Archivi del mese: gennaio 2012

Manzoni come King

Ho inaugurato l’anno nuovo con una rilettura de I Promessi Sposi, lettura che in questi giorni si avvia alla sua conclusione. Non è la prima volta che lo leggo; l’ho già fatto un paio di volte in passato, dopo averlo studiato a scuola. È che a me è sempre piaciuto, anche quando lo studiavo. Sarà che ho trovato professori che me l’hanno fatto apprezzare, o sarà la mia naturale propensione ad un certo modo di far narrativa che andava per la maggiore nell’800, ma non mi annoiavo a studiarlo – anzi! – e lo rileggo sempre con piacere. E devo dire che quest’ultima rilettura mi ha confermata nell’ottima opinione che ho di questo libro che la maggior parte degli italiani vede come il fumo negli occhi. E invece, ragazzi, il Manzoni dà una pista a tanti narratori moderni, e sulla gestione del ritmo e sulla capacità di commuovere e divertire. Perché, e forse questo non viene evidenziato abbastanza a scuola, I Promessi Sposi è divertente. Eh già. Altro che le solite pippe sulla Provvidenza, e la religione, e la storia…Manzoni si diverte molto a scrivere, e il lettore si diverte di conseguenza molto a leggere. Pensateci: dentro c’è veramente tutto. C’è l’amore contrastato, ovviamente, ma c’è anche la passione illecita (la monaca di Monza), il “male metafisico” (l’Innominato), la morte (la peste), il perdono (e qui l’elenco sarebbe parecchio lungo), la redenzione (da Fra’ Cristoforo all’Innominato, per dirne solo due). Il tutto raccontato con un gusto per la pura narrazione, un amore per la storia e per i personaggi che a me fa venire in mente – e mi sa che qualcuno inorridirà – Stephen King. Sì, lui. Voglio dire, siamo al capitolo IV, è appena successo il patatrac, la tensione è alta, e incontriamo Fra’ Cristoforo. Manzoni che fa? Capitolo intero di digressione sulla storia del personaggio. Roba che, se non sei bravo, il lettore chiude il libro e morta lì. E invece la digressione ci sta, appassiona, trova un suo senso compiuto e nella cornice complessiva del romanzo, e nel singolo episodio. Stessa cosa dicasi per la storia della monaca di Monza, che prende ben due capitoli. Oggi, ovviamente, non si usa più di interrompere la storia con interventi diretti dell’autore come quelli che fa Manzoni. Oggi, che so, la storia della monaca verrebbe fuori con un bel flashback. Resta però il fatto che la digressione appassiona. Io adoro la storia di Gertrude; è uno di quei racconti in cui l’acutezza di Manzoni nel raccontare l’essere umano viene fuori con una vivezza, e pure con un mestiere, che non ha eguali. O come la parte sull’Innominato. Appena si inizia a parlare di lui, il tono del racconto vira bruscamente: tutto, in quel che lo riguarda, parla di un Male superiore, di ben altra caratura rispetto a quello sciocco, capriccioso, di Don Rodrigo. La valle in cui vive è intrisa essa stessa di un’atmosfera cupa, tremenda, che il lettore coglie a volo.
Non starò a dilungarmi sulla perfezione di certi passi, sui quali in genere ci si sofferma abbondantemente a scuola. Il “La sventurata rispose”, punto e a capo, è il perfetto esempio della misura, della grandezza di una narrazione che, pur affondando a piene mani in una materia “patetica”, quasi mai scantona nel retorico spinto. Dice più quel punto e a capo di tante parole. È un vuoto significativo che il lettore riempie dei più oscuri sottintesi. Comunque, per inciso vi segnalo un passo dalla notte dell’Innominato che mi sembra veramente splendido – a me l’Innominato è sempre piaciuto un sacco –

Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva respingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava”

Cioè. Tutto straordinario. Il ritmo, la scelta delle parole, tutto. Una frase che per altro spiega in due righe e mezzo l’Innominato.
Un’altra cosa che ho notato specie in quest’ultima lettura è l’ironia. Noi abbiamo quest’immagine pallosissima di Manzoni, come un tizio basettone col cipiglio severo, fissato con la religione, e invece dalle pagine de I Promessi Sposi viene fuori di continuo il ritratto di un uomo ironico. L’ironia, nel libro, è ovunque. Nei continui incisi che l’autore si permette, nei commentini sui personaggi, nel riferirsi ai “venticinque lettori” – ha ragione Eco, ne vuole venticinque milioni -, nei tanti ritratti di personaggi minori. E dietro si intravede un piacere della narrazione, un divertimento del racconto che io trovo modernissimo. Per dire, ogni volta che Don Abbondio compare in scena io vedo distintamente Manzoni che sghignazza. Ci sono parti che sono evidentemente più lunghe di quanto la narrazione richiederebbe – il monologo interiore di Don Abbondio in marcia verso la casa dell’Innominato – che stanno lì solo perché Manzoni si stava divertendo troppo. A volte ti verrebbe la voglia di essere nato duecento anni fa per conoscerlo, questo autore volpone, che non si nega nessun becero trucco per ingraziarsi il lettore e divertirlo, che ha un controllo assoluto sulla trama, che tratteggia personaggi memorabili. Ed è tutto straordinariamente moderno. È questo che ho scoperto: che I Promessi Sposi si possono leggere come si legge un Murakami, un King, un autore di genere. Che non è un libro paludato e noioso come troppo spesso si crede, che è un trattato di buona scrittura da cui abbiamo tutti da imparare, che ha attraversato duecento anni e passa di storia restando fresco e godibile come il primo giorno. Per cui vorrei consigliarvi di non chiudere la mente, quando a scuola vi fanno studiare Manzoni. Rischiate solo di perdervi una gran storia e un gran libro.

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Quando un astrofisico scrive fantasy

Chi ha detto che la narrativa deve fare concorrenza allo Stato Civile? Ma forse deve fare concorrenza anche all’assessorato all’urbanistica
Umberto Eco, Postille a “Il Nome della Rosa”, Bompiani, 1986

La domanda in assoluto più ricorrente che mi viene fatta da quando faccio presentazioni (ossia ormai dal lontano maggio 2004) è che cosa c’entri l’astrofisica con la scrittura. È che la Mondadori, comprensibilmente, ha venduto il mio essere astrofisico insieme ai libri, e ovviamente la cosa non poteva non stuzzicare la curiosità della gente: perché un astrofisico scrive fantasy e non fantascienza? È una forma di fuga dalla realtà? Ma, soprattutto, essere un astrofisico aiuta a fare lo scrittore?
Fino ad un annetto fa rispondevo che no, in fin dei conti questi due aspetti della mia vita non erano collegati, che tutto sommato vivevano in momenti diversi della giornata – strano a dirsi, ma scrivevo di notte e facevo l’astrofisico di giorno – e che al massimo applicavo la stessa disciplina mentale e alla scrittura e alla ricerca.
Poi, però, ho iniziato a pensarci. Ma dove sta scritto che le due cose non debbano comunicare? In fin dei conti non mi sentivo esattamente dimidiata: ricerca e scrittura convivevano placidamente l’una al fianco dell’altra, a parte ovvie acrobazie per trovare il tempo di far tutto. Magari esisteva un modo per mettere assieme le due cose, chissà…
I Regni di Nashira è nato allora. Ok, prima forse c’erano altre suggestioni, che erano venute fuori da discussioni con Sandrone Dazieri, mio editor, scrittore e amico. Però l’idea di mettermi a costruire il mondo in modo un po’ più consapevole rispetto alla prima volta che l’avevo fatto e cercando di metterci dentro anche i miei studi, ha giocato un ruolo fondamentale nella creazione del mondo. Per cui: serve l’astrofisica per scrivere fantasy? Sì, serve, e ve lo vado a dimostrare.
Le idee che avevo in testa erano essenzialmente due: volevo un pianeta che girasse intorno ad un sistema doppio – perché Star Wars ci insegna che nulla fa più alieno di un paio di soli in cielo – e in cui ci fosse scarsità d’aria – idea questa che mi era venuta appunto parlando con Sandrone. Per la prima, avevo l’imbarazzo della scelta. I sistemi doppi sono semplicemente due stelle che si girano intorno, o meglio, girano attorno ad un punto chiamato centro di massa. Se una delle due stelle è molto più grande dell’altra, diciamo A è più grande, B è più piccola, il centro di massa cadrà dentro A, e vedremo sostanzialmente B che gira intorno ad A. Altrimenti, vedremo le due stelle che più o meno girano intorno ad un punto che non vediamo.
Di sistemi binari in giro ce ne sono molti. Per esempio, Sirio, una delle stelle più luminose del cielo estivo, è un sistema binario. Esistono anche sistemi multipli, composti da un numero n di stelle legate dalla gravità: Mizar, nell’Orsa Maggiore (magari qualcuno di voi se la ricorderà dalla meravigliosa serie di Asgard de I Cavalieri dello Zodiaco) è composta da sei, dico sei stelle. Comunque. Un sistema binario semplice, con due stelle che si girano intorno, non è nulla di particolare. Io volevo qualcosa di più tragico e spettacolare. Chi di voi ha letto Notturno di Asimov ha visto un pianeta che girava intorno a sei stelle, senza notte. Una volta ogni svariati secoli, le stelle vengono eclissate dalla luna del pianeta, causando pochi, devastanti minuti di notte. Immaginate la notte in un posto che non ne ha mai conosciuta una, in cui c’è sempre luce. Ecco, volevo qualcosa di tragico, che mettesse in discussione le credenze, le certezze degli abitanti del pianeta esattamente come la notte in Notturno.
La fisica mi fa gioco. Il bestiario di sistemi binari è composto da ben più che due semplici stelle che si girano intorno. Una delle due stelle, ad esempio, può essere un oggetto compatto, come una nana bianca. Una nana bianca è il “cadavere” di una stella di dimensioni non molto diverse dal sole: quanto le reazioni termonucleari che la fanno splendere cessano per esaurimento del carburante, la stella si comprime, diventando più piccola e caldissima. Il suo destino è quello di raffreddarsi lentamente – molto lentamente – fino a non essere più visibile. Per inciso, alcune nane bianche sono fatte di carbonio, e il carbonio ad alta pressione diventa…esatto, diamante. Altro che De Beers…Oppure in un sistema binario ci possono essere casi di vampirismo: sotto certe condizioni, una delle due stelle può “succhiare” materia all’altra. L’immagine è suggestiva, come mostrano anche le rappresentazioni pittoriche.

O, ancora, ci sono sistemi binari che contengono buchi neri; un buco nero è una stella morta, come la nana bianca, solo che la stella che l’ha generata ha una massa di decine di volta quella del Sole, per cui, quando il carburante finisce e la stella si spegne – in questi casi in genere lo fa in modo spettacolare, con un enorme botto che si chiama esplosione di supernova – genera un oggetto in cui la densità è infinita. È un concetto impossibile da immaginare, e infatti i buchi neri sono bestie strane e affascinanti, sulla cui stessa esistenza a lungo si è dibattuto. Comunque, come vedete, di roba interessante non ne manca. Per non essere spoilerosa, non vi dirò cosa scelsi più o meno due anni fa, quando iniziai a pensare a Nashira e al suo sistema binario. Chi ha letto il libro, sa quali sono le caratteristiche di Mira, la stella rossa, e Cetus, la stella bianca, che illuminano Nashira. Detto incidentalmente, i nomi non sono scelti a caso: Mira è una stella variabile, ossia la sua luminosità varia nel tempo, e si trova, indovinate un po’, nella costellazione di Cetus. Per altro, Mira è la prima variabile mai scoperta, e il suo nome, infatti, significa “meravigliosa”. Nessuna aveva mai visto nulla di simile, prima. Cetus, invece, vuol dire balena.
Trovato il sistema binario, mi è venuta in mente un’altra idea. Volevo rendere Nashira il più possibile peculiare. Niente di meglio, allora, che agire sull’alternanza delle stagioni. Ad esempio, sarebbe interessante un posto in cui le stagioni non si alternino: ci sono dei posti in cui è sempre estate, altri in cui è sempre autunno, altri sempre inverno…Ma è possibile? Certo che sì. Perché sulla Terra ci sono le stagioni? È a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’Eclittica. Innanzitutto, cos’è l’Eclittica: è quel piano sul quale si trovano più o meno i pianeti nel loro moto di rotazione intorno al Sole. Ora, tutti sappiamo che oltre al moto di rivoluzione intorno al Sole, i pianeti girano anche su se stessi, intorno ad un asse. Quest’asse, a seconda del pianeta, ha un’inclinazione rispetto al piano dell’Eclittica. Ad esempio, Urano ha un asse inclinato di circa 8°, il che ne fa un pianeta che letteralmente “rotola” sull’eclittica.

Nel caso della Terra, l’inclinazione rispetto al piano dell’Eclittica è di circa 70°, quasi perpendicolare. Appunto, quasi, e il trucco sta tutto lì. Durante la rivoluzione intorno al Sole l’inclinazione dell’asse terrestre rimane invariata. Ciò significa che l’angolo con cui i raggi del Sole colpiscono la stessa porzione di globo cambia a sei mesi di distanza. Anche qui, vi allego disegnino.

Immaginate che il sole stia al centro della figura. A sinistra, in inverno, la città di Allentown viene illuminata con raggi radenti, a destra, in estate, da raggi più perpendicolari. E sappiano tutti che i raggi radenti illuminano – e dunque riscaldano – meno di quelli perpendicolari. Infatti d’estate al tramonto si respira, a mezzogiorno si muore di caldo.
Dunque, affinché su Nashira non ci fossero le stagioni, bastava far sì che l’asse di rotazione fosse dritto, perpendicolare rispetto al piano di rotazione intorno a Mira e Cetus. Immaginate infatti la stessa figura precedente nel caso in cui l’asse di rotazione fosse dritto. Vi allego ulteriore figura.

I riflettori fanno le veci del sole. Se spostate il pianeta a destra dei riflettori, l’angolo con cui la luce incide sulla superficie, a qualsiasi latitudine – ossia per qualsiasi distanza (angolare) dall’equatore – non cambia. Ecco a voi Nashira.
Ecco qua. È solo l’inizio, ovvio, ma il mondo è creato. E per altro vi assicuro, come quelli che hanno letto il libro avranno già intuito, che la presenza del sistema binario, e la scelta della tipologia dello stesso, ha segnato il destino di Nashira: quando ho fatto quello, la storia è venuta fuori da sola.
Lascio a voi l’interpretazione dell’enigmatica citazione in apertura a questo post. Di mio dico solo che a volte serve un fisico per scrivere una storia ambientata in un altrove :)

Riferimenti per le figure
http://members.wolfram.com/jeffb/poster/poster.html
http://www.astronomy.org/programs/seasons/
http://www.skylive.it/123StellaSistemaSolare/urano.aspx

P.S.
Questo post partecipa al Carnevale della Fisica.

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Post di servizio

Scusate se vi tedio ancora con questioni tecniche. Dunque, avrete notato che da quando c’è stato il restiling del sito è diventato possibile commentare non solo sotto i post del blog, ma in ogni pagina del sito. All’inizio questa cosa mi era sembrata una buona idea, e dunque ho lasciato tutto così. Avrete però anche notato che con l’andar del tempo le conversazioni sotto le pagine del sito sono diventate sempre più confusionarie; c’era chi faceva spam, la discussione si trasformava in una chat…Per questa ragione ho chiesto agli amministratori di eliminare la possibilità di commentare le pagine del sito e cancellare i commenti arrivati fin lì. È semplicemente una questione di ordine e pulizia del sito; inoltre, esiste già uno spazio aperto all’interno del sito, ed è questo blog, e mi sembra più giusto che le discussioni si tengano qui sotto.
Grazie per la comprensione e – spero – a domani con un post un po’ più di sostanza.

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I am back

Come avrete notato, sono stata via una settimana. Nello specifico, sono andata a sciare sulle Alpi, anche se il verbo sciare è probabilmente improprio, per quel che mi riguarda. Ho messo gli sci per la prima volta a ventisette anni, scio una settimana all’anno e da due anni ho imparato ad andare a sci uniti, ma sono ancora rigida e goffa, per cui, niente, faccio un sacco di fatica e vado lenta come una lumaca. Comunque. Questo post solo per dirvi che sono tornata, e che, se tutto va bene, domani dovrei tornare anche operativa al 100% da queste parti. Oggi sono ancora alle prese con gli strascichi del ritorno, che includono una montagna di panni da lavare e la macchina da portare dal meccanico, perché s’è rotta sulla via del ritorno. A domani.

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Il mare, il niente, la vita

L’incidente alla Costa Concordia mi ha particolarmente colpita. Penso abbia colpito un po’ tutti noi, ma in particolare chiunque sia mai andato per mare, magari proprio in crociera. Io l’ho fatto due volte, la prima in viaggio di nozze, nel Mar Baltico, la seconda nel Mar Glaciale Artico, e, sì, ho viaggiato anche con la Costa.
È che da molti anni viaggiare non viene più percepito come una reale avventura, come qualcosa in cui è insito un seme di pericolo, come è stato per secoli, fino a tempo tutto sommato recenti. Partivi, e non sapevi se saresti mai tornato, a maggior ragione quando andavi per mare. Eri in balia di forze che non non potevi controllare, ti inoltravi in territorio sconosciuto. Col tempo, la tecnologia ci ha dato l’illusione che l’imponderabile fosse sempre sotto controllo. La strumentazione sofisticata, i mille sistemi di rilevazione, le comunicazioni continue. Non sei mai solo in viaggio. Eppure…Eppure l’imponderabile esiste, che si chiami errore umano – come pare sia il caso della Concordia – o una forza della natura contro la quale non hai difese.
In crociera, chi vuole può illudersi di stare in albergo. La nave è così grossa che il rollio è consistente solo in caso di mare grosso. Per il resto, hai tutte le comodità della terra ferma, e mille motivi di distrazione e divertimento. Puoi scordati di star per mare, tanto più che in molti casi si viaggia solo di notte. Ma a volte basta soltanto uscire sul ponte, e quell’illusione di certezza, di tranquillità, scompare di fronte alla vista della solitudine immensa e schiacciante del mare aperto. Un posto che urla ostilità, un posto che palesemente non è fatto per l’uomo. Troppo immenso, troppo desolato, troppo intollerabilmente grande. Nella mia ultima crociera, abbiamo navigato per due giorni sopra il Circolo Polare Artico. Era luglio, e dunque la notte non esisteva. Appena ti allontanavi di qualche miglio dalla riva, una nebbia densa avvolgeva ogni cosa. La luce era sempre la stessa, a tutte le ore del giorno e della notte. Il cielo a malapena si distingueva dal mare, e il confine tra i due era impossibile da tracciare. Tutto era identico a se stesso, immutabile, appuntare lo sguardo su qualcosa, qualsiasi cosa era impossibile. Eravamo tremila persone in mezzo al niente, impegnate a distrarsi da quella solitudine più spaventosa di qualsiasi deserto. Niente distillato. E non aveva granché importanza che ad un prezzo spropositato potevi collegarti per un’ora via Internet e sentirti vagamente connesso alla civiltà. Se fosse successo qualcosa lì, su quel mare ghiacciato, in mezzo alla nebbia, chi ci avrebbe salvati?
Quando il mare s’è fatto grosso, tipo al secondo giorno, ho capito quanto spaventosamente potente fosse quel regno in cui ci stavamo inoltrando. Una nave da crociera, quando la vedi ormeggiata nel porto, sembra mastodontica, inamovibile. Ti sembra che niente possa smuoverla. E invece. E invece la nave beccheggiava, la prua che andava su e giù di svariati metri. Mentre camminavi, sentivi il pavimento che ti mancava sotto i piedi, mentre l’acqua delle piscine coperte sbatteva impazzita contro le pareti. E non era neppure tempesta. E bastava a farci sentire sperduti su un guscio di noce.
Il senso di sicurezza che ci accompagna quando ci muoviamo per il mondo è pura illusione. Ci sono sono cose, in questa terra, che non sono nate per noi, e che, quando le invadiamo, ci tollerano a malapena. Una nave è sempre un guscio di noce che galleggia, un aereo un pezzo di metallo sostenuto in cielo da forze che la maggior parte della gente non conosce e non capisce. E noi, formiche che si arrampicano sulla superficie curva di questo pianeta.

“Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro.”

P.S.
Mi rendo conto che tutto questo c’entra davvero poco con una tragedia che, se la ricostruzione che si sta delineando verrà confermata, dipende praticamente esclusivamente da una serie di errori umani e leggerezze davvero difficili da giustificare. È solo che mi ha ricordato queste vecchie riflessioni che hanno sedimentato a lungo in me, e che, per chissà quale ragione, sono venute fuori appena ho visto il relitto mezzo affondato

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Merlin

Col nuovo record di quattro – dico QUATTRO – anni di ritardo, verso la fine dello scorso anno mi sono avvicinata a Merlin, la serie BBC sulle avventure dei giovani Merlino e Artù. L’ho fatto con una certa dose di scetticismo; sembrava una cosa molto nella media, nulla di particolare. Però ero un po’ orfana di roba da vedere, mi serviva qualcosa di leggero e divertente e Merlin sembrava fare al caso mio. Per altro, mi aveva già incuriosita l’anno di uscita, perché Edimburgo, che visitai proprio in quel periodo, era piena di manifesti col faccione di Colin Morgan.
Al momento sono alla visione della seconda serie, più o meno metà – visione rigorosamente in inglese, perché ogni tanto l’accento british fa veramente bene alle orecchie – e quindi direi che la fase di beta testing è conclusa e si possono tirare le somme. Intendiamoci, è un prodotto medio sotto tutti gli aspetti: nulla di eccezionale sul fronte delle interpretazioni, anche se non c’è nessuno che sia proprio cane, fatta forse eccezione per un Lancillotto decisamente monocorde, nulla nella sceneggiatura che faccia gridare al miracolo, nessun soggetto particolarmente ispirato, e soprattutto effetti speciali da serie televisiva, ossia le bestie, fatta eccezione per il drago, si vedono poco, e quel che si vede non è un granché. Però. Però, ragazzi, io mi sto appassionando. Quei 45 minuti la sera che dedico alla visione mi rilassano, mi rimettono in pace col mondo. Perché se c’è una cosa in cui Merlin eccelle è il ritmo: non ti annoi mai. Nelle puntate succedono sempre un bel po’ di cose, non ci sono momenti di stanca, gli autori sanno quando buttarla sull’ironico e quando invece fare più i seri. L’impressione generale è di un prodotto perfettamente cosciente dei propri limiti, ma anche dei propri punti di forza. Inutile attendersi le psicologie complesse di un Games of Thrones o l’irriverenza di un Misfits. Qui ci si diverte con una rivisitazione simpatica dei grandi classici dell’high fantasy. L’assenza di presuntuosità, l’impressione che gli autori sappiano sempre esattamente quel che stanno facendo e l’onestà complessiva del tutto rendono la serie straordinariamente piacevole da vedere. Voglio dire, nulla di immancabile, non è quella roba che ti fa urlare al capolavoro o genera dipendenza, ma dove sta scritto che uno abbia sempre voglia di capolavori, no?
Per altro, tutti i limiti della serie non significano che a volte non si affondi un po’ di più con le trame; ci sono state un paio di puntate della prima stagione – penso a The Beginning of the End, The Moment of Truth o To Kill the King – in cui certi temi un po’ più “pesanti” vengono affrontati in modo non banale. C’è poi una certa ambiguità di fondo che anima alcuni personaggi, e che non viene mai del tutto risolta, ma anzi indagata in modo interessante: penso a Uther, o Morgana. Anche l’immancabile triangolo che inizia a intravedersi nella seconda stagione non è poi così stantio quanto si potrebbe credere.
Insomma, ripeto, non vi dico “vedetevelo perché è imprescindibile”, ma se un domani aveste voglia di una cosa leggera da vedere in scioltezza, ve lo consiglierei di certo.

P.S.
Per favore, no spoiler nei commenti, per chi stesse seguendo la cosa in contemporanea con il Regno Unito. Ok, la storia la sappiamo tutti, ma Merlin si prende un fracco di licenze poetiche sulla versione classica del mito di Artù, e tutto sommato io non ho voglia di scoprire in anticipo come la storia prosegua.

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Il Testamento

Lo sentivo in macchina coi miei, con quella specie di stereo buffo che avevamo nella nostra uno. Era nulla di più di un paio di casse attaccate con un jack al mio walkman rosso. Ed era su cassetta che lo sentivo. Mi sembrava diverso da qualsiasi altra cosa, mi sembrava parlare di regni lontani, di mondi incantati, di re e regine. E non aveva la voce dolce e facile di tanti altri cantanti che sentivo in giro: aveva una voce profonda e cupa, e neppure potente. Ma quando lo sentivo mi affascinava. Forse le sue non erano proprio canzoni per una bambina di dieci anni, ma io le adoravo, e le adoro ancora.
Quando ero bambina, appena partiva l’attacco della Canzone di Marinella, mi veniva subito in mente mio padre, perché lui l’ha sempre amato molto. Adesso mi viene in mente tutto ciò che amo nella mia vita: i miei, certo, ma anche mio marito, col quale l’ho sentito spesso – e mi ricordo ancora la lunga discussione sul Testamento di Tito -, mia figlia, cui vorrei lasciarlo in eredità, come è stato fatto con me.
Il tempo è tiranno, e solo adesso, quasi fuori tempo massimo, trovo il tempo per queste quattro righe: un gennaio di tredici anni fa esatti, moriva Fabrizio De André. Per me, è vivo ancora oggi.

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Consigli di lettura

Oggi, come mi succede ahimè spesso, mi limito a segnalarvi qualcosa. Si tratta di una mia breve intervista per Bol: parlo un po’ del genere letterario, e del fatto che più passa il tempo meno mi raccapezzo tra le miriadi di generi e sotto generi in cui il fantastico è suddiviso – secondo me tra un po’ ogni scrittore fare un genere suo, che poi probabilmente è la classificazione più onesta da proporre al lettore – e vi do qualche consiglio di lettura, limitato al fantastico. Trovate il tutto qui. Enjoy!

Addendum
Mi avvisano or ora che c’è anche un altro pezzetto di intervista su Bol che mi ero dimenticata :P . Questa volta si parla più specificamente de Il Sogno di Talitha, e, credo per la prima volta, spiego anche la dedica, alla quale, confesso, tengo molto, anche se è orrenda come tutte le dediche. Quando si tratta delle emozioni dei personaggi, non ho mai problemi, ma quando si tratta delle mie le cose diventano enormemente più complicate. Trovate il tutto qui.

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Passaggi esistenziali

E poi, niente, ti svegli una mattina di gennaio e scopri di avere una figlia che fa i lavoretti all’asilo.

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Essere e rappresentarsi

In linea di massima, ho fiducia nella scienza. È uno dei pochi ambiti dell’esistenza nei quali i criteri di verità siano chiari ed è possibile arrivare ad una verità più o meno condivisa. Solo che ogni tanto leggo di alcuni studi, e questa mia fede razionalista vacilla. Sì, quella roba lì tipo lo studio sugli effetti H1N1 sulle donne incinte, studio statistico condotto su un campione di 34, e ripeto, 34 donne. Oppure questo sulle 15 differenze tra uomini e donne.
Mi rendo conto di compiere un errore metodologico di fondo: andrebbe letto l’articolo originale per capire bene come sia stato condotto lo studio. Ma c’è una frase indicativa:

“I maschi – spiega Del Giudice – si descrivono come più stabili emotivamente, più dominanti, più legati alle regole e meno fiduciosi, mentre le femmine si vedono come più calde emotivamente, meno sicure di sé e più sensibili”.

La frase mi induce a credere che l’analisi sia stata svolta somministrando dei questionari a della gente e chiedendo loro “ti senti più vivace o riflessivo? Ti descrivi più dominante e più sottomesso?”. Anche perché vorrei sapere come vengono valutate la vivacità, la tendenza a dominare o essere sottomessi. C’è una scala dell’emotività?
Se è come credo, e gli intervista hanno risposto a domande, scusate, ma mi sembra che non si stia valutando la psiche maschile e quella femminile, ma la rappresentazione di sé degli individui. Che, mi pare ovvio, è parente lontana di quel che davvero un individuo è. Senza scomodare Pirandello, l’immagine che abbiamo di noi stessi non è quella che gli altri hanno di noi. Io mi descrivo piuttosto fragile, ma spesso chi mi sta intorno mi vede in tutt’altro modo. Chi ha ragione? Sono un buon giudice di me stesso? Per dire, io ho un’autostima piuttosto bassa, ma sono certa che la gente, dando una scorsa al mio curriculum, in linea di massima mi descriverebbe come una persona realizzata. E quindi? E quindi niente, questo studio non dimostra affatto che uomini e donne sono diversi psicologicamente, il che magari è anche vero, per carità di dio, anche se io ci andrei cauta a fare certe generalizzazioni (ho conosciuto uomini sensibilissimi e donne con la delicatezza di scaricatori di porto). Dimostra invece che quando ci dobbiamo descrivere, aderiamo al modello dominante: secondo la vulgata le donne sono sensibili, portate alla cura, emotivamente labili? Ecco che, guarda un po’, se me lo chiedono anch’io sono tanto sensibile, portata per la cura e tanto, tanto emotiva. La sensibilità, che se si parla di donne viene considerata un pregio, ecco che manca nella descrizione degli uomini, perché nella nostra società l’uomo sensibile viene visto come scarsamente virile e debole. E, guarda, gli uomini si descrivono come stabili emotivamente e portati all’azione.
Ripeto, non voglio affermare che non ci siano differenze tra la psiche maschile e quella femminile. Ce ne saranno, ma innanzitutto non è possibile tagliare con l’accetta, e poi quante di queste differenze dipendono dal contesto sociale in cui viviamo e quante invece da intrinseche differenze biologiche? È che io guardo Irene, che ancora non è evidentemente influenzata dal contesto sociale, e non vedo in lei comportamenti che inducano a pensare “è proprio femmina”. È una bambina, e fa le cose che fanno tutti i bambini, maschi o femmine che siano.
Mi rendo conto che mi sto muovendo sulle uova, perché non sono né sociologa né psicologa, però il metodo scientifico un po’ lo pratico, e, non lo so, forse semplicemente la scienza per come la conosco io non si applica a queste discipline. Ma allora perché fare studi di questo genere?
Tra l’altro, prima di sparare ad alzo zero che le donne sono portate per la cura, l’argomento principe di chi poi attacca la pippa delle donne che devono essere madri e fare le casalinghe perché “è questa la loro natura”, io penserei bene alla validità dello studio che sto facendo, alle variabili che posso aver trascurato. Ma forse sono io che la faccio semplice.

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