Un viaggio oscuro

Alla fine non ho resistito. Il post che avevo iniziato a scrivere ieri, finisce in quello di oggi. In mezzo, una lunga sessione di scrittura, che aiuta sempre. Semplicemente, se non ne scrivo adesso non ne scriverò mai più, e invece ci sono cose che sento di dover dire, anche se non sono l’unica e neppure la prima, ma che significa.
Come vi dicevo, ho fatto in questi giorni una lunga cavalcata nel “lato oscuro”: ho letto le 1500 pagine del memoriale di Breivik. Non tutte, ovviamente. Le ho scorse, ho letto quelle sulle quali si appuntava la mia curiosità. Non è stato bello e non è stato neppure facile. I terroristi hanno una specie di ossessione per la logorrea: dai chilometrici proclami delle BR, agli sproloqui di Bin Laden fino alle 1500 pagine di Breivik, sembrano non essere capaci di spiegarsi in poche righe. Se ne discuteva qualche tempo con Valberici su Twitter, e ci eravamo detti che probabilmente quel che il terrorista cerca è una narrazione di cui essere protagonista, un racconto che ne giustifichi l’esistenza. Ma questa gente non conosce l’abc del narrare, e manca anche tutto sommato di fantasia, e per questo produce polpettoni lunghissimi e indigeribili.
In ogni caso, ho scorso le 1500 pagine, perché è facile dire “è un pazzo” e marcare una linea di definizione netta tra noi e lui, più difficile è capire chi a questo “pazzo”, se pazzo è davvero, ha dato le armi, chi l’ha nutrito e l’ha cresciuto. E poi la letteratura si interroga spesso sul male: cosa di meglio per uno scrittore di uno che quel male lo racconta di sua spontanea volontà, parlandoti non solo della sua ideologia, ma anche della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi amici.
Dicevo che non è stato piacevole. Innanzitutto perché la famosa linea che ci piacerebbe tracciare tra noi e lui è labile e indefinita. Cercate di capirmi, non voglio giustificare nessuno. Ma, come dice Guglielmo ne Il Nome della Rosa, “Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività [di inquisitore]. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.” E noi dobbiamo essere ben consci che ci vuole poco per saltare dall’altra parte, davvero poco. L’ardore folle che ha spinto Breivik a sentirsi il difensore di una razza in via d’estinzione, se lo si svuota del contenuto ideologico, è simile alla forza buona e giusta che spinge a morire per i propri ideali, senza trascinare con sé centinaia di innocenti, è la stessa che da secoli induce gli uomini a lottare per migliorare le cose. La differenza? Che Breivik non muore in prima persona, ma uccide altri, e non lotta per persone vere, concrete, ma per un ideale astratto che non trova concretizzazione in nessuna delle persone che ha intorno. Se il primo punto è chiaro, il secondo forse merita un po’ di approfondimento.
In coda alle 1500 pagine, c’è un diario che Breivik ha redatto negli anni in cui ha progettato l’attentato. Ne emerge l’immagine di un qualsiasi trentenne, incline al divertimento e forse giusto un pelo solitario. Sebbene negli ultimi tempi per sua volontà avesse iniziato a isolarsi dal mondo – per essere sicuro che nessuno potesse scoprirlo o tentare di fermarlo – aveva degli amici di cui parla. Mai una volta accenna però a loro come persone da salvare dal multiculturalismo, la forza malvagia che nella sua testa sta portando letteralmente alla morte il mondo occidentale. Se la parte ideologica si dilunga sui crimini che a suo parere il “marxismo culturale” ha causato (stupri, omicidi, torture, arriva a elencare i numeri di quello che lui considera un vero e proprio genocidio) nel diario non identifica mai queste vittime con i suoi amici. Loro sono un mondo a parte, al quale non appartiene più, che ha deciso di abbandonare. Non è per salvare loro, che combatte. Per altro, la fidanzata di un suo amico è un’attivista laburista. Non spende per lei parole d’odio, non valuta nemmeno la possibilità che prima o poi gli tocchi ucciderla perché “traditrice”; accenna vagamente a lei, e non la identifica col nemico.
Ecco, Breivik lotta per un’idea nel senso deteriore del termine: non lotta per persone vere e reali, ma per qualcosa di astratto che non si incarna mai. Parla di stupri che non ha mai visto, di vittime che non ha mai conosciuto, di morti che restano sempre sul piano astratto. E che rivoluzione è quella che non salva qualcuno di vero e reale, che non considera le persone per ciò che sono, carne viva e sentimenti, ma solo etichette?
Detto questo, la seconda osservazione è che Breivik è un figlio della democrazia. La parte introduttiva del suo memoriale si dilunga sull’assenza di libertà di parola nell’Europa moderna. E perché non ci sarebbe libertà di parola? Perché esiste uno stigma sociale – in Norvegia, suppongo, qui da noi non direi – verso gli xenofobi, gli omofobi, i razzisti. Breivik non si sente libero perché non può dire che gli islamici andrebbero deportati o costretti alla conversione senza che qualcuno gli dia del razzista. È evidente che qui c’è un malinteso di fondo su cosa sia democratico e cosa no. Certo, la libertà di espressione, ma è chiaro che certe cose non sono opinioni, sono semplici violazioni delle regole del vivere comune: dire che l’omosessualità è una malattia non è un’opinione, è una tragica inesattezza scientifica, invitare a sparare sui clandestini sui barconi non è un’idea legittima, è apologia di reato. Breivik questo non lo capisce. Se questo sia segno di follia o è la democrazia che da qualche parte ha fallito, che non ha saputo spiegare se stessa, io non so dirlo. Ma è qualcosa su cui riflettere.
Infine, nulla della parte ideologica del memoriale mi è sembrata nuova o originale. L’avevo già letta, ascoltata, confutata migliaia di volte: alla tv, ogni volta che hanno trasmesso un proclama di Bin Laden o chi per lui, quando ho letto l’articolo della Fallaci all’indomani dell’11/9, quando ho sentito certa gente come Borghezio e Calderoli aprire bocca e dar fiato ai polmoni. I razzismi sono tutti tragicamente uguali, basta cambiare due parole e dall’odio per l’occidente si passa all’islamofobia senza alcun problema. Del resto, l’ha detto anche Borghezio: si è riconosciuto in quel che dice Breivik. E non a torto, aggiungo.
Ora, di sicuro tra i proclami fatti dalla Lega in questi anni e le azioni di Breivik c’è una bella differenza. Ma occorre anche dire chiaro e tondo che in questi dieci anni molti politici hanno sostenuto una campagna d’odio, il tutto senza alcun senso di responsabilità. Immagino che per molti politici possa sembrare un gioco a costo zero aizzare la paura del diverso, parlare di “asse del bene contro il male”, di incentivare la logica del noi contro loro, porta voti e sembra non avere controindicazioni. Ma tra le migliaia di persone che ti stanno a sentire, e alla sera poi torneranno placidi alle loro famiglie e al mutuo da pagare, ce ne potrà sempre essere uno che ti prenderà molto, troppo sul serio. Le parole sono importanti, diceva Moretti, e tanto più lo sono quando hanno la forza di arrivare a molte persone, e influire sul pensiero di molti. Ora, qualcuno potrebbe obiettare che è con questo ragionamento che si arriva poi a dire che i videogiochi causano Columbine, ma qui l’ordine di grandezza, e le idee in gioco, sono completamente diverse. Qui si parla di odio indirizzato verso persone vere, con nomi e cognomi, di popoli criminalizzati, non di sparatorie finte in contesti ludici. Se Utoya dimostra qualcosa, è che la logica del “male contro il bene” non ci ha per niente resi più sicuri: ha inasprito la contrapposizione tra occidente e mondo arabo e ha persino aizzato un nemico interno all’occidente, che c’è sempre stato, per carità, ma in questi anni si è sentito giustificato, incoraggiato dal profluvio di politici, partiti e partitelli che hanno ripetuto a gran voce l’opinione dell’uomo qualunque rendendola oggetto di programma politico. Checché ne dica Breivik, checché ne dicano tutti quelli che oggi spalancano tanto d’occhi allo scoprire che l’assassino non farà più di trent’anni di carcere, che urlano che il multiculturalismo ha fallito, la capacità di accettare e accogliere l’altro per quello che è, il rispetto, la tutela dei diritti propri e altrui è l’unica cosa che ci può salvare, l’unica. E Utoya non è la prova che la democrazia e il multiculturalismo hanno fallito, al contrario: sono la dimostrazione che quando si rinuncia a vedersi specchiati nell’altro, quando si accetta di reificare anche una minoranza, allora ogni orrore è possibile, perché disumanizzare anche solo uno di noi, significa disumanizzarci tutti.
Sono uscita dalla lettura sgomenta. Perché il deliro di Breivik davvero toglie speranza. Il suo è un mondo senza luce, dominato dalla paura e dal dolore, in cui persino la vittoria non porta gioia, solo disperazione. Poi, ieri sera, ho letto questo. E ho pensato che non c’è modo migliore di rispondere a gente come Breivik. Affermare che l’uomo è sempre uomo, persino quando compie l’indicibile, persino quando ci appare disumano, è l’unico modo per combattere in chi vuole dividerci in uomini e topi. La gente come Breivik non si sconfigge con l’ergastolo, non si sconfigge con la pena di morte, né chiudendosi a riccio. Si sconfigge col coraggio di seguire fino in fondo ciò in cui si crede, si sconfigge con la forza di non avere paura. La paura è la vera nemica del nostro tempo, la più subdola delle schiavitù, che ci vorrebbe chiusi in casa, terrorizzati persino dal nostro vicino di casa. A gente come Breivik dobbiamo rispondere con la gioia, con la condivisione, dimostrando che la democrazia è forte e salda, e sa attraversare anche la più terribile delle tempeste.
Io ci credo che sia possibile, davvero. E ho imparato che credere è il primo passo per realizzare, che la speranza non è qualcosa di dato, ma che costruiamo noi giorno per giorno. E allora mi sono messa al computer, e con questo post ho chiuso i conti col mio viaggio nel lato oscuro.

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40 risposte a Un viaggio oscuro

  1. marty =D scrive:

    figurati….. se per qst nn so neanche io xkè ho detto nn preoccuparti…. :)

  2. lupina scrive:

    Appunto, non ho capito perchè hai scritto non preoccuparti :P

    Ciao Licia !

    P.s. grazie marty ( non so come fare l’ uguale ) :D :) :D :) :D :) :D

  3. marty =D scrive:

    non me lo dire………. non l’ho letto … nn preoccuparti … Lupina.. figurati…. anch’io faccio discorsi fuori luogo- ciò che ho detto nn c’entra neppure col tuo commento- chiedi a qualcuno di qst blog quanti commenti lascio a post.. risp. assai…
    sono la psicopatica tra i COMMENTATORI… dopo tutto qui c’è un po’ di tutto….- ho lasciato sto’ commento senza senso…-.-” vabbò tanto per rallegrare … ci vuole un po’ di spirito…. notte…..

  4. lupina scrive:

    Eccomi per l’ ennesima volta …
    Ciao Licia !!!!!!!!!!!!!!!!! Volevo chiederti quando esce ( e se c’ è ) il quinto libro della Ragazza Drago, l’ ho chiesto perchè il quarto finisce con : ” Ne estrasse una sfera di un verde brillantissimo, nel quale vorticavano riflessi dorati .
    L’ ultimo frutto, il frutto di Thuban …”
    Comunque sei bravissima a scrivere e mi piacciono tanto i tuoi libri ! :D :D :D

  5. lupina scrive:

    Scusate … non so perchè il messaggio si è inviato da solo due volte ! ! ! …

  6. lupina scrive:

    Non ditelo a me … Wolfy, lo sai che hai scritto non so invece che lo so ? :D ;D … e io mi sono stancata del disegnino gialliccio … voglio la fotoooooo !!!!!Comunque ciao Licia ! .

    … ;D …

  7. lupina scrive:

    Non ditelo a me … Wolfy, lo sai che hai scritto non so invece che lo so ? :D ;D … e io mi sono stancata del disegnino gialliccio … voglio la fotoooooo !!!!!Comunque ciao Licia ! .

    … ;D …

  8. marty =D scrive:

    veroo… mi hanno stancato i ghirigori geometrici rossi… uff

  9. Wolfy scrive:

    Ciao…
    non so che non c’entra niente con l’articolo che hai pubblicato tu Licia…
    ma volevo chiedere a quelli che mettono la foto vicino al nome nel commento…come fate?
    Me lo potreste dire per piacere?
    Grazie e ciao a tutti !

  10. ile97 scrive:

    l’unica differenza è che la civiltà, in questo caso, ha punito lo sterminatore, e non condivideva forme di razzismo

  11. ile97 scrive:

    comunque, non vorrei essere inopportuna, ma qui mi viene in mente “i dannati di malva”. la “città perfetta” gli omicidi, l’odio nei confronti dei drow solo x la loro diversità, che in questo caso rispecchia le diverse idee che dividevano breivik da quei ragazzi, e lo sterminio dei drow in una società solo apparentemente “umana e giusta”, accompagnata dalla frase: “tanto sono solo drow, un centinaio in meno o in più…che differenza fa?”

  12. Derek scrive:

    Complimenti alla Troisi per uno dei post più belli apparsi su questo blog!
    (parlo a ragione, ti seguo da 5 anni)

  13. Paola scrive:

    Non bisognerebbe scordarsi che anche in America,(e di più in America Latina),cè il 42% di stupratori e il 64% di furti ed è il caso dire che ne ho visti molti accadere in America Latina. E vi sono molte lotte e non cè da preoccuparsi adesso data la non-mancata interruzione di forze dell’ordine in molti luoghi…

  14. Valberici scrive:

    Alexandra: “giusta punizione” ecco, qui sta il punto, chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato? La giustizia non sarà mai di questo mondo. E’ opportuno invece chiedersi cosa è meglio per la società e per lo stato, e per l’umanità in generale
    Poi capisco la tua indignazione, ci mancherebbe. Anch’io non sono certo di come mi comporterei se qualcuno facesse del male alla mia famiglia.

  15. Emi2 scrive:

    Licia io condivido quello che hai scritto in questo post e soprattutto quello scritto nel link… dopotutto è vero la giustizia DEVE essere uguale per tutti sennò non saremmo migliori di quelli che “giustiziamo”. Anche perchè a cosa serve? Chi è morto è morto, chi è sopravvissuto continua a vivere… quindi perchè si deve spargere altro sangue? è ciò che succede tutt’oggi sulla striscia di Gaza: gli Israeliani attaccano i Talebani e viceversa perchè gli uni hanno attaccato gli altri e per vendicare i morti… ma non credo che quelli (per citare Marty =D) scenderanno sulla terra felici e finalmente liberi!

  16. Alexandra scrive:

    io non stavo parlando di vendetta, perchè vendetta a parer mio, se mi avesse ammazzato uno dei miei cari, sarebbe stato ucciderlo a sua volta, torturarlo all’infinito solo per vederlo soffrire almeno un quarto di quello che soffrirei io.
    io stavo parlando di una giusta punizione, data dallo stato ovvio. ma non dallo stato di oggi che dopo dieci anni, solo per buona condotta, ti rimette in libertà, bensì uno stato che sappia pesare la gravità dei fatti e agire di conseguenza.
    se bisogna fare discorsi di libertà, democrazia, umanità e via dicendo, nei confronti di un mostro così, allora chiunque si permetterebbe di uccidere o anche solo semplicemente di infrangere la legge. tanto, male che vada, gli capita un carcere di lusso in cui stai meglio che a casa tua, e bene che vada ne esci fuori anche prima di finire solo metà della pena. dov’è allora il problema a rubare, stuprare o uccidere?

    parlo così solo perchè prima di considerare l’intero argomento, ho provato a mettermi nei panni delle famiglie che adesso stanno piangendo un figlio, o una persona amata, a cui non hanno potuto dire addio, che hanno perso senza un motivo. è questo che dovrebbe essere argomento di discussione. come ha detto scura, ci ha dimostrato quanto siamo deboli e indifesi e sopratutto impreparati a situazioni simili. ed è questo che non va bene. io non vorrei mai, mai, ritrovarmi in una situazione di perdita simile, perchè davvero, non saprei come reagire.

  17. scura scrive:

    In un goffo tentativo di analisi e sintesi sulla questione proposta in questi termini penso che uccidere in modalità “Breivik” sembra voler:

    1) essere così plateale per catturare l’attenzione del mondo intero;

    2) dire: “Guardate cosa sono stato in grado di progettare per un anno senza farmi scoprire da nessuno, amici compresi”

    3) dire: “Posso uccidere tutte queste persone perché sono indifese, perché le persone non sono al sicuro…”;

    4) scrivere un falso e depistante “testamento ideologico” per giustificare gli eventi e per intrattenere l’attenzione pubblica.

    Cosa aggiungere per chiudere questo commento… Non penso che ci sia l’avvento imminente di una oscurità malvagia che si è celata dentro un mostro. Perché condannare questo più o meno di altri… Il male veste sempre nuovi abiti, ma si riduce sempre ad agire allo stesso modo, spinto sempre dalle vecchie solite motivazioni… Il bene che è in ognuno di noi… quello sì che può davvero stupirci e spingersi oltre l’inimmaginabile!

  18. Valberici scrive:

    Alexandra: certamente non mi piacerebbe incontrare l’assassino di mio figlio…anche per questo esiste lo stato, per superare i personalismi al fine di tutelare la collettività nel suo insieme. Il fatto è che anche dal trattamento del colpevole dipenderà la maggiore o minore probabilità di avere altre vittime. Poi, credimi, la vendetta non allevia mai alcun dolore, ma serve solo quando dobbiamo attenuare dei sensi di colpa, e spesso fallisce anche in questo caso.

  19. Alexandra scrive:

    tutte le cose che sono state dette vanno bene e sono più che giuste, concordo.
    il punto è che è facile parlarne dal nostro bel divano di casa, felici e tranquilli. se avessero ammazzato mia sorella, non sarei più tanto contenta a sapere che il suo assassino adesso è in un carcere di lusso e sta messo meglio di me… saranno anche cose banali a dirle così, però mi sembra troppo facile parlare di libertà e di essere umani, quando ci sono dei ragazzi sottoterra, innocenti.
    è proprio una delle cose che odio di oggi: che si perdono di vista le vittime e si cerca di salvare il colpevole.
    non sto dicendo che la punizione debba essere la morte o cose simili, ma l’ergastolo in questo caso mi sembra il minimo.
    o a voi piacerebbe incontrare per strada l’assassino di vostra figlia, dopo soli 20 anni che l’ha uccisa?
    a me, no.

    • Licia scrive:

      Alexandra: appena posso cerco di dati sui tassi di delinquenza in Norvegia e in Italia; se è come dici, in Norvegia dovrebbe essere pieno di stupratori e omicidi. Però già solo il fatto che in Italia solo il 20% di chi usufruisce di pene alternative ritorna a delinquere, mentre chi rimane in carcere e basta, e la situazione di molte carceri in Italia è al limite della tortura, una volta fuori nel 70% dei casi torna dentro dovrebbe dirci qualcosa sull’utilità della giusta punizione.

    • Licia scrive:

      Dunque, ho trovato questo sugli omicidi
      http://www.nationmaster.com/compare/Italy/Norway/Crime
      che sembra affidabile, ma che, nella sezione sul total crime avverte che ” Crime statistics are often better indicators of prevalence of law enforcement and willingness to report crime, than actual prevalence”, ossia il numero di crimini procapite non ci dice realmente niente su quanto si delinque in uno stato, perché è possibile che ci sia un certo numero di crimini che non sono denunciati (mi viene in mente lo stupro) o restano impuniti.
      Mi sa che l’unico parametro che si può usare in un’analisi del genere è il tasso di recidiva nella popolazione penitenziaria

  20. Simone scrive:

    Valberici: sono abbastanza d’accordo, sebbene l’ultimo problema della Cina sia quello di non diminuire la popolazione ;-)
    L’etica e’ una gran bella cosa, ma da matematico fatico a definirla. Sono un convintissimo relativista: bisogna dare definizioni e assiomi (cioe’ leggi) e trarne conclusioni (cioe’ individuare le infrazioni). Poi viene il momento di stabilire le sanzioni per chi infrange le regole. A volte, pessimisticamente, mi vien fatto di pensare che l’uomo (e anche la donna) e’ un animale sociale per puro sbaglio. Detto altrimenti, la vita in stretto contatto con i nostri simili non e’ probabilmente la condizione migliore per la nostra specie. Io, per dire, mi sento piu’ vicino ad un gatto, che guarda sempre con un certo sospetto il proprio simile. :-)

  21. Valberici scrive:

    Licia: ok, però scelgo un contratto part-time…posso farlo solo di mattina…inspiegabilmente verso sera la chiarezza comincia a venirmi meno…nonostante faccia abbondante uso di RU e caffè corretti per contrastare questo fenomeno… :lol:

  22. Paola scrive:

    Valberici: Esatto in cina si uccide con immediatezza ma ipoteticamente parlando, il prof. di religione che avevo qualche anno fà..appunto parlando di questo fatto mi disse che se si uccide immediatamente non rievoca nessun risultato nepppure con l’ergastolo perchè molti giovani comprendono che quel modo non è assolutamente il modo di gestire la situazione..in poche parole molti di loro (tra cui io anche se scelgo la miglior strada)cercano il ”baccano” e da lì si ricorre al carcere ma se come stanno avvenendo le cose in Italia ci sono ragazzi/e che uccidono i propri genitori..ma sarebbe meglio che portassero questi ragazzi al seguente manicomio o al carcere minorile..per far capire ai ragazzi che cosè la vita…

  23. Valberici scrive:

    Lo stato svolge una funzione di “cuscinetto” tra le classi sociali. Tra i tanti compiti che gli si affidano c’è quello di stabilire regole e modi per farle rispettare. Perchè qualcuno rispetti una regola occorre che sia persuaso della sua giustezza o spaventato dalle conseguenze in caso di infrazione. Nel secondo caso è condizione necessaria la certezza della pena, solo dopo questa certezza si potrà discutere di come debba essere la punizione e a cosa debba servire. Uccidere un uomo non è mai la scelta più conveniente, lo sapevano bene i piantatori del sud americano che conoscevano il costo di uno schiavo. In Cina si uccide per comodità e immediatezza di risultato, ma, cinicamente parlando, ci sarebbero metodi migliori per trarre profitto dai delinquenti.
    Ovviamente nel caso di gravi malattie mentali, e conseguente irrecuperabilità certa, il discorso cinese è il più sensato.
    Però c’è ancora qualcosa da prendere in considerazione: l’etica. E per me l’etica ha un posto assai importante nelle mie valutazioni e scelte.

    • Licia scrive:

      Val: dovrei assumerti come ufficio stampa del mio cervello, dici sempre quel che ho in testa con molta più chiarezza di quanto non faccia io :P

  24. Simone scrive:

    Licia: parlare di convenienza sociale e’ molto pericoloso. Un mero calcolo aritmetico ci porterebbe probabilmente alla conclusione che un colpo alla nuca con fattura delle spese sostenute dal boia, come usa in Cina, sia la scelta piu’ conveniente per sbarazzarsi di chi sbaglia. Io comunque credo che non sia giusto accanirsi a recuperare l’irrecuperabile. Se capisci di aver sbagliato, tanto meglio; pero’ e’ un percorso largamente individuale. Quello che intendo e’ che la societa’ dovrebbe fornire tutti gli strumenti per distinguere il bene dal male (anche solo a livello relativo, non assoluto). Ma non e’ razionale passare vent’anni a convincere un serial killer che deve per forza diventare onesto. E’ una semplice constatazione statistica della varieta’ umana: non convergeremo mai ad un mondo perfetto, dove i reati scompaiono perche’ nessun individuo decide di commetterli. D’altronde le pene sono puramente convenzionali: l’uso della detenzione e’ arbitrario tanto quanto quello dell’impiccagione alla maniera del vecchio West. A me piacciono molto le pene alternative, che obbligano chi ha sbagliato a lavorare per il bene comune. Magari non si ravvedera’ mai, ma almeno ha fatto qualcosa di utile invece di invecchiare in un carcere.

  25. aikidude scrive:

    Simone..
    ho riportato i miei pensieri dalle notizie norvegesi e sul popolo norbegese..
    in realta’ la mia posizione, forse a causa appunto della vicinanza che ho con i fatti, e’ un po’ diversa, come ho scritto nel mio blog quasi a caldo..
    pur essendo contrario alla pena di morte perche’ troppo facile pr uqesto tipo di mostri, gli auguravo di essere rinchiuso in un carcere non norvegese dove fosse pestato e curato un giorno si’ e uno no, per tutti i 21 anni di fronte a lui..

  26. Simone scrive:

    Mah, questa faccenda della rieducazione non mi ha mai convinto completamente. Diciamo che io sono piu’ “vecchio testamento” che “nuovo testamento”: i bambini devono essere educati al rispetto delle regole umane e civili, gli adulti che sbagliano devono essere puniti secondo il codice penale/civile. La pretesa di rieducazione e’ un retaggio religioso molto cattolico. Lo Stato non puo’ essere una mamma sempre pronta a perdonare, e non puo’ nemmeno dispensare etichette di perdono o remissione delle colpe.

    • Licia scrive:

      Simone: non è questione di avere uno stato mamma, è stabilire cosa sia meglio per la comunità: uno che sta dentro 30 anni, durante i quali si è abbrutito e dunque esce nel migliore dei casi criminale esattamente come è entrato, nel peggiore incazzato peggio di prima, o cercare di recuperare alla società civile un individuo. La gente che esce dalle carceri norvegesi ritorna a delinquere nel 20% dei casi, in Italia si aggira intorno al 70%, e scende al 20% solo per coloro per i quali sono previsti programmi di recupero o alternativi al carcere (http://www.gruppoabele.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1204).
      Per quel che riguarda il concetto di punizione, lo trovo tutto sommato abbastanza sterile: non credo che mettere in carcere un uomo riesca seriamente a ristabilire la pace interiore di chi ha perso un caro in seguito ad un crimine. Certo le pene servono da deterrente e sono uno strumento importante per regolare il vivere civile, ma se ci limitiamo a questo non si possono cambiare realmente le cose, ma solo approfondire il solco che separa gli onesti da chi delinque

  27. aikidude scrive:

    purtroppo il blog e’ solo in norvegese, ma potete provare a usare google translate, ma se avete voglia, potete dar eun’occhiata al racconto in prima persona di un’altra sopravvissuta:
    utoyahelvette

    riguardo alla cella, e’ abbastanza normale in norvegia, non hanno carceri speciali come non hanno leggi speciali (massima pena 21 anni +5), come la polizia non gira armata.. come non cambieranno solo per darla vinta ad un mostro..
    ho vissuto 15 anni li’.. e sono fiero di questo popolo!

  28. aikidude scrive:

    ti rido un po’ di speranza.. la speranza che solo il popolo Norvegese i questi giorni puo’ ridare al mondo:
    su Fb in molte migliaia hanno aperto una pagina di supporto per la madre e la sorella del mostro..
    il norvegese e’ fatto cosi’..
    come ha detto Stoltenberg, non ci cambieranno..
    ti lascio con le parole di una sopravvissuta:
    “If one man can show this much hate, think how much love we can show together” – Stine Renate Håheim (survivor from Utøya)

  29. marty =D scrive:

    le ultime notizie…. A Breivik hanno assegnato una cella di un carcere di lusso … guardate su internet… ok , ho detto che non deve essere giustiziato, ma almeno una punizione gliela possono dare, inutile non si ragiona bene….
    f: di certo , quell’uomoche si è imbattuto alla morte del figlio e battuto per la pace , mica saltava di gioia a vedere ancora vivo l’assassino del figlio….
    i cosi ri cuttighio vinnino sulu raccuntato in mizzu mizzu
    - i discorsi vengono riportati solo per metà , la vera storia nn la sappiamo intera .. o no .-

  30. Lory scrive:

    Credo che quelle di Licia siano le parole più sagge che abbia sentito su tutta questa storia…
    Mi chiedo verso che tipo di mondo ci stiamo incamminando. Perché purtroppo, a dispetto di quelle voci che si alzando per difendere la tolleranza e la libertà, si scorge all’orizzonte una realtà sempre più piena di odio, e la sensazione è che, da un lato e dall’altro delle barricate che si vanno ergendo sotto i nostri occhi, i fomentatori della violenza e dello scontro avranno ciò che vogliono… e questo mi fa paura.

  31. M.T. scrive:

    Democrazia e libertà spesso vengono traviate, come nel caso del pensiero di Breivik. Ci si deve ricordare che la libertà di un individuo cessa dove inizia quella di un altro e che se nel fare quello che si vuole si danneggia qualcuno allora ci si deve accorgere che non si tratta più di libertà, ma di prevaricazione e quindi di violenza.

    ottimo post :)

  32. axelander scrive:

    Se questo tizio fosse stato di nazionalità italiana la lega nord l’avrebbe fatto santo.

  33. f scrive:

    Perfettamente d’accordo su tutto, compreso l’idea del carcere come luogo di riabilitazione, per chiunque. Per marty=D: per quanto riguarda i parenti delle vittime, c’è un esempio illustre. David Grossman, scrittore israeliano, ha perso un figlio nella guerra israelo-libanese del 2006, ma non per questo ha chiesto vendetta. Si è anzi battuto per la pace.

  34. marty =D scrive:

    non si può dare la colpa così… certe persone vanno arrestate semplicemente, altre devono essere giustiziate… una volta mi sono vista un film, si intitolava seven , nn consiglio di vedervelo… ma con Giustiziare paghiamo in un certo senso con la stessa moneta , ci abbassiamo al suo livello , uccidendolo, quale pace diamo ai morti, non scendono mica sulla terra felici e finalmente liberi, c’è chi dice che deve pagare, chi di no , chi solo per qualche anno, ma in realtà non sappiamo la verità dei fatti , cosa c’era o cosa ha spinto a fare terrorismo in Norvegia, un movente ci sarà… non li do’ ragione , ciò che ha fatto è abominevole.. poteva evitare, ma come diceva un mio parente , bisogna ascoltare sempre due campane , non solo quella del più innocente.
    ovviamente chi ha subito , prova odio a vedere quel ragazzo ancora vivo, come può reagire una madre di famiglia col pensiero che il figlio è morto a causa sua.. ognuno ha il sentimento.. noi che nn abbiamo subito nulla di ciò , per esempio, ne possiamo discutere apertamente , ma senza sapere seriamente cosa si prova… facendo corna , che non dovremo mai sperimentarle certe emozioni… certo ha sbagliato , avrà una colpa , ma intanto ognuno ha il suo 50 % di colpa… ma non dirò mai che lui sia innocente .

  35. Damiano scrive:

    Avevi molto da dire e anche molto importante a quanto leggo, il passaggio che più mi ha colpito è questo:

    “Ma tra le migliaia di persone che ti stanno a sentire, e alla sera poi torneranno placidi alle loro famiglie e al mutuo da pagare, ce ne potrà sempre essere uno che ti prenderà molto, troppo sul serio”.

    è una responsabilità ignorata dai politici e anche da noi stessi. Le parole sono importanti e anche la speranza lo è. Come ho detto ad un amico che parlava di “caso eccezionale” per Breivik e quindi ad una giustizia tutta partciolare “la giustizia è uguale per tutti” e non esistono casi eccezionali se davvero di giustizia stiamo parlando. La vendetta è un altro conto.

  36. ile97 scrive:

    condivido appieno questo articolo, anche se forse, nel profondo, penso che alla fine queste persone non avranno giustizia. ma chi può dire che la mia versione è giusta? e nessuno può affermare che sia giusto dare la pena di morte o qualsiasi pena, perché in fondo non sappiamo cosa sia giusto e cosa sbagliato, in questi casi…

    x mia madre questo problema non ci sarebbe, e neanche quello di decidere su quale tipo di prigione mandarlo: lei lo toglierebbe dal mondo e via. così, dice, le vittime hanno giustizia e nn c’è il problema della riabilitazione e del fine pena. ma nn è che io condivida appieno le sue idee. :)

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