Archivi del mese: settembre 2011

Una settimana fa

Sono tornata al lavoro. In verità non mi sento poi tanto bene, ma le tesi hanno questo brutto difetto di non riuscire a sciversi da sole, per cui…
Visto lo scartamento ridotto, e considerato che tutte le energie rimaste le sto impegnando sulla benedetta tesi, oggi post fotografico. Qui sotto, un po’ di foto della Notte della Ricerca, venerdì scorso. Le foto sono state scattate sia all’ESRIN che all’Osservatorio. Quella scattata all’ESRIN, ossia la prima, è di Maria Rosaria D’Antonio, le altre le ha invece scattate Simone Mattana, un mio collega quando lavoravo in Osservatorio che è insieme a me nell’ultima foto. Grazie mille a tutti quelli che sono venuti, per me è stata proprio una bella serata. Spero vi siate divertiti anche voi :)

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Intervista

Ho l’Irenite, nel senso che qualsiasi cosa abbia Irene – che per fortuna le sta passando – adesso ce l’ho anch’io. Febbretta, mal di testa, dolori alle ossa, senso di rincoglionimento generale. Se continua così, sarà un lungo inverno…
Anyway, intanto che io cerco di trovare la forza di alzarmi dal letto, voi potete dilettarvi con questa intervista: l’intervistatrice è venuta a sentirmi venerdì in quel di Frascati.
Enjoy!

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Superman neutrino

Un giorno – ero ancora una studentessa di laurea – una mia collega venne da me e da Giuliano con una pagina di un noto quotidiano gratuito, di quelli che ti danno sotto la metro. Si parlava di una tempesta solare – niente più che un’eruzione di materiale sulla superficie del sole, che in genere ha come effetto un aumentato flusso di particelle verso la terra – e c’era scritto che le particelle emesse viaggiavano a 300 000 milioni di km/s. Ci facemmo una grassa risata sull’ignoranza del giornalista, che o non sapeva che la luce nel vuoto viaggia a 300 000 km/s, o ignorava che nessuna particella dotata di massa può viaggiare non solo più veloce della luce nel vuoto, ma neppure alla stessa velocità.
Vi cito quest’aneddoto perché è significativo: che niente possa andare più veloce della luce nel vuoto, e che a 300 000 km/s ci vanno solo i fotoni è una cosa che sanno in genere anche quelli che di fisica non sanno niente. È una di quelle poche cose che ti resta in testa dalla scuola, e una delle poche certezze sulle quali uno scienziato metterebbe la mano sul fuoco, assieme alla terra che gira intorno al Sole e un altro paio di cose. Questo per farvi capire perché questa notizia – per una volta – ha ben ragione di essere sparata in prima pagina sui giornali a caratteri cubitali.
Ora, vediamo se ci riesce di capire perché fino ad ora tutti eravamo convinti che c – da qui in avanti indicherò con c la velocità della luce nel vuoto – fosse una costante.
Cominciamo con le cose semplici. Immaginiamo che io sia su un treno che va a 80 km/h. Se mi metto a camminare in questo treno, diciamo ad una velocità di 5 km/h, per un omino fermo in stazione, e che misuri da terra la mia velocità, io andrò a 80+5=85 km/h, ossia alla velocità con cui mi muovo insieme al treno, più la mia velocità rispetto al treno stesso. Immaginiamo adesso che a muoversi da un capo all’altro del treno sia un raggio di luce. Lo stesso osservatore di prima, fermo in stazione, misurerà che il mio fotone – le particelle di cui la luce è composta si chiamano fotoni – va a 300 000 km/s x 3600 s (in un’ora ci sono 3600 secondi) = 1 080 000 000 km/h più la velocità del treno, ossia 1 080 000 000 km/h + 80 km/h = 1 080 000 080 km/h. Siete d’accordo? Vi immagino annuire. E invece no. È predetto dalle equazioni di Maxwell (le equazioni che spiegano i fenomeni elettromagnetici) – e in seguito è stato sperimentalmente provato – che se l’osservatore in stazione e quello sul treno misurano la velocità del fotone, trovano la stessa cosa: per entrambi, il fotone viaggia a 1 080 000 000 km/h, ossia 300 000 km/s. Ovviamente, è una cosa controintuitiva, ma è così, la natura funziona così. Su questo dilemma si ruppero la testa in molti, a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900. Finché non arrivò Einstein, che fece la cosa più semplice e più rivoluzionaria: disse che ok, la velocità della luce è uguale in tutti i sistemi di riferimento, in moto o fermi, ce ne dobbiamo fare una ragione. Ma se c è invariate, cioè appunto non cambia col sistema di riferimento, allora cambia tutto il resto: le misure di spazio e tempo fatte dall’omino sul treno e da quello in stazione saranno diverse. Ossia, spazio e tempo sono relativi, dipendono dal sistema di riferimento. In particolare, saranno diversi in un sistema a riposo e in uno che si muove invece a velocità costante rispetto al primo. Complimenti, avete appena capito cos’è la teoria della relatività ristretta, il primo pezzettino della rivoluzione di Einstein. Il grande vantaggio della relatività di Einstein era che spiegava le trasformazioni di Lorentz. Le trasformazioni sono semplicemente equazioni che permettono in passare da un sistema di riferimento all’altro. Nel nostro esempio, per passare dalla misura di velocità fatta dall’omino in treno a quella dell’omino fermo in stazione abbiamo applicato una trasformazione: nello specifico abbiamo sommato la velocità del treno. Ebbene, le trasformazioni di Lorentz sono formule matematiche che permettono di passare da un sistema di riferimento all’altro tenendo presente che le misure di spazio e tempo non sono più le stesse in tutti i sistemi di riferimento, che siano in moto o siano fermi. Non erano state introdotte a questo scopo, ma per permette di modificare correttamente le equazioni di Maxwell passando da un sistema di riferimento all’altro, ma è Einstein che le ha spiegate. Comunque, non vi sto a tediare con le formule, vi dico solo che in esse compare un termine piuttosto importante, il fattore di Lorentz

dove β²=v²/c². v è semplicemente la velocità con cui si muove il sistema di riferimento. E già qui capiamo l’inghippo. Se v=c, γ diventa infinito. Peggio mi sento se v>c: abbiamo addirittura la radice di un numero negativo, che matematicamente ha un senso, ma fisicamente no. La famosa legge E=mc² vale solo per velocità piccole (cioè molto minori di c; piccolo e grande sono termini che non hanno senso in fisica, occorre sempre specificare rispetto a cosa siano grandi o piccole). La sua versione generale è

E=γmc²

dal che si capisce che se γ è infinito (cioè v=c) anche l’energia diventa infinita. Questo significa che ci vuole un’energia infinita per far arrivare alla velocità della luce un oggetto dotato di massa m, indipendentemente da quanto questa massa sia piccola. È un modo complicato per dire che un oggetto con massa m non può andare alla velocità della luce.
Sento alcuni di voi dire: ma come, la luce va alla velocità c, e la luce è fatta di fotoni! Già, ma i fotoni non hanno massa.
Fin qui, tutto chiaro.
Veniamo all’esperimento.
Innanzitutto, cos’è un neutrino. È una particella piccolissima, elementare (cioè non è composta da altre particelle e sua volta) che riveste un ruolo importante anche in molti processi astrofisici. Inoltre, i neutrini sono particelle buffe. Innanzitutto, per un sacco di tempo è stato incerto se avessero o meno una massa. L’esperimento Super-Kamiokande ha provato che sì, ce l’hanno, molto piccola, ma ce l’hanno. Inoltre, i neutrini sono praticamente inarrestabili; mentre state leggendo, miliardi di neutrini vi stanno attraversando da capo a piedi, e non si fermano al pavimento, penetrano qualsiasi materiale, attraversano la terra. Si dice che interagiscono debolmente con la materia. Ossia, è rarissimo che un neutrino “urti” un’altra particella o un nucleo di atomo generandone altre, e dato che gli urti e i loro effetti sono l’unico modo che abbiamo per capire come sono fatte le particelle (gli acceleratori fanno questo, fanno urtare le particelle facendole accelerare a velocità prossime, ma non uguali per quanto detto prima, a quelle della luce), capirete bene che scovare un neutrino e capire com’è fatto non è semplice. Ma si fa.
Ora, l’esperimento Opera produceva un certo numero di neutrini al CERN, a Ginevra, e li sparava ai laboratori INFN del Gran Sasso. Dato che i neutrini interagiscono pochissimo con la materia, penetrano tutto il penetrabile tra Ginevra e il Gran Sasso, procedendo in linea – più o meno – retta senza tener conto di tutti gli ostacoli che ci sono in mezzo.
Ora, sincronizzando gli orologi a Ginevra e al Gran Sasso, se si fanno partire i neutrini al tempo t0 da Ginevra e arrivano al tempo t1 al Gran Sasso, e la distanza tra i due punti di partenza e arrivo è ben nota e pari a d, allora la velocità con cui i neutrini hanno viaggiato è presto calcolata:

v=d/(t1-t0)

È fisica elementare. Ora, l’esperimento non funziona proprio così, e tra l’altro non era neppure nato per misurare la velocità del neutrino, ma diciamo che concettualmente si fa questo. Fatta la misurazione, è venuto fuori che v>c. In particolare, i neutrini ci hanno messo 0.00000006 s meno di quanto ci avrebbero messo i fotoni nel vuoto a fare lo stesso percorso. Se ci pensate, non è così poco.
Ora, quando si trova un risultato come questo, che evidentemente mette in dubbio una teoria collaudatissima – ci arriveremo – come la relatività il primo pensiero non è “cavoli, ho vinto il Nobel”, ma “dannazione, dov’è l’errore?”. Un errore ovvio – e molto, molto marchiano – può essere questo: ma il mio strumento ha la precisione necessaria per rilevare una differenza del genere, oppure la mia misura ha un’incertezza più grande? Esempio: misuro un tavolo con un metro da sarta, che ha le tacche ogni millimetro. Potrò misurare un’altezza di 100,1 cm, ma difficilmente potrò misurare 100,01 cm. Il mio metro non ha tacche da un decimo di centimetro. Sgombriamo il campo: 0.00000006 s è ampiamente sopra l’errore della misura. Altre due fonti di errore: sono sicuro che gli orologi a Ginevra e al Gran Sasso sono sincronizzati bene? E conosco con la dovuta precisione la distanza tra questi due posti? Sono domande che ovviamente i ricercatori si sono posti e le risposte sono state: sì, sono sincronizzati per bene, sì, sono sicuro delle distanze. Pensate che hanno anche tenuto presente lo spostamento della crosta terrestre dovuto al terremoto de L’Aquila.
Si passa quindi allo strumento: non è che ha qualche errore di progettazione e/o è successo qualcosa che ha falsato la mia misura? Oppure: ho tenuto presente tutti gli effetti che potrebbero influire sulla mia misura? E ho ripetuto la misura abbastanza volte da escludere che sia un errore?
La ricerca è durata tre anni, i neutrini di cui è stata misurata la velocità sono stati 16111, e i ricercatori non sono stati in grado di evidenziare né errori sistematici né altri effetti che possano spiegare questa misurazione. Così, dopo tre anni, hanno fatto quel che fa lo scienziato serio: hanno pubblicato i dati e hanno detto “qualcuno ripeta l’esperimento altrove, o misuri la velocità dei neutrini in altro modo e vediamo se le nostre misure vengono confermate”.
La storia finisce qui. O meglio, comincia qui. La teoria della relatività è una delle teorie meglio supportate dai dati sperimentali: ha fatto molte previsioni che si sono dimostrate corrette, è stata verificata in centinaia di modi diversi, e fin qui ha spiegato in modo egregio il funzionamento della gravità. Fin qui, appunto. Se le misure di Opera venissero confermate, dovremmo concludere che si è aggiunto al quadro un elemento nuovo. Del resto, non è la prima volta che succede. Fino alla fine dell’800, Newton basava e avanzava a spiegare il moto di stelle e pianeti. C’era solo un piccolo particolare che non tornava nel quadro generale: l’orbita di Mercurio aveva delle particolarità che apparivano inspiegabili nel quadro della legge di gravitazione universale di Newton. Einstein le ha spiegate. E, beninteso, la relatività generale non ha spazzato via la gravità di Newton. Sotto precise condizioni, la relatività generale si riduce alla formulazione di Newton. Ma alcune cose che succedono nel nostro universo, Newton non le spiega, Einstein sì. La relatività ingloba e completa la legge di gravitazione universale di Newton, che infatti ancora si insegna nelle scuole.
Ora, è possibile che ci sia un errore, è possibile che non sia affatto vero che abbiamo trovato una particella dotata di massa che va più veloce della luce. Ma può anche essere invece che la Natura ci ha fregati una volta di più: quando (più o meno) tutto sembrava tornare, ci ha messo i bastoni fra le ruote, facendoci scoprire che avevamo dimenticato qualcosa, che c’è dell’altro, là fuori. La verità ce la diranno i prossimi anni. A me piace credere che la misura fatta al Gran Sasso apra nuovi orizzonti alla fisica, piace credere che abbiamo trovato qualcosa di nuovo intorno al quale arrovellarci, per cercare di dare un senso a questo puzzle complesso e indecifrabile che è l’universo nel quale viviamo. Ma è, appunto, una semplice speranza, che al momento non è supportata da nessun fatto concreto.
Intanto, mi diverto a vedere una notizia di fisica in prima pagina sui quotidiani, per una volta a ragione.

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Confini

Questo post di oggi di Sandrone va alla grande con questo mio che state per leggere.
Dunque, l’università vuole invitare una ricercatrice cinese. Non è una cosa esotica. Come immaginerete, l’università invita ospiti stranieri di continuo. La cosa, che poteva sembrare di prim’acchitto banale e piana, si è lentamente trasformata in una corsa ad ostacoli. Ci vogliono dei documenti. E vabbeh, posso capire. Ci vuole una lettera d’invito, in carta intestata. Poi ci vuole la fotocopia della carta d’identità e del passaporto – tutti e due rigorosamente – di chi invita, il passaporto fotocopiato dal lato della firma. Poi ci vuole una lettera, in originale, in cui l’ospite conferma in prima persona di ospitare l’invitato dalla data tot alla data tot. La lettera d’invito mi lascia basita. Dopo tutti i dati di chi ospita (nome, cognome, lavoro, nazionalità, recapiti di ogni genere) in tono minatorio la lettera ricorda che chi ospita è

consapevole delle conseguenze previste dall’art. 12, comma 1, del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina
dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che dispone: “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico è punito con la reclusione fino a tre anni e con una multa fino a 15.500 Euro”

Dopo di chi seguono generalità di chi viene invitato, corredate da recapiti di ogni genere anche qui, e poi tutta una serie di garanzie:
1. occorre indicare dove alloggerà la persona
2. occorre depositare una cauzione a titolo cautelativo
3. occorre dichiarare di poter pagare le spese mediche in caso di infortunio di qualsiasi genere
4. occorre dichiarare l’arrivo dello straniero alla Polizia entro 48 dall’ingresso sul suolo italiano, e all’Ufficio Stranieri entro 8 giorni dall’arrivo

Il risultato è che è un mese che si combatte per ottenere tutti i documenti. Per esempio, la fideiussione bancaria è problematica, dato che ogni cifra che esce da un ente pubblico richiede tonnellate di carta che la giustifichino.
Più passa il tempo e meno io le capisco, queste cose. È proprio il concetto di frontiera, che mi sfugge. Mi sembra un’inutile limitazione della libertà personale, che per altro non serve certo a bloccare i criminali che vogliono entrare o fermare l’immigrazione clandestina. Serve solo a bloccare chi vuole viaggiare per lavoro o per piacere, intrappolandolo in una rete di carte bollate e burocrazia varia. E pensare di fermare così l’immigrazione non è diverso dal credere di poter arginare le onde del mare a mani nude.
Ogni tanto sogno un mondo in cui la circolazione delle persone sia libera, in cui ciascuno possa stabilirsi dove gli pare e piace, e si scelga uno stato che lo rappresenti davvero, e l’essenza dell’uomo non sia legata al posto in cui per caso è nato. Un posto migliore, dove lo scambio di usi e costumi sia incentivato, invece che demonizzato manco fosse l’origine di tutti i mali. Ma figurati, è una pia utopia. E forse lo scopo di tutta questa trafila è tenerci ciascuno confinato nella sua personale prigione, nello stato che devi amare perché ci sei nato, e se sei nato dal lato sbagliato del mappamondo, problemi tuoi. Forse ci vogliono divisi e impauriti, ciascuno arroccato al suo pezzetto di terra, all’oscuro di quanto vasto e splendido sia il mondo, e in quanti modi diversi l’essere umano sia declinato a seconda della latitudine.

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Frascati Scienza 2011, ultimo avviso

Allora, è stato chiuso il programma dei miei interventi per domani sera nell’ambito della Notte della Ricerca, per Frascati Scienza. Dunque, il primo incontro sarà alle 18.40 presso l’ESRIN, una delle sedi europee dell’ESA, l’agenzia spaziale europea. Poi, alle 20.45, mi potrete incontrare all’Osservatorio Astronomico di Roma. Parlerò delle stesse cose in tutti e due gli incontri, per cui basta seguirne uno. Nello specifico, farò un po’ di spoiler sul prossimo libro, visto che l’astrofisica stavolta c’entra parecchio. Preparatevi, perché vi farò vedere una cosa riguardo Nashira che ancora non ha visto nessuno.
Se ho ben capito, per l’incontro all’Osservatorio non è necessaria la prenotazione, per quello all’ESRIN invece sì, e si fa sul sito. In ogni caso, gli eventi sono tutti gratuiti.
Tengo a precisare che il mio intervento è solo uno dei numerosi cui si potrà partecipare. Ci saranno conferenze a gettito continuo, mostre e esperimenti. Ad esempio sarà presente Umberto Guidoni, e verrà realizzato un esperimento molto carino sull’infrarosso, quella porzione dello spettro elettromagnetico in cui emette ciascuno di noi (sì, emettiamo onde elettromagnetiche). Insomma, vale la pena fare un giro, perché è l’occasione per capire cosa fa e perché è importante la ricerca, conoscere un po’ di ricercatori e scoprire che la scienza è piena di meraviglie. Vi aspetto, allora!

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Aggiornamento su Frascati Scienza

Dunque, ieri mi chiedevate gli aggiornamenti su Frascati Scienza: eccoveli.
Intanto, è confermata la mia mezz’oretta di chiacchierata presso l’Osservatorio Astronomico di Roma, in Via Frascati 33, a Monte Porzio Catone, ore 20.45. In effetti non replicherò Palermo; l’idea, se mi riesce, è di parlarvi un po’ del libro nuovo, che uscirà tra fine ottobre e inizio novembre. Come ho già avuto modo di dire, ho sfruttato un po’ le mie conoscenze di astrofisica per questa ultima fatica, per cui vi parlerò un po’ di Nashira e delle sue stranezze.
Sarò presente per la stessa chiacchierata anche prima, preso l’ESRIN di Frascati, in Via Galileo Galilei; per questo evento non è ancora stata fissata un’ora precisa, entro domani dovrei farvi avere i dettagli. Dirò le stesse cose che ripeterò poi all’Osservatorio, per cui venire all’uno o all’altro incontro è la stessa cosa. L’incontro all’ESRIN, comunque, avverrà prima di quello in Osservatorio.
Vi ricordo comunque che queste chiacchierate avvengono nell’ambito di Frascati Scienza, una serata di apertura degli enti di ricerca dell’area dei Castelli Romani, qui trovate il programma dettagliato. Io vi consiglio di fare un giro a prescindere da me, è una bella occasione per scoprire cosa si combina da queste parti.
A presto per ulteriori dettagli!

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Post eventum

Dunque, direi che domenica a Pordenone è andato tutto bene. Ok, c’è stato il diluvio universale esattamente in concomitanza con la mia presentazione, e io, ovviamente, com’è tradizione da Lucca, mi sono infradiciata per bene, ma per il resto io mi sono divertita molto, e spero anche voi. Vi lascio con qualche testimonianza fotografica: le due che pubblico qui sono state scattate da Lorenzo Marchiori. Per le altre, vi link o il Flickr di Valentina Lanza. No, io non ho fatto foto. Mio marito doveva badare a Irene, e dunque non poteva occuparsi anche delle testimonianze video. Io sì, ho fatto qualche foto a Pordenone – che, per quel che poco che ho visto, è davvero bella – ma sono le solite foto banali, e quindi soprassiedo.
Il prossimo incontro dovrebbe essere questo venerdì all’Osservatorio Astronomico di Roma in occasione di Frascati Scienza: replicherò la presentazione che feci a Palermo questa primavera, per cui chi vuole sapere cosa lega i miei libri all’astrofisica, venga pure. A breve vi darò tutti i dettagli.

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the power of carnazza

Come vi dicevo qualche tempo fa, sono tornata su Flickr. Ho selezionato alcune foto vagamente guardabili del mazzo di migliaia che ho – escludendo le uniche degne di condivisione, che puntualmente ritraggono primi piani di Irene, e abbiamo deciso che sarà lei, con l’età della ragione, a decidere se e quando farsi vedere in rete – e le ho pubblicate. Un paio non dico che mi soddisfano, ma mi fanno meno schifo delle altre. Vedo però che i miei gusti non coincidono con quelli dei visitatori. Perché, più o meno dal momento in cui ho pubblicizzato il mio account Flickr con online, è partita un’agguerritissima lotta tra due sole foto: questa, e questa. Sono in assoluto quelle con più visualizzazioni. E si capisce anche il perché.
È il potere della carnazza. Uno è infatti mio marito, senza maglietta, che dorme, l’altra sono io a schiena nuda. Ok, magari la foto di me a schiena nuda è anche carina – e infatti l’ha scatta mio marito – ma quella di Giuliano al massimo al massimo è tenera per me che sono la moglie. No, è proprio la dittatura dei centimetri di carne scoperti. Il testa a testa è emozionante: un giorno salgo su io nelle visualizzazioni, poi arriva qualcuno che apprezza di più le grazie maschili e sale Giuliano, e così via da una settimana e passa. Al momento in cui sto scrivendo questo post siamo in perfetta parità: schiena michelangiolesca 335 visualizzazioni, bell’addormentato 335 visualizzazioni. Neanche Miss Italia, davvero.

P.S.
Il titolo è ispirato ad una nota canzone, di una nota cantante, la cui biografia sto leggendo con gusto in questo periodo, scritta da un’altra nota conoscenza di chi frequenta questo blog…

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Palestra

Oggi c’è una nuova, immancabile tappa del ritorno alla vita di sempre: la palestra.
Il mio rapporto con l’attività fisica è sempre stato altalenante. Da bambina i miei mi facevano fare sport, ma per lo più si trattava di brevi episodi che si concludevano al massimo in uno, due anni. Ho fatto pallavolo, aerobica, ritmica (e per due anni, lo so che è difficile a credersi, stante il mio fisico non esattamente longilineo e la mia grazia elefantina), nuoto. Ecco, il nuoto è stato una cosa particolare. Cominciai praticamente costretta, perché sono sempre stata piuttosto stortignaccola, e la piscina, si sa, fa bene alla schiena. Ma non mi piaceva. Avevo paura a mettere la testa sotto. Per cui abbandonai poco dopo aver imparato seriamente il dorso. Poi ripresi verso i tredici anni, e letteralmente mi innamorai. Da allora è il mio sport preferito, sia da vedere in tv che da praticare. Comunque. Per tanti anni smisi di fare esercizio fisico. Al massimo facevo cyclette da sola, in casa, con l’unico risultato di procurarmi un paio di polpacci che neppure Maradona. E iniziai ad ingrassare.
Quando andai dalla dietologa, nel 2006, la prima cosa che mi disse fu di fare moto, e per questo iniziai ad andare regolarmente in palestra. Ero convinta che l’avrei odiata, ero convinta che non sarei durata un mese. E invece. E invece iniziò a piacermi. Andare lì, sudare, scaricare la fatica di una giornata facendo qualcosa di fisico era un piacere. Mi aiutava a star meglio. Confesso, in verità, che c’era anche un altro elemento: andare in palestra mi aiutava ad avere la sensazione di tener meglio sotto controllo il mio peso. Andavo in palestra, dunque stavo facendo qualcosa per non ingrassare, e finché ci fossi andata, non avrei potuto prendere troppo peso.
Oggi, invece, mi rendo conto che le cose sono cambiate. Oggi sono contenta di tornare perché ho voglia di saltellare. Sono stata un mese senza palestra, e sono riuscita a non farmi troppi problemi sull’aumento di peso. Per cui adesso non percepisco la mia voglia di palestra come un desiderio di “espiazione” per quel che ho mangiato: no, ho voglia di muovermi, di sudare, perché no anche di rivedere le persone con le quali condivido due ore alla settimana nella mia bellissima palestra, piena di luce e accogliente. La vivo come una piccola vittoria personale. Mi piace quando riesco ad impormi sulle mie mille piccole fissazioni. Per cui non vedo l’ora di tornare lì, di ricominciare come sempre. È strano, ma anche il ritorno alla routine può essere piacevole.

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Si ricomincia

Tra vacanze mie e dei miei, malattia di Irene e inserimento all’asilo, alla fine sono rimasta lontana dal mio ufficio per un mese. Certo, ho lavorato da casa, ma è diverso. Così, oggi, sono tornata all’università, e la sensazione è davvero quella del primo giorno di scuola.
Quest’idea che l’anno cominci a settembre non mi è mai passata dai tempi in cui ancora ero una studentessa. Il 1° gennaio, certo, ma il momento in cui facevo davvero bilanci, in cui le cose cambiavano, era sempre settembre. Via con quella specie di lungo carnevale che era stato l’estate, in cui avevo provato ad essere diversa dal solito, durante la quale erano successe mille cose, e via con un nuovo anno di scuola, fatalmente diverso da tutti i precedenti. L’inizio della scuola era sempre qualcosa di epocale.
Così anche oggi. Mi ritrovo nel mio ufficio, circondata dalle solite cose – la statuina di Emily, la foto con Leo Ortolani – ma tutto mi sembra sottilmente diverso. Guardo le foto dei miei colleghi ad un recente congresso a cui io non ho potuto partecipare, e sento che le cose stanno cambiando. In fin dei conti, a dicembre mi dottoro, è un momento importante, e forse davvero questo è un settembre speciale.
La vita ricomincia, l’aria la mattina è sempre più fresca, e domani torno anche in palestra. La mia vita si assesta su nuovi binari, senza scossoni, un passo al giorno. Si ricomincia.

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