Archivi del mese: luglio 2011

Un viaggio oscuro

Alla fine non ho resistito. Il post che avevo iniziato a scrivere ieri, finisce in quello di oggi. In mezzo, una lunga sessione di scrittura, che aiuta sempre. Semplicemente, se non ne scrivo adesso non ne scriverò mai più, e invece ci sono cose che sento di dover dire, anche se non sono l’unica e neppure la prima, ma che significa.
Come vi dicevo, ho fatto in questi giorni una lunga cavalcata nel “lato oscuro”: ho letto le 1500 pagine del memoriale di Breivik. Non tutte, ovviamente. Le ho scorse, ho letto quelle sulle quali si appuntava la mia curiosità. Non è stato bello e non è stato neppure facile. I terroristi hanno una specie di ossessione per la logorrea: dai chilometrici proclami delle BR, agli sproloqui di Bin Laden fino alle 1500 pagine di Breivik, sembrano non essere capaci di spiegarsi in poche righe. Se ne discuteva qualche tempo con Valberici su Twitter, e ci eravamo detti che probabilmente quel che il terrorista cerca è una narrazione di cui essere protagonista, un racconto che ne giustifichi l’esistenza. Ma questa gente non conosce l’abc del narrare, e manca anche tutto sommato di fantasia, e per questo produce polpettoni lunghissimi e indigeribili.
In ogni caso, ho scorso le 1500 pagine, perché è facile dire “è un pazzo” e marcare una linea di definizione netta tra noi e lui, più difficile è capire chi a questo “pazzo”, se pazzo è davvero, ha dato le armi, chi l’ha nutrito e l’ha cresciuto. E poi la letteratura si interroga spesso sul male: cosa di meglio per uno scrittore di uno che quel male lo racconta di sua spontanea volontà, parlandoti non solo della sua ideologia, ma anche della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi amici.
Dicevo che non è stato piacevole. Innanzitutto perché la famosa linea che ci piacerebbe tracciare tra noi e lui è labile e indefinita. Cercate di capirmi, non voglio giustificare nessuno. Ma, come dice Guglielmo ne Il Nome della Rosa, “Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività [di inquisitore]. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.” E noi dobbiamo essere ben consci che ci vuole poco per saltare dall’altra parte, davvero poco. L’ardore folle che ha spinto Breivik a sentirsi il difensore di una razza in via d’estinzione, se lo si svuota del contenuto ideologico, è simile alla forza buona e giusta che spinge a morire per i propri ideali, senza trascinare con sé centinaia di innocenti, è la stessa che da secoli induce gli uomini a lottare per migliorare le cose. La differenza? Che Breivik non muore in prima persona, ma uccide altri, e non lotta per persone vere, concrete, ma per un ideale astratto che non trova concretizzazione in nessuna delle persone che ha intorno. Se il primo punto è chiaro, il secondo forse merita un po’ di approfondimento.
In coda alle 1500 pagine, c’è un diario che Breivik ha redatto negli anni in cui ha progettato l’attentato. Ne emerge l’immagine di un qualsiasi trentenne, incline al divertimento e forse giusto un pelo solitario. Sebbene negli ultimi tempi per sua volontà avesse iniziato a isolarsi dal mondo – per essere sicuro che nessuno potesse scoprirlo o tentare di fermarlo – aveva degli amici di cui parla. Mai una volta accenna però a loro come persone da salvare dal multiculturalismo, la forza malvagia che nella sua testa sta portando letteralmente alla morte il mondo occidentale. Se la parte ideologica si dilunga sui crimini che a suo parere il “marxismo culturale” ha causato (stupri, omicidi, torture, arriva a elencare i numeri di quello che lui considera un vero e proprio genocidio) nel diario non identifica mai queste vittime con i suoi amici. Loro sono un mondo a parte, al quale non appartiene più, che ha deciso di abbandonare. Non è per salvare loro, che combatte. Per altro, la fidanzata di un suo amico è un’attivista laburista. Non spende per lei parole d’odio, non valuta nemmeno la possibilità che prima o poi gli tocchi ucciderla perché “traditrice”; accenna vagamente a lei, e non la identifica col nemico.
Ecco, Breivik lotta per un’idea nel senso deteriore del termine: non lotta per persone vere e reali, ma per qualcosa di astratto che non si incarna mai. Parla di stupri che non ha mai visto, di vittime che non ha mai conosciuto, di morti che restano sempre sul piano astratto. E che rivoluzione è quella che non salva qualcuno di vero e reale, che non considera le persone per ciò che sono, carne viva e sentimenti, ma solo etichette?
Detto questo, la seconda osservazione è che Breivik è un figlio della democrazia. La parte introduttiva del suo memoriale si dilunga sull’assenza di libertà di parola nell’Europa moderna. E perché non ci sarebbe libertà di parola? Perché esiste uno stigma sociale – in Norvegia, suppongo, qui da noi non direi – verso gli xenofobi, gli omofobi, i razzisti. Breivik non si sente libero perché non può dire che gli islamici andrebbero deportati o costretti alla conversione senza che qualcuno gli dia del razzista. È evidente che qui c’è un malinteso di fondo su cosa sia democratico e cosa no. Certo, la libertà di espressione, ma è chiaro che certe cose non sono opinioni, sono semplici violazioni delle regole del vivere comune: dire che l’omosessualità è una malattia non è un’opinione, è una tragica inesattezza scientifica, invitare a sparare sui clandestini sui barconi non è un’idea legittima, è apologia di reato. Breivik questo non lo capisce. Se questo sia segno di follia o è la democrazia che da qualche parte ha fallito, che non ha saputo spiegare se stessa, io non so dirlo. Ma è qualcosa su cui riflettere.
Infine, nulla della parte ideologica del memoriale mi è sembrata nuova o originale. L’avevo già letta, ascoltata, confutata migliaia di volte: alla tv, ogni volta che hanno trasmesso un proclama di Bin Laden o chi per lui, quando ho letto l’articolo della Fallaci all’indomani dell’11/9, quando ho sentito certa gente come Borghezio e Calderoli aprire bocca e dar fiato ai polmoni. I razzismi sono tutti tragicamente uguali, basta cambiare due parole e dall’odio per l’occidente si passa all’islamofobia senza alcun problema. Del resto, l’ha detto anche Borghezio: si è riconosciuto in quel che dice Breivik. E non a torto, aggiungo.
Ora, di sicuro tra i proclami fatti dalla Lega in questi anni e le azioni di Breivik c’è una bella differenza. Ma occorre anche dire chiaro e tondo che in questi dieci anni molti politici hanno sostenuto una campagna d’odio, il tutto senza alcun senso di responsabilità. Immagino che per molti politici possa sembrare un gioco a costo zero aizzare la paura del diverso, parlare di “asse del bene contro il male”, di incentivare la logica del noi contro loro, porta voti e sembra non avere controindicazioni. Ma tra le migliaia di persone che ti stanno a sentire, e alla sera poi torneranno placidi alle loro famiglie e al mutuo da pagare, ce ne potrà sempre essere uno che ti prenderà molto, troppo sul serio. Le parole sono importanti, diceva Moretti, e tanto più lo sono quando hanno la forza di arrivare a molte persone, e influire sul pensiero di molti. Ora, qualcuno potrebbe obiettare che è con questo ragionamento che si arriva poi a dire che i videogiochi causano Columbine, ma qui l’ordine di grandezza, e le idee in gioco, sono completamente diverse. Qui si parla di odio indirizzato verso persone vere, con nomi e cognomi, di popoli criminalizzati, non di sparatorie finte in contesti ludici. Se Utoya dimostra qualcosa, è che la logica del “male contro il bene” non ci ha per niente resi più sicuri: ha inasprito la contrapposizione tra occidente e mondo arabo e ha persino aizzato un nemico interno all’occidente, che c’è sempre stato, per carità, ma in questi anni si è sentito giustificato, incoraggiato dal profluvio di politici, partiti e partitelli che hanno ripetuto a gran voce l’opinione dell’uomo qualunque rendendola oggetto di programma politico. Checché ne dica Breivik, checché ne dicano tutti quelli che oggi spalancano tanto d’occhi allo scoprire che l’assassino non farà più di trent’anni di carcere, che urlano che il multiculturalismo ha fallito, la capacità di accettare e accogliere l’altro per quello che è, il rispetto, la tutela dei diritti propri e altrui è l’unica cosa che ci può salvare, l’unica. E Utoya non è la prova che la democrazia e il multiculturalismo hanno fallito, al contrario: sono la dimostrazione che quando si rinuncia a vedersi specchiati nell’altro, quando si accetta di reificare anche una minoranza, allora ogni orrore è possibile, perché disumanizzare anche solo uno di noi, significa disumanizzarci tutti.
Sono uscita dalla lettura sgomenta. Perché il deliro di Breivik davvero toglie speranza. Il suo è un mondo senza luce, dominato dalla paura e dal dolore, in cui persino la vittoria non porta gioia, solo disperazione. Poi, ieri sera, ho letto questo. E ho pensato che non c’è modo migliore di rispondere a gente come Breivik. Affermare che l’uomo è sempre uomo, persino quando compie l’indicibile, persino quando ci appare disumano, è l’unico modo per combattere in chi vuole dividerci in uomini e topi. La gente come Breivik non si sconfigge con l’ergastolo, non si sconfigge con la pena di morte, né chiudendosi a riccio. Si sconfigge col coraggio di seguire fino in fondo ciò in cui si crede, si sconfigge con la forza di non avere paura. La paura è la vera nemica del nostro tempo, la più subdola delle schiavitù, che ci vorrebbe chiusi in casa, terrorizzati persino dal nostro vicino di casa. A gente come Breivik dobbiamo rispondere con la gioia, con la condivisione, dimostrando che la democrazia è forte e salda, e sa attraversare anche la più terribile delle tempeste.
Io ci credo che sia possibile, davvero. E ho imparato che credere è il primo passo per realizzare, che la speranza non è qualcosa di dato, ma che costruiamo noi giorno per giorno. E allora mi sono messa al computer, e con questo post ho chiuso i conti col mio viaggio nel lato oscuro.

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Un’altra prospettiva

Avevo iniziato a scrivere un post chilometrico sulla mia lettura delle fatidiche 1500 pagine di Breivik. In mezzo, una telefonata di lavoro e un link ad un’immagine. E, niente, mi è passata la voglia. Più che altro mi sono chiesta l’utilità di continuare a girare il coltello nella piaga, quando, tutto sommato, ho già detto quel che pensavo.
Per inciso, l’immagine era questa

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Le vittime secondo Feltri

La Norvegia continua a tenere banco. Scusate, ma per me questo evento segna un punto di svolta imprescindibile: qualcosa, molto deve cambiare dopo quel che è successo a Oslo e Utoya. Comunque. Purtroppo ci sono chiari segni che invece c’è gente che non è disposta a mettersi in dubbio neppure di fronte all’evidenza dei fatti. Del resto, sono venti anni che ci dicono che la realtà non esiste, esistono solo le opinioni.
Oggi, su Il Giornale esce il seguente editoriale di Feltri. Saltate pure il commento sopra, leggete direttamente le parole di Feltri, che sono più significative di qualsiasi discorso.
Ora, è evidente che c’è una fetta dell’Italia che di fronte al terrorismo di destra si sente a disagio. Si tratta di imprinting, credo. Fin da piccoli gli hanno insegnato a reagire di fronte all’uomo nero, quando ne vedono uno bianco entrano in crisi. Notare prima di tutto che in generale i terrorismi di matrice islamica non sono mai frutto di pazzia: sono la diretta conseguenza di una “religione criminale”, l’Islam tutto. Se invece un ultranazionalista norvegese compie una strage, è un matto. E questo purtroppo vale sia per i giornali come quello di Sallusti che per quelli più seri, tipo Repubblica o Corriere della Sera. Comunque. Feltri fa il passettino oltre. Breivik è un pazzo, e vabbeh, ma non avrebbe potuto fare quel che ha fatto se non ci fosse stato un minimo di collaborazione da parte delle vittime. Lo spostamento di responsabilità è presto compiuto: Breivik è pazzo, dunque non è neppure del tutto responsabile delle sue azioni, mentre i savissimi ragazzini di Utoya, a causa presumibilmente dei valori malati che li hanno riuniti sull’isolotto, non sono stati capaci di reagire, tutti presi dal salvarsi la pelle piuttosto che cercare di compiere un gesto eroico e salvare gli altri. Testuali parole “è incredibile come, in determinate circostanze, ciascuno pensi solo a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (e più efficace) del mondo: l’unione fa la forza”.
Avete capito? Se Utoya è stata una mattanza è colpa dei giovani che sono “incapaci di reagire”, come da titolo. O tempora, o mores.
Ora, qui non si tratta più nemmeno di un patetico tentativo di sviare l’attenzione dai fatti, che ci dicono chiaro e tondo che Breivik ha idee politiche che non si discostano molto da quelle della Lega, almeno sui massimi sistemi, tanto è vero che nel suo documento programmatico si definisce affine al movimento. Qui è direttamente vilipendio di cadavere. Qui è mancanza assoluta di rispetto per le vittime e i sopravvissuti. È mancanza di vergogna, una virtù che al Giornale è sempre difettata, ma mai in modo così osceno, così diretto, così intollerabile.
Siccome le cose devono cambiare, occorre dire alto e chiaro che noi non siamo più disposti a berci in silenzio editoriali del genere alzando le spalle, come abbiamo fatto finora. Non si può più dire “che ti aspetti dal Giornale, che ti aspetti da Feltri”, non possiamo più girare pagina. Ci dobbiamo indignare. Dobbiamo recuperare il sano senso dell’indignazione, e dobbiamo dirla a chiare lettere. Alle parole d’odio, a ciascuna di esse, dobbiamo contrapporre le nostre: che chiamino le cose col loro nome, che non abbiano paura neppure di mettersi in dubbio, se necessario, perché il dubbio è l’unica cosa che ci salverà, alla fine. Ma che non abbiano neppure paura di dire la verità. E la verità è che le parole di oggi di Feltri sono uno sputo in faccia alle vittime, e un patetico tentativo di giustificare l’ingiustificabile.
Vergogna.
Vergogna.
Vergogna.

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Il nemico dentro

Ci avevamo creduto davvero tutti. Era stato il primo pensiero. Il mio, almeno. Che fosse un attentato di Al Qaeda o chi per lei. Certo, mi viene da sghignazzare sulla prima pagina di Libero, ma poi mi fermo a pensare, e da ridere non c’è proprio niente.
L’attentato di Oslo e Utoya offre miriadi di spunti di riflessione, uno più tremendo dell’altro. La prima cosa che ha colpito me è stato il riflesso pavloviano del pubblico: sono stati i musulmani. Ci hanno cambiato la testa. Questi dieci anni hanno modificato il modo in cui percepiamo la realtà intorno a noi. Ci hanno insegnato cosa temere, ci hanno indicato il nemico, e noi – anche quelli più illuminati, quelli che hanno rifiutato questa cazzata dello scontro di civiltà dal primo momento – siamo stati ben lieti di adeguarci. Perché in fin dei conti è nella nostra natura: delimitare noi stessi rispetto agli altri, come se per poterci definire avessimo bisogno di tracciare il confine tra ciò che siamo noi, e quel che sono loro. Senza un nemico ci sentiamo persi, perdiamo il senso di noi stessi. Senza qualcuno da odiare, perdiamo consistenza.
E poi all’improvviso succede che il male viene incarnato da uno di noi. Sì, uno di noi. Bianco, cristiano, l’aspetto del bravo ragazzo. Ce lo siamo trovato accanto al matrimonio dell’amico, è stato in mezzo a noi per tutto il tempo, ha condiviso i nostri ideali, ha vissuto la nostra vita. Quando lo vediamo, non siamo in grado di tracciare un chiaro confine tra noi e lui, perché quando lo guardiamo negli occhi, ci vediamo riflessi.
Uno come noi un bel giorno ha fatto saltare Oslo, e con la massima calma ha massacrato 90 ragazzi della sua stessa età.
In generale, in questi casi si dice che è un pazzo. Io a questa tesi non ho mai creduto. I savi sono capaci di azioni indicibili, i pazzi per lo più fanno male a loro stessi, checché ne dica la cronaca, che ogni volta che c’è un crimine tira fuori la depressione. Breivik non è un pazzo. È un frutto di questa società. Solo che non sappiamo spiegare cosa l’abbia creato.
I soliti noti tirano fuori i colpevoli ovvi, quelli che l’ignorante medio tira sempre in ballo: i videogiochi, la musica metal. Videogioco anch’io, e sento anch’io rock e metal, ma non mi è venuta mai voglia di massacrare qualcuno.
La verità è che la risposta non ce l’abbiamo. Nessuno sa realmente dire cosa fa di noi all’improvviso dei mostri. Ci immaginiamo la Norvegia come un posto perfetto, dove le cose funzionano davvero, con uno stato sociale forte, libertà, integrazione per tutti, e in più una natura splendida, soverchiante, a ricordarti che sei solo un puntino nell’universo. Ma già leggere quel che Lindqvist e Larsson hanno da dire sulla Svezia fa sorgere il dubbio che anche in Scandinavia le cose non siano esattamente perfette, che c’è qualcosa che va in profondità, qualcosa di realmente marcio nel modo in cui viviamo.
Io la risposta su questo male che abbiamo dentro non ce l’ho. Dico solo che dieci anni a sentir gente come Bush parlare di “lotta del bene contro il male”, a dirci che la società occidentale è superiore a quella di quei buzzurri degli arabi, che dunque si meritano le nostre bombe, non ci hanno fatto per niente bene. Anni fa se sputavi veleno contro i rumeni o i marocchini la maggior parte della gente ancora ti guardava storto. Adesso no. Adesso che gli xenofobi siedono in parlamento, non ti vergogni più a dire che i marocchini se ne devono andare “fora di ball’”. Perché il razzismo trova giustificazione in tutte le autorità che l’hanno sdoganato, rendendo l’opinione dell’uomo qualunque programma elettorale.
Ma la colpa non è solo di chi sparge odio. La colpa è di chi non sa dare un’alternativa. Continuo a credere che le idee si sconfiggono con altre idee. Questi dieci anni dimostrano che chi parla di rispetto, di accettazione della diversità come ricchezza, non ha saputo far penetrare a fondo queste idee. La sua voce è sempre apparsa debole davanti a quella di coloro che presentavano la soluzione facile: li ammazziamo tutti e via. La colpa è anche nostra, che abbiamo scrollato le spalle davanti a chi deumanizzava l’immigrato irregolare solo perché non aveva il permesso di soggiorno, che ci siamo voltati dall’altra parte quando a Sarno partiva la caccia al nero. Perché le nostre parole non sono forti abbastanza? Perché ci continua a crescere questo vuoto dentro, e io so che lo percepiamo tutti, anche se uno su diecimila imbraccia il fucile, ma lo sentiamo tutti? Non lo so. Ma sarebbe ora che ce lo chiedessimo.

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Alla morte di Amy Winehouse, è stato facile per molti dire che è una vergogna che la morte di una tossica faccia lo stesso scalpore di quella di novanta ragazzi ammazzati senza un perché in Norvegia.
Io invece non mi sono indignata manco un po’. Perché se migliaia di persone si sono sentite toccate in questi giorni dalla morte di una cantante, forse c’è un motivo che vale la pena indagare, qualcosa che ci dice molto su chi siamo e cosa vogliamo.
Non sono mai stata una fan della Winehouse, e avrò sentito di suo due canzoni al massimo. Ma la sua parabola discendente, orgogliosamente esibita a titoloni sui giornali, a beneficio di tutti coloro che guardavano le sue foto ubriaca, la deridevano, e così per due ore potevano sentirsi migliori di qualcuno, mi ha sempre messo addosso un’angoscia senza pari.
Anche Amy era una che il nemico se lo coltivava dentro, pervicacemente e con una coerenza di fondo da far spavento. Aveva talento, la possibilità di essere tutto ciò che voleva, e ha preferito buttarsi via in ventisette anni di scelte sbagliate. E alla notizia della sua morte, ho percepito esattamente quel che diceva John Donne nel lontano XVI secolo: “la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità”. Perché ho visto nel suo dramma il riverbero, moltiplicato centinaia, migliaia di volte, di qualcosa che anch’io conosco, che ognuno di noi conosce. Quel vuoto. Quell’avere tutto, e non riuscire a goderlo. Quel perdersi senza sapere perché, quella sensazione di non potere, non riuscire ad essere felici, nonostante tutto. Io so che anche voi lo conoscete, che tutti lo conoscono. il nostro nemico.
Ecco. Le gente piange Amy Winehouse anche per questo: non perché “la società dello spettacolo, la perdita di valori” e le altre stronzate pseudo-sociologiche che ci ammanniscono in questi casi, ma perché la sua ansia di distruzione la conosciamo bene. È una di noi che non ce l’ha fatta. E ci domandiamo perché noi invece ci siamo salvati.
A molti probabilmente sembrerà una mancanza di rispetto parlare di due argomenti così difformi, addirittura quasi accomunarli, nello stesso post. Io però li ho vissuti così. Due facce della stessa medaglia. Due forme di quel nemico che ci cresce in seno, come società e come individui, e che non riusciamo mai a cogliere davvero. Fino a quando non ci addenta.

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Hair

Ieri sono andata dal parrucchiere. Capisco che, considerata la mia pettinatura, può sembrare una cosa superflua, ma in realtà io vado a farmi rasare dalla parrucchiera, più che altro per via della minifrangetta, che da sola non riesco a farmi. Comunque. C’è stato da aspettare un po’, per cui nell’attesa mi sono sollazzata con Vanity Fair. Mi sono letta in particolare un’intervista a Emma Watson, che per altro, devo dire, mi è sempre stata simpatica a pelle.
Intervista interessante, per carità, ma per una buona fetta stava lì a cercare di dimostrare che la Watson tutto sommato vive male la fama, ed è una tipa malinconica per questo. Punto di forze della tesi era il fatto che la Watson s’è tagliata i capelli. Lo sapete, no, si è fatta un taglio molto corto. Ora, a quanto pare la donna coi capelli corti lascia sempre un po’ interdetti. Intorno al taglio della Watson il gossip s’è scatenato non poco. In genere la domanda tipica è: ma dove hai trovato il coraggio? Ti sei pentita? E perché l’hai fatto?
I capelli di una donna in qualche modo hanno un alto valore simbolico nella nostra società. Tagliarseli sembra debba avere sempre profonde motivazioni psicologiche, tanto più quando si passa dal lungo ad un taglio maschile. Nessuno chiede ad una donna quali profonde motivazioni l’abbiamo spinta a farsi bionda, o a passare dal liscio al riccio, o da un taglio lungo al carré. Ma se taglia i capelli corti, subito è caccia al colpevole.
Ricordo che un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Natalie Portman; diceva che quando stava girando V for Vendetta, e per esigenze di copione era rasata a zero, la gente la guardava con sospetto, e notò di essere fermata in aeroporto per controlli più spesso che quando aveva i capelli lunghi.
Ecco, io questa cosa dei capelli corti che sconvolgono non l’ho mai capita del tutto. È capitato che lo chiedessero anche a me, e che restassero stupiti quando rispondevo che semplicemente mi piacevano così.
Ok, la prima volta che li ho tagliati, passando semplicemente dal lungo ad un taglio un po’ più corto, fu in coincidenza con la rottura col mio ragazzo di allora. Era stata una storia piuttosto travagliata – da parte mia, che ero dura di comprendonio e non aveva o capito i messaggi piuttosto chiari che lui mi mandava – e volevo darci un taglio in tutti i sensi, voltare pagina e ricominciare da capo. A lui piacevano i miei capelli, così li tagliai. Ma fu un paio di anni dopo che optai per il taglio che ho adesso, e non ci fu alcuna ragione specifica. Volevo star fresca e comoda, e dissi alla parrucchiera di rasare a 6 mm. Non fu uno shock, non mi pentii, anzi fui ben contenta di averli tagliati. Così contenta che sono dieci anni che ho i capelli così.
Di sicuro è un taglio che ho scelto perché si vede poco in giro. Lo sapete che ho una predilezione per le cose vagamente eccentriche. Ma non l’ho fatto per mandare un messaggio politico, non l’ho fatto per sembrare strana, non l’ho fatto perché ho problemi irrisolti con me stessa. Ok, i problemi irrisolti ce li ho, come tutti, ma i capelli non c’entrano niente. L’ho fatto, e continuo a farlo più o meno una volta ogni due mesi, perché questi capelli esprimono quel che sono. Ho sempre avuto i capelli corti, anche quando li avevo lunghi, e infatti li legavo sempre con una coda. Mi piacciono, dicono tanto di me, esprimono il mio modo di vedermi e vedere la femminilità, persino quel che penso sul mondo. Sono una forma d’espressione, esattamente come i miei racconti, le mie foto. Ma questo non credo valga solo per me, vale per tutti.
Mi diverte essere guardata come una bestia strana solo perché sulla testa ho un vellutino alto 6 mm, ma più spesso mi piacerebbe andarmene in giro inosservata, senza che la gente mi guardi. Mi piacerebbe che al mondo ci fosse più spazio per chi ama qualcosa lontano dal gusto comune, anche se si tratta di una cosa stupida come i capelli. E non mi può non venire in mente una canzone che ho amato dalla prima volta che l’ho sentita, una canzone che tutto sommato esprime quel che penso: vale per me, ma vale per tutti quanti. E spiega perché io, perché tutte noi, un giorno mettiamo mano ai nostri capelli, e la cosa non deve sconvolgere più di tanto. Perché “I’m my hair“.

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C’eravamo tutti

anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.


Io non c’ero. Ma non è una scusa valida. C’eravamo tutti, perché quel luglio del 2001 ha tracciato nuovi confini, ha riportato indietro le lancette dell’orologio, e ci ha mostrato che l’impensabile può accadere, quando in molti, troppi, si girano dall’altra parte.
Dieci anni fa mia nonna materna era ancora viva, e quel luglio ero a casa sua. Seguivo la manifestazione alla tv, perché lì internet non c’era. E se all’inizio ero lieta, fiduciosa, solidale, lentamente mi incupii, mi rattristai, e infine capii che qualcosa stava cambiando per sempre, quando seppi che Carlo Giuliani era morto.
Erano giorni di dieci anni fa, e adesso, a distanza di tutto questo tempo, io non lo so se abbiamo capito la lezione, se davvero siamo più consapevoli di allora, se abbiamo capito davvero il senso di ciò che è successo in piazza, e poi soprattutto alla Diaz.
La democrazia è cosa fragile, e basta poco, basta girare lo sguardo dall’altra parte, e si precipita nella sospensione di ogni diritto, nel semplice e vigliacco abuso del più forte del più debole. Perché un poliziotto che manganella un ragazzo straniero che dorme in una scuola è un vigliacco, non lo so si può definire altrimenti.
Che quei giorni di luglio siano ben altro che acqua passata lo si evince dal fatto che molti degli imputati per i fatti della Diaz sono stati promossi, e che su tutti gli imputati, pur condannati in secondo grado, pende il rischio di prescrizione. In Italia, ricordiamolo, non esiste il reato di tortura, come se qui non fosse possibile, come se qui non fosse successo già.
Qualcosa per non dimenticare.
Alcune testimonianza sui fatti della Diaz e di Bolzaneto
Quella Notte alla Diaz, di Christian Mirra
Piazza Alimonda, di Francesco Guccini
Genova Brucia, di Simone Cristicchi

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Canzoni, concerti e rivoluzione

Sabato sera sono andata al Rock in Roma a sentire Caparezza. È stato tipo il mio primo concerto pagato non dei Muse, o giù di lì. Non è che abbia al mio attivo molti eventi, ma ho visto un paio di concertoni del 1° maggio, e una volta, sempre al Rock in Roma, ascoltai Daniele Silvestri. Comunque, per me era un po’ un evento: Caparezza mi piace assai, ho quasi tutta la discografia (mi manca il primo disco), la so a menadito, anche se non so cantarla – è impossibile, non riesco a stargli dietro – ed era da un po’ che volevo vederlo live. Da Verità Supposte, per la precisione, quando diede un concerto in Sicilia proprio mentre noi eravamo nei paraggi.
Comunque. Innanzitutto, una piccola vittoria personale. Io soffro la folla. Riesco a stare in mezzo alla gente, ma mi prende il panico quando si sta tutti pigiati. Siccome sono bassa, ho sempre paura che qualcuno mi ciacchi, ho l’incubo Love Parade sempre stampato in testa. È la ragione per cui praticamente non ho mai fatto concerti sotto il palco. Ora, sabato stavamo a distanza di sicurezza, ma si stava comunque strettini. E, nulla, durante l’interminabile session del pur apprezzabile gruppo spalla – i Calibro 35, per la cronaca – ho iniziato ad accusare un po’ d’ansia. Nulla di chè, giusto quel po’ di insana voglia di scappare dove c’era un po’ più spazio. Già mi vedevo a rovinarmi il concerto per le mie paturnie, quando Caparezza è apparso. Tempo due millesimi di secondo dalla prima nota, e già saltellavo come un’indemoniata, urlando a squarciagola “Ilaria condizionata ha raffreddato la mia giornata!”. La paura era sparita. Un piccolo passo per l’umanità, un passo importante per me: è sempre bello quando riesco a rivalermi su qualche mia paura.
Anyway, il concerto. Purtroppo sfioro, senza raggiungerlo, il metro e sessanta, e quindi non ho visto niente. Sono salita per un po’ sulle spalle di un mio amico, ma davvero non me la sentivo di imporgli i miei 53 chili per due ore, senza contare la gente dietro che si sarebbe lamentata, per cui mi sono limitata a zompettare e cantare per tutto il tempo, inquadrando raramente un angolo del capello di Caparezza, un braccio e via così. Ma non è stato poi così importante. Perché il concerto è stato bello, piacevole, divertente, e lui si è dato molto. E poi quel che conta è il rito collettivo. Stare lì con altre diecimila persone che cantano, saltano, urlano con te. Hai l’illusione di far parte di una comunità compatta, unita. Hai l’illusione di essere lì per cambiare il mondo a forza di strofe urlate.
È una riflessione che mi viene da fare spesso, ogni volta che partecipo a qualche spettacolo del genere. Il senso di comunione è fortissimo, l’idea di trovarti in mezzo – finalmente – a gente incazzata come te, a gente che la pensa proprio come te sul mondo, sull’Italia, su come vanno le cose, è fortissimo. E l’impressione d’improvviso è che se urli abbastanza forte “Non siete Stato / voi che rimboccate le bandiere sulle / bare per addormentare ogni senso di / colpa” allora davvero qualcosa possa cambiare. È l’ebbrezza della folla, quel piacere sottile e tremendo dello sciogliersi nella massa. Non sei più solo tu, col tuo senso d’impotenza e la sensazione di non poter mai fare la differenza, ma sei noi, migliaia di teste che pensano un unico pensiero, migliaia di mani che se solo volessero potrebbero fare la rivoluzione.
E quando ci ho riflettuto, di ritorno, in macchina, ancora sudata e galvanizzata da tutto quel saltare, ho pensato che un concerto è qualcosa di bello e tremendo, proprio per quell’illusione che ti dà. Due ore a giocare a fare la rivoluzione, a sfogare la frustrazione di giorni passati ad ingoiare amaro. Ma poi? Poi tutti a casa con qualche foto ricordo, la maglietta sudata, e domani tutto come prima. L’uomo sul palco, lui, sì, le cose le cambia. Strofa dopo strofa spara il suo messaggio alla gente, e piano ne cambia la testa. Ma la folla ai suoi piedi, quella non cambia niente. Sfoga la propria rabbia per due ore, poi tutti a casa a fare di nuovo i conti col lavoro precario, i soldi che non ci sono, lo stato assente. Pronti per accumulare di nuovo l’incazzatura, fino al prossimo concerto.
Con questo non voglio dire che c’è qualcosa di male ad andare ad un concerto e saltare per due ore. Ma io mi domando sempre se quella gente che va a sentire Caparezza, che canta le sue canzoni, che strilla “Berlusconi pezzo di merda” sotto al palco, poi va a votare, per dirne una. Se il 13 febbraio era in piazza insieme a me. Se la sua è la rabbia dei quindici anni, quella fisiologica, che va via appena ti fai una famiglia e trovi un lavoro, o resta dentro a covare, e ti spinge a cercare davvero di cambiare le cose.
Mah. Probabilmente per me vale il ritornello di Cose Che non Capisco: “ti fai troppi problemi [...], non te ne fare più”, e sto montando un discorso senza senso intorno a due ore di puro svago, che mi sono goduta dall’inizio alla fine. Una canzone è solo una canzone, un concerto è solo un concerto. Ma le parole sono armi, e cambiano le cose. Ogni restaurazione parte sempre stravolgendo il linguaggio, e ogni rivoluzione ha sempre un proprio frasario, e se non ne fossi convinta, non farei il lavoro che faccio.

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È sempre colpa della madre

Premessa:
due sabati fa, ho dimenticato di spegnare l’aria condizionata in camera di Irene. In genere l’accendiamo prima che lei dorma, in modo che l’ambiente sia fresco quando la mettiamo a letto. Stavolta c’eravamo scordati, per cui l’abbiamo accesa quando l’abbiamo messa a dormire.
Un’ora dopo, entriamo in camera sua e ci sono i pinguini che ci salutano. Lei è appallottolata in fondo al letto, in un evidente e disperato tentativo di scampare all’era glaciale. Ovviamente io ho i sensi di colpa a manetta.

Premessa 2: il week end di due settimane fa è stato intenso. Sabato prima da mio suocero, poi a casa con gli amici, domenica al mare. E insomma, Irene s’era stancata un pochino. Niente di che, ma si era data da fare un sacco.

Il Dramma: due lunedì fa, Irene si sveglia nervosa e accaldata. Le misuriamo la febbre. 38. Ovviamente è il dramma. È colpa mia, l’ho messa sotto ghiaccio, l’ho fatta stancare, sono una madre degenere. La situazione precipita quando il giorno dopo la febbre sale a 39. Tra l’altro, io, che sono una personcina affatto ansiosa e ipocondriaca, vaglio tutto lo spettro delle possibili malattie, concentrandomi ovviamente sulle più tremende. È che Irene non ha il raffreddore, e la gola, quando più o meno riusciamo a controllargliela, non sembra arrossata.
Comunque, tempo tre giorni e la febbre cala, e io, più o meno, mi tranquillizzo. Mi sento sempre uno schifo come madre, ma almeno Patata sta meglio. Peccato che venerdì mattina si svegli senza febbre, ma tutta simpaticamente coperta di bollicine rosse. Momenti di panico, visto che lei è vaccinata per tutte le più famose malattie esantematiche, e io inizio a valutare un po’ tutte le malattie da contagio, ebola compresa. Poi, il pediatra ci rassicura, e si scopre che Irene ha preso la sesta malattia, che tra tutte le malattie dell’età pediatrica è la più scema: febbre alta per qualche giorno, poi l’esantema quando la temperatura cala, poi le macchiette se ne vanno nel giro di un paio di giorni.
Io, per una mezza giornata, sono immersa in un vago senso di euforia.
Capperi, non è colpa mia! Voglio dire, una settimana a pensare a quel maledetto bottone del condizionatore che non avevo pigiato, degli sbattimenti del week end, e invece no! Era il virus, il santo, benedetto, virus!

Epilogo:
Incidentalmente, cercando informazioni online sulla sesta malattia, mi imbatto in questa frase:

È quasi sempre la mamma a trasmettere la malattia al bimbo: il virus può rimanere nell’organismo della donna in fase latente, cioè senza causare sintomi e viene trasmesso per via respiratoria.

È lì resto immobile.

Aveva ragione Freud, è sempre colpa della madre

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Harry Potter e i Doni della Morte 2 – La Vendett…ah, no, quello era un altro film

Ieri sono andata a vedere Harry Potter. Penso sia la prima volta che vado a vedere un film il giorno dell’uscita. Non che ci tenessi così tanto: è che per ragioni logistiche era meglio andarci il primo possibile, se non volevo perdermelo.
Vi avviso che ci saranno degli spoiler, per cui, se non avete letto il libro o se non avete visto il film, leggete a vostro rischio e pericolo. Premetto anche che il libro l’ho letto una sola volta quattro anni fa, e ricordo veramente poco, per cui prendete con le pinze i confronti con la pagina stampata che farò.
Dunque, direi che tanto il film precedente era lento, basato più sulla costruzione dell’atmosfera e sull’indagine delle psicologie, tanto questo è azione pura. Avrei preferito un mix un po’ più omogeneo, ma se ben ricordo anche il libro è fatto così, e dunque c’è poco da lamentarsi. Per il resto, il film tiene botta, gestisce bene le varie scene madri, si fa guardare nonostante la lunghezza e ha anche una serie di bei momenti.
Mi è piaciuto molto l’inizio. In fin dei conti, la parte 1 e la 2 sono sostanzialmente un unico film, e quindi è giusto che non ci siano riassunti, e che anzi ci sia la mera riproposizione dell’ultima scena del film precedente. Ma non è tanto questo ad essermi piaciuto, quanto quelle brevi inquadrature iniziali di Piton. Piton è probabilmente il mio personaggio preferito di tutta la saga: a differenza di altri non ho mai smesso di pensare che avesse le sue buone ragioni per fare quel che fa, e anzi ero certa che avesse ucciso Silente dietro esplicita richiesta di quest’ultimo. Ecco, trovo che aprire su di lui abbia il suo bel perché: in fin dei conti è la figura più forte del libro, il plot twist che lo riguarda è fondamentale nell’economia della storia. E insomma, quell’inquadratura iniziale ce lo mostra in tutta la sua desolante solitudine: il vero eroe di tutto il cucuzzaro, odiato da tutti, disprezzato, e il cui coraggio resterà tutto sommato misconosciuto. Per sua volontà, per carità, ma pur sempre misconosciuto.
Splendide anche le scene del suo passato, soprattutto quelle dell’infanzia. Le ho trovate da brividi. Poi il flashback si perde un pochino, forse perché un po’ troppo lungo, per tornare ai fasti iniziali col montaggio alternato di Piton che parla con Silente di Harry e Piton che trova il cadavere di Lily. E quel pezzo, splendido, riportato identico a com’è nel libro: Piton che evoca il patronus e Silente che gli fa “After all this time?”, e Piton risponde con un’unica, lapidaria parola: “Always…”. Più passa il tempo più penso che il lavoro dello scrittore sia più che altro di sottrazione. Una scrittura efficace non ha bisogno di troppe parole, ma di poche e dense battute. Il lavoro sta tutto là: trovarle, e renderle più affilate, più ricche di senso che mai. E quell’always da questo punto di vista è magistrale. Onore al merito di Alan Rickman, ovviamente, che è un attore straordinario; la mobilità del suo volto nelle scene con Lily fa da perfetto contraltare alla gelida compostezza che ha sempre avuto nell’arco di tutti e sei i film precedenti.
Capitolo morti. Come ben sapete, non ho mai apprezzato il modo sbrigativo con cui la Rowling ha gestito le morti dell’ultimo libro: ok, siamo in guerra, la gente muore a pacchi, ma che un personaggio come Lupin se ne vada via così, con due parole, senza che neppure ne vediamo la morte e senza una scena che lo pianga decentemente, ecco, mi lascia l’amaro in bocca.
Il film sceglie di non andare oltre il libro, per cui le morti di Fred, Tonks e Lupin avvengono comunque fuori scena. Però c’è una scena che è dedicata loro. Poco, per carità, un’inquadratura, che però ci mostra il dolore dei vivi, quello di Harry Potter, e in qualche modo dà un significato a quelle morti. Avrei preferito qualcosa di più esplicito, almeno per Lupin, che tutto sommato era l’ultima figura paterna di Harry, ma è già qualcosa.
Quel che mi ha lasciata perplessa è il 19 anni dopo: già nel libro quella scena non mi era piaciuta particolarmente, non so perché; probabilmente avrei preferito sapere cosa succedeva nell’immediato, piuttosto che in un futuro così remoto. Comunque, nel film la cosa viene peggiorata dalla faccia da mal di pancia di Harry, Ron, Hermione e Ginny. Uno si domanda: ma che diavolo l’avete sconfitto a fare Voldemort che 19 anni dopo la sua morta state ancora tutti lì a deprimervi? Davvero non si capisce perché i personaggi debbano essere così malinconici, sembrerebbero avere una vita felice, e, ok, i morti, ma sono morti di diciannove anni prima, si spera che uno in diciannove anni se ne faccia una ragione.
Per il resto, rimango dei buchi: lo specchio, segato dai film precedenti e miracolosamente recuperato qui senza uno straccio di spiegazione, elementi della biografia di Albus Silente buttati lì nella prima parte del film e dimenticati per strada, e, come nel libro, del resto, i doni della morte che non si capisce bene a cosa siano serviti, a parte la Elder Wand, ovviamente.
Ultima nota di demerito, lo vado dicendo da parecchio tempo ma me ne convinco sempre più: la versione cinematografica de Il Signore degli Anelli ha ammazzato il cinema fantastico. È che il risorgimento del fantasy a cinema è iniziato troppo col botto: i film di Peter Jackson sono dei capolavori sotto molti punti di vista, e hanno segnato da allora lo standard per i film a venire. Standard che purtroppo non tutti sono in grado di raggiungere. Il risultato? Il 90% delle pellicole fantasy uscite dopo la trilogia di Jackson la plagiano nelle battaglie. Pensateci. Dal 2002 è tutto un fiorire di battaglie spiccicate al fosso di Elm, almeno nella messa in scena. L’arrivo dei Mangiamorte a Hogwarts sembra l’arrivo degli Uruk-Hai a Helm. E, non so voi, ma io mi sono scocciata di battaglie tutte uguali, di regie dinamiche con telecamere a volo d’uccello sugli eserciti schierati, di miriadi di fuochi che illuminano il buio. Forse sarebbe ora di prendersi una pausa e ripensare il cinema fantastico, non lo so, ma qualche idea nuova nella resa delle battaglie non ci starebbe per niente male.
Comunque, nel complesso io l’ho trovato un buon film, che non getta via i buoni spunti del libro, ma non riesce neppure ad andare oltre la pagina stampata, probabilmente per troppa filologia. Ma lo sapete come la penso sulle trasposizioni cinematografiche, e non a caso Il Prigioniero di Azkaban è probabilmente il mio film preferito.
Ah, dimenticavo, il bacio tra Ron e Hermione: secondo me, molto buttato lì. Sono sei anni che i due ci girano intorno, a tutto si conclude con questo bacetto nella Camera dei Segreti. Non saprei dire perché realmente non mi è piaciuta, ma non mi ha detto niente.
Anyway, questi sono i miei due cents sulla questione. Mi rendo conto che per molti di voi – che siete ahimé più giovani di me… – l’uscita di questo film è stata un evento epocale, ma io avevo vent’anni quando uscì il primo Harry Potter, e se devo pensare ad un film che davvero ha segnato il mio immaginario, mi viene in mente il già stracitato Signore degli Anelli. Però devo dire che questa lunga cavalcata cinematografica tutto sommato ha colpito anche me, e un po’ di nostalgia per la fine di una saga così lunga resta. Ora la parola a voi: visto? Piaciuto? I commenti sono tutti vostri.

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Visioni estive

Sono orfana di serie tv. Finito Lost, in attesa tremebonda di un Misfits che chissà come sarà senza Nathan, sono alla ricerca di qualcosa con cui riempire queste serate di pausa che mi sto prendendo tra un libro e l’altro. Sì, perché ho finito la prima stesura del primo tomo de I Regni di Nashira, e lo sto facendo decantare un po’ in attesa dell’editing, e prima di pensare al quinto de La Ragazza Drago voglio riposarmi un pochino. Ho scritto un sacco, davvero, e forsennatamente. Ho bisogno di un po’ di pausa. Comunque, come al solito sto divagando.
I palinsesti estivi, si sa, non sono il massimo se hai voglia di vedere qualcosa di interessante. Ma per fortuna c’è Sky, che in vacanza ci va sempre a mezzo servizio, per cui qualcosa di interessante c’è sempre. In particolare, ho beccato due cose: Falling Skies e Borgia.
Dunque, Falling Skies. Il trailer prometteva bene, e l’attacco, con l’invasione aliena raccontata attraverso i disegni e i racconti dei bambini, era da applauso. Peccato che poi tutto appassisca abbastanza rapidamente. L’invasione aliena è un tema stra-abusato, se ne vuoi parlare devi inventarti qualcosa di nuovo, o essere un grandissimo narratore. Di nuovo in Falling Skies non c’è niente, e quanto a narrazione il ritmo in molti pezzi latita. I personaggi al momento sono più che altro etichette, per altro viste già in miliardi di altre produzioni simili: il padre saggio e coraggioso infilato in una situazione estrema, il bambino traumatizzato, l’adolescente inquieto, il militare stronzo. Al solito: va bene giocare con gli stereotipi, ma presentarceli invece così, senza un minimo di rielaborazione, fa solo sbadigliare. C’è qualcosa che si salva? Mah, nel complesso la serie si fa vedere, per quella piacevole sensazione di intrattenimento senza impegno. Tutto è abbastanza innocuo, e comunque i mondi post-apocalittici hanno sempre il loro perché. Ma per chi si è visto roba come Battlestar Galactica, o anche solo un Ken il Guerriero, siamo proprio su un altro pianeta, e per psicologia dei personaggi, e per efficacia della messa in scena.
Veniamo a Borgia. Allora, non è la serie americana con Jeremy Irons, ma un’altra europea uscita lo stesso anno. Quella che ho visto io è l’anteprima dei primi due episodi: gli altri andranno in onda a novembre.
Piccola parentesi: i Borgia sono una famiglia italiana. Come efficacemente detto altrove, nella loro storia non manca proprio niente: incesti, omicidi, papi con duemila amanti e ottocento figli, tutti gli ingredienti che fanno tanto feuilleton, insomma. Ecco, perché a nessun italiano è venuto in mente di fare una bella fiction sui Borgia? Ci hanno dovuto pensare i francesi, mentre noi continuiamo con le agiografie dei santi e dei poliziotti. Come lo sapete io ho i miei cult nella fiction italiana, ma resta il fatto che comunque papi, santi e forze dell’ordine se la regnano nella fiction. Vabbeh. Veniamo al merito della serie. Devo dire che m’è piaciuta. Due ore di ottimo intrattenimento. Si comincia maluccio, a dire il vero: a causa della caterva di personaggi che devono venire introdotti, per altro legati tutti da parentele multiple e dispersi in giro per mezza Italia, l’inizio è piuttosto confuso. Scene brevissime, si salta di continuo da Pisa a Roma, da una location all’altra, in una girandola che rischia di fare venire il capogiro allo spettatore. Rapidamente le cose però si assestano, e ci si appassiona quasi subito alle vicende dei bastardissimi Borgia, perennemente impegnati in due principali attività: fornicare possibilmente con minorenni o donne sposate e brigare per avere il potere assoluto. Bella la fotografia, belli i costumi, belle anche le ricostruzioni della Roma rinascimentale, che, per chi ci vive come me, sono un piacere per gli occhi. Ok, hanno l’aspetto di quadri ad olio, ma mi è sembrata un’ottima trovata per mascherare una CG non proprio sublime, mentre un po’ più grave è che di tanto in tanto i personaggi sembrino appiccicati su sfondi dipinti, ma è un’impressione che si ha giusto un paio di volte in tutto. Per il resto, nonostante gli intrighi tessuti dal futuro Alessandro VI siano abbastanza complessi, la narrazione è solida, e lo spettatore capisce tutto. I personaggi sono molto interessanti, e ben narrati nelle loro contraddizioni. Mi aspetto molto da Cesare Borgia, che pare un bel personaggio, di quelli tormentati e combattuti tra opposte inclinazioni. Poi, vabbeh, c’è un certo qual gusto per lo shock che lascia un po’ perplessi (il pappa che ciuccia dalla tetta, il sangue a ettolitri), ma tutto sommato è una porzione minoritaria del prodotto, e comunque rende bene il periodo storico, che – sebbene si fosse alle soglie del Rinascimento – era bello truce forte. Insomma, io mi sono divertita, e mi scoccia alquanto dover aspettare novembre per vedere il seguito.

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