Archivi del mese: luglio 2011

Le Rose di Versailles

Sull’onda del revival tardo-adolescenziale, mi sono fatta comprare da Giuliano tutto il fumetto di Lady Oscar. Il primo numero l’avevo comprato a Lucca a novembre, mi era piaciuto molto e così ho voluto il resto, che arrivato tipo una settimana fa.
Ora, in verità da bambina Lady Oscar lo vedevo, ma non è che fosse proprio il mio cartone animato preferito. A dirla tutta, mi metteva l’ansia. Troppo cupo, troppo drammatico, mi angosciava tutta quella gente che non faceva altro che intrigare, ammazzare e soffrire. Quando ero adolescente, le mie amiche se lo vedevano e lo adoravano. Io all’epoca ero persa dietro Sailor Moon, per cui passai. Ma quel cartone animato cupissimo, con una protagonista femminile così atipica e forte mi aveva colpita, anche se non ne ero consapevole.
Mi stupisco sempre di come, tra tutte i rimandi e le fonti che la gente intravede nei miei libri, nessuno becchi mai Lady Oscar. Sebbene Nihal non abbia più o meno niente di Oscar e Sennar si guardi bene di assomigliare ad André, il loro rapporto è molto simile a quello dei due protagonisti di Versailles No Bara. Questa cosa l’ha colta solo Giuliano. Gli altri non la vedono. Strano, perché a me sembra lampante.
Comunque. Mentre scrivevo La Setta degli Assassini ed ero felice esule in Germania – un posto al quale di recente non riesco a pensare senza il magone, dannazione… – mi rividi tutta la serie tv con Giuliano. E me ne innamorai. C’era veramente tutto: amore, morte, grandi ideali. Era grande narrazione popolare, che per altro mi aiutava a indagare un periodo storico di cui ricordavo davvero pochissimo (lo confesso, sono una tragedia in storia…). Il passo dall’anime al fumetto è stato piuttosto lungo, ma è arrivato.
Ok, tutto sommato alcune scelte sugli snodi principali di trama, e anche sulla sceneggiatura, diciamocelo – quell’”Una rosa è una rosa anche se essa sia bianca o rossa. Una rosa non sarà mai un lillà” ha fatto sospirare più o meno tutta la mia generazione, me compresa, anche se avevo la bellezza di 24 anni – rendono nel complesso l’anime superiore al fumetto. Però, ragazzi, il fumetto resta un’opera davvero “massiccia”. È un monoblocco tematico, di una compattezza paurosa, un controllo di trama saldissimo e personaggi enormi. Tra l’altro, pubblicato negli anni ’70, doveva essere una rivoluzione non da poco: uno shojo con la protagonista che era un guerriero e si vestiva da uomo, in cui la gente si picchiava e che aveva al centro un episodio storico raccontata in dettaglio quasi filologico. Considerato il contesto e tutto, io lo trovo semplicemente un capolavoro. In questi quattro giorni di lettura è stato una droga. Nonostante il disegno ormai datato e le concessioni alla svenevolezza. È potente, c’è poco da fare, di una potenza che molti dei fumetti che vanno per la maggiore oggi si sognano. Eh sì che ormai siamo più scafati. Eppure quella donna che passa una vita intera a cercarsi, che agisce sempre spinta da motivazioni interiori forti, da una ricerca per nulla banale di se stessa, del proprio posto nel mondo, della verità, è qualcosa che colpisce con la forza di un pugno. Ed è terribilmente attuale. Perché nonostante il femminismo dovrebbe essere tutto sommato ormai acquisito, il modello imperante non è quello di Oscar; al massimo è Maria Antonietta, che l’unica libertà che può concedersi è di sognare su un amore impossibile, e per il resto annullarsi nel suo ruolo di madre.
Non so, sarà il periodo in cui l’ho letto, sarà il riverbero di tutte le riflessioni che ho fatto quest’anno, e forse anche di quello che ho scritto negli ultimi mesi, ma mi ha colpita profondamente. E non solo per il triangolo o la straziante storia d’amore, ma anche per la molteplicità di temi collaterali. Ad esempio, ne viene fuori un ritratto tremendo dell’uomo di fronte alla Storia. Perché alla fine tutti gli attori messi in scena sono semplici uomini, dalla regina ad André, persone che per varie ragioni non sono libere. La ragion di stato, la società, la Storia, impongono loro dei ruoli ai quali sentono di non poter aderire. E caso vuole che proprio questo sia uno dei temi di cui ho scritto in questi mesi. E le loro vicende finiscono spazzate via dalla potenza della Storia: la forza della fumetto sta anche in questo, che dalla prima riga sai che andrà a finire male, perché il mondo dorato di Versailles sta per essere spazzato via, perché fai il contro alla rovescia fino a quel 13 luglio 1789 che ha cambiato i destini del mondo, e non solo della Francia. Il fato dei protagonisti è segnato, perché si trovano a vivere intorno ad uno snodo della storia, e non a caso la sensazione che più travolge i personaggi è l’impotenza. L’impotenza del singolo di fronte alla massa, davanti al meccanismo inarrestabile che porta gli ultimi a diventare i primi e viceversa, in una ruota crudele che dall’inizio della storia dell’umanità non ha mai smesso di girare. Il piccolo mondo di Versailles che viene messo in scena nel primo numero ci commuove e ci fa tremare le vene dei polsi, perché sappiamo già che è destinato a sparire da lì a pochi anni. Le individualità dei personaggi si sciolgo nell’insensatezza della folla, che non ha pietà, che non ha testa, dominata com’è dagli istinti più bassi, più basilari. In questo senso, è magistrale la chiusa del fumetto, su Fersen linciato dalla folla. È la fine di ciascuno dei personaggi di questa vicenda: ognuno di loro è finito fagocitato dagli eventi, i suoi piccoli sentimenti si sono sciolti nella grandezza di un dramma collettivo. Per questo il fumetto e l’anime sono così intensamente tragici, così terribilmente grandiosi.
Insomma, è stata proprio una bella lettura. Una lettura istruttiva, direi, come succede un po’ con tutti i libri, o i fumetti, in questo caso, che colpiscono molto, nel bene o nel male. E m’ha lasciato addosso una gran voglia di rivedermi il fumetto, che attaccherò non appena avrò finito I Cavalieri dello Zodiaco.

31 Tags: , ,

Tempo

Con questa storia della Smemo, ieri sera sono andata a ripescare quella del 1996 dalla mia libreria. È la mia preferita, non so spiegare esattamente perché. Forse perché quegli anni lì sono irripetibili, la vita di spalanca davanti all’improvviso e tutto ti sembra nuovo e fantastico, inebriante e grandissimo. Davanti a te hai un mare di possibilità, tutto può essere, e sei convinto che il futuro ti riservi qualcosa di straordinario. Tu non sarai come gli altri, tu lascerai un segno, tu cambierai qualcosa.
Ho riletto alcuni dei racconti che preferivo – lo accennavo ieri, il tema era il Mediterraneo – le vignette che ancora oggi, a distanza di sedici anni, ricordo a memoria, e tutto quello che ci avevo scritto dentro io: il resoconto dei miei tentativi di abbordare il ragazzo che mi piaceva, i commenti deliranti lasciati dai miei amici, le canzoni, le poesie, le citazioni. Mi sono ritrovata quasi subito. Un puzzle disconnesso di ciò che sarei diventata poi: la mescolanza di cultura alta e bassa, l’ossessione per la musica, il desiderio di essere diversi (“siamo E.A.M – Estranei Alla Massa” era la grossa scritta colorata sulla prima pagina), il teatro, i libri. Lettura davvero adolescenziali, devo dire: I Dolori del Giovane Werther, Per Chi Suona la Campana. Era tutto un fiorire di citazioni che si avvolgevano intorno a due temi principali: amore e ribellione, l’altro sesso e cambiare il mondo.
Ma se a leggere i brandelli di me che avevo infilato là dentro ho l’impressione di un passato remoto, di un’epoca dalla quale mi separano eoni di esperienze di vita, i testi della Smemoranda mi hanno trasmesso una sensazione del tutto diversa.
A parte i riferimenti alla guerra nella ex-Jugoslavia, che era ancora vicina – “quando eri ragazzina tu la Jugoslavia era ancora unita? Davvero?” mi ha chiesto la studentessa di laurea che sto seguendo, facendomi sentire vecchia, ma vecchia… – già si parlava con una certa insistenza di fondamentalismo islamico, e negli stessi toni con cui lo si fa oggi. Molti testi ne parlavano, e anche parecchie vignette ci giravano attorno. E si parlava, come ti sbagli, di Berlusconi. Se uno cancellasse quel 1996 dalla copertina, sembrerebbe un diario dei nostri tempi. C’ho riflettuto, e, cavoli, cinque anni dopo ci sarebbe stato l’11 settembre. Che nella nostra mente è l’inizio di tutto, lo spartiacque tra due mondi inconciliabili: il prima, che a quelli della mia età appare come un luogo sicuro, un posto avviato verso una quieta pace da magnifiche sorti e progressive, e il dopo, fatto d’incertezze e di odio, di guerra e sangue. E invece, nel ’96 c’era già tutto: il mondo era già così, un posto insicuro combattuto tra opposte tensioni, proiettato verso il futuro ma legato a retaggi ancestrali.
Se ripenso alla me di quegli anni, non ho alcuna coscienza di tutto ciò. Ero un tipo che si interessava parecchio di come andava il mondo, occupavo, manifestavo, leggevo i giornali e iniziavo a cercarmi anche fonti d’informazione alternative. Eppure non ricordo quella stessa paura del fondamentalismo che avremmo avuto dopo, quel senso di impotenza e frustrazione per come vanno le cose in Italia e nel mondo che mi avrebbe caratterizzata negli anni a venire.
È che l’11 settembre avvenne che avevo vent’anni, l’età in cui cominci a capire che le cose stanno per farsi serie. Certo, sei ancora un ragazzino, ma l’età adulta incombe, o almeno a me sembrava così. E allora quell’evento segnò per me la fine del dorato mondo dell’infanzia: non c’erano più mamma e papà a proteggermi, il mondo era un posto brutto e cattivo e io dovevo farci i conti.
Toccare con mano che in vent’anni niente è poi davvero cambiato mi ha fatto uno strano effetto. Quando ero adolescente, un anno mi sembrava durasse una vita. La Licia di settembre era sempre sensibilmente diversa da quella del giugno successivo, quando la scuola chiudeva, e in mezzo c’era una vita intera, succedevano un sacco di cose, e tutto cambiava. E invece vent’anni sono passati, e noi siamo ancora là, dov’eravamo nel ’96. Sono un astrofisico, e le cose che studiano si evolvono su tempi scala dell’ordine di miliardi di anni, dei milioni se il processo è particolarmente rapido, e per questo dovrei avere ben presente quanto il lasso di tempo che passa tra la nascita e la tomba sia nulla a fronte del Tempo. Ma dovevo prendere in mano una Smemo mangiata dagli anni per rendermi conto che mentre io crescevo, diventavo la persona che sono, pubblicavo libri, mi sposavo e facevo figli il mondo restava fermo dov’era.
Prima non ci pensavo mai. Al tempo e ai suoi scherzi, intendo. E adesso…adesso probabilmente sto solo invecchiando :P .

23 Tags: , ,

Il sogno della Smemo

Da ragazzina il diario scolastico era per me una specie di propaggine, una delle forme con cui esprimevo me stessa, come i vestiti che indossavo, le cose che scrivevo, la musica che ascoltavo. Li riempivo di disegni, frasi che mi avevano colpita, canzoni che amavo. Li conservo ancora, perché sono un pezzo di me. Su uno scrissi anche una serie di riflessioni a caldo dopo il mio viaggio ad Auschwitz.
Comunque, il feticcio di quegli anni per me era la Smemo. Era diversa da tutti gli altri diari. La Comix la trovavo troppo triviale, i diari dedicati agli eroi dei fumetti e dei cartoni animati li trovavo tutto sommato infantili (anche se un anno mi sono concessa Lupo Alberto, ma quelli di Silver li consideravo fumetti da grandi), e quelli coi fiori e i decori romantici non si addicevano per niente alle mie camice XL e ai miei jeans sformati. La Smemo invece era perfetta. Era roba da adulti. Era un’agenda, mica un diario. E, soprattutto, era piena di cose da leggere. Vignette incazzate col mondo, di quelle che trovavi in prima pagina su L’Unità o La Repubblica, e racconti scritti dagli autori più disparati: scrittori, ma anche attori, registi, cantanti, comici. Quella blu, che aveva come tema il Mediterraneo, ogni tanto ancora la leggo. La Smemo, insomma, era una cosa mitica.
Stacco di quindici anni.
Primo giorno dei saldi, luglio 2011, un qualsiasi centro commerciale di Roma. Una cartoleria.
La Smemo, come ai miei tempi, è impilata in grosse torri sparse in giro per il negozio. Come ai miei tempi, viene via in varie colorazioni. Prendo quella blu, la apro, e guardo l’indice. La mia foto, per una volta, non è male: è una di quelle che mi ha fatto Rossella, e che trovate anche su questo sito. Il racconto, quando lo rileggo, mi lascia perplessa. È che quando passa più di un mese da quando le ho scritte, tutte le mie cose smettono di soddisfarmi, e vorrei riscriverle da capo. Sono duemila battute o giù di lì, forse un po’ di più, perché ricordo che avevo sforato come al solito il limite che mi avevano dato. Sono al 14 di aprile, guarda tu il caso.
Mi fa un effetto strano, di chiusura del cerchio. A quindici anni non avrei mai pensato di finire sulla Smemo. Lì ci andavano quelli cool, quelli bravi davvero, non certo una come me. E all’epoca, comunque, non pensavo neppure che avrei mai fatto una professione della scrittura. Ma ugualmente è una specie di sogno che si avvera. Ognuno ha le sue pietre miliari. Il premio letterario, la vendita di un milione di copie. Per me sono quelle duemila battuta sulla Smemo, strette tra un pezzo di Bertolino e uno di Bagnato. Chi l’avrebbe mai detto.

P.S.
Se vi interessa, è la Smemo 16 mesi del 2012, e c’è anche un disegni inedito di Paolo Barbieri che correda il tutto.

41 Tags: , , ,