Archivi del mese: giugno 2011

Sweet

La leggenda l’ha iniziata mio suocero. Da poco stavo insieme a Giuliano, e non ricordo bene per quale occasione, un pranzo di qualche genere, immagino, preparai dei semplici biscottini glassati. Erano una cosa davvero ridicola a farsi, e infatti mi vennero buoni. Poi avevano quella cosa lì della glassa, sulla quale avevo messo delle codette colorate, che li rendeva anche quel po’ scenografici. Ma bastarono quelli. Da quel momento per mio suocero sono diventata quella che faceva bene i dolci.
Confesso di essermi crogiolata nell’illusione che fosse vero, ma confesso che per un sacco di tempo le uniche torte che ho fatto sono state quelle confezionate della Cameo. Finché, più o meno quando sono andata a vivere da sola, ho deciso di provare a rendere vera la leggenda.
Ho iniziato con gli strufoli, più che altro per dare una mano a mia madre, mi sono stancata, ma mi sono divertita. Così ho iniziato a fare qualche torta per le occasioni. Quella che feci a mia madre per un suo compleanno di qualche anno fa era un’orrenda schiacciata croccante di cioccolato. Ma non demorsi. Perché avevo un incentivo. Fin da quando ero bambina, e mia mamma mi faceva pasticciare con la pasta fatta in casa, adoro gli impasti crudi. Se faccio le tagliatelle almeno un paio devo mangiarle così, crude, stesso dicasi per gli gnocchi. Ragazzi, mangio addirittura i tortellini in scatola crudi. Ovviamente adoro gli impasti dei dolci. Ne mangerei a cucchiaiate. Finisce sempre che lecco la scodella, finché non salgono i sensi di colpa per la ciccia che si accumula e ficco tutto in lavastoviglie.
Di delusioni ne avute ancora un sacco. Tipo la torta foresta nera troppo dura. O il terribile tortino fondente che ho propinato a Sandrone di recente, che per una serie di circostanze che coinvolgono un frigo, un forno e un cronometro sono venuti troppo molli. Ma mi diverto. A volte riesco persino. Per dire, la tenerina al gianduia di ieri sera non era male.
So di non essere un granché in cucina. Ma a volte mi vien da sorridere della fama immeritata che godo presso mio suocero, e mi piace pensarmi come “quella che fa i dolci bene”, anche se non è vero. Perché certe illusioni sono dolci, proprio come una torta.

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Scrivendo

Da quando ho cominciato a dire in giro che devo scrivere la tesi, il commento è sempre stato più o meno lo stesso: sei una scrittrice, che vuoi che sia per te scrivere un centinaio di pagine.
Io, in genere, sorrido, dopo di che riprendo a lamentarmi. Lo so che è una battuta – o almeno lo spero – ma me la sento fare davvero sempre. Mi rendo conto, però, che probabilmente nasconde un fondo di verità: suppongo che la gente si dica “scrivi tutto il giorno, hai dimestichezza col mezzo, per te dovrebbe essere più facile”.
Ecco. No. Il problema è che tra scrivere un libro di narrativa e una tesi passa la stessa differenza che c’è tra fare un ritratto e disegnare il progetto di un palazzo: ok, in tutti e due i casi si tiene in mano una matita, ma saper fare l’uno non implica saper fare l’altro.
Innanzitutto devo scrivere in inglese. Che è una cosa che ho già fatto, e non una volta sola, ok, ma è comunque più impegnativo che scrivere nella propria lingua madre. E poi…e poi non lo so. Questa storia della tesi mi incombe sulla testa come una spada di Damocle. Buttare giù tutta la parte compilativa è la cosa che mi preoccupa di più. Cosa devo spiegare, e cosa no? In che ordine? E le referenze?
Così, nulla, ho iniziato a procrastinare. Lo faccio dalla settimana prossima. Lo faccio d’estate. Lo faccio a ottobre. Poi si è materializzata la data della difesa della tesi: 21 Dicembre. E lì ho capito che era ora di tirare le somme. Così, stamattina, prima di fare qualsiasi altra cosa, ho aperto i file latex che mi sono fatta passare da Giuliano e ho iniziato a scrivere. Saranno dieci righe. Ma è l’inizio. Mi serviva. Per mettere un punto fermo. Ok, mi sono già arenata, ma almeno ho iniziato.
Sarà una lunga estate…

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Divertirsi

Ho avuto un vago, vaghissimo interesse per quella che ho ribattezzato “musica unz unz” quando avevo tredici anni. All’epoca giravo in improponibili shorts arancioni e toppini scollati, che la gente giustamente mi fischiava dietro, più che altro per come avevo il coraggio di combinarmi, e mi ero da poco affacciata alla pubertà. In quel periodo lì non desideri tanto essere grande – se mai io ho desiderato essere grande, e credo proprio di non averlo mai fatto -, piuttosto vuoi finalmente arrivare a questa benedetta adolescenza che tutti ti descrivono come un periodo fighissimo, in cui dai contro i genitori, scopri il sesso e puoi darti pose da giovane maledetto. È che a tredici anni per tutti sei ancora un bambino, e tu invece ti senti già ragazzo/a, e per questo ti dai pose da adolescente in crisi. Del quadro mentale che mi ero fatta dei sedici anni faceva parte anche la frequentazione delle discoteche.
A Roma, dove le mie amiche erano due ragazze con le quali componevamo il classico trio di sfigate evitate da tutti perché non abbastanza fighe e troppo dotate di cervello, la discoteca non sapevamo neppure dove fosse. Per inciso, non eravamo neppure brutte, io e le mie amiche; una di noi anzi era proprio bella. Solo che non ci atteggiavamo, avevamo una discreta lingua e io e la mia migliore amica avevamo l’apparecchio per i denti. Fate un po’ voi. Ma sto divagando.
E insomma, a Roma in discoteca non si andava. Ma d’estate, al mare, sì. L’estate dei miei tredici anni la passai tutte le sere nella discoteca dell’hotel. A ballare la “musica unz unz”, ossia, appunto, quella da discoteca. Che ai miei tempi era Gala: Free from Desire mi piaceva un sacco.
Poi sono cresciuta. Il tipo che mi piaceva sentiva i Nirvana, ho scoperto il rock e, niente, la musica unz unz ha iniziato a farmi schifo. Solo tre anni dopo, a Rimini in gita, in discoteca stavo per addormentarmi sul divano. Del resto all’epoca facevo il filo ad un violinista che ascoltava solo classica.
Quindi, niente, per qualcosa come diciassette anni della mia vita ho letteralmente schifato il pop. A parte i cantautori italiani, ho ascoltato solo rock e classica. E Caparezza, che non so dove infilarlo, visto che è proprio a-generico. Finché un pomeriggio dello scorso anno, non ricordo per quale ragione, mi comprai su iTunes The Fame Monster. Mi piacque subito. Da allora me lo sono sentito un sacco di volte. Questo per dirvi che io il genere che fa Lady Gaga non lo ascolto. Ascolto solo lei. E questo forse significa qualcosa.
Due settimane fa mi sono comprata anche Born This Way, nonostante i primi singoli non mi convincessero. L’ho già sentito una decina di volte, e me lo ascolterei altrettante. Mi mette addosso allegria. Mi fa scuotere la testa, mi fa canticchiare, mi aiuta durante il lavoro di tesi. Ne parlavo ieri con un amico. Born This Way è allegro, divertente. Si fa maledettamente ascoltare. Non è arte? Non lo so. Saper intrattenere è una dote non da poco, ancor più miracoloso è riuscire ad intrattenere una che su musica del genere normalmente si addormenta. Ognuno fa il suo lavoro: chi con la musica fa riflettere, e chi invece ti mette addosso carica ed energia. E ci vuole un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.
Poi, vabbeh, ormai sono ossessionata da Bloody Mary. La prima volta che l’ho sentita, giuro, ho avuto i brividi. I brividi per una stupida canzone pop, che non so neppure esattamente di cosa parli. Ma mi piace, dannazione, mi piace. E devo dire che anche Government Hooker la trovo notevole.
E insomma, niente, non credo di star cambiando gusti musicali. È solo che forse, dopo aver imparato a divertirmi con la lettura e la scrittura, coi film e a teatro, sto imparando a divertirmi anche con la musica.

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