Archivi del mese: giugno 2011

Altre cose che non dovrei dire

Io non ho mai capito quelli che criticano le star che si lamentano della perdita della loro privacy. Quelli che ogni volta che un’attrice, un cantante fanno presente che non sempre hai voglia di sorridere alla folla plaudente, farti le foto con loro, avere a che fare coi paparazzi ogni minuto della tua giornata, subito partono con il consueto rosario di “eh, è la fama, hai voluto la bicicletta e mo’ pedali, però ti piacciono i soldi”. Sarò un’ingenua, ma ho sempre pensato che quando uno fa l’attore o il cantante abbia più che altro voglia di recitare e cantare, e che la fama sia una cosa che viene dopo, una specie di effetto collaterale. Con questo non voglio dire che non ci siano quelli per i quali la fama è l’obiettivo; ce ne sono, ma quelli magari non si lamentano di essere stati ripresi dai paparazzi mentre fanno gli sporcaccioni alle Maldive. È che quest’idea che il personaggio pubblico, poiché tale, deve incassare in silenzio e col sorriso sulle labbra ogni tipo di angheria mi sembra una concezione vagamente punitiva della fama: hai voluto essere famoso? E allora paghi con l’annullamento della vita privata. Ripeto, sono sicura che c’è un sacco di gente che vuole essere famosa e basta, ed è ben lieta di dare in pasto il proprio intimo alla folla. Ma c’è anche tanta gente che vorrebbe fare solo il proprio lavoro.
Mi viene in mente questa cosa riguardo agli scrittori e alla famosa querelle “gli scrittori devono accettare le critiche negative, anche quando sono stroncature”. Che, per carità, se ci fermassimo qui, se affermassimo solo questo, forse potrei quasi essere d’accordo. Solo che molti estendono il discorso in due direzioni: gli scrittori devono anche accettare gli insulti (“questo libro è una merda”, “è roba da minorati” e via così) e gli scrittori devono essere persone simpatiche che anche quando le insulti ti rispondono un sorriso e magari ti dicono anche “beh, sì, hai ragione, sono una merda, scusa che vado un attimo a scudisciarmi di là per espiare”.
Tempo fa, qualcuno scrisse a Neil Gaiman lamentandosi che Martin sul suo blog non dava alcuna informazione circa la prossima uscita de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Poneva poi delle domande sulle responsabilità che uno scrittore ha nei confronti dei lettori. La discussione è qui. Gaiman rispose con una frase che mi si è scolpita in testa: “Martin is not your bitch”, tradotto “Martin non è la tua puttana”.
Uno scrittore è una persona, e, in quanto tale, ha il diritto di essere scorbutico, insopportabile, stronzo, così come gentile, carino, amichevole. Ognuno ha il suo carattere, con quello nasce, e con quello si rapporta col mondo. Soprattutto, il carattere non dovrebbe influire sul godimento dei suoi libri da parte del pubblico, né dovrebbe servire a giustificazione di comportamenti del tipo “hai un brutto carattere, ergo ti insulto alla morte”.
Quando leggo un libro, cerco una storia, non cerco un amico. So che Salinger ci ha ingannati tutti, con quella storia del “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” Purtroppo non funziona così. L’unica cosa che l’autore ti dà è una storia. Non una spalla su cui piangere, non un amico, non un juke box che sforni storie a tuo piacimento. La persona dell’autore, l’ho detto un miliardo di volte, non è allegata al libro, neppure quando ti fanno credere che sia così. Per esempio, io so che la Mondadori ha venduto le Cronache allegando la storia dell’astrofisica che scrive fantasy: ma la persona Licia non si riduce a questo stereotipo. La persona Licia non si riduce neppure a quel che scrivo sul blog, perché per ogni parola che vergo qui ce ne sono miliardi che mi tengo dentro. Ci sono cose importanti, brutte, gravi, belle che mi sono capitate in questi dieci anni da personaggio pubblico che qui non hanno mai trovato posto, e mai lo troveranno. E sono cose importanti, che fanno di me la persona che sono. Per dire. Io lascio trasparire di me solo quel che sento di poter condividere con la comunità dei lettori, perché so che la rete è una cosa bella, ma è anche pericolosa, e per non farsi male va saputa usare. E anche se vi sembra che non ci sia filtro tra il mio intimo e il web, penso duecento volte alle cose che scrivo in rete, fosse anche uno stupido Tweet.
Ma sto divagando. Voglio dire che lo scrittore, per il solo fatto di aver scritto un libro, non ha l’obbligo di essere come i lettori lo vogliono. Neppure i suoi libri hanno l’obbligo di seguire i dettami che i lettori gli impongono. Martin non ha l’obbligo di scrivere un tot di libri l’anno, G.L. D’Andrea non ha l’obbligo di mostrarsi in rete come la gente lo vuole. Quello tra un libro e un lettore che lo apprezza è un incontro casuale: uno scrittore scrive quel che sente, quel che ama, e questo è l’unico modo che ha di rispettare il suo lettore, l’unico obbligo, se vogliamo, cui deve sottostare, e il lettore per qualche ragione risuona con quel che lo scrittore ha scritto. Se questa risonanza non ha luogo, non è colpa di nessuno. Non ha senso prendersela con lo scrittore, né tanto meno con la sua persona. Non ha senso neppure prendersela con l’editore, o con il lettore. Non ha funzionato, punto.
Senza contare che io ho imparato tanto anche dai brutti libri, tanto è vero che mi sono fatta un punto di non fare mai recensioni negative. Preferisco spingere i bei libri, mi sembra più costruttivo. I brutti o cadranno da soli nel dimenticatoio, o comunque avranno un loro pubblico, e chi sono io per mettermi a questionare i gusti altrui?
Ma, soprattutto, ripeto, quando uno decide di scrivere non firma un patto col demonio nel quale c’è scritto: offrirai la tua persona in sacrificio al lettore. No, non è così. Uno scrittore scrive per condividere qualcosa, ed è sua discrezione cosa condividere. Si attende ovviamente le critiche negative, e in qualche modo le accetta. Di buono o di cattivo grado sono fatti suoi, e nessuno può accusarlo di non saperla prendere con sportività. Ma assolutamente non è tenuto a far buon viso a cattivo gioco quando lo si insulta. Mi spiace, per quanto vi abbia deluso, lo scrittore non è la vostra puttana.

P.S.
Visto che nel complesso ho come l’impressione che questo sia il mio post meno compreso di sempre – per colpa mia, eh? evidentemente non mi sono spiegata bene – vi spiego da cosa è nato. È presto detto: dalla lettera di questo (è un po’ vecchio, lo so, ma l’ho riletto di recente) e di questo.
Per il resto, non ho di che lamentarmi sulla mia privacy, e se mi incontrate per strada mi potete salutare, non mordo, qualcuno da queste parti credo possa anche testimoniarlo :P

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Ciao Carlo

Eri tra le cose belle di Monaco. Adesso che non ci sei più, capisco quanto il mio ricordo di quella città sia legato anche a te. Ci hai lasciato persino un pezzo di Monaco che non conoscevamo, l’ultima volta che ci siamo visti. Mi dà una strana sensazione di vuoto sapere che non ceneremo mai più all’Augustiner, che non verrai più a trovarci a Roma carico di casse di birra, che non ti troverò più tra il pubblico, la prossima volta che parteciperò ad un convegno a Garching.
Di tutti i miei amici sei uno dei pochi che aveva letto tutto quel che avevo scritto. Nella memoria dell’Air ho ancora la tua lettera su La Setta degli Assassini; la cito sempre, quando faccio qualche presentazione, quando mi chiedono come mi rapporto alle critiche. Apprezzo ancora tantissimo la lucidità e la sincerità con cui mi dicesti tutto quello che ti era piaciuto e quello che non ti era piaciuto. È stata la scrittura ad unirci e a farci conoscere. Nella mia libreria ho ancora Against Method, quello che mi hai regalato. Un’altra piccola pietra miliare del mio percorso di persona.
Sembra strano dirlo, ma avevo pregato tanto. E, forse per la prima volta nella mia vita, non è servito. Ed è brutto ammetterlo, ma probabilmente avevo capito che sarebbe finita così quella sera in cui mi sono fatta forza, e ti sono venuta a salutare via Skype. Abbiamo riso insieme dell’indicibile, perché tu eri fatto così, è la cosa più importante che mi hai lasciato. La forza di combattere senza tenere in conto il risultato, come mi hai detto quella sera, sorridendo, col cappello di Jar Jar Binx in testa.
A volte la vita da davvero schifo e non capisco perché si accanisca. Ma lo diceva anche un personaggio dei miei libri: La condanna degli esserti mortali, o forse il loro dono, è questo: bisogna vivere senza capire. Non mi piace citarmi, però questa cosa, quando l’ho scritta, la sentivo terribilmente vera, così come vera è adesso.
Ciao Carlo.

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Il bello della rete

Questo post credo di averlo già scritto in passato. E neppure una volta sola. Perché lo riscrivo? Perché l’argomento è tornato di attualità di recente, perché a furia di autocensurarmi finisce che qui sopra non ci scriverò più per un sacco di tempo, e allora…
La rete, dunque. Il recente raggiungimento del quorum al referendum ha fatto gridare un po’ tutti al miracolo. È la rete che ci salva, è la potenza della libertà di circolazione di idee del web che ha permesso questa grande vittoria della democrazia!
Ora, ok, sì, forse l’asse dell’informazione si sta spostando. Sempre più persone non la fruiscono più a livello meramente passivo (media generalisti), ma in forma più attiva: si vanno a cercare le notizie online, diffondono quelle che gli interessano. E questa è cosa buona e giusta. Ma.
Ma innanzitutto è andato a votare il 54 % circa degli aventi diritto. Che non mi sembra una stratosferica vittoria della democrazia. Resta il consueto zoccolo duro di un 30% di elettori che non vota mai. Perché non gli interessa, perché so’ tutti uguali, perché è domenica e vado al mare.
Poi, dubito che il quorum sarebbe stato raggiunto con quesiti referendari con minore impatto emozionale: voglio dire, qui si parlava di nucleare, il Satana dei nostri tempi, e dell’acqua pubblica. Nessuno mi toglie dalla testa che tanta gente è andata a votare convinta che se poi passava il no sul quesito del nucleare avremmo avuto esplosioni atomiche come se piovesse in Italia.
La gente poi si è fatta un’idea anche dallo sproposito di manifesti in giro per le città, dal volantinaggio della gente…insomma, anche coi metodi “vecchi” della politica.
Ma veniamo alla rete. Cos’è la rete? La rete, per usare l’efficace metafora che lessi nella firma di un utente di un forum qualche tempo fa, è quel posto che ha dato voce a gente che altrimenti non avresti ascoltato neppure in fila al cesso. Purtroppo temo sia vero. E mi ci metto anch’io nel mucchio.
Facciamoci un esame di coscienza. Andiamo online per cercare notizie, per divertirci leggendo, o per poter dire la nostra? Io non ho alcuna remora a dichiarare che ho iniziato ad interessarmi ad internet quando ho scoperto i forum: non mi sembrava vero di poter postare da qualche parte le mie lunghissime e deliranti recensioni dei film de Il Signore degli Anelli, o le disamine puntuali delle puntate dei Cavalieri dello Zodiaco. A volte neppure leggevo le opinioni degli altri. Postavo la mia e aspettavo: che qualcuno mi dicesse “cavoli, hai proprio ragione, bel post”, e aggiungesse una sua riflessione. Siccome non credo di essere l’unica a pensarla così, sono convinta che parecchie altre persone sono online per la stessa ragione: esprimersi. Senza contare che un buon 80% degli italiani ha ambizioni letterarie, perché è sostanzialmente convinto che mentre per dipingere ci vogliono anni di studio, e qualsiasi altra attività artistica richieda competenze specifiche, scrivere no: cavoli, ce lo insegnano a scuola, a scrivere!
I blog, da questo punto di vista, sono il massimo. Anche il blogger più improponibile trova almeno dieci o venti utenti che lo leggono con piacere e plaudono a quel che dice. Perché la rete si organizza così, per cluster: persone simili si ritrovano assieme, e fanno amicizia, beandosi di far parte di un gruppo in cui la si pensa più o meno tutti allo stesso modo. E ovvio, però, che appena si forma un cerchio, come spiegava efficacemente Frate Guglielmo ad Adso ne Il Nome della Rosa – lo so, lo so, ho sempre gli stessi riferimenti culturali – qualcuno ne resta tagliato fuori. E il bello sta proprio lì. Che la comunità appena formata si sente diversa, migliore da tutti quelli che ne restano tagliati fuori. È una dinamica che ho osservato in tutti i forum che ho frequentato, e che alla fine mi ha spinto ad abbandonarli tutti.
Pian piano ci si trasforma in una piccola accolita di persone che hanno in mano la verità. L’affermazione del gruppo passa anzi proprio attraverso il formarsi di una consapevolezza di essere un insieme delle persone con delle specificità che differenziano dalla massa, e dare addosso a chi non la pensa allo stesso modo è un modo per rinsaldare l’appartenenza al gruppo.
Succede ovunque online, pensateci. Basta fare un giro su un qualsiasi forum che parla, che so, di musica. I nuovi arrivati spesso vengono direttamente respinti e sbeffeggiati. Chi ama, invece dei Pinco Pallo, i Pallo Pinco è automaticamente uno che non capisce un cazzo di musica e via così.
L’attrattiva di un mondo fatto così è evidente. Nella vita reale la spinta all’omologazione è fortissima: siamo tutti soggetti al bombardamento da parte di modelli pervasivi, ai quali tutto sommato cerchiamo di omologarci. Vogliamo essere come gli altri, e non lo siamo mai. Online, protetti anche dall’anonimato, che ci permette di rifarci una verginità, di mostrarci del tutto diversi da quel che siamo, se vogliamo, possiamo sentirci diversi, appartenenti ad un’accolita di esseri superiori che sanno, che hanno capito.
Tutto quello cui stiamo assistendo in questi giorni non è altro che questo. Piccoli gruppi che rivendicano la loro diversità, e per farlo, come succede in tutte le comunità umane, si devono trovare un nemico, qualcuno da sbeffeggiare. E non illudiamoci. Senza blog e senza forum la rete sarebbe morta. A parte per il porno, certo. Vogliamo parlare, parlare, parlare, senza prenderci la briga di ascoltare. Proprio come vogliamo scrivere, senza doverci annoiare a leggere.
Io, alla fine, mi sono sottratta. Ho abbandonato tutti i forum che ho frequentato perché dopo un po’ non ne potevo più della gente che faceva il bullo coi newbies, perché non sentivo il bisogno di far parte di nessun gruppo, e soprattutto non volevo prendermela con nessuno. Mi sono rintanata nel mio blog. Dove posso dar sfogo alla mia voglia di scrivere, che resta la pulsione più forte della mia esistenza. Parlare, dire, raccontare. Certo, leggo altri blog, ma non intervengo mai. Perché praticamente sempre finisce che c’è qualcuno contro qualcun’altro, e il qualcun’altro è tipicamente quello estraneo, che non sta alle regole, che semplicemente ha detto “ma io non sarei d’accordo”. E i linciaggi di massa non mi piacciono neanche un po’.
Voi direte, anche noi siamo un gruppo. Probabile. Ma io non credo mai molto a quel che di bene dice la gente di me. So che domani verrà fuori qualcun’altro che gli piacerà più di me, e tutto quel che dico, tutti i post su cui avrete assentito, saranno dimenticati. E poi, siamo un gruppo aperto, via. C’è gente che va e gente che viene, e tutto sommato ho cercato di non dire mai “noi contro loro”. È poco? Probabilmente sì, ma, sapete, si comincia dal piccolo, o almeno io sono convinta che sia così.

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Cose che non dovrei dire

Per il suo compleanno, i miei hanno regalato a Giuliano un buono da 100 euro da spendere in un negozio di elettronica. Lui li ha dilapidati tutti in una nostra vecchia passione: I Cavalieri dello Zodiaco.
Da bambina li vidi a spizzichi e a mozzichi, tipicamente insieme a mio cugino, che era un grande appassionato. Da sola non riuscivo mai a beccare i canali su cui li davano (io ero una di quelle che non andava oltre Rai e Mediaset). Nonostante questo, li adoravo. Parlavano che sembravano usciti dai miei libri di epica, gli scontri in cui erano coinvolti non erano mai semplicemente botte da orbi, ma sempre un confronto tra personalità, e anche l’ultimo degli scarsini con cui si picchiavano aveva la sua storia drammatica alle spalle e le sue motivazioni.
Sono passati venti anni da allora, e I Cavalieri li ho rivisti tutti un paio di volte. E mi piacciono come allora.
Ok, l’edizione italiana ha dei buchi di trama che sono voragini (Pegasus che non sa delle dodici case, o del Grande Tempio?) ma tutto passa in secondo piano di fronte ai grandi temi attorno ai quali il cartone di svolge: il senso della vita e della lotta, l’amicizia, la guerra, la pace. È che ci sono dei gran personaggi, e dei gran scontri tra questi personaggi, e allora tutto il resto, persino le cose ridicole – che non mancano, intendiamoci – passano in secondo piano. È la vittoria dell’affabulazione sulla realtà, della capacità di narrare sulla mera costruzione della trama.
Ieri guardavo lo scontro con Eris, il primo dei cavalieri d’argento, e pensavo che non c’è veramente niente da fare, io vengo da lì. È quello il mondo cui appartengo. Certo, le tonnellate di libri che ho letto hanno fatto di me la scrittrice che sono, ma le mie storie vengono da lì. Da lì e dai miti che leggevo da piccola.
L’altro giorno parlavo con una libraia, e si è finito a parlare di libri (ovviamente). Io ho citato Buzzati, dicendo che tutto sommato è fantastico, anche se l’elemento di fantasia serve più che altro a mostrare l’ignoto che d’improvviso perturba la realtà. La tipa mi ha detto: “Ah, ma allora anche tu hai letto Freud, se parli di elemento perturbante”, e sembrava contenta, come a dire che tutto sommato anch’io avevo letto i mostri sacri. Ho dovuto spiegarle che no, Freud mi manca. E che se parliamo di ascendenti dei miei libri, di fonti di ispirazione, mi spiace, ma si finisce sempre a cartoni animati e fumetti. Che non sono neppure la parte preponderante di quel che fruisco in termini di intrattenimento – i libri, ovviamente, la fanno da padroni – ma hanno qualcosa, dannazione, che non riesco a togliermi di dosso.
È il feuilleton. I cartoni animati, i fumetti, sono il feuilleton moderno. Pieno di intrighi inverosimili, sentimenti soverchianti, morti, rinascite, vendette e chi più ne ha più ne metta. E appassionano per quello. Per il loro essere outré, perché sono evidentemente esagerati. In fin dei conti, è sempre catarsi. Solo che quando si parla di tragedia, citare Aristotele sembra pertinente, quando si passa alla cultura popolare si crollano le spalle, come a dire che si sta vedendo la cultura dove la cultura non c’è.
Io sono pop dentro. Quel mondo esagerato, colorato, in cui i grandi sentimenti, i temi eterni vengono sporcati con la realtà di tutti giorni, vengono portati ad un livello tale che tutti possano capirli, mi appartiene nel midollo. È questo quello che voglio fare, che cerco di fare da sempre, anche quando scrivevo stupidi racconti cerebrali e mi rifiutavo di leggere di genere perché io ero “colta”, e non mi sporcavo le mani con roba del genere. Avvincere con una maledetta storia in cui c’è tutto il campionario, sangue, amore, morte, in cui la potenza del racconto è il veicolo della sospensione di incredulità, dalla quale non riesci a staccarti, perché vuoi sapere come continua, e come va a finire. E una volta che l’hai letta tutta, e solo allora, ti fermerai a pensare, e ti renderai conto che ti ho detto delle cose, delle cose che potrai condividere o meno, che potrai magari trovare banali, ma te le ho dette. Ecco. Questo è quello che voglio fare. È uno sporco lavoro, ma lo faccio volentieri. Non ti regala decisamente gli allori, né la gloria dei libri di storia. Però è divertente, e quando, raramente, ti riesce, ti regala la gratitudine di chi si è divertito con le tue storie, e magari ci ha visto un riflesso della propria vita.
Purtroppo, se cercate alibi colti per leggere le mie storie, non ce ne sono. Ok, posso affermare in tutta sincerità che la mitologia classica e la tragedia fanno profondamente parte di me, e dunque di quel che scrivo. Ma basta così. Se mi volete leggere, dovete avere il coraggio di sentirvi di nuovo bambini, dovete avere il coraggio di sembrare ridicoli agli altri. I miei sono libri che non si credono meglio di quel che sono. Ma che cercano di fare al meglio il loro lavoro, ecco. Il mio meglio, che non è abbastanza, certo, ma è qualcosa. E io rivendico con un certo orgoglio questa loro natura, perché c’è bisogno anche di questo, o no? Di storie, come quelle che ci raccontavamo intorno al fuoco tanto tempo fa, quando tutto è cominciato. Quel gesto seminale col quale l’uomo si fa dio, quel gesto che ogni sera rinnovo, quando scrivo, e quando racconto la favola della buona notte a Irene.
Sono un menestrello, e spero di esserlo ancora a lungo.

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Ghigliottina

Come un po’ tutti in questo periodo, almeno nella rete, anch’io non ho potuto fare a meno di guardare il video di Brunetta che sfancula – perché è questo il termine esatto, diciamocelo – i precari della pubblica amministrazione e di Stracquadanio che dà dei fancazzisti a quattro milioni di italiani.
Io ormai non mi meraviglio più di niente, questo esecutivo evidentemente non ha senso del pudore né cervello, perché qui si parla ormai anche di opportunità politica, e guardo tutto con triste distacco, sperando che la storia prima o poi faccia giustizia di questa gente, che invece che a governare un paese dovrebbe stare a fare lavori meno di concetto, per i quali sono evidentemente più tagliati. E con questo triste disincanto ho pensato che questi due episodi somigliano tanto alla famosa leggenda di Maria Antonietta di Francia che, di fronte al popolo affamato, risponde “che mangino delle brioches!”. Ecco, Brunetta & co. dicono quel che dicono per il semplice fatto che un italiano vero, un precario, un lavoratore, non l’hanno mai visto. Non hanno idea di che significhi trovare solo contratti a progetto sottopagati e senza tutele sindacali fino a 40, 50 anni, e nel frattempo cercare faticosamente di farsi una famiglia. Non hanno idea di cosa voglia dire studiare venti anni, prendersi una laurea e un dottorato e poi sentirsi dire dallo stato che il tuo lavoro non serve, che sei un parassita. Abituati a farsi avanti a forza di trucchetti, interessati solo al loro smisurato ego (“stavo per vincere il Nobel”, dice Brunetta in un video che non sono riuscita a vedere fino in fondo, perché mi vergognavo per lui), vivono uno scollamento totale dalla realtà. In questo sono i degni epigoni del loro capo, quel Berlusconi che per vent’anni ha reso realtà il bipensiero di Orwelliana memoria, creando a uso e consumo di milioni di italiani una realtà alternativa in cui c’erano i comunisti e i magistrati cattivi, e lui che ci salvava dal male.
E proprio come la frase di Maria Antonietta, le parole di Brunetta e Stracquadanio fanno venire il voltastomaco, perché rappresentano il disprezzo più totale per schiere e schiere di persone che non solo si fanno un culo così ogni giorno, rinunciando al sogno non di diventare veline o calciatori miliardari, ma semplicemente di farsi una famiglia, ma devono anche sentirsi insultati. Perché se questo paese non è affondato è grazie alla schiavitù dei precari, che fanno girare l’economia. La ricerca la fanno i precari, per restare all’ambito che conosco meglio. Via i precari, fine della ricerca. Esistono interi enti in cui di cinquanta impiegati 48 sono precari, e di questi 40 sono co.co.pro., la forma legale di schiavitù.
Ma passiamo anche a quelli che nessuno vuole difendere, i dipendenti pubblici, quelli che a Brunetta fanno evidentemente ribrezzo, ma che anche all’italiano medio – che pure a quello aspira, un posto nel pubblico impiego – fanno abbastanza senso. Mio padre è un dipendente pubblico. L’ultima volta che l’ho visto tornare a casa alle 14.30 era quando avevo sei anni e giù di lì. All’epoca si lavorava anche il sabato, ma solo mezza giornata, così lui riusciva a tornare per le 14.30. Se andava bene. Se c’era da lavorare, si rimaneva.
Mio padre torna a casa tutte le sere alle 19.00, mio padre va a lavorare anche quando sta male, per fargli prendere una settimana di malattia c’è voluta la cataratta, e solo perché oggettivamente non ci vede. E questa è la sua vita da più di trent’anni. Eccolo qua, il fannullone che alle tre sta a casa a postare video di repubblica in giro per la rete. E capirete che a me girano le palle a elica a sentire questa gente che non ha lavorato un giorno solo della sua vita sparare a zero su un’intera categoria, per altro con quell’aria da “noi ci capiamo, noi furbi che sappiamo come gira il mondo”.
E purtroppo è vero. Quella dei precari, della gente che lavora, è l’Italia peggiore. Perché in Italia c’è stato un totale capovolgimento morale. I “buoni” sono quelli che hanno capito che si va avanti a forza di spintarelle, che bisogna muoversi sul confine labile tra legale e illegale per arrivare là dove le tue ridotte capacità, il tuo risibile curriculum non possono portarti. Stare sempre col più forte, leccare culi a tutto spiano e fottere il prossimo appena capita l’occasione. Questa è l’Italia migliore di oggi.
Ma l’aria sta cambiando. E i peggiori si sono rotti le scatole. E un bel giorno arriveranno le monetine e l’esilio anche per quelli che oggi si sentono in cima al mondo, solo perché sono convinti di aver capito come funzionano le cose. La storia è una ruota, e finire col sedere per terra è un attimo. Sono vent’anni che le cose vanno avanti così, ma la ruota non ha smesso di girare, affatto.
Nel frattempo, un pezzo un po’ datato ma sempre attuale che traccia un efficace ritratto di Brunetta, indefesso lavoratore dedito al bene del paese. Leggete e diffondete.

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Articolando

Come sapete, ho ormai una certa dimestichezza con l’editoria, almeno con quella di narrativa. Dopo dieci anni circa che faccio questo lavoro, posso dire che ormai riesco più o meno a fare i conti con l’eccitazione per la pubblicazione di un nuovo libro. Certo, il giorno dell’uscita me lo vado a vedere in libreria, poi vado a cercarmi pareri su internet, ma bene o male sta diventando una cosa quasi normale.
Tutt’altra cosa con l’editoria scientifica. Ok, ho pubblicato quattro o cinque articoli, ma due erano ad uso interno del consorzio che lavorava sul satellite Gaia, gli altri due erano proceeding di un congresso pubblicati su rivista apposita – un proceeding è un articolo in cui spieghi meglio il lavoro presentato al congresso -. Non avevo mai avuto a che fare con una rivista referata.
Passo indietro. Cos’è il referee. Quando scrivi un articolo scientifico, lo presenti ad una rivista. La rivista lo passa ad un ricercatore che se lo legge e stabilisce due cose: a) se l’articolo è degno di pubblicazione, b) se ci sono suggerimenti da dare agli autori o correzioni da fare. Il ricercatore in questione si chiama referee.
Circa due settimane fa, abbiamo proposto un articolo alla rivista Pubblications of Astronomical Society of the Pacific. Tempo una settimana, mi ha scritto il refree con tre suggerimenti. Abbiamo corretto e aggiunto, abbiamo rispedito l’articolo. Settimana scorsa ci hanno detto che è stato approvato, e uscirà sul numero di Agosto. La cosa mi ha gettata in uno stato di vera e propria euforia.
Sono due anni e mezzo di lavoro: di sudore, di cose che non venivano, di momenti di sconforto e di esaltazione. Ed è quel che fa la differenza tra uno che prova a fare il ricercatore e uno che è ricercatore. Ecco, è come aver ricevuto una specie di battesimo. È il coronamento di un percorso. Esagero? Probabilmente sì. Ma sono contenta quasi come quando vidi per la prima volta Nihal della Terra del Vento in libreria. Ok, non proprio così, ma quasi.
L’articolo è questo. Vorrei potervi invitare a leggerlo, ma mi rendo conto che senza certe conoscenze di astrofisica è praticamente arabo. Magari un giorno ve lo spiego, appena ho un po’ di tempo.
Io, intanto, gongolo felice.

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Due cose che mi sono piaciute

Scopro subito le carte. Ho iniziato a vedere Squadra Antimafia 3 perché Sandrone ne è l’editor. E quando ho visto la prima puntata, era roba come tre o quattro anni che non vedevo fiction italiana. Avevo persino abbandonato Montalbano, un po’ perché i libri mi piacciono sempre meno, un po’ perché…no, non lo so. Forse m’ero solo stufata.
Alla prima puntata, mi sono subito esaltata per Rosy Abate. Tutta la storia di come ritorna in Italia m’aveva veramente galvanizzata: voglio dire, troppo figa. Alla seconda puntata ho apprezzato i riferimenti precisi e puntuali alla realtà: innanzitutto il tema dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici, che come sapete mi è molto caro, poi l’accenno l’eutanasia. Alla terza, ci stavo già dentro.
Lo posso dire? Lo dico. Mi sono veramente appassionata. Perché è un prodotto fatto veramente bene: ha tutto quel che deve avere una buona serie televisiva, la trama appassionante, l’azione, i bei personaggi, e, ripeto, la guardi e impari anche qualcosa. Cosa vuoi di più? Ah, e poi è una storia di donne, e che donne. A tirare le fila di tutto son sempre loro: LA mafiosa, LA poliziotta, persino il politico corrotto, con tanto di toy boy, è una donna.
Ho atteso l’ultima puntata con trepidazione: stirerà mica le zampe l’Abate? E De Silva? Si salva? E l’enigmatico deputato? Mi ammazzerete mica Leo, che se lo fate, giuro, vi picchio? Io in genere le puntate le guardo in differita: la sera scrivo, per cui me la registro, e me la vedo in pillole le sere successive. Non avete idea dei giramenti quando mi sono accorta che la registrazione mi aveva saltato gli ultimi 60 secondi. Ok, era evidentemente l’epilogo della narrazione, e dunque gli snodi principali di trama erano stati risolti, ma ugualmente io volevo quei dannati, ultimi 60 secondi. E in effetti poi li ho ottenuti, e che cavolo.
Mi spiace in effetti parlarne solo ora, a serie finita, ma ha visto in giro i dvd delle prime due stagioni, che sto pensando di recuperare, e suppongo quindi usciranno più in là anche quelli di questa terza. Io vi consiglio di recuperarli, perché merita. Io intanto aspetto la quarta :P

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Lo devo confessare: non è una buona annata libraria. Non so se sono io che sono diventata più esigente, più scassapalle o cosa, ma quest’anno ho incrociato sulla mia strada parecchi libri che non mi sono piaciuti più di tanto. In genere, su una media di quaranta libri l’anno, quelli che davvero mi deludono saranno un 10%. Ecco, quest’anno su 19 saranno almeno 10 o giù di lì. Stavo quasi pensando di buttarmi sul sicuro, che poi sarebbe I Promessi Sposi – lo so che al 99% degli italiani fa schifo, ma a me piace molto – quando ho preso in mano Un Calcio in Bocca Fa Miracoli, che, come saprete, mi sono procacciata in quel di Torino. Anche qui, ho iniziato a leggere perché Il Ruggito del Coniglio a me è sempre piaciuto un sacco. Ma, vista la sfiga con le letture che sta segnando questo 2011, ero un po’ titubante.
Mi è bastato l’attacco.

Sono un vecchiaccio.
Dovrei dire che sono una persona anziana, come mi hanno insegnato i miei genitori per i quali chiunque, anche un infanticida antropofago, arrivato a una certa età meritava rispetto.
La verità, però, è che sono un vecchiaccio.

Che gli vuoi dire? Non ti puoi che innamorare subito. E infatti.
Non è solo un libro di piacevolissima lettura, divertente e ben scritto. È un libro che ti lascia addosso qualcosa, quella dolce malinconia che in genere segna il passaggio all’età della ragione, quando capisci che non sei immortale, e ad un certo punto la giostra smetterà di girare.
Pur scegliendo un registro tutto sommato leggero, punteggiato di commenti caustici e battute, il libro dice – e bene – cose molto più profonde di tanti altri tomi che si prendono infinitamente più sul serio, e poi sbagliando bersaglio di un chilometro.
E poi per una volta c’è un quadro onesto della vecchiaia: né negazione del tempo che passa, né triste crogiolarsi nel vittimismo da nonno badante munito. Solo tanta, mesta consapevolezza che il meglio è alle spalle, ma che questo non significa affatto che non si possa continuare a dir no, e a essere se stessi fino alla fine.
Io l’ho trovato veramente delizioso. Me lo sono centellinato, questo libro, e adesso che l’ho chiuso, come sempre coi libri che ho amato, lo spingo verso altri lidi, perché le belle cose diventano ancora più belle quando le si condivide in tanti. Per cui, nulla, vi consiglio anche questo. E se non vi fidate di me, buttate un occhio di persona.

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Firme e voti

Oggi consueto post di servizio. Allora, per chi volesse, domani alle 17.00 faccio una sessione di firma copie alla libreria Mondadori del Centro Commerciale La Romanina, qui a Roma.
Per il resto, vorrei solo ricordarvi domenica e lunedì di andare a votare. Non votare per il sì o per il no. Semplicemente andare a votare. Perché astenervi significa una sola cosa: che ritenete gli argomenti referendari inutili, e se per voi il nostro futuro energetico e la gestione di un bene comune prezioso come l’acqua sono cose inutili, francamente mi sfugge cosa sia degno della vostra attenzione.
Andare a votare è un diritto-dovere: è un diritto perché l’ascolto della voce di tutti è alla base della democrazia, è un dovere perché lo dovete alla comunità di cui fate parte, è un gesto che non fate solo per voi, ma per tutti, in questo caso anche e soprattutto per le generazioni future. Invitare a non votare l’ho sempre trovata una cosa scorretta e fastidiosa, francamente intollerabile se a farlo è un politico. Per cui informatevi, fatevi la vostra opinione e andate a votare. E se non venite ad incontrarmi alla Romani – o dopo essere venuti, perché no – andate all’Europride :P .

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Titani

Ieri ho assistito ad un workshop in cui si illustravano le attività di ricerca del dipartimento di fisica. In verità confesso di aver seguito la sessione di astrofisica, perché era quella che mi interessava di più. S’è parlato di tante cose interessanti, ma in particolare una mi ha colpita, perché mi affascina da quando seguii un corso di dottorato al riguardo: le onde gravitazionali.
Facciamo un passettino indietro. Ci sono le onde del mare, come tutti sappiamo: diciamo che sono increspature della superficie dell’acqua, più nello specifico sono modificazioni della densità e della pressione dell’acqua. Quel che si propaga è il “movimento” (energia e quantità di moto, per usare una terminologia fisica), ma non la materia, almeno nel caso delle normali onde che fanno ballare il pedalò quando andiamo al largo, al mare. Onde simili si propagano anche nell’aria: ad esempio i suoni sono esattamente delle variazioni periodiche della densità dell’aria. Questi due tipi di onde hanno bisogno di un mezzo per propagarsi: no acqua, no onde, no aria, no suoni, come sappiamo (quelli che fanno i film di fantascienza lo sanno un po’ meno ma sorvoliamo).
Esistono però anche onde che non hanno bisogno di un mezzo fisico per propagarsi: è il caso delle onde elettromagnetiche. Infatti, se nel vuoto i suoni non possiamo sentirli, la luce, che è l’onda elettromagnetica con cui abbiamo più a che fare ogni giorno, la vediamo benissimo. In quel caso, ad oscillare periodicamente è il campo elettromagnetico, ossia, per metterla giù facile, la direzione e l’intensità delle forze elettromagnetiche.
Ora, come voi sapete esiste la gravità. Noi la conosciamo nella forma classica lasciataci da Newton, ossia

dove M e m sono le due masse che si attraggono, r la loro distanza e G la costante di gravitazione universale. Solo che questa formula va bene solo sotto certe approssimazioni. La forma più esatta che esprime il funzionamento della forza di gravità è la teoria della relatività generale di Einstein, da lui proposta nel 1916. Già, sono quasi cento anni; come passa il tempo. Potrei scrivervi le formule, ma hanno un aspetto decisamente meno amichevole di quella della gravità di Newton, e richiedono conoscenze avanzate di matematica per essere spiegate, per cui mi esimo. Vi basti sapere che la teoria della relatività generale prevede che anche il campo gravitazionale possa oscillare e produrre dunque onde, le onde gravitazionali. Sostanzialmente, le onde gravitazionali sono modificazioni dello spazio-tempo: è come se lo spazio fosse un tessuto che viene increspato da queste onde. E già questo l’ho sempre trovato fighissimo. Comunque. La parola chiave di tutto il discorso è: previsto. Le onde gravitazionali sono state previste, ma nessuno le ha mai viste. Perché sono estremamente elusive, ossia producono effetti minuscoli.
Si suppone vengano prodotte da qualsiasi interazione tra masse. In teoria anche battere le mani produce onde gravitazionali. Dov’è il busillis? Presto detto.
Suppongo saprete che la forza di attrazione tra voi e lo schermo sul quale state leggendo esiste, ma è minuscola. Questo perché la vostra massa e quella dello schermo è piccola, e al contempo anche G è molto, molto piccola. Invece, l’attrazione tra voi e la terra è significativa, tanto da tenervi ancorati al pavimento coi piedi. Dunque, perché la forza di gravità abbia effetti significativi occorre avere a che fare con grandi masse. E infatti, le onde gravitazionali che si cerca di misurare sono prodotte dallo scontro o dalla variazione di oggetti dotati di grandi masse: buchi neri che vibrano, stelle di neutroni che si fondo, e cose del genere. Il problema però è che anche prendendo in considerazione masse grandissime (quelle quelle stelle, di un buco nero o di una galassia) ugualmente l’effetto che le onde gravitazionali generate producono è minuscolo. Se prendiamo il caso, che so, di due stelle di neutroni che si fondono (coalescono, si dice), l’effetto dell’onda gravitazionale prodotta è quello di spostare due masse di prova di 0,000000000000000000001 m per ogni metro che le separa. Una cosa ridicola, come vedete.
Nonostante questo, sono 50 anni che le si cerca. Perché trovarle sarebbe una bella conferma della relatività generale (una delle molte), e soprattutto aprirebbero un’intera nuova branca dell’astrofisica: perché ogni segnale che proviene da una sorgente di dice tantissimo sulla struttura che l’ha prodotta, e le onde gravitazionali non fanno eccezione.
Ecco, io questa cosa l’ho sempre trovata eroica. Immaginate un ricercatore che trascorre tutta la sua vita a cercare una cosa. Sa che esiste, ma sa anche che trovarla è difficilissimo, e che, prima ancora di tentare, deve possedere lo strumento giusto. Altrimenti è come cercare di misurare una cosa lunga 10 cm con un metro che ha tacche solo ogni 50 cm. Impossibile. La storia del nostro ipotetico ricercatore è quella di affinare di continuo il suo strumento, senza sosta, fino a spingerlo a limiti di sensibilità letteralmente impensabili. Senza vedere niente.
Io, come fisico stellare, le stelle le vedo tutti i giorni. Il mio problema, anzi, è che certe volte ho troppe misure. Uno che studia le onde gravitazionali non ha mai fatto una misurazione di onda gravitazionale in vita sua. Ha misurato tante altre cose, in compenso, ma mai quella che cerca. Attende da sempre di vedere sullo schermo del suo computer quel segnale, quell’unico segnale che gli dice che ce l’ha fatta.
Io li ho visti i rivelatori di onde gravitazionali. Uno è all’INFN di Frascati. Ho visto l’enorme involucro di metallo verde, e ho visto lo schermo collegato, fisso sempre sulla stessa immagine. E ho pensato che una persona che fa questo nella vita è un eroe. Voglio dire, è una situazione à la Deserto dei Tartari. I barbari ci sono, dannazione, ma appena dietro l’orizzonte. E tu rimani lì, anche se non li hai visti mai, e continui a guardare con la stessa attenzione. Senza contare il fatto che nel frattempo sei riuscito a realizzare l’impensabile: uno strumento dotato di una precisione allucinante. E considerate che ci sono infinite fonti di rumore (in fisica il rumore è tutto ciò che “sporca” il tuo dato, segnale che non è dato di rilevanza scientifica, quindi, che so, le luci della città quando guardi le stelle) per strumenti del genere: le nuvole che si muovono, le onde del mare. I terremoti.
Un giorno il nostro professore di fisica 2 venne a lezione un po’ sbattuto. Ci disse che Nautilus, il rivelatore verde di cui sopra, quella notte aveva rilevato qualcosa. S’erano tutti eccitati, si erano messi lì a controllare i dati, solo per scoprire che aveva rivelato un terremoto che c’era stato non so dove.
A me piacerebbe chiudere questa storia di Titani con un bel “ma tra dieci anni le becchiamo di sicuro”. Purtroppo la ricerca non dà di queste sicurezze. Sono allo studio nuovi rivelatori, ancora più sensibili, uno è addirittura composto da tre satelliti che si spareranno l’uno verso l’altro dei laser potentissimi; si chiama LISA, ed era l’oggetto del mio esame di onde gravitazionali, appunto. Le speranze di riuscire a beccare questo elusivo fenomeno fisico aumentano, ma chissà. Resta la grandezza di chi continua a cercare: l’essenza di questo lavoro strano e tremendo sta tutta là, in quella persona che guarda quello schermo fisso da cinquanta anni a questa parte. Qualcuno ha detto: “Non è vero che il ricercatore insegue la verità, è la verità che insegue il ricercatore.” E forse è vero.

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Opinioni e xenofobia

In genere la mattina, mentre vengo a lavoro, sento la radio. A seconda dell’orario si tratta de Il Ruggito del Coniglio o di Io, Chiara e l’Oscuro. Il più delle volte si tratta del secondo, perché è raro che mi riesca di uscire prima delle 10.00. Comunque. In genere ascolto con piacere, mi distraggo e mi rilasso mentre guido. I temi affrontati di volta in volta sono interessanti, la discussione pacata. Ogni tanto, l’argomento è più spinoso e il confronto si fa più duro, ma tutto sommato mi riesce sempre di ascoltare i vari punti di vista senza farmi il sangue troppo amaro. Tranne oggi.
Oggi si parlava di matrimonio per i gay: favorevoli o contrari? Ovvio che una cosa così stimola una discussione piuttosto accesa, anche tra gli ascoltatori di un programma come Io, Chiara e l’Oscuro, che immagino non proprio incolti. Ecco. Oggi ho spento la radio, ad un certo punto. No, perché sentire discorsi del tipo “noi normali, voi contro natura” senza poter sparare un sonoro vaffanculo a chi lo dice mi urta proprio i nervi. Perché qui non si tratta più di tolleranza, di cercare di capire il punto di vista altrui. L’omofobia non è un punto di vista: l’omofobia è xenofobia, è razzismo. Sono forme di ignoranza che semplicemente non si possono tollerare in una società aperta e democratica. Non è un punto di vista un’opinione che ha causato e purtroppo causa ancora la sofferenza, spesso la morte di migliaia di persone.
Quest’anno per la prima volta ho pensato di andare al Gay Pride. E non solo perché ci sarà Lady Gaga :P . È che non ci possiamo dire liberi quando una minoranza di noi semplicemente non lo è: perché è schiavitù non poter abbracciare, toccare, baciare la persona che si ama in pubblico, è schiavitù non potersi sposare o vedere riconosciuto in alcun modo il proprio legame con la persona che si è scelto di avere accanto per tutta la vita. Probabilmente non apprezzo tutto del Gay Pride, ma è anche vero che è la loro lotta, e che dunque sono tutto in diritto di scegliersi le armi. Ma se è vero questo, è anche vero che non li dobbiamo lasciare soli nelle loro rivendicazioni, se è vero che siamo una comunità, che qualcosa ci accomuna e si rende cittadini dello stesso stato. È come quando ho manifestato il 13 febbraio, ed ero contentissima che ci fossero degli uomini. Perché la lotta era sicuramente delle donne, ma questo non significa che non si debba dar loro l’appoggio, come si farebbe con qualsiasi nostro simile in un momento di difficoltà. Ecco, manifestare col popolo LGBT vuol dire “mi riguarda, la tua indignazione è la mia”, perché questo vuol dire far parte di un gruppo, decidere di vivere in società piuttosto che da soli. E poi, buttandola sul piano meramente utilitaristico, oggi sono i gay, domani potrebbe essere per noi. Come diceva quella poesia?

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare

L’11 invece non ci sarò. Ho un impegno, che per altro presto vedrete in bacheca. Ma spiritualmente ci sono. Voglio esserci. E magari, chissà, l’anno prossimo ci sarò davvero.

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