono connesse.
La divulgazione è uno dei miei grandi rimpianti. L’ho praticata per tre anni quando ero studentessa di laurea, poi ho dovuto abbandonarla perché le giornate hanno 24 ore, e non è che sempre ci entrino tutte le cose che uno amerebbe fare. Ma mi è dispiaciuto moltissimo smettere, e per questo, quando posso, tolgo la polvere dai miei strumenti di divulgatrice e ricomincio a parlare di cielo e stelle. Purtroppo è una cosa che ormai faccio molto, ma molto di rado. Per cui venite numerosi, ecco, che mi fate piacere.
A venerdì sera per chi ci sarà, a presto per tutti gli altri.

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Carne e idee

L’11 settembre 2001 stavo preparando l’esame di analisi II. Ero all’università con Giuliano quando mi arrivò la telefonata di mia madre. Mio padre era all’estero, e per questo la prima cosa che pensai quando insieme agli altri mi misi davanti alla tv, nel laboratorio di fisica I, fu al suo ritorno con l’aereo il giorno dopo. La seconda fu che non avrei mai più volato in vita mia, per tutto l’oro del mondo. Sono fatta così: ho sempre difficoltà a inquadrare le brutte notizie, quelle storiche o quelle semplicemente scioccanti. Il mio primo pensiero è sempre stupido, fuori luogo.
Il mondo è cambiato quel giorno? Dopo dieci anni non so dirlo. Di sicuro è cambiata la percezione che ne abbiamo. Noi degli anni ’80 la Guerra Fredda l’abbiamo vista di striscio, e la nostra massima preoccupazione poteva essere l’effetto serra, o il buco dell’ozono. Quel giorno imparammo una nuova paura, e vedemmo in faccia per la prima volta il Nemico. E per dieci anni quella faccia ha coinciso coi lineamenti pacati di Osama bin Laden. Per dieci anni il suo volto ha significato terrore, il suo non mostrarsi praticamente mai, il suo spedire di tanto in tanto lunghissimi nastri audio in cui pontificava su tutto – l’Occidente malvagio, certo, ma alla fine anche il protocollo di Kyoto, l’inquinamento, persino gli auguri per la fine del Ramadan – alimentava paura e speranze. Non era più neanche davvero un uomo: era un simbolo, una personificazione. Ce lo immaginavamo immortale, imprendibile, qualche volta già morto.
Stamattina, durante la colazione, Giuliano mi mostra incredulo la prima pagina de La Repubblica. È davvero difficile far coincidere l’idea di bin Laden con quel volto che tutti i giornali si ostinano senza pudore a sbattere in prima pagina, come se per tutti fosse piacevole guardare la faccia di un morto. La sua cattura, la sua uccisione, non sono mai state delle opzioni reali, per noi che guardavamo la tv dalla scuola, dall’università, quel giorno di settembre. Perché bin Laden non ci è mai stato presentato come un uomo: è sempre stato un’idea. Per noi Occidentali, certo, ma anche per tutti coloro che hanno visto in lui una speranza, che l’hanno seguito, sostenuto, persino amato. E anche adesso che sembra morto, e che quell’immagine tremenda dovrebbe riportarcelo alla sua semplice dimensione di uomo, sarà e resterà sempre solo un simbolo: del male, del bene, del terrorismo, della resistenza.
Quel che mi colpisce di più, però, è altro. La mia prima reazione, innanzitutto: ero contenta. Un soldato americano aveva sparato in testa ad uno, uno che indubbiamente ha compiuto efferati delitti, non voglio certo negarlo, ma il gesto in sé resta: un uomo ha sparato ad un altro uomo. E io sono stata contenta. Per una frazione di secondo. E gioire per la morte di qualcuno, persino di qualcuno che ha causato la morte di migliaia di altre persone, non è mai un buon segno.
Ma non ero sola. E questa è la seconda cosa che mi colpisce.
Il florilegio delle reazioni alla sua uccisione è stato piuttosto monotematico: Obama dice che “giustizia è stata fatta”, per il ministro degli esteri è “una vittoria della democrazia”, per Frattini è “la vittoria del bene contro il male”.
Riflettiamo un attimo. È stata eseguita una condanna a morte senza processo. Un soldato ha sparato, un uomo è morto. Dov’è la democrazia? E la giustizia? Piuttosto è stata una sconfitta della democrazia, che non ha saputo opporre al terrorismo altre armi che non fossero quelle dei terroristi stessi: bombe ed esecuzioni sommarie. È così che si combatte il fondamentalismo? Radicalizzandoci anche noi?
È stato un regolamento di conti, diciamoci la verità. Umanamente comprensibile, ma non accettabile né dal punto di vista del diritto né della democrazia. La democrazia, semplicemente, non agisce così. Eppure oggi siamo contenti, un po’ tutti. Questo ci dice molto sulla nostra natura, su quel che siamo davvero, una volta spogliati dai condizionamenti sociali. In fin dei conti non aspettiamo altro: essere liberi di dare sfogo ai nostri desideri più oscuri, non appena l’etica abbassa la guardia.
Infine, diceva V di Alan Moore “le idee sono a prova di proiettile”. Bin Laden era solo uno, e non veniva dal nulla. Aveva dietro della gente che lo seguiva, che lo ammirava, che ne condivideva le idee. E quell’idea non è morta. È viva nella nostra gioia oggi e nel dolore di chi ora lo piange, è viva nei comunicati ufficiali dei capi di stato e nei post che si rincorrono sui siti del fondamentalismo.
Per cui siamo al punto di partenza. È cambiato il mondo, oggi? Nell’apparenza, forse, ma non nell’essenza, che non cambia da migliaia di anni.

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