Archivi del mese: febbraio 2012

OOPart, la croce di Cristo, e, dulcis in fundo, i templari

Ieri sera, mentre stiravo, mi sono vista Voyager. In genere quando stiro vedo roba che altrimenti non vedrei; è che ho bisogno di qualcosa di leggero, che non richieda troppo impegno, e che per qualche ragione mi possa risultare divertente. Supponevo Voyager rispondesse ai requisiti, premesso che lo conoscevo più che altro per i commenti che se ne fanno e per queste splendide vignette.
Ora, devo dire che leggero è leggero, e divertente pure. Temo però si tratti di comicità involontaria.
La trasmissione si apre con un lungo pezzo sulla croce di Cristo e le leggende che la circondano. Il che, per carità, è pure interessante. Peccato poi si passi al tema reliquie. E, come sa chiunque s’è letto Il Nome della Rosa e conosce il teschio di San Giovanni all’età di dodici anni, se si mettono insieme tutti i pezzi di croce disseminati in giro per il mondo viene fuori una foresta secolare. A onor del vero, Voyager lo dice, salvo poi attaccarsi ad una reliquia a suo dire straordinaria, unica, e misteriosa: il titolo della croce che è custodito qua a Roma, in Santa Croce in Gerusalemme.
Ora, a casa mia un reperto del genere ricade sotto l’interesse dell’archeologia, specie se voglio determinare se sia autentico o no, e dunque mi attenderei che a parlarne fosse un archeologo. Invece no, ne parla un teologo. Per venti minuti di analisi dettagliata del verso delle scritte, delle lettere e via così, quando a me, francamente, interessava una sola cosa: il carbonio 14 che dice? A quanto si data il reperto? E invece niente, venti minuti di musica di tensione e teologa che fa il pelo e il contropelo ad ogni singola lettera dell’iscrizione. “È scritto da destra verso sinistra, all’ebrea, pure la parte in latino! Ma allora è vera, e non un falso medievale! Perché un falsario medievale avrebbe dovuto metterci un errore così marchiano?” (eeeehhh?!). Vabbeh, dopo questi venti minuti, finalmente qualcuno si degna di dire, a bassa voce come gli effetti collaterali della Magica Trippy di Cortellesiana memoria, che il carbonio 14 ha datato il titolo tipo al 1000. Cioè 1000 anni dopo la crocifissione. Cioè, a casa mia, è un falso. Ma la teologa, imperterrita, di dice che l’iscrizione è una copia di quella vera. E quindi a noi?
Ma fin qui, direi niente di eclatante. Perché il pezzo forte viene dopo: gli OOPArt! Roba di cui avevo sentito parlare quando seguivo Spriggan (bel fumetto, ve lo consiglio) e che è un ottimo spunto per un bel libro di fantascienza, un po’ meno per un documentario. Mi attendo grandi cose. E infatti…”Uno in america dice di aver trovato impronte di essere umano fossilizzate accanto a quelle di dinosauro!” Chi? Dove? Quando? Si possono vedere? “No, ma comunque pare una cazzata”. Ah, ecco, mi sembrava.
“C’è una foto che ritrae soldati della Guerra di Secessione col cadavere di uno pterodattilo!”. Ah, figo. Oddio, ci vogliono palate di fantasia per riconoscere in quella roba sfocata uno pterodattilo, comunque…”Ma forse anche questo è un fotomontaggio”. Ah. È previsto un’OOPart che non sia una bufala in questa puntata sugli OOPart?
Ma arriva il pezzo forte. C’è un posto in Perù o in Cile – errore mio, mi sono persa l’esatta locazione di questo luogo – in cui si trovano delle statue risalenti a mille mila miliardi di anni fa! Prima di qualsiasi precedente testimonianza di civiltà!
Ok, fammi vedere.
Cominciamo male, perché il pezzo si apre con uno scrittore che delira sull’inizio della civiltà che andrebbe fatto risalire a molte migliaia di anni prima di quello indicato dalla “storia ufficiale” (poi qualcuno mi definisce la “scienza ufficiale”, perché io ancora non ho capito cosa sia, per quanto sospetti sia quella che fa un uso rigoroso del metodo scientifico). Ora, non che ci sia nulla di male in uno scrittore che parla di storia, ma se stiamo parlando di rivoluzionare le nostre conoscenze di archeologia, mi aspetterei che a parlare sia un archeologo, un paleontologo, al limite al limite un antropologo. Non uno scrittore. A meno che non sia uno scrittore come me, con la laurea scientifica, ma allora non capisco perché non mettercelo scritto. Sospetto invece che il problema sia che fa fatica prendersi una laurea in archeologia, quindi è molto più divertente sparare un po’ di cazzate a vanvera dopo aver letto un paio di articoli a riguardo sul web.
Comunque. Finalmente si va in questo posto dove la misteriosa civiltà avrebbe lasciato queste inequivocabili statue. Il posto sta a 4000 m d’altezza. E già questo mi fa sorgere dei dubbi, perché a quell’altezza lì, a meno di non esserci nati, si vaneggia. Comunque. Le telecamere finalmente indugiano su queste famose sculture. E a questo punto si affonda veramente nel ridicolo. La telecamera inquadra quelle che sono evidentemente formazioni naturali. “E questo è evidentemente il profilo di una donna africana”. Inquadratura su un gruppo di rocce informi. Sovrapposizione alle stesse di una serie di linee nere che, con tantissima fantasia, descrivono quello che una persona sotto l’effetto di peyote può descrivere come qualcosa con una vaga somiglianza con un profilo umano. “Qui un gruppo di foche”. Immagine di altre pietre, e altre linee che disperatamente cercano di disegnare qualcosa che assomigli a mammiferi di qualche genere. E via così per una decina di inquadrature di rocce, banali, semplici rocce.
“Qualcuno dice che forse siamo solo noi che immaginiamo di vederci dentro delle figure scolpite”.
Eh, mi sa che questo qualcuno sa il significato della parola pareidolia, che a te invece è evidentemente sconosciuto.
“Ma qui siamo di fronte a decine di figure, non può essere un caso”.
Beh, anch’io quando guardo il cielo nelle nuvole vedo decine di figure dotate di senso: le avranno scolpite gli alieni?
E poi, scusa, se il giochino è “roccia che somiglia a qualcosa”, non occorre andare in Cile/Perù, basta che vai in Sardegna, lì è veramente pieno. Una l’ho vista anch’io. Saranno stati gli Atlantidei?
“E poi, comunque, queste sono sculture antichissime, è ovvio che siano tutte storte, gli agenti atmosferici le hanno levigate”.
Sì, certo. Rumore di unghie sugli specchi.
Chiusa finale dello scrittore di prima che dice che anche se tutti ritengono che è un pazzo, se nessuno gli vuole credere, lui continua a pensare che tipo tre milioni di anni fa c’era una civiltà evoluta sulla terra. Bella pe’ te, come si direbbe a Roma.
Ora, io guardo queste cose e mi diverto. Mi diverto perché so fare una ricerca su internet e smontare in dieci minuti netti i “misteri misteriosi” di Voyager. Mi diverto perché conosco il metodo scientifico, e capisco che qui proprio manca del tutto. Per gente come me, Voyager è un piacevole passatempo. Ma tutti gli altri?
Può sembrare un passatempo senza conseguenze anche per loro, ma non lo è, perché chi crede a questa roba poi crede anche di potersi curare il cancro e il diabete con l’omeopatia. E queste sono cose che fanno morti.
Tra l’altro, ho trovato fastidioso il generale atteggiamento paraculo della trasmissione, che non prende mai una chiara posizione, nonostante la verità scientifica sia stata accertata nel 99.9% dei casi (e lo si scopre semplicemente andando su Wikipedia). No, si sorvola sulle prove scientifiche che smontano il mistero, ma al tempo stesso non si dice “è vero che gli uomini hanno vissuto al fianco dei dinosauri”. Si butta tutto sul piano dubitativo, in maniera tale che nessuno possa tacciare Voyager di sostenere tesi francamente irricevibili.
Insomma, in un mondo in cui la cultura scientifica fosse capillarmente diffusa, Voyager potrebbe essere un guilty pleasure da nerd e potremmo passare le serate a farne il debunking. Per dire, io poi mi sono anche divertita a cercare informazioni sui vari “misteri”. Ma in una società come la nostra in cui la scienza ha sempre meno credito presso il grosso pubblico e tutti pensano di essere esperti di tutto, Voyager mi sembra veramente scherzare col fuoco.

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Triplo e mezzo in avanti carpiato coefficiente di difficoltà 3.1

Irene ha ancora il pannolino. Abbiamo fatto un timido tentativo di toglierglielo l’estate scorsa, ma era presto, poi siamo andati al mare e tutto è diventato troppo complicato, per cui…nulla, ha ancora il pannolino. Facciamo quindi ancora uso del fasciatoio, che sta nella sua stanza, vicino al letto. Lo trovo molto comodo, sopra c’è tutto quello che serve per il cambio e non mi viene il mal di schiena quando la pulisco. Il problema è che ha delle vaschette, comodissime per metterci dentro la roba, ma che attirano la curiosità della pupa, e vicino c’è pure il comò, sul quale poggiamo un po’ qualsiasi cosa.
L’altra sera la stavo cambiando. Lei inizia a indicarmi qualcosa borbottando in italo-giapponese (giuro, ogni tanto parla giapponese).
«Dopo Irene, adesso dobbiamo pulire il culetto».
«Noooo…adetto! Ci potta…» e indica.
Io non capisco chiaramente cosa voglia, ma siccome si agita come un’anguilla, e sul comò che indica non c’è niente di mortale – tipo le famigerate compresse di calcio di due settimane fa – mi giro per prenderle qualcosa. Sul comò ci sono un tubetto di crema, una chiave e “u cacao”, ossia il burro di cacao, amatissimo dalla prole. Andrò per tentativi. Mi giro, faccio per acchiappare il tubetto di crema quando con la coda dell’occhio colgo l’irreparabile. La prole s’è girata sulla pancia, mano protesa verso il comò all’urlo di “ci pottaaaaaaa!” e testa fatalmente sporta all’infuori, sul vuoto. Siccome sono un astrofisico, e ho dimestichezza con la forza di gravità, so come andrà a finire. E infatti Irene rotola di fuori, precipitando verso il pavimento. In un miliardesimo di secondo ho una visione: botto, urla, corsa all’ospedale. Nel miliardesimo di secondo successivo ho il tempo di urlare, zompare dal comò verso il fasciatoio, protendermi in gesto plastico verso la prole, agguantarla prima per una gamba, poi per una mano e bloccarla a mezz’aria, a tipo due centimetri dal pavimento. Nello stesso miliardesimo di secondo, il padre è zompato giù dal divano, ha cercato di rompersi l’osso del collo correndo nella cameretta e alla fine è apparso sull’uscio, giusto in tempo per cogliere Irene appesa alle mie braccia tipo salame, mentre con l’altra mano si regge ad una delle gambe del fasciatoio. Ovviamente, urla disperata.
Il tempo di riprendermi dallo spaghetto, e consolare la prole dicendole: «No no, non è successo niente, certo se stavi a sentire mamma e non cercavi di buttarti di sotto saremmo stati tutti meglio, per cui magari la prossima volta evita», e guardo Giuliano.
«Manco nel rugby gli riescono prese del genere…».
Incredibile il numero di cose che impari facendo il genitore. Tra queste, da oggi annovero anche il placcaggio a volo.

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Neutrini non più così veloci

E così sembra che i neutrini non vadano poi così veloci. La notizia, invece, s’è diffusa a velocità lampo ieri sera. Io l’ho scoperta di ritorno da una cena di lavoro, dove per lavoro intendo il mio secondo lavoro, l’astrofisico.
Devo dire la verità, io ci avevo sperato, e immagino ve lo ricordiate. Mi sono sempre chiesta come si è sentita la gente quando è stata presentata la teoria della relatività generale, come si è posta nei confronti del dualismo onda-particella, quando insomma la scienza ha preso una curva un po’ brusca. Questa dei neutrini superluminali sembrava perfetta, e vi vado a spiegare perché. Ora, il quadro della nostra comprensione della natura è lacunoso, nonostante possa sembrare il contrario al profano. Voglio dire, ok, abbiamo capito molte cose, ma ce ne sono tantissime altre che ancora non siamo in grado di spiegare o di inserire negli attuali quadri teorici. Ma si tratta di cose che al non addetto ai lavori non interessano particolarmente. Alcune cose – teorie delle stringhe, ad esempio – sono al di là anche delle mie conoscenze. Per dire, quando spiego che col mio lavoro di dottorato il mio gruppo ha trovato un valore per l’abbondanza (con abbondanza intendo proprio “quanto ce n’è”) dell’elio primordiale (ossia quello prodotto quando il nostro universo si è formato, col Big Bang) diverso da quello comunemente accettato, la gente mi guarda con quella faccia lì che dice chiaramente “e a noi?”. A volte me lo dicono direttamente, e io fatico non poco a spiegare che è una cosa interessante, che ha implicazioni sulla nostra comprensione di come si è formato l’universo.
Invece i neutrini erano una cosa semplice e accessibile alla comprensione di tutti. Dai tempi di Einstein ormai è assodato che nulla viaggia più veloce della luce, è roba che più o meno tutti sanno. Se ti vengo a dire che qualcosa non rispetta quest’assunto, tutti saltano sulla sedia, anche quello che la scienza non sa neppure dove sta di casa – e purtroppo ce ne sono molti… -. Poi, ok, forse non potrai apprezzare esattamente perché questo contraddica la relatività, o perché la velocità della luce è un limite invalicabile, ma a grandi linee capisci.
E invece no. Pare ci fosse un errore. Anzi due. Uno che tenderebbe a far sovrastimare la velocità dei neutrini, uno che la farebbe sottostimare. Forse i due effetti si annullano, ma più probabilmente no. Risposta finale: dobbiamo fare altre misurazioni.
È presto per tirare le somme su tutta questa storia, ma il dubbio che l’annuncio della presunta scoperta sia stato dato un po’ frettolosamente viene. Insomma, in tre anni di esperimenti non sei riuscito a trovare quello che poi ha scoperto in cinque mesi. Anch’io faccio molti errori stupidi, ma in genere me li fanno notare gli altri, se io non li vedo, oppure mi balzano agli occhi quando stacco per un po’ dal lavoro e lo riprendo in mano dopo qualche tempo. Comunque, non conosco i dettagli e non sta a me giudicare il lavoro altrui.
Di tutto il bailamme di questi mesi, al momento ci resta di sicuro una cosa importante: il pubblico ha avuto modo di vedere e sperimentare in diretta il funzionamento del metodo scientifico. Ha visto il processo magari tortuoso, ma sempre rigoroso, attraverso il quale la scienza raggiunge la sua verità, ha assistito a qualcosa che in genere avviene nel chiuso dei laboratori. E di questo la nostra società, sempre più prona alle pseudoscienze e ad una certa irrazionalità di fondo, aveva un gran bisogno. Il resto, chi vivrà vedrà. Io, confesso, un pochino sono delusa.

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In memoriam (di Kurt, dell’adolescenza, di noi)

Arrivo in ritardo di una vita, e probabilmente “è stato già detto tutto” (SuperMax cit.), ma quando si parla dei Nirvana è come se mi si accendesse qualcosa dentro. L’adolescenza per me è stato un momento unico; non il più felice, ma forse quello da cui tutto è iniziato, nel bene e nel male, e che dunque ricordo con straordinario affetto. E i Nirvana ne furono una parte importante.
Dunque, ieri Kurt Cobain avrebbe compiuto 45 anni. Invece è morto a 27, andando ad arricchire la vasta schiera di quelli che non sono sopravvissuti alla fatale combinazione giovinezza e successo. Non ricordo chi diceva che è difficile sopravvivere alla gioventù, e forse è vero. Ma è difficile anche fare i conti con la popolarità, con l’essere fatalmente amato e odiato non per quello che si è realmente, ma per come la gente ti vede, essere sempre sotto i riflettori, dover gestire un alter ego ingombrante che gli altri ti cuciono addosso.
Quando ho scoperto i Nirvana, Kurt era già morto da un po’. Il ragazzo che mi piaceva all’epoca, quello che potremmo definire il mio primo amore, anche se puramente platonico, speso indossava una loro maglietta. Me la ricordo come fosse ieri, nera a maniche lunghe. E quindi niente, mi domandai chi fossero. In realtà ne avevo sentito parlare all’epoca del tentativo di suicidio di Kurt qui a Roma, ma non ne sapevo veramente niente. Sentii Nevermind è fu una specie di folgorazione sulla via di Damasco. È un disco che mi emoziona ancora oggi, perché lo trovo così tremendamente sincero, così disperatamente spietato nel rappresentare quel caos informe che è l’adolescenza…Preferisco probabilmente In Utero, ma ho davvero consumato la cassetta di Nevermind. Mi piaceva soprattutto ascoltarlo mentre facevo il bagno, e sognavo di dissolvermi nei vapori dell’acqua caldissima. Le piastrelle marroni del brutto bagno di casa mia di allora, lo stereo mezzo scassato, lo scaldabagno che mi incombeva sulla testa, tutti ricordi vividissimi nella mia testa. I Nirvana riassumevano ciò che ero, ciò che volevo essere, ciò che sentivo. Forse non mi è mai più successo. Ho amato moltissima altra musica, dopo di allora, ma quella dei Nirvana è intrecciata indelebilmente a quegli anni lì, al ginnasio, quando scoprivo l’amore e la libertà, quando iniziavo davvero ad essere la persona che sono oggi.
Kurt non era il più bravo: aveva una voce che mi faceva impazzire, ma non straordinaria, non era un gran virtuoso della chitarra, ed aveva un bel viso pulito da ragazzo timido, ma era uno come tanti. Però sapeva parlare di me, di noi, ci ha fotografati in un momento irripetibile delle nostre vite, spiegandoci a noi stessi. Grazie Kurt, è un vero, enorme peccato che tu non ce l’abbia fatta.

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Ci ho messo un po’, ma adesso ce l’ho anch’io

E voi che aspettate? :)

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Immancabilmente, Sanremo

Da bambina vedevo il Festival di Sanremo. Innanzitutto, a volte mia madre in quel periodo faceva delle clamorose nocciole caramellate che nel mio ricordo sono indissolubilmente legate all’evento, e poi ai miei tempi la televisione aveva tutto un altro significato rispetto ad ora. Guardare la tv la sera significava condividere un rito familiare, star lì sul divano, magari accucciata sulla pancia del papà, e semplicemente stare insieme e commentare. La tv non era ancora quella roba assolutamente inguadrabile che è oggi; ok, non era esattamente intrattenimento culturale, ma c’era ancora roba dignitosa in giro, a volte francamente bella. Ci ho visto il teatro in tv, per dire.
Ho smesso di guardare Sanremo verso i venti o giù di lì. Innanzitutto, di quella musica lì non mi fregava più veramente nulla, essendo rappresentativa solo di se stessa. Voglio dire, qual è il legame tra la musica italiana e Sanremo? Ci sono artisti che sembra vengano scongelati per l’occasione, il resto dell’anno non sai neppure dove si vadano a nascondere. Ci sono le eccezioni (non fosse stato per Saremo non avrei mai conosciuto l’amato Cristicchi) ma in linea di massima il panorama è piuttosto desolante. Per un paio di anni ho continuato la visione grazie a Mai Dire Sanremo. Era davvero piacevole togliere l’audio al televisore e sentire solo la Gialappa’s, di cui sono fervente fan. Poi ho smesso anche di far quello, visto che tra l’altro Mai Dire Sanremo non esiste più, e adesso al massimo leggo le dirette di Assante e Castaldo prima di impegnare la serata in una partita a Munchkin o guardando una puntata dei miei telefilm preferiti.
Ieri, di ritorno da una fantastica cena in uno splendido ristorante africano, apro Twitter per vedere un po’ che succede e vengo inondata da tweed riguardanti il festival. Se lo stavano guardando tutti, anche e soprattutto gli insospettabili, quelli che in genere una cosa così non la guarderebbero neppure con la pistola puntata alla tempia. E tutti ne parlavano male. Ovviamente. Ora, è un gioco che capisco. Anch’io mi guardo, che so, The Core solo per il gusto perverso di scovare il maggior numero possibile di stronzate di fisica, chimica ingegneria e logica che ci sono dentro. Ma questo rito collettivo di distruzione di Sanremo, così radicato da essere perpetrato anche sui giornali (su Repubblica è impossibile trovare un commento alla diretta che non sia ironico, graffiante o cinico) mi lascia perplessa. Mi fa venire in mente un altro sport nazionale: fruire di prodotti culturali che sappiamo già a priori non ci piaceranno solo per il gusto di parlarne male. In rete è pieno di siti che campano di questo: demolizione di film, dischi e libri. Ripeto, è divertente da leggere e da scrivere, e garantisce un sacco di seguito. Ma non è un giochino un po’ sterile, e, sotto sotto, anche dannoso? Voglio dire, Sanremo vi sembra il trionfo del kitsch nazionalpopolare, e, per carità, sarei anche d’accordo. Ma intanto ve lo vedete, in massa, giustificandone così l’esistenza. Rendiamoci conto che durante la settimana di Sanremo sulla tv generalista la controprogrammazione praticamente non esiste. Sanremo è un punto fermo del palinsesto annuale, nessuno ci spreca contro un programma. Se magari qualcuno cambiasse canale, invece di criticare – giustamente, perché non lo reggo manco io – Celentano non dico avremmo una tv migliore, ma avremmo portato avanti un discorso un filo più costruttivo.
Comunque. Anch’io tutto sommato predico bene e razzolo male, visto che, pur senza averne visto manco mezzo minuto, saprei descrivervi in dettaglio la prima puntata di Sanremo, avendone letto in giro. In ogni caso, il mio programma di stasera prevede se possibile Munchkin, navigazione web senza scopo alcuno, e una puntata di Merlin. E amen a Sanremo.

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Capelli bianchi e bianca neve

Ieri avrei voluto spendere qualche parola su Whitney Houston. Non ero esattamente una sua fan, ma a tredici anni ero innamorata – sì, proprio innamorata – di Kevin Costner, e conoscevo più o meno a memoria Guardia del Corpo, tipo il mio film preferito dell’epoca (adesso non riesco neppure a guardarlo per intero, come si cambia…). I Will Always Love You era una specie di inno, per me, mi ero anche fatta tradurre il testo dal babbo, perché io all’epoca studiavo solo francese. Comunque, i miei progetti di post si sono infranti sulla boccetta di integratore contro l’osteoporosi che mia figlia mi ha riportato, vuota, mentre stavo sorseggiando il caffè. Io e mia madre ce l’eravamo dimenticata per due minuti netti su un tavolo, e vuoi che Irene non la prendeva e si mangiava una pastiglia? No, ovviamente. Corsa in ospedale, flebo, tentativo fallito di somministrazione di carbone attivo – sembravamo tutti usciti da Mary Poppins, alla fine – sei ore in osservazione in pronto soccorso, e infine, alle 20.00, dimissione col responso che probabilmente no, Irene non si era mangiata la pastiglia, per fortuna sta bene, giusto tenetela in osservazione domani. Che sarebbe oggi. Quindi, nulla, io sono ancora un po’ stravolta, di parlare di Whitney Houston m’è passata la voglia, ma appena mi sono affacciata dalla finestra ho visto che c’è ancora un po’ di neve. Non tanta. Un po’. E allora, niente, vi lascio col mio ricordo di questi dieci, inediti giorni di vero inverno a Roma. So che al 90% sono foto orrende, ma tutto sommato esprimono quel sentimento di pura meraviglia che questa neve mi aveva gettato addosso, e mi andava di condividere con voi. Sperando che il prossimo inverno sia come questo.

Neve a Roma

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L’arrivo di Godzilla

Domani e sabato le scuole e gli uffici resteranno chiusi. Il prefetto ha ordinato la chiusura degli uffici giudiziari a partire dalle 14.00. Polverini dice che ci attende un fine settimana terribile. Dappertutto, non si parla d’altro: ci vediamo sabato? Non so, bisogna vedere. Non se lunedì si lavora. Da domani pomeriggio meglio stare a casa. L’impressione generale è quella di una città in attesa di una catastrofe. Tutti pronti al peggio, tutti rassegnati a chiudersi dentro casa. Come se stesse arrivando Godzilla.
E invece sono previsti 30 cm di neve. Che, per carità, per Roma non sono pochi, ma è esattamente la neve caduta lo scorso week end. E, ok, la settimana scorsa era la prima volta, ma adesso abbiamo avuto una settimana per fare il punto della situazione, per prepararci e correggere quel che non ha funzionato l’ultima volta. Dobbiamo ancora star qui a guardare con ansia il cielo? Dobbiamo di nuovo chiuderci dentro casa?
Non chiedo molto. Mi piacerebbe solo di vivere, per una volta, in un paese, in una città normali.

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Disco Irene

Quest’inverno si sta rivelando particolarmente difficile da gestire, in casa nostra. Irene è al suo primo anno di asilo, il che significa che sta prendendo praticamente tutte le malattie che circolano in questo periodo. Considerando che, a quanto pare, un bimbo malato è una specie di infallibile arma batteriologica, tutte le malattie che prende lei poi le prendiamo anche noi, tipicamente in forma aggravata. Il risultato è che da ottobre circa è un unico carosello: o sta male Irene, o sta male Giuliano, o sto male io. Non mi riesce di ricordare neppure una settimana in cui stessimo tutti bene. Per dire, adesso sono tormentata da una tosse orrenda che mi toglie ogni notte almeno due ore di sonno.
Ora, da quando le malattie del sistema respiratorio sono diventate nostre inseparabili compagne, abbiamo un amico che non ci lascia mai: il vaporizzatore. Per chi non sia mai stata incinta e non abbia mai avuto a che fare con bambini piccoli, il vaporizzatore è una specie di bollitore del thé incredibilmente rumoroso che sputa fuori vapore. Serve ad umidificare l’aria, il che, per motivi medici che mi sfuggono, dovrebbe essere in grado di aiutarti a combattere le infezioni delle alte vie respiratorie. Io lo odio. Fa casino, emette questa orrenda luce verde e si scassa con una rapidità angosciante. Credo sia il calcare dell’acqua di Roma. Gli ottura i tubi e inizia a gemere, a cacciare fuori poco vapore, fino alla morte. Che in genere è salutata da me con sollievo, nella speranza che ce ne siamo finalmente liberati. Speranza vana, perché il pediatra ci ha esplicitamente detto che lo dobbiamo usare sempre.
L’ultimo ha iniziato a dare segni di cedimento un paio di mesi fa, ma solo questa settimana abbiamo deciso di mandarlo in pensione. Così, ieri Giuliano rientra a casa contento con una busta di una nota marca di roba per bambini. Apro il bustone e dentro c’è l’ultimo ritrovato della tecnica: piccolo, di un rassicurante azzurrino, c’è un vaporizzatore a freddo. Ne ho sognato nelle lunghe notti passate a sentire quello classico che borbottava nella stanza accanto. È un vaporizzatore che non fa bollire l’acqua, quindi non la scalda, ma produce vapore tramite gli ultrasuoni. Se l’acqua non bolle, l’aggeggio non fa rumore. Il che significa ritorno a quelle belle notti silenziose che tanto mi mancano. Ho guardato lo scatolotto già innamorata.
L’abbiamo provato subito, ma guarda quanto bel vapore, e senti com’è silenzioso, e che bella lucina azzurrina che fa il led!
Insomma, ci piaceva. Arriva l’ora della nanna. Prendo Irene, facciamo tutto il rito del mettersi a letto – lava i denti, stura il nasino, medicina per la tosse, goccine nel naso, di’ buona notte ai quadri – quindi accendo il vaporizzatore e spengo la luce, pronta a cantare le consuete canzoncine della buona notte. E d’improvviso mi viene da cantare Bad Romance al posto della solita London Bridge is Falling Down. Perché la dolce e rassicurante lucina azzurra del led, a luci spente, diventa una specie di faro da discoteca psichedelico. Le sbarre del lettino producono ombre fantastiche sui muri, per altro la luce è diretta esattamente sul cuscino di Irene. Metteteci poi il vapore che scivola sul pavimento. Sembrava di stare ad un concerto di Lady Gaga. Irene si fa prendere dall’atmosfera, mi guarda perplessa e poi comincia a sgambettare allegra.
Strenuamente ho seguito la mia politica “canzoncine della buonanotte” ignorando l’atmosfera discotecara, e, quando ho messo giù Irene, ho sacrificato Biancaneve: ho preso la bambola e l’ho piazzata esattamente davanti la lucina led. Effetto concerto annullato.
Per il resto, nottata tranquilla, è davvero un attrezzo silenzioso. Però, io mi domando, se deve finire nella stanza di un bambino, perché accludere il faro azzurrino?

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In difesa della mia città

Se mi avessero detto che un giorno avrei scritto un post del genere, probabilmente non ci avrei creduto. Che poi è anche quello che ho detto sabato mattina, quando sono uscita di casa e la mia via era uniformemente coperta da 15 cm di neve. Se me lo avessero detto, non ci avrei mai creduto. Ecco, la neve qui è una specie di miracolo – o una maledizione – e ha conseguenze eccezionali. È che ho letto in giro accuse varie, osservazioni fuori dalla grazia di dio e cose in generale cui vale la pena rispondere. Per cui lo faccio. Sapete che non provo un grande attaccamento per questa città in cui non solo sono nata, ma in cui ho anche sempre vissuto, e non ho alcuna stima per la giunta che la governa ora. Però è pur vero che per una volta tanto mi sembra che ci siano state mosse accuse un po’ ingiuste.

10 cm di neve non sono un’emergenza, io a Vattelappesca sono sotto due metri di neve ma nessuno si spreca in articoli su di me
Beh, nel complesso sarei anche d’accordo, ma le emergenze vanno commisurate sulla normalità. Mi sembra ovvio che 10 cm di neve a Milano non sono niente. Io ho vissuto tre mesi a Monaco di Baviera, e ha nevicato praticamente sempre, e non c’è stata una volta che la città si sia bloccata o i cittadini abbiano risentito delle avverse condizioni meteo. Ma a Roma l’inverno in genere non esiste: abbiamo sei mesi di straziante autunno, con qualche giorno a cavallo di gennaio e febbraio in cui la temperatura si degna di scendere intorno allo 0. Sì, quasi tutti gli anni finge di nevicare, ma non attacca praticamente mai. La neve è un fenomeno estremamente raro a Roma. È quindi ovvio che 10 cm di neve, che per di più rimangono nelle strade per due, tre giorni – mentre parlo qui fuori la situazione è praticamente identica a sabato mattina – siano un evento eccezionale che mette alla prova i meccanismi della città. È anche più o meno comprensibile che la città risponda in modo farraginoso all’emergenza: non credo esistano spazzaneve, e le catene per il romano medio sono quell’oggetto lì che usi per andare a sciare a Ovindoli.

Ma quindi ha ragione Alemanno?
Calma. No, non ha ragione Alemanno. Per due ordini di motivi: innanzitutto, per sapere cosa stava per succedere bastava farsi un giro sui siti meteo. Non servivano i bollettini della Protezione Civile, non servivano quelli dell’Aeronautica, lo sapevamo tutti che avrebbe nevicato, e molto. Che poi non ci credessimo davvero, è un altro paio di maniche: tu, in quanto sindaco, sei pagato per credere all’incredibile, o almeno prepararti ad affrontarlo.
Secondo poi, posso accettare che nelle prime ore dell’emergenza le cose vadano a catafascio. Sono trent’anni che non vedi la neve, posso capire che ci voglia un po’ per carburare. Non posso invece accettare che dopo 48 ore dalla nevicata l’unico sale che abbia visto l’abbiano gettato quelli del centro commerciale qui sotto per permettere l’accesso ai clienti. Degli spazzaneve manco l’ombra, idem per le squadre per spalare la neve. Oggi le vie del quartiere sono percorribili dalle macchine, ma solo perché la natura ha fatto il suo corso: sabato pomeriggio un po’ di neve s’è sciolta, ieri è stato molto secco, le macchine hanno continuato a passare e voilà, le vie ora sono non dico sgombre, ma quanto meno praticabili.

Ok, ma se il comune non fa niente, allora datevi da fare voi
A parte che nessuno ha sotto mano una pala, perché in ventisei anni non ce n’è mai servita una, anche andare ai punti di raccolta per prenderne una non è banale: come ci arrivo, se il municipio dista 10 km da casa mia, e quei 10 km sono strade a scorrimento veloce che non sono state battute? Ma mettiamo anche che abbia la mia pala: di sicuro posso spalare il marciapiede sotto casa mia, con tanta buona volontà forse anche i 300 m della mia via, ma poi? Fino a ieri l’autostrada che mi porta alla civiltà – per la cronaca l’A24, che è l’arteria che più efficacemente, traffico permettendo, ci connette a Roma – era chiusa. E per lunghe ore sono state chiuse una decina di uscite del Raccordo. Lì come ci vado a spalare? E senza sale, se anche ho spalato, quando scende la notte e gela come faccio a non rendere vana la mia fatica?
Roma ha un territorio sterminato, tanto è vero che da me venerdì nevicava, al lavoro da mio padre, 30 km più a sud, no. È resa percorribile da numerose vie che sono praticamente autostrade, vedi il Raccordo, la Tangenziale, alcuni tratti delle Consolari. Sono queste le vene che permettono la mobilità. Se sono intasate quelle, non c’è niente che il singolo possa fare.

Va bene, ma vi siete comunque lamentati per due fiocchi di neve!
Avrei voluto foste con me al parco del quartiere, sabato mattina. Sembrava di vivere in una dimensione parallela. Tutto il quartiere era lì, l’unico suono che si sentiva era quello delle risate dei bambini, e degli adulti, gente che non avevo mai visto mi sorrideva e mi salutava. Per un romano la neve è questo. E considerate anche che un romano è uno che in condizioni normali ci mette anche tre ore per andare e tornare dal lavoro, ogni giorno, che aspetta i mezzi pubblici per tempi biblici, la nostra sopportazione è piuttosto alta. E infatti la gente che si è lamentata aveva le sue buone ragioni: si tratta di chi ci ha messo 8 ore per fare 8 km. Chi ha dovuto farsela a piedi quando i mezzi, dichiarata l’emergenza, hanno fatto scendere tutti e se ne sono tornati al deposito. Chi è rimasto intrappolato sul Raccordo per ore, e per disperazione se l’è fatta a piedi, e parliamo di un’autostrada a tre corsie per senso di marcia più corsia d’emergenza. Questa è la gente che si è lamentata, e a ragione. Viviamo in una comunità, paghiamo le tasse, ci aspetteremmo dei servizi. Che non ci sono. Tutti gli altri, erano fuori sabato mattina a godersi la giornata. Poi, il resto, è tutto vero: c’è gente che è morta, paesi isolati, situazioni ben più drammatiche di quella di Roma. Ma i media ne parlano perché fa notizia la città eterna imbiancata, perché le polemiche sono il pane quotidiano dei giornali, e comunque io ho letto anche tantissimo su i posti in emergenza vera.
Per il resto, qui siamo contenti: dell’inverno vero, della città imbiancata, di essere tornati tutti un po’ bambini. E, lo devo confessare, se fossi sicura che non ci sarebbero altri casini, vorrei continuasse a nevicare così fino a primavera.

P.S.
Vi segnalo una cosa che avevo colpevolmente dimenticato: un po’ di materiale sulla nuova serie a fumetti ambientata nel mondo delle Cronache, completa di intervista a me e agli autori.
Seconda serie fumetti

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