Archivi del giorno: 25 luglio 2011

Le vittime secondo Feltri

La Norvegia continua a tenere banco. Scusate, ma per me questo evento segna un punto di svolta imprescindibile: qualcosa, molto deve cambiare dopo quel che è successo a Oslo e Utoya. Comunque. Purtroppo ci sono chiari segni che invece c’è gente che non è disposta a mettersi in dubbio neppure di fronte all’evidenza dei fatti. Del resto, sono venti anni che ci dicono che la realtà non esiste, esistono solo le opinioni.
Oggi, su Il Giornale esce il seguente editoriale di Feltri. Saltate pure il commento sopra, leggete direttamente le parole di Feltri, che sono più significative di qualsiasi discorso.
Ora, è evidente che c’è una fetta dell’Italia che di fronte al terrorismo di destra si sente a disagio. Si tratta di imprinting, credo. Fin da piccoli gli hanno insegnato a reagire di fronte all’uomo nero, quando ne vedono uno bianco entrano in crisi. Notare prima di tutto che in generale i terrorismi di matrice islamica non sono mai frutto di pazzia: sono la diretta conseguenza di una “religione criminale”, l’Islam tutto. Se invece un ultranazionalista norvegese compie una strage, è un matto. E questo purtroppo vale sia per i giornali come quello di Sallusti che per quelli più seri, tipo Repubblica o Corriere della Sera. Comunque. Feltri fa il passettino oltre. Breivik è un pazzo, e vabbeh, ma non avrebbe potuto fare quel che ha fatto se non ci fosse stato un minimo di collaborazione da parte delle vittime. Lo spostamento di responsabilità è presto compiuto: Breivik è pazzo, dunque non è neppure del tutto responsabile delle sue azioni, mentre i savissimi ragazzini di Utoya, a causa presumibilmente dei valori malati che li hanno riuniti sull’isolotto, non sono stati capaci di reagire, tutti presi dal salvarsi la pelle piuttosto che cercare di compiere un gesto eroico e salvare gli altri. Testuali parole “è incredibile come, in determinate circostanze, ciascuno pensi solo a salvare se stesso, illudendosi di spuntarla, anziché adottare la teoria più vecchia (e più efficace) del mondo: l’unione fa la forza”.
Avete capito? Se Utoya è stata una mattanza è colpa dei giovani che sono “incapaci di reagire”, come da titolo. O tempora, o mores.
Ora, qui non si tratta più nemmeno di un patetico tentativo di sviare l’attenzione dai fatti, che ci dicono chiaro e tondo che Breivik ha idee politiche che non si discostano molto da quelle della Lega, almeno sui massimi sistemi, tanto è vero che nel suo documento programmatico si definisce affine al movimento. Qui è direttamente vilipendio di cadavere. Qui è mancanza assoluta di rispetto per le vittime e i sopravvissuti. È mancanza di vergogna, una virtù che al Giornale è sempre difettata, ma mai in modo così osceno, così diretto, così intollerabile.
Siccome le cose devono cambiare, occorre dire alto e chiaro che noi non siamo più disposti a berci in silenzio editoriali del genere alzando le spalle, come abbiamo fatto finora. Non si può più dire “che ti aspetti dal Giornale, che ti aspetti da Feltri”, non possiamo più girare pagina. Ci dobbiamo indignare. Dobbiamo recuperare il sano senso dell’indignazione, e dobbiamo dirla a chiare lettere. Alle parole d’odio, a ciascuna di esse, dobbiamo contrapporre le nostre: che chiamino le cose col loro nome, che non abbiano paura neppure di mettersi in dubbio, se necessario, perché il dubbio è l’unica cosa che ci salverà, alla fine. Ma che non abbiano neppure paura di dire la verità. E la verità è che le parole di oggi di Feltri sono uno sputo in faccia alle vittime, e un patetico tentativo di giustificare l’ingiustificabile.
Vergogna.
Vergogna.
Vergogna.

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Il nemico dentro

Ci avevamo creduto davvero tutti. Era stato il primo pensiero. Il mio, almeno. Che fosse un attentato di Al Qaeda o chi per lei. Certo, mi viene da sghignazzare sulla prima pagina di Libero, ma poi mi fermo a pensare, e da ridere non c’è proprio niente.
L’attentato di Oslo e Utoya offre miriadi di spunti di riflessione, uno più tremendo dell’altro. La prima cosa che ha colpito me è stato il riflesso pavloviano del pubblico: sono stati i musulmani. Ci hanno cambiato la testa. Questi dieci anni hanno modificato il modo in cui percepiamo la realtà intorno a noi. Ci hanno insegnato cosa temere, ci hanno indicato il nemico, e noi – anche quelli più illuminati, quelli che hanno rifiutato questa cazzata dello scontro di civiltà dal primo momento – siamo stati ben lieti di adeguarci. Perché in fin dei conti è nella nostra natura: delimitare noi stessi rispetto agli altri, come se per poterci definire avessimo bisogno di tracciare il confine tra ciò che siamo noi, e quel che sono loro. Senza un nemico ci sentiamo persi, perdiamo il senso di noi stessi. Senza qualcuno da odiare, perdiamo consistenza.
E poi all’improvviso succede che il male viene incarnato da uno di noi. Sì, uno di noi. Bianco, cristiano, l’aspetto del bravo ragazzo. Ce lo siamo trovato accanto al matrimonio dell’amico, è stato in mezzo a noi per tutto il tempo, ha condiviso i nostri ideali, ha vissuto la nostra vita. Quando lo vediamo, non siamo in grado di tracciare un chiaro confine tra noi e lui, perché quando lo guardiamo negli occhi, ci vediamo riflessi.
Uno come noi un bel giorno ha fatto saltare Oslo, e con la massima calma ha massacrato 90 ragazzi della sua stessa età.
In generale, in questi casi si dice che è un pazzo. Io a questa tesi non ho mai creduto. I savi sono capaci di azioni indicibili, i pazzi per lo più fanno male a loro stessi, checché ne dica la cronaca, che ogni volta che c’è un crimine tira fuori la depressione. Breivik non è un pazzo. È un frutto di questa società. Solo che non sappiamo spiegare cosa l’abbia creato.
I soliti noti tirano fuori i colpevoli ovvi, quelli che l’ignorante medio tira sempre in ballo: i videogiochi, la musica metal. Videogioco anch’io, e sento anch’io rock e metal, ma non mi è venuta mai voglia di massacrare qualcuno.
La verità è che la risposta non ce l’abbiamo. Nessuno sa realmente dire cosa fa di noi all’improvviso dei mostri. Ci immaginiamo la Norvegia come un posto perfetto, dove le cose funzionano davvero, con uno stato sociale forte, libertà, integrazione per tutti, e in più una natura splendida, soverchiante, a ricordarti che sei solo un puntino nell’universo. Ma già leggere quel che Lindqvist e Larsson hanno da dire sulla Svezia fa sorgere il dubbio che anche in Scandinavia le cose non siano esattamente perfette, che c’è qualcosa che va in profondità, qualcosa di realmente marcio nel modo in cui viviamo.
Io la risposta su questo male che abbiamo dentro non ce l’ho. Dico solo che dieci anni a sentir gente come Bush parlare di “lotta del bene contro il male”, a dirci che la società occidentale è superiore a quella di quei buzzurri degli arabi, che dunque si meritano le nostre bombe, non ci hanno fatto per niente bene. Anni fa se sputavi veleno contro i rumeni o i marocchini la maggior parte della gente ancora ti guardava storto. Adesso no. Adesso che gli xenofobi siedono in parlamento, non ti vergogni più a dire che i marocchini se ne devono andare “fora di ball’”. Perché il razzismo trova giustificazione in tutte le autorità che l’hanno sdoganato, rendendo l’opinione dell’uomo qualunque programma elettorale.
Ma la colpa non è solo di chi sparge odio. La colpa è di chi non sa dare un’alternativa. Continuo a credere che le idee si sconfiggono con altre idee. Questi dieci anni dimostrano che chi parla di rispetto, di accettazione della diversità come ricchezza, non ha saputo far penetrare a fondo queste idee. La sua voce è sempre apparsa debole davanti a quella di coloro che presentavano la soluzione facile: li ammazziamo tutti e via. La colpa è anche nostra, che abbiamo scrollato le spalle davanti a chi deumanizzava l’immigrato irregolare solo perché non aveva il permesso di soggiorno, che ci siamo voltati dall’altra parte quando a Sarno partiva la caccia al nero. Perché le nostre parole non sono forti abbastanza? Perché ci continua a crescere questo vuoto dentro, e io so che lo percepiamo tutti, anche se uno su diecimila imbraccia il fucile, ma lo sentiamo tutti? Non lo so. Ma sarebbe ora che ce lo chiedessimo.

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Alla morte di Amy Winehouse, è stato facile per molti dire che è una vergogna che la morte di una tossica faccia lo stesso scalpore di quella di novanta ragazzi ammazzati senza un perché in Norvegia.
Io invece non mi sono indignata manco un po’. Perché se migliaia di persone si sono sentite toccate in questi giorni dalla morte di una cantante, forse c’è un motivo che vale la pena indagare, qualcosa che ci dice molto su chi siamo e cosa vogliamo.
Non sono mai stata una fan della Winehouse, e avrò sentito di suo due canzoni al massimo. Ma la sua parabola discendente, orgogliosamente esibita a titoloni sui giornali, a beneficio di tutti coloro che guardavano le sue foto ubriaca, la deridevano, e così per due ore potevano sentirsi migliori di qualcuno, mi ha sempre messo addosso un’angoscia senza pari.
Anche Amy era una che il nemico se lo coltivava dentro, pervicacemente e con una coerenza di fondo da far spavento. Aveva talento, la possibilità di essere tutto ciò che voleva, e ha preferito buttarsi via in ventisette anni di scelte sbagliate. E alla notizia della sua morte, ho percepito esattamente quel che diceva John Donne nel lontano XVI secolo: “la morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità”. Perché ho visto nel suo dramma il riverbero, moltiplicato centinaia, migliaia di volte, di qualcosa che anch’io conosco, che ognuno di noi conosce. Quel vuoto. Quell’avere tutto, e non riuscire a goderlo. Quel perdersi senza sapere perché, quella sensazione di non potere, non riuscire ad essere felici, nonostante tutto. Io so che anche voi lo conoscete, che tutti lo conoscono. il nostro nemico.
Ecco. Le gente piange Amy Winehouse anche per questo: non perché “la società dello spettacolo, la perdita di valori” e le altre stronzate pseudo-sociologiche che ci ammanniscono in questi casi, ma perché la sua ansia di distruzione la conosciamo bene. È una di noi che non ce l’ha fatta. E ci domandiamo perché noi invece ci siamo salvati.
A molti probabilmente sembrerà una mancanza di rispetto parlare di due argomenti così difformi, addirittura quasi accomunarli, nello stesso post. Io però li ho vissuti così. Due facce della stessa medaglia. Due forme di quel nemico che ci cresce in seno, come società e come individui, e che non riusciamo mai a cogliere davvero. Fino a quando non ci addenta.

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