Archvi dell'anno: 2012

Tanti auguri!

Quest’anno ho esaurito tutte le mie scorte di creatività nella pasticceria, per cui vi toccano auguri un po’ miserelli e vagamente spaventosi. Ma sono sentiti, giuro :P . Per cui, auguri a tutti di buon Natale!

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Lo Hobbit – Un film inaspettato

Premessa 1
Quando uscì La Compagnia dell’Anello, per me fu un evento di quelli da contare i giorni. Avevo quasi finito di scrivere le Cronache, aspettavo il film da quando era stato annunciato, ero in paranoia dura. Ricordo l’emozione, l’esaltazione, i commenti, le nottate sui forum.
Ecco, a dieci anni di distanza, per Lo Hobbit il mio hype era a zero spaccato. Mi ero vagamente interessata al progetto quando era stato annunciato, ma poi morta là. Non avevo visto neppure un trailer, prima di andare, ieri sera, a cinema. Il perché è presto detto: innanzitutto, Lo Hobbit non mi ha mai entusiasmata. L’ho letto con piacere, ma non mi ha fatto quell’effetto “wow!” del Signore degli Anelli. È decisamente più un libro per l’infanzia, e dunque è una bella favola, ma nulla di più. Di conseguenza, l’idea che Peter Jackson lo prendesse in mano e ci facesse Il Signore degli Anelli 2 – la Vendetta non mi entusiasmava. Ero certa che il prodotto sarebbe stato venduto come “il prequel del Signore degli Anelli” – e infatti così è stato – e la gente sarebbe andata a cinema convinta di ritrovare le atmosfere della trilogia. A quel punto, i casi sarebbero stati due: o in effetti Lo Hobbit diventava Il Signore degli Anelli, e in caso non mi interessava che venisse snaturato per trasformarlo in qualcosa di epico, oppure sarebbe stato la favola che è, e non mi interessava comunque perché io ho un debole per l’high fantasy, lo sapete tutti.
Queste dunque le premesse con cui mi avviavo a cinema.

Premessa 2
Io Lo Hobbit l’ho letto, ma qualcosa come dieci anni fa e una volta sola. Non ricordo niente. Ricordo che c’era un drago, e questo già bastava per me a dargli la sufficienza, un sacco di nani e Gollum. Basta. Quindi, non mi pronuncerò sulla fedeltà al libro, che tanto l’internet a quest’ora è già pieno di gente che ha sviscerato l’argomento da ogni punto di vista. Per altro, a me la fedeltà pedissequa non ha mai interessato più di tanto: si può essere infedeli alla lettera, se si è fedeli allo spirito.

La recensione
Cominciamo dicendo che l’ho visto in 3D e a 48 fps. Se volete sapere cos’è questa storia del 48 fps, andate qua. Io odio il 3D. L’ho apprezzato solo in Avatar. Siccome però qualcuno di cui mi fido aveva detto che valeva la pena, ho fatto uno sforzo e ho deciso di vedermi il film come Peter Jackson voleva, e mi sono dotata di occhialetti regolamentari.
Ora, il 3D de Lo Hobbit è fantastico, poco da dire. Nitido, luminoso, e soprattutto a tutto tondo. Non c’è quell’effetto piani di cartone sovrapposti, tutto ha davvero un volume, i volti sono spettacolari, e soprattutto non è tutto buio. La resa dei colori è sostanzialmente identica a quella che si ha nel 2D. Poi, vabbeh, narrativamente parlando è un 3D che non serve a nulla. È solo le bello da vedere. Attenzione se soffrite di claustrofobia e avete paura dell’altezza, come me: c’è da soffrire. Per dire quanto è realistico.
La tecnologia 48fps pare dovrebbe ridurre lo sfarfallamento del 3D nelle scene concitate: ecco, non ci riesce. Quando l’azione diventa frenetica, non ci si capisce un tubo, come tutti i 3D di questa terra. Senza contare che il realismo del tutto causa la nausea in molte riprese, stante la nota tendenza di Peter Jackson a farci di tutto, con quelle maledette telecamere…
Ma veniamo al 48fps vero e proprio. A mio parere, una tragedia. È tutto troppo vivido, più vivido del mondo reale, e per questo tutto assume un aspetto plasticoso e finto. A tratti mi sembrava di stare in un videogioco. Alcune scene facevano tantissimo documentario BBC in HD. Spiace dirlo, ma questa cosa ha abbattuto la mia capacità di entrare nel film. Tutta questa fluidità paradossalmente riduce l’immersione. Sembrerà strano, ma mentre quando vedo un film in 2D, con la sua fantastica granulosità, io entro nello schermo per le due ore di film e mi dimentico del resto, con questo 48fps sono stata quasi sempre fuori. Non so, la fluidità crea una specie di distacco con lo schermo, una sensazione di plasticosità continua che non aiuta molto la sospensione dell’incredulità.
Insomma, dal punto di vista tecnico, promosso a pieni voti il 3D, ma di questo 48fps non si sentiva proprio il bisogno. Poi, magari, è solo questione di abitudine, ma io l’ho trovato fastidioso e basta.
Veniamo però alla sostanza. A parte tutto, com’è ‘sto film?
È bello, dannazione. Ed ero prevenuta, eh? E son stata lì a dirmi “eh, ma questo attacco è troppo lungo”, “eh, ma quanto la tirano ‘sta scena dei troll” e via così, ma non c’è stato niente da fare. Funziona alla perfezione: ti diverti, l’azione sta dove stare, la riflessione anche, i personaggi hanno un’anima, e la Nuova Zelanda è tipo la cosa più vicina alla Terra di Mezzo che puoi trovare nel nostro mondo.
Spiace dirlo, ma Peter Jackson, assieme probabilmente a Guillermo del Toro – che infatti ha messo più di uno zampino in questo progetto – sono gli unici in grado di dare credibilità ai film fantasy. Sono gli unici che li sanno fare, banalmente. Sono passati dieci anni e nessuno, nessuno è riuscito a fare qualcosa di vagamente paragonabile per profondità, divertimento e coinvolgimento, al Signore degli Anelli. Tranne Peter Jackson. E questo, non so a voi, ma per quel che riguarda me mi riempie di tristezza.
Lo Hobbit è e al contempo non è Il Signore degli Anelli. Le atmosfere sono le stesse, molte location, giustamente, sono identiche. Un po’ meno piacevole sono le scene prese di peso dalla trilogia e infilate qua (l’attacco sul Caradhras, il “consiglio di Elrond”, persino alcune battute). Qui, in realtà, è questione di gusti: ci sarà chi apprezzerà questo solido ponte gettato verso Il Signore degli Anelli, e chi, come me, lo troverà un po’ troppo autocelebrativo. La cosa è così spinta che alla fine La Compagnia dell’Anello è, narrativamente parlando, sovrapponibile a Un Viaggio Inaspettato: stessi snodi di trama, negli stessi punti, stessa gestione del ritmo. Ma, nonostante questo, Lo Hobbit non è una mera riproposizione con meno verve de La Compagnia dell’Anello. È semplicemente un tassello del medesimo mosaico, e l’impressione di deja vu non c’è praticamente mai. Io non so come sia possibile questo miracolo, ma, vi giuro, funziona così.
Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli, vi dicevo, perché, pur mettendo dentro cose che nel libro non c’erano – o almeno così mi dice il mio esperto di fiducia – il film mantiene un andamento più scanzonato de La Compagnia dell’Anello. Tra l’altro, onore a Peter Jackson che pur avendo gente conciata così nel film, non indulge eccessivamente nella caratterizzazione da nano puzzone e beone (vedi alla voce “rutti e scorregge di Gimli a Edoras”). I nani sono divertenti, ma non sono macchiette. Ognuno c’avrà il suo preferito, io mi sono appassionata al non-nano, evidentemente frutto di un amplesso probito tra una nana e un elfo (usa anche l’arco…). Nonostante il film racconti un’avventura (e non una disperata missione per salvare la Terra di Mezzo), non manca di epos. Insomma, c’ha tutte le sue cosine a posto, e diverte, soprattutto, diverte!
Colonna sonora superlativa, chevvelodicoaffà, il tema dei nani è meraviglioso, e interpretazioni straordinarie. Il doppiaggio mi pare tolga qualcosa, in effetti sto pianificando di andarmelo a rivedere in inglese (e in 2D…), ma nulla di davvero fastidioso.
Insomma, in sintesi: non è un’esprienza totalizzante come La Compagnia dell’Anello, ma è un film fatto davvero bene, un fantasy come si sperava se ne sarebbero fatti tanti, dopo Il Signore degli Anelli, e invece non ci fosse Peter Jackson il genere sarebbe già morto. Come ho già avuto modo di dire su Twitter, gli do un bell’8 e 1/2. Se poi lo paragono ai film fantasy usciti in questi dieci anni, gli si dovrebbe dare 10. Io ve lo consiglio, ma vedetelo in 3D 48fps solo se siete davvero curiosi di scoprire questa nuova tecnologia.

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There and back again

Alla fine, contro ogni previsione, siamo andati a Monaco. Irene è guarita in zona cesarini, e abbiamo deciso di fare comunque questo viaggio.
Come ebbi modo di dirvi qualche tempo fa, nella mia testa me lo prefiguravo come un viaggio nella memoria: tornavo là dove avevo passato tre mesi irripetibili della mia vita, a cercare di riacchiappare per i capelli il passato. Solo che la gente cambia, cambiano anche i luoghi, e le cose non si ripetono mai uguali. Così, come per tutti i viaggi veri e belli, non ho per niente trovato quel che cercavo, ma tutt’altro.
Più passa il tempo, più penso che l’amore, almeno per me, è soprattutto condivisione. Si tratta di lasciare eredità, e questo è ancora più vero quando si ha un figlio. Per me non ha senso vivere una bella esperienza se in qualche modo poi non posso passarla a chi amo. Ho bisogno che loro siano con me, ho bisogno di trasmettere loro quel groviglio di emozioni che mi domina, altrimenti non ha senso. Il mio viaggio a Monaco è stato questo.
Da una parte, c’era molto di quel che avevo amato sette anni fa: i profumi intensi e speziati dei Christkindlmarkt, la neve, il freddo polare, e quel qualcosa di inesplicabile che rende per me Monaco unica. Dall’altra, era tutto diverso. Perché c’era Irene.
Alla fine, eravamo andati lì per questo: Irene a Monaco c’era già stata, due anni fa, ma era molto piccola, e poi era estate, e d’estate, non lo so, è tutto diverso, è un posto che non ci appartiene. Adesso volevamo farle vedere com’è la Monaco dove forse tutto è cominciato: se non avessimo vissuto lì tre mesi, se non avessimo fatto quel primo esperimento di convivenza, e non ci fossimo trovati così bene, chissà come sarebbero andate le cose. La nostra storia è passata di lì, per questo Irene doveva vederla.
È stato fantastico vederla impazzire per la neve, esattamente come noi la prima volta che ci siamo stati: tutti a guardarla, perché, per ovvie ragioni, non ci sono molti bambini tedeschi che si facciano tutti i cumuli di neve ai lati della strada per giocare. È stato bellissimo portarla a Nymphenburg e vederla divertirsi con gli uccelli che vivono lì, splendido vederla scorrazzare sotto la casetta di legno che dove giocavano i principi di Baviera, e in cui ho ambientato un pezzo della Ragazza Drago 3. Ed è stato anche bello fare un’esperienza nuova assieme: nonostante ci vivessimo ad un tiro di schioppo, non eravamo mai stati a Hellabrunn, lo zoo di Monaco. Non ho grande attrazione per gli animali in cattività, ma, un po’ la neve, un po’ Irene, siamo andati. E devo dire che è un bel posto: certo, gli animali non sono liberi, ma l’impressione è che, nei limiti della cattività, stiano bene. E poi il posto è meraviglioso, una specie di riserva naturale. Tra l’altro, non avevo mai visto i primati dal vivo, ed è impressionante quanto ci somiglino: guardare negli occhi un orango è come guardare negli occhi un altro essere umano.
Comunque, sono stati quattro giorni fantastici. In qualche modo mi sembra di aver fatto pace con Monaco, di averle trovato un posto nella mia vita: fin qui, ogni volta che ci pensavo, ogni volta che vedevo qualche foto, mi prendeva una sconfinata nostalgia, un desiderio tremendo di andarci a vivere. Adesso mi appartiene in un modo diverso, è diventata davvero quel luogo dell’anima di cui parlavo nel post linkato all’inizio. In qualche modo è la mia città, anche se non ci vivo, anche se ci vado meno di una volta l’anno. Ma tutto quello che ci ho vissuto, tutto quello che mi ha dato, e purtroppo a volte tolto, me la rendono cara.
Con le parole riesco decisamente meglio che con le immagini, ma, se volete, qui c’è un’ampia galleria di foto che ho fatto da quelle parti, comprese quelle di Hellabrunn.
Se si cita Hellabrunn, è impossibile non citare anche Caparezza, per cui, voilà, chiudiamo con un po’ di giocosa riflessione :) .

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E tre anni fa, a quest’ora…

Sono indietro da morire col blog. In questa settimana sono successe tante cose, chi mi segue su Twitter molte già le sa, ma ci sono emozioni da condividere, e un sacco di foto…Però, oggi il mio tempo si ferma, perché è il compleanno di Irene. È avvenuto il mitico sorpasso: mi interessa molto più il suo compleanno che il mio. È da ieri sera circa che ho continui flash di quella indimenticabile giornata di tre anni fa, tra pianti, fatica ed esaltazione massima. Nulla, nella vita di una persona, è paragonabile al giorno in cui ti nasce un figlio: è uno spartiacque che separa il prima dal dopo, un’esperienza larger than life, per usare un’espressione inglese bellissima, che dà il senso di tutto.
Festeggio in due modi: il primo, con una bella torta. Che trovate qua. Per farla, ho copiato questa meraviglia; il mio risultato non è neppure vagamente paragonabile, ma tutto sommato mi piace. Per le mie scarse capacità, secondo me è un buon risultato: è la torta che mi ha preso più tempo nella realizzazione, spero a Irene piaccia.
Il secondo modo, è con una canzone, la prima che Matt abbia mai dedicato al figlio. C’è pure il battito cardiaco di Bingham quando era ancora nella pancia della mamma. Sto parlando dei Muse, ovviamente. Esprime perfettamente quel che un genitore prova, quel disperato bisogno di proteggere i figli, di salvarli da se stessi e dal mondo, anche quando sono più forti di te, e lo sono quasi sempre.

Infine, informazione di servizio: sabato 22 dicembre, ore 17.30, firmerò un po’ di copie presso la sezione libreria dell’Auchan di Parco Leonardo, a Roma. Una buona occasione per farsi gli auguri :) . Vi aspetto!

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Merry Christmas 2.0

Quest’anno ho comprato quasi tutti i regali di Natale online. Un po’ è stata una scelta, ma un po’ è stata anche una necessità. Ad esempio, ho preso molte cose dal sito dell’Unicef, e lì, o procedi online, o non procedi. Ma altre cose avrei potuto prenderle in negozio, e ci ho anche provato, ma non sempre ci sono riuscita.
Ad esempio, cercavo una crema. Che ho trovato in un solo negozio, e non nella colorazione che cercavo. E così, ho dovuto votarmi alla rete, sulla quale, ovviamente, sono disponibili tutte le sfumature che vuoi, senza contare il vantaggio che ti spediscono tutto a casa.
Nella maggior parte dei casi, però, i miei acquisti online riguardano cose che semplicemente è difficile trovare nei negozi, a meno di lunghe ed estenuanti ricerche. È che i negozi che vanno per la maggiore sono “mainstream”: per ovvie ragioni, tendono a vendere quel che piace di più alla gente. Del resto, è giusto: il modo meno rishioso per intraprendere un’attività commerciale è buttarsi su cose che tutti comprano, specie in questi tempi di crisi. Ma chi vuole qualcosa di diverso?
L’anno scorso, Giuliano mi ha regalato il cofanetto di Samurai Champloo, serie a cartoni animati di Shinichiro Watanabe, il regista del mio adoratissimo Cowboy Bebop. La versione italiana neppure esiste. L’ha dovuto prendere in inglese da Amazon.uk. A parte la Fiera di Lucca, non mi viene in mente un posto dove trovarlo al di fuori della rete.
Altro esempio: come sapete, mi dedico con alterni risultati al cake design. Decorare torte richiede roba che esula dai prodotti comunemente usati per far dolci, tipo il glucosio, i coloranti alimentari in pasta, e attrezzini di vario genere. Per altro, il cake design va di moda, in questo periodo. Eppure, l’unico negozio vicino casa mia che vendesse il materiale necessario ha chiuso l’anno scorso. E quindi, a meno di infognarsi in lunghi viaggi verso il centro città, l’unica è farsi spedire la roba.
Quel che voglio dire è che insaspettatamente la rete sta diventando il rifugio di chi, come me, ha gusti che esulano un pochino da quelli più diffusi. In questo senso, è terribilmente democratica, perché dà voce alla minoranza. Certo, anche al di fuori della rete se c’è un bisogno esiste un servizio che lo soddisfa, ma spesso si tratta di soluzioni scomode, complicate, mentre la rete è veloce e comoda. Per altro, le spedizioni funzionano spesso alla grande, arrivano puntuali e integre. E tutto ciò incentiva anche la creazione di un gusto “altro”: per, dire, senza siti come melusina o kikkascakes, probabilmente non avrei continuato a provare a decorare le mie torte.
Si potrebbe obiettare che più si compra online, più si disincentivano i negozi più particolari; non è detto. Melusina ha il negozio fisico, a Roma, ma vende anche online. Francamente, secondo me il futuro dei negozi che vendono prodotti di nicchia è quello: fisico e online affiancati. Stessa cosa che secondo me dovrebbe succedere anche coi libri. A me il cartaceo piace, ma se devo fare un viaggio, preferisco il Kobo: perché non mi dai i due prodotti contestualmente? Magari con un piccolo sovraprezzo, se ti pare che la cosa sia antieconomica.
Gridare alla malvagità della rete che ammazza i piccoli commercianti, ormai si è capito, non serve: perché non sfruttare invece le potenzialità del web a proprio vantaggio?
Io, intanto, oggi aspetto due pacchi da mettere sotto l’albero.

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Cose che erano e non sono più

Sette anni fa, il 4 novembre, dopo un lunghissimo viaggio in macchina arrivavo a Monaco di Baviera. Pesavo diciotto chili più di adesso, mi ero da poco laureata, ed ero in crisi esistenziale: avevo deciso di smettere con la ricerca e, cercando un lavoro, avevo trovato questo stage di tre mesi in Germania. Non avevo mai vissuto da sola, quella sarebbe stata la mia prima esperienza, e con me, per il primo tentativo di convivenza, c’era anche Giuliano. A Monaco c’ero già stata da ragazzina, in gita con la scuola, e l’avevo adorata. Adesso, però, era diverso. Monaco rappresentava una vita del tutto nuova, un esperimento, il mio primo, serio tentativo di diventare grande.
Non so esattamente perché, col senno di poi non riesco a spiegarlo, ma quei tre mesi furono fantastici. Qualsiasi cosa accadeva era speciale, tutto era nuovo e scintillante, tutto sembrava uguale a come l’avrei sempre voluto, come se fosse quello il posto in cui avrei dovuto nascere, e non questa città meravigliosa e maledetta nella quale sono bloccata da 32 anni, che amo e odio con uguale passione, e che non riesce ad assomigliarmi neppure un po’.
Comunque, da allora a Monaco sono tornata un sacco di volte. È una specie di luogo dell’anima, quel posto lì al quale tendi, che ti fa pensare che se anche tutto va male, hai un luogo sulla terra nel quale, eventualmente, andarti a rifugiare. Manco da lì da due anni, e che non ci vado d’inverno non riesco a ricostruire neppure da quanto tempo. Quattro, forse cinque anni, non so. D’inverno è proprio un altro posto, d’inverno ci sono stata e d’inverno ci voglio tornare.
Ogni volta che ci sono andata, il tentativo era di ritrovare le atmosfere di quel lontano e gelido inverno. Senza risultato, ovviamente. Ogni volta, una cosa diversa è cambiata, ogni volta un pezzo di quella Monaco non c’è più. La casa in cui vivevamo è stata venduta, non è più del signor Werner, che un giorno di gennaio ci invitò ad una gita sul Chimsee ghiacciato. Hertie, il supermercato dove andavo sempre a fare la spesa, è stato fagocitato dalla grande catena Karstad. Una persona cui volevo molto bene, il nostro cicerone in tante gite a Monaco, l’amico, il consigliere letterario, la nostra ancora in quel lontano inverno, è morto due anni fa.
Sarei dovuta tornarci quest’anno, per andare a vedere i mercatini di Natale, che, a conti fatti, ho visto solo due volte nella mia vita, quando ci vivevo e in quel viaggetto di anni fa. Come ormai è consuetudine da una mese a questa parte in questa famiglia, la cosa è saltata, per una volta non perché sto male io, ma perché sta male Irene.
La verità, ed è un po’ buffo che ci arrivi solo ora, è che sarebbe ora di smettere di rincorrere quell’inverno del 2005. Sono passati sette anni, le tracce dei nostri piedi su Kaufinger Strasse sono state cancellate da molto tempo. Avevamo avuto la nostra occasione, sette anni fa; avremmo potuto prolungare la nostra permanenza, perché mi era stato offerto di restare ancora, e avremmo potuto fare altre scelte, magari decidere di restare. Un amico, che all’epoca i trenta li aveva già superati e le cose le capiva meglio di me, mi disse che se davvero volevo rimanere, dovevo farlo. E non lo feci. Adesso è tutto cambiato, adesso partire è impossibile, e non perché ci sia qualche reale impedimento, ma perché le scelte che ho fatto, la vita che ho deciso di condurre e certi principi che ho deciso di seguire mi impediscono di fare il salto. Non è stato un caso che ogni volta che l’ipotesi di andarsene via davvero si è fatta più concreta (e almeno una volta ci siamo arrivati a tanto così) a me è preso il panico. Forse è quindi ora di smetterla di inseguire cose che non torneranno mai più. Non è stato il destino, non è stato il caso, sono stata io a decidere di prendere altre strade. D’altronde, mi conosco, se davvero avessi deciso di vivere lì, tempo due anni mi sarei stancata anche là, la novità sarebbe sfumata e tutto avrebbe preso i contorni della routine: la neve, i tram, i tedeschi. Non si fugge a se stessi mettendo 800 km tra te e il posto in cui sei nata.
Per cui, nulla, i cordoni ombelicali ad un certo punto vanno rotti, i legami spezzati, se sono soltanto pallidi ricordi di qualcosa che non è più, e che non può essere rinnovato.
Stamattina a Roma fa un freddo glaciale; l’aria sa un po’ di neve, come allora.

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Anteprima “Le spade dei ribelli”

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Intervista a Licia Troisi

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Ultima chiamata!

Brevissimo aggiornamento per ricordarvi che stasera alle ore 17.00 potrete vedermi via Skype presso l’Auditorium Cassa Rurale Bassa Vallagarina ad Ala (Tn).
A più tardi!

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È la fine di un’epoca

Oggi mi verrà conferito il titolo di dottore di ricerca; avrò la mia bella pergamena e potrò fregiarmi del Dr., con la lettera maiuscola, nelle mail che manderò ai colleghi stranieri. Sì, in effetti la difesa della tesi è avvenuta praticamente un anno fa, ma i tempi sono questi; non è l’università che ti conferisce il titolo, ma il MIUR.
Ammetto che è un momento importante. Innanzitutto perché è una cerimonia bella; si tiene a Villa Mondragone (ve la ricordate, sì? Ci ho ambientato un bel po’ del primo e del quinto libro de La Ragazza Drago), e poi ci sono tutti i professori togati. Tutto sommato, è anche un momento un po’ triste, perché non avete idea di quanta gente non venga a ritirare la pergamena perché è emigrato verso altri lidi, nei quali il ricercatore non viene considerato una specie di parassita della società.
La cosa però che rende particolare questo momento ai miei occhi è che si chiude davvero un ciclo. Gli esami non finiscono mai, certo, ma il dottorato rappresenta il vertice dell’educazione italiana. Puoi prenderne un altro, ma puoi prendere altre lauree, ma resta il fatto che in linea di massima, conseguito il dottorato, non sei più uno studente. Si chiude una storia che volendo si può far partire dalla bellezza di ventisei anni fa, quando misi piede nella scuola pubblica italiana. A voler essere più realisti, chiude l’arco degli ultimi tredici anni della mia vita, dedicati con alterne vicende alla fisica.
La vita mi ha portato altrove, faccio due lavori, e ormai non dedico più le canoniche otto ore lavorative all’astrofisica, un po’ per scelta, un po’ per necessità (molto per necessità, in verità). Ma il cielo stellato e il suo studio fanno parte di me. A guardare il mio curriculum si potrebbe credere che feci un errore diciassette anni fa, quando decisi di fare fisica all’università. E invece la scienza fa parte della mia vita, più passa il tempo più me ne rendo conto, le devo moltissimo di quel che sono, le devo persino la scrittura. Anche se ne non la pratico più come prima, resta qualcosa di profondamente radicato in me. Le ho sacrificato molto in questi anni, le ho dedicato ore di vita e lacrime, ma non posso dire che non ne sia valsa la pena, anche solo per avere infine questo dottorato, o per il mio articolo (e quelli che verrano a breve, si spera). Ci sono cose che non si monetizzano, cosa che agiscono in te ad un livello più profondo. L’astrofisica è questo.
Vi lascio con un video che in qualche modo è emblematico di cosa sia la scienza per me: meraviglia, fonte di riflessione, bellezza. Grazie ad Amedeo Balbi che l’ha segnalato.

Further Up Yonder

Chiudo con un avviso; venerdì 30 novembre, ore 17.00, potremo parlare un po’ presso l’Auditorium Cassa Rurale Bassa Vallagarina ad Ala (Tn). Non sarò fisicamente presente, faremo il tutto via Skype. Il perché è presto detto: continuo a passare venti minuti ogni mattina a tossire come non ci fosse un domani, manco fumassi da vent’anni. Evidentemente, il virus parainfluenzale ancora non ha mollato la presa. Metteteci pure che ho vinto altre due settimane di fisioterapia, e capirete perché preferisco riguardarmi ancora un po’. Purtroppo il tour nordico di due settimane fa è stato davvero massacrante…Bon, se vorrete esserci, io sarò onorata :) .

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