Archvi dell'anno: 2011

Loro

Dopo quello che che e successo a Torino, sono davvero stufa. Stufa dei “noi” che servono a tracciare cerchi da cui c’è sempre qualcuno che viene escluso. Stufa del doversi definire sempre per contrapposizione, come non fossimo in grado di dire chi siamo senza negare e mortificare l’altro. Stufa di parole che hanno perso ogni senso, usate come sono a mo’ di clave per bastonare, neppure troppo metaforicamente, chi non è come noi: valori, radici cristiane, occidente.
Da tutte queste definizioni, i rom sono sempre tenuti fuori. I rom sono l’eccezione della storia. Le voci che si levano in loro difesa sono flebili, e l’odio nei loro confronti è qualcosa che ha sempre goduto di un consenso sociale palese. Se qualche anno fa a parlar male dei neri e dei marocchini potevi rischiare di fare la figura del razzista, questo già non valeva più se tiravi fuori l’argomento “zingari”. E allora quello che è successo è ovvio, prevedibile, quasi scontato.
Quando andavo a scuola, vedevo dalla finestra uno dei loro campi. I miei vicini di casa, qualche anno fa, erano rom. Adesso, il campo di Salone sta a un paio di chilometri da casa mia. E no, non li odio, e no, non vorrei che sloggiassero. Questo perché in genere, quando si solleva l’argomento, il primo commento è “tu non ce li hai sotto casa, non sai che significa”. Quello che vorrei è che venisse data l’opportunità anche a loro di vivere una vita normale, quello che vorrei è che non esistessero posti come i campi, dove la gente è trattata come bestie, e alle fine come bestie si comporta. Tanto più che molti di loro sono assai più italiani di noi.
Ma poi sono stanca anche di questo, del doverci definire sempre per nazionalità, orientamento sessuale, religione, genere. Ancora, noi e loro. Ma loro chi? E noi chi? Noi che diamo fuoco ai campi e facciamo i raid punitivi? Noi che ci indignamo contro gli stupri solo quando sono “loro” che osano toccare le nostre donne – perché di questo si tratta, del branco che difende la sua proprietà, niente di diverso o più alto? Io non ho alcun interesse ad appartenere a questo noi. Gaber diceva “io non mi sento italiano”. Io non voglio essere italiana, non voglio essere cristiana, eterosessuale, donna, qualsiasi altra etichetta la gente ci appiccichi addosso solo per ridurci in silenzio. Io voglio essere tutto questo e molto altro, e quando muore qualcuno, quando qualcuno viene toccato nella sua dignità e nei suoi diritti, non voglio pensare “è uno dei nostri”, ma “è una persona, e per questo soffro con lei”.
Mi tornano in mente parole forse non proprio originali, ma che sento ogni giorno più vere

Death is the winner in any war
Nothing noble in dying for your religion
for your country
for ideology, for faith
for another man, yes

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Intervista TG1

Brevissimo post di servizio: a meno di imprevisti (guerre, dimissioni, cadute di governo et similia), oggi alle 13.30 andrà in onda la mia intervista per Billy del TG1. In seguito, potrete rivederla sull’apposito sito.

Aggiornamento
Come promesso
Intervista extended version

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Segnalazioni varie

Al solito, scusate la lunga assenza. E anche l’ora tarda, direi, ma sono reduce dalla visione dell’ultimo episodio di Game of Thrones, di cui parlerò presto. Anyway, scrivo per tenervi un po’ aggiornati.
Ho fatto un paio di interviste per il Tg1 e il Tg2. Mi spiace, purtroppo non so dirvi esattamente quando andranno in onda, forse quella del Tg2 è già passata, quella del Tg1 potrebbe passare questa domenica. Comunque, se mi vedete da qualche parte, fate un fischio.
La mattina del 13, invece, verso le 8.10 o giù di lì sarò ospite della trasmissione Buongiorno Cielo, che passa, appunto, sul canale satellitare Cielo. Infine, la prossima settimana registrerò un breve podcast per la trasmissione di Radio2 Io, Chiara e l’Oscuro; lo troverete disponibile lì sul sito e sulla pagina Facebook del programma, poi vi fornirò i vari link.
Tutto qua. Settimana prossima è importante anche perché mi dedicherò anima e corpo alla preparazione della fatidica difesa della tesi di dottorato, che avverrà il 19 ad orario imprecisato: si comincia alle 10.30, siamo otto candidati e se si va in ordine alfabetico a me toccherà a notte, ma tant’è, i problemi del fare Troisi di cognome.
Ultima nota, non me ne sono bullata prima, me ne bullo ora: in quel di Milano, durante la presentazione che ho fatto alla fnac, ho conosciuto Paolo Attivissimo. Meraviglie del digitale, l’ho salutato come se tipo lo conoscessi da una vita. Anyway, proprio ieri ho finito di leggere il suo libro Luna? Sì, ci siamo andati!. Ora, il complottismo lunare non mi ha mai sfiorata manco di striscio per ovvie ragioni, e diciamo che nella mia testa si colloca nella scala di assurdità giusto sotto le scie chimiche. Ma diciamo che capisco che un profano possa lasciarsi tentare. In passato mi lasciai vagamente interessare dal complottismo sull’11/9, poi mi sono informata e morta lì. Ma, ripeto, posso capire che uno possa avere dei dubbi. Comunque, pur non essendo una che andava convinta di alcunché, ho trovato il libro veramente un sacco piacevole. Certe cose le sapevo, soprattutto quelle che attengono più specificamente al mio lavoro – per un po’ ho avuto a che fare coi satelliti, per dire, e ho amici che ci lavorano tutt’oggi e mandano astronauti nello spazio – certe altre no, ed è stato un piacere scoprirle. Ce n’è per tutti: aneddoti sulla corsa allo spazio, stralci di storia del periodo, curiosità di vario genere, ma anche spiegazioni chiare e divertenti su problematiche fisiche, chimiche, ingegneristiche. L’andamento a domande e risposte della seconda parte del libro rende il tutto molto snello e divertente. E poi ne viene fuori l’immagine netta e precisa di un momento storico, forse l’unico momento che davvero invidio alla generazione prima della mia: avrei pagato per vedere la diretta dell’uomo che metteva piede sulla luna. Mi accontento comunque dei neutrini superluminali, sempre se altri esperimenti confermeranno la cosa. Ma qualcuno dirà che era un complotto dei fotoni :) .
Insomma, io ve lo consiglio: è per gente curiosa, e curiosi lo siamo un po’ tutti, no? È la curiosità che muove la scienza, e in ultima analisi il mondo.
Bon, vi lascio, sperando di essere un po’ più presente la prossima settimana.

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Lacrime di coccodrillo

Io piango spesso. Non è che sono una persona particolarmente infelice; è solo il mio modo per scaricare stress e stanchezza, non me ne vergogno neppure un po’. Magari giusto cerco di non farmi vedere troppo da mia figlia, che il pianto dei genitori per i figli è sempre una cosa enorme.
Qualche volta, ho anche pianto in pubblico. All’università mi è capitato diverse volte, e lì è tutta un’altra storia. Il pianto in pubblico non è uno sfogo, è una richiesta di empatia. Piangi quando hai finito tutte le altre frecce al tuo arco, quando hai fallito in qualsiasi altra forma di comunicazione. Non che lo si faccia consciamente, per carità. Ma a livello incoscio magari sì. Se analizzo tutte le volte che ho pianto davanti a qualcuno, il messaggio era sempre chiaro: ti prego, commuoviti e trattami bene. O, peggio, ho sbagliato, ma non vedi come mi dispiace? Piango persino.
Ora, le lacrime del ministro Fornero sono l’ultimo dei problemi dell’Italia. Il problema è un governo che differisce dal precedente solo per la lunghezza delle gonne delle ministre e per l’assenza di corna, barzellette e affini. Per il resto, l’impronta politica è esattamente la stessa. Non pensavo ci volesse un professore per far cassa sui pensionati, trasformando il lavoro in un “fine pena mai” e tagliando pensioni che sono appena al di sopra della soglia di sussistenza. Eppure, ci si sofferma sulle lacrime del ministro perché rappresentano perfettamente il segno di un governo che è partito col piede sbagliato.
Se pensi che sia indecente recuperare soldi dalle classi più povere, non lo fai. E se non ti permettono di fare altrimenti, ti dimetti. Non te l’ha ordinato il medico di fare il ministro. Se hai pietà per un pensionato che non solo deve andare avanti con meno di 1000 euro al mese, ma non vede neppure rivalutata la sua pensione al costo della vita, non ti metti a piangere: ti rifiuti di mettere la tua firma sotto il provvedimento. Per questo le lacrime del ministro danno fastidio. Perché c’è un’ipocrisia di fondo, conscia o meno non ha importanza, rappresentano un voler agire senza sopportarne le conseguenze. Fai la misura impopolare, ma vuoi che la gente ti voglia bene, pensi che tu l’abbia fatto costretta. Ma dato che c’erano altri modi per recuperare soldi (che senso ha tassare all’1.5% i capitali di gente che ha evaso per anni? Che dovrei dire io che pago le tasse regolarmente ogni anno?), piangere non serve a niente. Tra l’altro, l’impressione che mi hanno dato quelle lacrime è stata di estrema mancanza di professionalità, proprio quella che questi governo sbandiera ai quattro venti.
Il governo Monti fin qui è questo: facciata. Non c’era bisogno di far cadere il governo se poi l’indirizzo politico è lo stesso di prima. Possiamo gioire per dieci minuti all’idea che siamo rappresentati all’estero da qualcuno che non sembri un minus habens, ma questo non basta, se dietro non c’è un cambiamento di rotta. E il fatto che lo spread sia calato e la borsa rifiati non è importante: le banche saranno salve, ma ci sarà comunque molta gente che non arriverà a fine mese, ci sarà comunque qualcuno che pagherà, in ogni caso, e salato.
Preconizzo il futuro da brava Cassandra: non falliremo, il governo Monti prenderà misura impopolari, e Berlusconi starà a guardare. E quando saremo al 2013, Berlusconi potrà ripresentarsi come l’uomo che non ha mai messo le mani in tasca agli italiani, che non ha fatto piangere i pensionati e che è pronto a riprendere la lotta contro i comunisti. E vincerà, vincerà di nuovo. Fateci caso, la Lega sta già ampiamente lavorando in questo senso.

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Imaginaerum

Ho conosciuto i Nightwish grazie a – indovina indovina – i miei libri. Indirettamente, eh? È che i miei libri mi hanno fatto conoscere Melissa, la creatrice del mio forum ufficiale, e Valberici. La prima mi regalò una compilation di canzoni metal, tra cui abbondavano quelle dei Nightwish, e già lì capii che la cosa poteva interessarmi. Molto. Poi, tipo nel 2006, per il mio compleanno Val mi regalò Dark Passion Play. E lì, lo dico, mi innamorai proprio. Ancora oggi lo sento piuttosto spesso.
Vabbeh, a farla breve, ho preordinato Imaginaerum, cioè, preordinato, mai fatto manco per i Muse. Ieri ho avuto i file sull’Air, sabato sera, rigorosamente al buio, mi sono sentita tutto il disco.
Ora, io dei Nightwish conosco sei canzoni del vecchio corso, e due album del nuovo, per cui non credo di poter dare giudizi granché esaustivi, però Imaginaerum e Dark Passion Play m’hanno fatto la stessa impressione. Li senti e sono proprio massicci. Pensi che chi li ha scritti ci ha messo dentro veramente tutto tutto tutto, che è tipo l’opera della vita, e dopo il nulla, perché che altro vuoi dire? E invece passano due anni ed esce il disco successivo. In cui dentro c’è di nuovo tutto tutto tutto, e meglio di così non credo, no. E via ad libitum, suppongo. Che dire. Tanto di cappello a Tuomas Holopainen. Questo per dire che Imaginaerum è qualcosa che ti investe, e ti chiede un coinvolgimento estremo. E, francamente, tutto il resto del power metal o come si chiama a fronte ci fa una figura meschina.
Questo non vuol dire che non ci siano cose che non mi sono piaciute. Trovo nel complesso il disco un po’ discontinuo, a volte eccessivamente aderente alla tradizione del gruppo – almeno per quel che conosco -, altre troppo diversa, troppo…boh, sperimentale, direi. Ad esempio, si inizia proprio nel solco di Dark Passion Play, e le prime due canzoni potevano tranquillamente stare nell’album precedente. I Want my Tears Back è proprio i Nightwish come uno se li immagina, è proprio quel che ti aspetti, così come Turn Loose the Marmaids (che però ad un certo punto sconfina inaspettatamente nel western). Intendiamoci, ad avercene di roba così. “Tradizionale”, ma splendida. Storytime è un capolavoro, poco da dire, per musica e testo, roba da sparasela fino a farsi sanguinare le orecchie. Va detto però che alcune cose ricordano proprio pezzetti di canzoni vecchie, e questo…uhm…spiace.
Poi, invece, c’è roba che ti lascia abbastanza spiazzato. Come il jazz di Slow, Love, Slow. O, anche se in misura minore, certe dissonanze di Ghost River, che non è esattamente una canzone di facile ascolto. Scaretale ancora più strana, sembra una canzone dei Muse di Citizen Erased o Unnatural Selection, che partono in un modo, poi stacco, canzone diversa, poi si ritorna al tema principale. Song of Myself non so, cinque minuti di parlato mi lasciano un po’ così, devo rifletterci.
Nota di merito per Annette Olsen. Sarà un’eretica, sarò che li ho conosciuti più a fondo con la sua voce, ma la preferisco a Tarja Turunen. Ha indubbiamente una voce più “banale” rispetto a quest’ultima, ma molto più duttile. E infatti, è cambiata parecchio tra questo lavoro e il precedente. Assume accenti molto adeguati a questi testi e queste musiche. Il rovescio della medaglia è che la voce in questo disco è più superflua di quanto non fosse nel precedente. Ho comprato la versione Deluxe, per cui ci sono anche tutte le canzoni in versione strumentale – come del resto nella versione che ho di Dark Passion Play -. Ecco, se nel disco precedente la musica da sola restava notevole, ma si sentiva che mancava qualcosa, qui la musica sta veramente in piedi da sola, ma benissimo.
Insomma, un disco disomogeneo, ma nel complesso di alto livello. Voglio dire, è il rischio che corri quando produci qualcosa di così denso: se ci infili dentro tutto, è ovvio che qualcosa ci sta un po’ a fatica. Però, che dire, affascina, coinvolge, e mi dà delle idee, che non ci sta per niente male. Credo di essere pronta per andarmeli a sentire anche dal vivo.
Vi lascio con una citazione da A Song of Myself, che dice veramente tutto

Paper is dead without words
ink idle without poem
all the world dead without stories

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Interrompiamo le trasmissioni…

…della mia domenica dolce-far-nulla per un breve avviso: stasera, ore 19.30, su Radio2 dovrebbe andare in onda una mia breve intervista. Se vi va di sintonizzarvi potrete sentire la mia voce à la Ruggero.

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‘A pupimma misteriosa

Dicono che le madri capiscono sempre i loro figli quando lallano. Il che, in linea di massima, è vero, in effetti. Un buon 90% delle parole che dice mia figlia le capisco, mettendo insieme i pezzi di quel che le ho detto io, quel che fa all’asilo, e usando un sacco di inventiva per quel che resta. Solo che non sempre funziona. A volte, certi misteri restano insoluti.
Tipo una settimana fa, mentre le stavo pulendo il culetto sul fasciatoio, Irene mi guarda e mi fa: «’A pupimma!».
Io non ci faccio granché caso. La stragrande maggioranza delle sue frasi sono “dadada” senza un particolare senso. Per cui replico distratta: «’A pupimma, sì, patatina».
Solo che il giorno dopo la scena di ripete. Stavolta interrogativa.
«’A pupimma, sì?».
Io, dopo un istante di perplessità, cambio discorso: «Guarda questo culozzo tutto pulito!».
Solo che la storia si ripete tutte le mattine.
«’A pupimma?» e indica verso la finestra. O guarda il lampadario. Ed è evidente che vuole da me una risposta.
Per cui capitolo.
«Ma che è la pupimma, Irene?».
Mi guarda.
«’A pupimma».
Beh, in effetti è ineccepibile.
Attimo di vertigine. Mi sento finita ne “L’uomo che non capiva troppo”, memorabile sceneggiato radiofonico di Greg & Lillo. O forse mia figlia legge “‘Mlana”.
Scuoto la testa.
«Irene, mi indichi la pupimma?».
Dito che vaga verso sinistra. Dove si stende la distesa dei dieci metri quadri o giù di lì della sua stanza. Può essere qualsiasi cosa.
«Ok, Irene, con metodo. È nella tua stanza la pupimma?».
«’A pupimma!».
«Lo prendo per un sì. Ma sta solo nella tua stanza?».
«Tutto pupimma».
Oddio. L’invasione delle pupimme.
«Insomma, Irene, pupimma everywhere».
Questa non la capisce, e mi guarda perplessa.
Comunque. La preparo la porto all’asilo, tutto come sempre. Poi, incontro mia madre per fare un po’ di compere natalizie. E le racconto della pupimma misteriosa.
«È la volpina» mi fa senza fare una piega.
Io giro la testa in una scena à la Regan de L’Esorcista.
«Cioè?».
«Cioè hai visto che lei ha i calzini gommati».
«Sì».
«C’è una volpina disegnata sopra. Quando glieli metto, il pomeriggio, glielo dico sempre: “Guarda la volpina!”. La volpina. ‘A pupimma».
E io ho un flash. La mia cucina. Campo sempre più stretto sul frigorifero, poi su una delle calamite: “Una mamma sa molto, ma una nonna sa tutto”.
Mamma 0, nonna 1, palla al centro.

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Più libri per tutte

Qualche tempo fa mi indignai per un articolo di Feltri su Utoya, in cui sostanzialmente diceva che era colpa delle vittime “egotiche”. Mi fu fatto notare da un amico che prendermela con Feltri era un po’ come sparare sulla Croce Rossa, che certa gente certe cose le scrive proprio per suscitare reazioni indignate, o per aderire ai valori di base dei suoi lettori.
Io ho appreso così bene la lezione che quando ho letto un articolo di Libero in cui si afferma che per far fare più figli alle donne bisogna farle smettere di leggere mi ci sono fatta sopra grasse risate. È squallido? Ovvio che sì. È una tesi improponibile e indifendibile? Assolutamente. Ma, perdonatemi, non riesco veramente a prenderla sul serio. Innanzitutto perché nemmeno chi l’ha scritta ci crede, ed è palese dal tono vagamente ironico del pezzo. È uno che sta facendo il suo lavoro, e il suo lavoro – purtroppo, certo – è scrivere quella roba lì, perché ci sarà sempre quello che “un tempo qui era tutta campagna” che annuirà convinto su una simile accozzaglia di banalità, castronerie e misoginia. Poi, perché a roba del genere si può rispondere solo con una sana, bella e crasse risata.
Più passa il tempo, più penso che Jorge de Il Nome della Rosa – lo so che torno sempre lì, ma si avvicina quel periodo dell’anno in cui in genere lo rileggo – aveva ragione a temere il riso. È l’arma più potente. Destruttura, desacralizza, invalida. Insegna a dubitare di tutto, sconfigge la morte e la paura, e chi non teme è davvero invincibile. E allora io mi faccio una bella risata su questo bel pezzo umoristico, sul quale non vale neppure la pena soffermarsi più di tanto. Non lo si può prendere sul serio. Piuttosto, ci metto una nota a margine.
Io non vedo il problema della bassa natalità italiana. Non vedo proprio l’orrore nella mescolanza di usi e costumi, di “razze” e etnie. Noi non facciamo figli? Per me va benissimo che siano gli “stranieri” a rimpinguare le schiere dei bambini e dei giovani. Anche perché la “razza italiana” non esiste. L’Italia è sempre stata un porto di mare, aperto a tutto e a tutti, e infatti ci sono italiani biondi e nordici come mio padre, e italiani scuri di pelle e capelli, vagamente arabeggianti come mio marito. È un problema? Francamente no. Inutile star lì a menarsela, siamo quel che siamo perché siamo sempre stati crogiolo di culture. La nostra cucina è nata dall’incrocio di mille altre, la nostra arte ha subito l’influenza di tutti quelli che ci hanno dominati, o sono stati da noi dominati. E così sarà anche in futuro. Cambieremo, perché è giusto che sia così, miglioreremo, magari, che non sarebbe male. Io non ho il culto per la nazione, le abolirei le nazioni, se potessi, e sono ben lieta di cucinare il cous cous accanto alle melanzane alla parmigiana. Conosco le mie radici e le rispetto, ma non mi sento minacciata dalle radici altrui.
D’altronde, se ci pensate bene, il punto più fastidioso di quell’articolo è all’inizio, in quella frasetta buttata lì, “io sono xenofobo”, detto come io direi “mi piacciono le castagne” (Giuliano cit.). Ecco. Quello è peggio di tutto il resto. Quella frase è la radice di tutto il discorso che segue.
Per il resto, sul tema delle ragioni profonde della bassa natalità dei paesi occidentali vi invito piuttosto a leggere Mamme Cattivissime, della Badinter, che dà un punto di vista molto più serio e articolato.

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Due segnalazioni

Scusate la mia assenza da queste pagine, ma il periodo è complesso. Prima è stata male Irene, poi a catena ci siamo ammalati sia io che Giuliano. Sembra una specie di influenza intestinale, anche se inizio ad avere il dubbio che in realtà sia letargia: ieri avrò dormito qualcosa come cinque ore in tutta la giornata, roba che manco i neonati, e oggi ho iniziato bene riappisolandomi subito dopo colazione e rinvenendo tipo mezz’ora ora.
Comunque, rompo l’embargo per due segnalazioni. La prima riguarda me: questo sabato, dalle 16.00, sarò alla Libreria Mondadori del Centro Commerciale Roma Est per una firma copie. Se tra un acquisto di Natale e l’altro avete voglia di incontrarmi, io vi aspetto.
La seconda è che oggi esce Wunderkind 3 – Il Regno che Verrà, di G. L. D’Andrea, la conclusione della saga. Come forse qualcuno ricorderà, sono legata a questi libri perché ebbi il piacere di presentare il primo, nel maggio del 2009, al Salone del Libro di Torino. Mi piacque allora la scrittura di G. L., e mi piace ancora. È una scrittura senza compromessi, che insegue una propria ricerca interna, ben visibile sull’arco dei tre libri. E dietro ci sono idee, grandi idee.
Esce in ebook, per cui mi rendo conto che non tutti potranno permetterselo. Però, io ve lo consiglio in ogni caso.
Io, nel frattempo, striscio di nuovo a letto sperando di ritrovare presto le forze.

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La gioia dell’intimità

Un paio di settimane fa sono andata a tagliarmi i capelli. Sì, mi faccio rasare dalla parrucchiera, perché i capelli vengono meglio e per via di quella specie di frangetta simbolica che porto. Comunque, siccome era sabato, ho aspettato un bel po’. Finito di leggere tutto il Vanity Fair che c’era da quelle parti, sono passata a riviste di seconda linea, ossia roba che non leggerei se non avessi del tempo da perdere. Non è spocchia, è che in genere trattano di gossip su gente che non conosco, e con un tono troppo serio per divertirmi davvero. Comunque, in uno di questi giornali c’era una rubrica sul sesso. Che è immancabile, diciamocelo. Ormai è tutto un fiorire di gente che ti insegna come fare l’amore. Va da sé, ovviamente, che mi ci sono fiondata sopra. Voglio dire, niente di meglio che leggere i fatti altrui, tanto meglio se pruriginosi. E non guardatemi così, che lo fate anche voi :P .
Inizio a leggere. E dopo un primo istante di incredulità, lentamente mi è salita prima la risata ironica, poi un vago stupore, infine un senso di franca ammirazione. Perché la rubrica, quattro pagine buone per altrettante lettere dei lettori, non conteneva una volta che fosse una non dico le parole pene o vagina, ma neppure rapporto sessuale o orgasmo. Voglio dire, stiamo parlando di quello, no? Ecco, era tutto un trionfo del giro di parola e della metafora.
“Ho problemi nell’intimità con mia moglie, non provo più la gioia”.
Ho dovuto rileggere due o tre volte per capire. La risposta era dello stesso tenore: “ha provato a xxx l’intimità con yyy e non concentrarsi troppo sulla gioia?”. Poi c’era quello che la gioia la provava troppo presto, e la risposta erano dieci righe di perifrasi per consigliare di pensare ad altro per “prolungare la gioia dell’intimità”. Sembrava di leggere la sessuologa della Marchesini (allego link video perché voi siete giovani – ahimè – e magari ve la siete persa). Roba che mi sono detta ma che la tieni a fare una rubrica sulla sessualità se è evidente che nella vita appena uno nomina la vagina ti tappi le orecchie e inizi a fare “lalalalalalalalalala” per pensare ad altro. Poi ho avuto un flash. Mi sono immaginato questo giovine redattore, magari laureato, magari aspirante giornalista. Lui già si vedeva proiettato sul teatro di guerra, oppure tutto preso a scrivere reportage di impegno civile. Solo che “la vita non è proprio come te la immaginavi” (Otto Ohm cit.), e quindi ha trovato un co.co.co. presso la rivista Lilith 10000, il progetto del co.co.co. essendo “sostituire parole sessualmente esplicite con altre innocue nei pezzi del sessuologo”. Per cui a questo qui arriveranno mail zozzone che più zozzone non si può, corredate dalle risposte franche del sessuologo, in cui di certo non abbonderanno le metafore ortofrutticole. E il suo compito è leggersele e trasformale in Lilith10000ese: orgasmo=gioia, rapporto sessuale=intimità e via così. E di fronte a questo povero cristo, che per forza di cose adesso conoscerà più sinonimi della parola pene di quanti ne elencò il Benigni del bel tempo che fu in un pezzo storico (che non vi linko, sennò mi denunciano :P ), io mi tolgo il cappello. Voglio dire, un grande.
E pensare che la gioia dell’intimità per me era tipo stare a pisolare davanti al caminetto d’inverno…

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