Archivi del giorno: 20 dicembre 2011

Il demone della perfezione

Quando diedi il mio ultimo esame di laurea, nel lontano 2003 – fisica stellare, per la cronaca – dopo che avevo risposto bene a tutto, il professore mi fece uscire, poi, dopo qualche minuto mi richiamò dentro.
«Le facciamo un’altra domanda» mi disse sorridente. «Lei sa perché, vero?».
Lo sapevo. Ero a tanto così dalla lode, che non avevo mai preso. Avevo preso 30, se non sbaglio a tutti gli esami di indirizzo, ma mai la lode. Tra me e quella parolina di quattro lettere, solo quell’unica domanda.
«Mi parli delle variabili RR Lyrae».
Non era una cosa difficile, era un argomento che conoscevo. Si dividevano in due gruppi.
«Dunque, le RR Lyrae si possono classificare in due gruppi: le ab, a periodo più corto, e…».
Il professore cambiò faccia.Perché le avevo invertite: le ab hanno periodo più lungo, le C più breve. Mi sorrise lo stesso, mi disse che non avrei avuto la lode, e mi mise 30. Così finiva la mia avventura in facoltà.
Questa scena, negli anni, si è ripetuta un’altra decina di volte. Dal prodotto tra vettori n dimensionali che secondo me aveva un corrispettivo fisico, alla domanda a piacere di Esperimentazioni di fisica 3, cui risposi parlando dell’unico argomento che non avevo capito del tutto. Probabilmente non reggo la tensione, oppure non lo so, sono ancor meno brava di quanto pensi, ma sempre, sempre mi capita, quando si tratta di mostrare di che pasta sono fatta, di sbagliare una piccola cosa, di non riuscire a dare il meglio. Passo poi i giorni successivi a rimproverarmi, a vergognarmi di quella cazzata che sarà uscita da chissà dove.
Il 10 novembre, quando ho discusso la tesi davanti alla commissione interna, per qualche minuto mi è sembrato di aver superato quella sindrome: è andato tutto bene, la commissione piacevolmente impressionata, nessuna sbavatura, nessuna domanda cui ho risposto balbettando. Tutto liscio, tutto bene. E per un istante ho pensato che me lo meritavo, che era la giusta ricompensa per il duro lavoro di quei tre anni, per i salti mortali dell’ultimo, per le riduzioni dati fatte tra una poppata e l’altra, le serate in università, le arrabbiature e le lacrime. E c’ho creduto, probabilmente è stato questo l’errore. Che ero al di là della china, e che il 19 avrei replicato.
Ieri è andata bene. Me l’ha detto il mio professore, me l’hanno detto tutti quelli che mi hanno sentita, me l’ha detto anche chi era presente alla discussione della commissione. Con l’inglese è andata liscia, sono andata spedita, non ho esitato, ho spiegato tutto chiaramente. Ma. Ma su due delle tre domande che mi hanno fatto ho esitato e nicchiato. Non ricordavo un valore usato nei modelli applicati nel mio lavoro – non li avevo calcolati personalmente io, ma un teorico – e ho mostrato incertezza sulla stima di un certo errore. Non è stato un problema, non per la commissione, almeno. Per me sì. Perché a tanto così da quel che desideravo per questo dottorato, al solito non ho dato il meglio. Mi sono fermata ad un nulla dal traguardo. Avrei voluto finire in bellezza, soddisfacendo prima di tutto me. E invece no, come del resto è stato in tutti questi otto anni di studio. Al rush finale arrivo sempre in affanno, e qualcosa mi frega.
Peccato. Sentivo di meritarmi qualcosa di più. Forse semplicemente non si possono fare tutte le cose che faccio, non bene almeno, forse è quello il mio meglio, e dovrei farmelo bastare. Ma il demone della perfezione è quel che mi ha portato dove sono.
Ecco com’è essere come me. Ecco cosa c’è dietro qualsiasi cosa abbia mai ottenuto in vita mia. La spasmodica ricerca di un risultato che non soddisfa mai. Perché sono fatta così. Perché forse è così che ti devi sentire se vuoi migliorare, è il prezzo da pagare per la possibilità di ottenere quel che vuoi.
Ieri sera ad un certo punto avrei voluto bermi una birra. Ma era già tardi, e da quando ho partorito sono diventata praticamente astemia, per cui alla fine ho rinunciato. Ma magari un sorso stasera me lo faccio. Comunque sia, è finita, e considerando le condizioni in cui ho lavorato, non era neppure una cosa scontata. E forse ad un certo punto uno deve anche accettare i propri limiti, e accontentarsi di quel che si ottiene.

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