Archivi del mese: aprile 2012

Grazie per avermi permesso di pagare

Succede che cambiando casa tu non sia stata diciamo prontissima a domiciliare tutte le bollette. Succede che con l’AMA, ossia l’immondizia, tu abbia avuto un po’ di problemi, tra dati catastali che non ti tornavano e procedure oscure d’iscrizione. La conseguenza è che all’AMA risulta tu non abbia pagato delle bollette vecchie di due anni. Non c’è problema. Sei una persona onesta, le vuoi pagare, per cui ti armi di santa pazienza e un lunedì mattina vai in banca. Sì, in banca, perché vuoi verificare per bene le domiciliazioni.
Dopo una breve attesa, è il tuo turno. Ok, le domiciliazioni sono a posto.
Tu: “Va bene, allora vorrei pagare le bollette inevase”
Impiegato: “Uhm…mi sa che noi non lo facciamo…aspetta, vado a chiedere”.
Dopo una breve attesa, l’impiegato torna: “No, non le puoi pagare qui, devi andare alla Posta”.
Non c’è problema, tutto sommato l’avevi anche messo in conto. Vai alla posta. Siccome è un giorno tipo di ponte, non c’è molta fila. Arrivi quindi subito allo sportello.
Tu: “Salve, devo pagare delle bollette arretrate dell’AMA”.
Scorri il falcdone galattico di fogli che l’AMA ti ha inviato insieme al sollecito finché non trovi una cosa vagamente somigliante a qualcosa atta a pagare. L’impiegato guarda il foglio e te lo rigira.
Impiegato: “Questo non è un bollettino, è un foglio qualsiasi”
Tu, perplessa: “Non va bene?”
Impiegato: “No, ci vuole un bollettino con su l’importo della bolletta e soprattutto il conto corrente su cui versare i soldi”.
Tu: “Ah. E qui non c’è scritto niente di tutto ciò?”.
L’impiegato, impietosito, scorre i faldoni.
Impiegato: “No. Le conviene chiamare il numero clienti e chiedere a loro”.
Te ne vai mogia. Non hai ben capito. L’AMA vuole da te dei soldi, e vabbeh. Ma non ti dice come farglieli avere, né ti dà un bollettino per pagarli. Nel foglio in cui ti viene spiegato che sei indietro nei pagamenti c’è scritto chiaro: “Per bollette non domiciliate, usare il bollettino allegato”. Il bollettino allegato, però, non c’è.
Torni a casa, e iniziano un po’ a girarti. Non solo devi cacciare dei soldi, ma ti stanno anche complicando il percorso per farlo. Cerchi il numero di assistenza clienti. Che non c’è. c’è il numero generico del comune di Roma. Fai quello.
Ti mettono in attesa con l’immancabile musichetta: dieci minuti di primavera di Vivaldi, intervallati da una voce suadente che si scusa per l’attesa. Tu guardi di fuori: è nuvolo, c’è afa, e fanno 25° alle 10 del mattino. Primavera un cazzo.
Finalmente risponde un’operatrice, che ovviamente, sa il minimo indispensabile.
Operatrice: “Deve andare a pagare alla Banca Popolare di Sondrio”.
Tu: “Ah. Che non ho la più pallida idea di dove sia”.
Operatrice: “Se vuole cerco io: dove abita?”.
Tu: “Punta di Rocca Cannuccia”.
Operatrice: silenzio. “Che zona è?”.
Tu: “Tra Culonia e il GRA”.
Operatrice: silenzio. “No, perché qui ho una filiale al Casilino, una sull’Appia”.
Tu: “Non si preoccupi, cerco io. Piuttosto avrei anche un altro problema: perché sulla bolletta mi vengono segnalate due utenze quando io ho una casa sola?”.
Operatrice: “Eh, ma questo deve chiederlo a loro…va a Via Capo d’Africa, dietro il Colosseo, e chiede a loro”.
E certo. Tu abiti dall’altro lato della spirala rispetto al Colosseo, e non vedi l’ora di attraversare mezza Roma per andare là.
Tu: “Ok, grazie mille”.
Pensi che è comunque grasso che cola: questo è il numero del comune di Roma, roba che quell’operatrice deve essere pronta a rispondere a qualsiasi tipo di domanda, da come fare il passaporto a come, appunto, pagare le bollette. Già tanto che sapesse dov’è la sede dell’AMA.
Comunque, cerchi su internet bestemmiando in sanscrito. Immaginavi avresti dovuto fare un po’ di coda per pagare queste fottute bollette, ma non che saresti dovuta andare chissà dove in giro per Roma. Finalmente trovi una filiale entro 20 km da casa tua. E quindi, niente, parti. E per tutto il viaggio ti spari Lady Gaga al massimo, così almeno urli e ti sfoghi.
Arrivi. Il civico è il 29. Tu, intelligentemente, parcheggi al 140. Ti fai tutta la via, sotto questo bel cielo grigio cappa à la spleen di Baudeleriana memoria. E arrivi. Provi ad entrare. Ci sono quelle porte lì da banca, che hanno la caratteristica di bloccare gli onesti per due ore, e di far fare grasse risate ai rapinatori. Per entrare devi lasciare le impronte digitali sul lettore, una cosa che t’ha sempre dato ai nervi. Cazzo, sei mica un terrorista! Comunque. Entri, appoggi il dito indice e…e niente. Non ti fa passare. Parte una musica da sala d’attesa, di quelle che in genere preludono al momento in cui l’eroe perde definitivamente la pazienza e sbrocca di brutto. Esci, borbottando che sei arrivata lì dall’altro lato dell’universo per fare un favore alla maledetta AMA, per una bolletta vecchia di due anni, dannazione!
Passante: “Ah signori’, nun ce deve lascia’ er dito, c’o deve solo appoggia’ ‘n attimo e poi levallo, che così funziona”.
Obbedisci, e finalmente sei dentro. Sono le 11.00, sei partita da casa alle 9.10 e finalmente ti sei messa in regola con l’AMA.
Il tuo unico desiderio, ora, è dar fuoco al primo cassonetto che incontri per strada. Ok, sei in torto, ma volevi pagare! Perché, oltre ai soldi, ti devono scucire via pure la pazienza?
Ti consoli con l’unico modo conosciuto. Ti compri un paio di scarpe tacco 12 e va’ a quel paese.

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Misifts 3×08

E siamo arrivati all’ultima puntata di questa controversa rubrica. Ieri sera, infatti, ho visto l’ultima puntata della terza stagione di Misfits. Ok, ho saltato anche il commento all’episodio sugli zombie, ma l’ho visto tipo venerdì, e mi è passata la voglia di farci un post con tutto quel ritardo. A questo punto, direi che si può direttamente dare un giudizio su tutta la stagione e su quest’ultimo episodio. Ci saranno degli spoiler, per cui chi ancora non ha visto la puntata o la serie, oppure non è interessato, può direttamente saltare al P.S., che contiene un po’ di informazioni sui miei prossimi spostamenti. Per tutti gli altri…
A quanto pare Misfits è finito. Sì, lo so che è stata confermata una quarta stagione, ma la dipartita ormai di tre dei personaggi storici, e l’assenza anche di un qualche indizio che colleghi questa serie alla prossima (tipo le apparizioni del tizio mascherato per la prima stagione, o di Seth e la perdita dei poteri dei nostri per la seconda) segnano una cesura netta. Quel Misfits, quello con Simon, Nathan & co., è finito, e forse è finito da otto episodi. La scena dei nostri sul tetto che guardano l’orizzonte in attesa non si sa di cosa è desolante: sembra veramente che le idee siano finite, e che gli autori stiano aspettando un miracolo.
Per quel che riguarda l’episodio in sé, chiude perfettamente la serie perché ripropone gli stessi problemi della prima puntata della stagione: come allora, la trama è frammentata, incapace di trovare un fulcro, come allora Rudy tenta invano di fare il Nathan della situazione, e come allora regna la noia. Francamente ci frega davvero poco del ritorno dei morti viventi, e i tocchi di romanticismo spennellati qua e là sembrano semplicemente incongrui all’interno dell’universo di Misfits. Poi, a dieci minuti dalla fine, gli autori si ricordano che devono spiegarci tipo una tonnellata di roba: come fa Simon a tornare indietro nel tempo, perché poteva toccare Alisha e via così. Ora, apprezzo che la questione viaggi nel tempo sia stata risolta con perfetta coerenza dal punto di vista logico. Peccato che per evitare paradossi irrisolvibili, gli autori abbiano sacrificato la coerenza dei personaggi. Ok, tutto torna, ma non si capisce perché Simon, per il quale Alisha dovrebbe essere tutto – o almeno così ci hanno fatto credere per due stagioni – decida ora di fare la scelta più egoistica di tutte e invece di tornare indietro nel tempo per salvare la sua bella ci torna per…ecco, per far cosa? Perché “tutto doveva andare esattamente così”? Per regalarsi tipo due mesi in più di amore con Alisha? Senza contare che adesso tutta la storia d’amore di Alisha e Simon si illumina di una luce tetra: lui le ha mentito fin da principio, e tutta la loro storia d’amore, che tanto ci è piaciuta, è basata su una menzogna. All’anima del “io lo trovo romantico” di Kelly. Ma il problema, ripeto, non è tanto questo, quanto la coerenza del personaggio Simon, che, a questo stadio della sua evoluzione, non ha una ragione che sia una per non tornare indietro di mezzo secondo ed evitare che la bigotta pazza uccida Alisha, e vada a quel paese la coerenza temporale, future-Simon e tutto il resto. Alisha così non potrà innamorarsi di lui? E chi se ne frega, almeno sarà viva.
Vabbeh. Comunque qui c’è anche un’altro problema. Gli autori di Misfits sembrano convinti che i personaggi non siano un elemento importante della serie. Posso capire che Nathan se n’è andato di sua spontanea volontà, per altro suppongo in aperta rottura con gli autori, visto che questi ultimi hanno cercato per metà della terza stagione di mettere in bocca le sue battute a Rudy, e l’hanno pure segato via da tutte le scene del mega-recap a inizio puntata. Ma perché hanno tolto di mezzo Simon e Alisha, e in modo tutto sommato anche così sbrigativo? Ok, in tutta la terza stagione il loro contributo generale alla storia è stato praticamente nullo, e tutto sommato anche la loro evoluzione come personaggi era ormai compiuta. Ma, in ogni caso, Misfits è i personaggi. L’idea di base non è nulla di sconvolgente, quel che ci piaceva era proprio vedere cinque poveri disadattati infilati in situazioni più grandi di loro. Ci interessava di quel che gli accadeva, ci piaceva vederli muoversi in quella periferia desolata alla ricerca di se stessi. E no, non è lo stesso se al posto di Nathan ci metti un’altro, come fecero intendere gli autori quando Sheehan se ne andò – “le sue battute le scrivevamo noi, e noi siamo ancora qua”, una dichiarazione che ho trovato di una mancanza di rispetto nei confronti degli attori francamente imbarazzante -.
Per quel che riguarda il giudizio generale sulla terza stagione, alcuni episodi, presi in sé, non sono stati male. Il problema è che è mancato il quid. Se avete seguito le mie interviste per Nautilus la scorsa settimana, avrete visto l’elzeviro della puntata sull’arte, in cui si discettava proprio del quid, quell’elemento inafferrabile, irriproducibile, che alcune opere d’arte hanno e altre no. E il quid non riguarda solo le arti figurative, ma anche la letteratura, e i fumetti, e insomma tutte le espressioni della creatività umana, telefilm compresi. Misfits il quid ce l’aveva, anche se non saprei dire esattamente di cosa si trattasse. Era un mix di molte cose, probabilmente, una sorta di miracolosa alchimia tra sceneggiatura, musica, recitazione e fotografia. Adesso, semplicemente, non ce l’ha più. Fa ridere, ma non come prima, è fatto bene, ma non come prima. È un prodotto cui manca l’anima. Non sto dicendo che non valga più la pena vederlo, anche se mi pongo seriamente il problema se seguirò la quarta stagione. Sto dicendo che se tutto Misfits fosse stato come questa terza stagione, forse questa rubrica non sarebbe mai esistita, e la serie sarebbe morta lì, perché nessuno si sarebbe davvero appassionato.
Ma forse il suo destino era scritto fin da principio, forse semplicemente un prodotto del genere alla lunga stanca proprio a causa degli elementi che ne hanno decretato il successo: troppo trash, troppe incongruenze, troppa sgangheratezza – che era proprio quel che amavamo – alla fine annoia, come un dolce con troppo zucchero. Resta il mistero: cos’era davvero che lo rendeva così piacevole, così bello, e perché quel qualcosa non c’è più. Ma questo è il problema che chiunque abbia mai bazzicato con la creatività si è sempre posto.

P.S.
Abbiamo poi anche notizie di Torino: il mio incontro sarà domenica 13 maggio, ore 18.00, presso l’Arena Book Stock, come al solito, insomma. Se poi ci sarà qualcos’altro, ve lo farò sapere nei prossimo giorni.
Per l’incontro di Gubbio, scusate, ho fatto un pasticcio io, non è aperto al pubblico, ma è solo un incontro con le scuole, per cui, nulla, scusate l’errore.

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25 Aprile

Oggi è il 25 aprile, Festa della Liberazione, liberazione dal nazifascismo. Non è la festa in cui ricordiamo tutti i morti, indipendentemente dalla causa per cui si sono battuti, non è un momento in cui si promuove una riconciliazione nazionale basata sul principio che tutto è uguale a tutto, che morire per la Repubblica di Salò è equivalente a farlo per cacciare i nazisti dall’Italia. No. È un momento in cui ricordiamo che c’è stato un periodo in cui la gente era messa di fronte a scelte drammatiche, e che se siamo quel che siamo oggi, lo dobbiamo a chi in quei giorni fece una scelta di campo precisa. Perché la repubblica italiana, per sua costituzione, è antifascista, è nata dalle ceneri del regime e anzi in aperto contrasto ad esso. Che ci piaccia o no, le nostre radici sono nella Resistenza, perché è dalla Resistenza che è nata la nostra Costituzione, e io, francamente, penso ancora che sia una bella, bellissima Costituzione. Inattuata al 90%, ma che significa, è lì, ad attestare chi siamo, in cosa crediamo, quali sono i nostri diritti e i nostri doveri.
Lo dico perché più anni passano e più sembra che dobbiamo dimenticarci di tutto, in nome di una riconciliazione che a me francamente sa proprio di rimozione di massa. Se deve valere il principio che morire per un’idea, indipendentemente da quale essa sia, è sempre eroico, allora facciamo anche una giornata di commemorazione dei martiri di Al Qaeda. Voglio dire, anche loro sono morti per un’idea. Commemoriamo pure Hitler e i nazisti, anche loro credevano in qualcosa e sono morti per essa.
Due episodi mi hanno dato la dimensione di come le cose stiano cambiando, sempre più radicalmente. Da un lato, alcune reazioni ad un mio tweet di qualche giorno fa, in cui manifestavo il sospetto che mia figlia avesse imparato Bella Ciao all’asilo. Qualcuno si è indignato dicendo che gli asili dovrebbero essere apolitici. Peccato che la politica non c’entri veramente niente con una canzone che innanzitutto neppure incita all’odio e alla violenza (le avessero insegnato Contessa qualche problema magari ce l’avrei avuto anch’io), ma che parla delle origini della nostra storia repubblicana.
L’altro è questo cartello che è apparso in giro per Roma. A parte la tristissima appropriazione indebita di una canzone che col fascismo non c’entra niente, io dico che no, quelli non erano eroi. Posso arrivare a dire che magari qualcuno era in buona fede, che è gente che aveva fatto una scelta drammaticamente sbagliata, e posso provare una sorta di pietas che si deve a qualsiasi essere umano in quanto tale. Ma eroi, francamente no.
Buon 25 aprile a tutti.

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Un po’ di roba

Iniziamo la settimana con un post di servizio: chiunque avesse voglia di recuperare le interviste di Nautilus, le trovate tutte quante qua (scorrete le pagine, ci sono tutte in successione). Lo so che ho rotto le scatole alla morte con questa storia, ma ci tenevo.
Vi ricordo poi che questo fine settimana possiamo vederci sabato, ore 11.00, a Gubbio, nell’Antico Refettorio Biblioteca Sperelliana, presso l’Abbazia di S. Pietro.
In parecchi su Twitter mi state anche chiedendo di Torino: ad esserci ci sarò, presumibilmente nel weekend, ma al momento non ho informazioni definitive su quel che farò e dove lo farò. Al solito, stay tuned che prima o poi le notizie arrivano.
Buon inizio di settimana!

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Il paese reale?

Ieri ho avuto una visita medica – semplice controllo annuale -. Per una disguido che ha coronato una simpatica giornata di casini vari, ho dovuto aspettare più del previsto, indi per cui mi sono fatta una cultura di giornali da medico. Avete presente, no? Quella roba che in generale non leggeresti mai, scelta tra le pubblicazioni più leggere acquistabili in edicola, assolutamente prive di connotazione politica, sia mai, e atte a soddisfare un vasto pubblico, con preponderanza di vecchiette col diabete, che, ahimè, sono quelle che frequentano di più gli studi medici. Mi sono letta dunque ben due numeri della stessa rivista, di cui è “è bene e pio si taccia ormai anche il nome” cit. (lo so che cito sempre la stessa roba, ma se uno se la legge quindici volte, poi è normale che si ricordi anche i punti e le virgole). Dirò solo che aveva tutte le caratteristiche del prodotto per l’italiano medio, magari italianA, con articoli equamente divisi tra cronaca nera e gossip.
Sfogliando sfogliando, mi imbatto in un articolo sui funerali di Dalla. Leggo, perché mi interessa più del caso di Avetrana e della storia d’amore Belen/Corona. Foto della folla, citazioni dalle sue canzoni, elenco dei personaggi famosi presenti alla cerimonia. Ed eccolo: Marco Alemanno. Confesso che a questo punto sono curiosa di sapere come lo definiranno: in tv se n’è sentita di ogni, solo per evitare di sfiorare anche solo l’idea che Alemanno potesse essere sentimentalmente legato a Dalla. E invece la rivista mi stupisce. Marco Alemanno, corista, amico è compagno da più di dieci anni di Dalla. Così. Senza dire né ai né bai. Tranquillo. Ma c’è di più.
L’articolo si chiude ribadendo che Alemanno è il compagno di Dalla, e accennando che intorno alla questione si è aperta una sterile diatriba sulla sessualità del cantante. La chiusa è meravigliosa, l’articolo finisce con queste esatte parole: “ognuno farà l’amore come gli va”, da Caro Amico ti Scrivo.
Sono rimasta un po’ così, ho guardato il giornale con affetto, pensando addirittura di comprarlo, qualche volta, così, solo per simpatia.
Ora, ovviamente non c’è niente do rivoluzionario in sé in un articolo del genere, è quel che ci si aspetterebbe di leggere sui giornali se fossimo un paese maturo, realmente democratico, davvero libero. Ma se uno pensa alla testata, si rende invece conto che quelle quattro paroline sono straordinarie. Non stiamo parlando di un giornale liberal-progressista, non è Liberazione, non è neppure un quotidiano. È un settimanale rivolto alla massaia di Voghera, che, per quanto mi schifi come espressione, è il modo perfetto di indicare quell’italiano medio cui guardano i politici quando vogliono tirar su voti, quella massa indistinta di gente che non è né di destra né di sinistra, che è qualunquista e tutto sommato piccolo borghese. È la pancia del paese, quelli che fanno vincere Berlusconi. E a costoro, questo giornale parla apertamente di due uomini che hanno convissuto per dieci anni, che si sono amati per dieci anni. E siccome un settimanale del genere non ha certo l’ambizione di cambiare i propri lettori, ma al massimo di dar loro quel che desiderano, io non credo che l’autore dell’articolo si sia espresso così per spiegare ai suoi lettori che l’omosessualità è solo una delle mille varianti del comportamento sessuale umano. Ha scritto quel che ha scritto perché sente che i suoi lettori la vedono così, che l’immagine di un ragazzo affranto per la morte del compagno sia comprensibilissima e densa di pietas anche per la casalinga di Voghera.
Vi dirò, quelle tre righe m’hanno tirata un po’ su. Forse il “paese reale” – sto facendo raccolta di beceri luoghi comuni, oggi… – è più avanti di quanto crediamo, forse qualcosa cambia anche nella pancia di questa nazione, quella che in teoria più aderisce supinamente ai “valori tradizionali”. Forse è la politica che vuole vederci beceri, vecchi, ancorati a un sistema etico ormai stantio. Io lo spero, lo spero un sacco. Perché a volte mi sembra che più in basso di così c’è solo da scavare.

P.S.
Oggi ultima intervista per Nautilus, argomento teatro. Al solito, il canale è il 146 del digitale o l’806 di Sky, gli orari 11:30, 15:30, 19:30 e 23:30. Visto che siamo alla fine, ne approfitto per ringraziare tutte le persone con cui ho lavorato per Nautilus, per me è stato davvero un piacere. Non sempre mi sento presa sul serio, nel lavoro che faccio, e la cosa a volte, lo ammetto, mi pesa. Così, quando mi viene data l’occasione di parlare di qualche argomento un po’ laterale al fantasy, ma comunque connesso alla mia attività di scrittrice, mi fa sempre tantissimo piacere. È stato bello, davvero.

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Uomini e no, ancora e sempre

Spendo due parole per qualcosa che mi sembra non stia sollevando il polverone che merita. Mi riferisco a queste immagini. Ricordo che quando Strauss Kahn venne arrestato ci furono non pochi commentatori che deprecarono i modi dell’arresto, si parlò di un presunto innocente dato in pasto alla folla e ai media e via così. Cose che hanno un senso, sulle quali si può anche essere d’accordo. Ma che, chissà perché, non vengono mai applicate quando ad essere portato via in manette, o con la bocca tappata dal nastro da pacchi, non è uno stimato politico francese, ma un povero cristo nato dal lato sbagliato del mappamondo. Basta andarsi a leggere i commenti a questo articolo di Repubblica. È un fiorire di gente che dice che l’uomo della foto se lo merita, perché “loro” vengono qua a violentare le nostre donne – ardaje – ci rubano dentro casa, adesso che c’è la crisi ci fregano anche il lavoro. In effetti pullula di donne italiane disposte a dare assistenza a malati gravi 24 ore su 24 a casa degli stessi. C’è la fila. Ma questi sono comunque ragionamenti a latere della discussione principale. Il punto è che ci sono persone in Italia, probabilmente la maggioranza della popolazione, che ritiene tutto sommato giusto che quelli che non condividono la nostra cittadinanza siano trattati da subumani. E questo non solo mi fa moralmente schifo, ma è anche pericoloso.
Ogni volta che si ammette che ci sono “uomini e no” si scava un solco, che piano si allarga fino a diventare una voragine, una voragine che un giorno potrebbe inghiottire anche noi. Oggi gli “altri” sono i magrebini, gli immigrati clandestini, quelli con le fascette ai polsi e la bocca tappata con lo scotch. Ma ieri gli altri erano i ragazzi della Diaz, europei, italiani, americani, torturati e umiliati in un silenzio di approvazione che in certi casi dura ancora oggi. E domani potremmo essere noi quelli diversi, quelli che non meritano un trattamento dignitoso, quelli che non sono uomini.
Ma in tempi di crisi, molto meglio accanirsi in una stupida lotta tra poveri, prendersela con chi sta peggio di noi, e per mille motivi non può difendersi. È un’operazione a costo zero e con immediato ritorno. Il modo migliore per tenere a bada i disperati è dar loro qualcuno da odiare. Ha funzionato per secoli, e funziona da anni anche in Italia. In tutti questi anni ho visto il confine spostarsi progressivamente, quello che un tempo non dicevi in pubblico, se non volevi essere bollato come razzista, diventare pian piano parere condiviso, rispettabile opinione, spesso voce della maggioranza. Siamo un paese razzista, e poco mi interessa sapere se siamo più o meno razzisti dei tedeschi, o degli svedesi. Siamo razzisti, punto, e dovremmo cercare di fermarci in tempo, prima che qualcosa di davvero tragico accada. A guardare quelle foto, il confine sembra passato già da un pezzo.

P.S.
Oggi, a Nautilus, si parla di Economia, manco a farlo apposta. L’appuntamento, al solito, è sul canale 146 del digitale, o l’806 di Sky, alle ore 11:30, 15:30, 19:30 e 23:30.

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La fisica ti cambia dentro

L’altra sera mi sono vista Titanic. Sì, continuo ad essere un po’ ossessionata da questa storia, ma sto cercando di smettere; è la storia più raccontata nella storia delle storie, per cui non ha molto senso intignarci ancora. Comunque. Sull’onda del post visione, ho linkato sul mio profilo di Facebook questa immagine geniale. Non posso che ammirare il genio di chi si ricostruisce le dimensioni dell’anta di armadio su cui sta Rose, ne traccia la sagoma a terra, e poi ci fa su il kamasutra dei salvataggi marittimi. È quella roba profondamente nerd che in genere adoro.
Su immagini del genere, però, in rete è acceso il dibattito: no, non ci stavano comunque, ma se lui saliva la porta si capovolgeva, in ogni caso avrebbero pesato troppo.
Una persona normale su una cosa così si farebbe una risata e via. Ma io non sono una persona normale. Io sono un fisico. Per inciso, non un biologo, e quindi non mi sono posta realmente il problema se una, zuppa d’acqua gelida al midollo, abbandonata in mezzo all’oceano, con una temperatura dell’aria che dubito fosse superiore ai 5, tié, 6 gradi possa davvero sopravvivere più di uno a mollo. La domanda che mi sono posta immediatamente è stata: ma davvero se ci salivano in due la porta andava giù?
Ragioniamo. Esiste il principio di Archimede, col quale suppongo abbiamo tutti dimestichezza. Io alle medie non lo capivo, ci persi un pomeriggio. Comunque, non divaghiamo. Il Principio di Archimede dice che “un corpo immerso in un fluido – liquido o gas – riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume dell’acqua spostata”. Questo vuol dire che per sapere se un corpo galleggia o meno occorre conoscere il volume dell’acqua spostata, quindi la densità dell’acqua. Noti volume e densità, calcolo il peso dell’acqua spostata dal corpo immerso, chiamiamolo F. Se questo F è maggiore del peso del corpo stesso, chiamiamolo P, il corpo galleggia. Se F Se vogliamo dar per buona la stima delle dimensioni della porta riportate in figura, l’area della porta di armadio è 0.90 m x 2,28 m = 2,052 mq. Ok, ma questa è appunto un’area, e a noi serve un volume. Occorre conoscere lo spessore della porta.
Mi sono andata a cercare lo spessore di un’anta di armadio in legno massello – siamo sul Titanic, in prima classe, voglio sperare gli armadi fossero in legno massiccio, e che diamine! – e possiamo approssimare uno 0.04 m di spessore. Diciamo che la linea di galleggiamento della porta sta a metà di questo spessore: il volume di acqua spostato è 0.90 m x 2,28 m x 0.02 m = 0.04104 metri cubi. Ma quanto pesa un metro cubo d’acqua? La densità dell’acqua (ossia, appunto, il peso di un metro cubo di un certo materiale) dipende dalla temperatura; l’acqua, quella sera fatale, era intorno allo 0, forse un po’ meno di 0°, per cui un metro cubo d’acqua pesava 999,8 kg. A questo punto abbiamo tutto: il volume d’acqua spostato e la densità dell’acqua. La forza cui era soggetta la porta nel film sarà quindi 0.04104 m cubi x 999,8 kg = 41,032 kg. Ok, secondo questa stima la porta non avrebbe retto neppure Rose, che all’epoca non era esattamente sottopeso. Diciamo allora che affonda di un altro centimetro. Ripetendo il calcolo supponendo che 3 cm dello spessore della porta siano a mollo viene fuori che la porta poteva sopportare 61.55 kg. E non ci siamo ancora, perché Rose forse stava sotto i 60 kg, ma anche la porta aveva un suo peso, no? E quindi la risposta è: ok, forse ci entravano entrambi, ma la porta sarebbe andata giù. Poi uno dice che deve accettare il proprio corpo, che grasso è bello e via così…Tra l’altro, ci sarebbero stati entrambi se la porta fosse stata spessa almeno almeno 7 cm e rotti, che a me pare troppo, ma chissà, magari esistono ante di armadio così spesse…
Ecco, io questi conti li ho fatti davvero, ieri, c’ho pensato tutto il tempo in cui ero in macchina, in viaggio verso la palestra. Ce l’avevo davvero la curiosità.
A volte penso che se un fisico, un fisico qualsiasi, andasse a chiedere l’infermità mentale gliela darebbero subito. La fisica ti cambia dentro :P .

P.S.
Vi ricordo ancora le interviste di Nautilus, su Rai Scuola, canale 146 del digitale o 806 di Sky. Oggi l’argomento è Arte.

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Nautilus 2

Stamattina ho un impegno, per cui ve la faccio estremamente breve: vi ricordo solo che anche oggi mi potete sentire sproloquiare di filosofia su Rai Scuola, canale 146 del digitale o 806 di Sky, nella trasmissione Nautilus, ore 11:30, o, in replica, 15:30, 19:30 e 23:30. Sì, mi fa piacere che mi vediate :)

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La Profezia dell’Armadillo

Ho conosciuto Zerocalcare grazie ad uno stato FB di Rrobe (ormai gli devo un sacco di piacevoli scoperte). La prima storia che lessi fu quella della neve a Roma. Ci misi ben poco a recuperarmi tutte le precedenti, e a diventare un’assidua lettrice. Se date un occhio alle strisce, capite subito perché mi sono appassionata. Le storie di Zerocalcare sono zeppe di riferimenti ai capisaldi della mia generazione: i manga e gli anime, Star Wars, le Tartarughe Ninja…tutte quelle cose che hanno cresciuto noi pischelli degli anni ’90. È un nerd, uno immerso nell’”adolescenza lunga”, dalla quale, diciamocelo, non schiodo neppure io, a dispetto di un marito e una figlia. E poi è geniale. Voglio dire, veramente poche cose mi fanno ridere come le sue vignette. Il tratto è fantastico, lo sguardo ironico e disincantato, le storie particolari e al tempo stesso universali.
E insomma, alla fine ho fatto il grande passo e ho preso La Profezia dell’Armadillo, il suo libro. Probabilmente mi aspettavo solo un altro po’ di storie da leggere, con le quali consolarmi del fatto che Zerocalcare, da un po’, ha deciso di postare senza più regolarità, mentre prima usciva una storia ogni lunedì. E invece. E invece La Profezia dell’Armadillo è sicuramente un po’ di nuove vignette, ma è anche molto di più.
Intendiamoci, è zeppo di battute memorabili, passaggi esilaranti e trovate geniali. Dietro però c’è una storia unica, un racconto semplice e tremendo, di quelle esperienze di vita che sono capitate a tanti di noi nella vita. Ed è proprio nel dipanarsi di questa storia che viene fuori come Zerocalcare non sia solo uno che fa vignette divertentissime su cui noi nerd quasi – o già, come me – trentenni ci diamo di gomito. È uno che racconta storie vere, dice cose, e lo fa benissimo, dannazione, troppo bene.
È una cosa che penso da un po’ di tempo: ho problemi con la narrativa non di genere. È che il mainstream racconta storie di tutti i giorni, storie che, tutto sommato, sono comuni, non hanno nulla di straordinario, storie che, sulla carta, non c’è ragione di raccontare. Per questo, proprio per l’ordinarietà dei racconti – non di tutti, eh? ma di molti sì – lo scrittore deve essere bravo. Deve rendermi in qualche modo universale la piccola storia di vita vissuta che mi sta raccontando. Altrimenti non c’è ragione di tirare fuori l’ennesima storia di un trentenne confuso, di un cinquantenne alle prese con la crisi di mezz’età o l’immancabile epopea familiare.
Ecco, Zerocalcare prende una storia purtroppo comune, un lutto che, sotto varie forme, molti di noi hanno vissuto. E lo rende universale, l’emblema del nostro brancolare nel buio di un’esistenza che fatichiamo a decifrare. Gli anni che passano e cambiano le cose, la fragilità, il tempo sprecato a farsi domande inutili invece che a vivere, l’adolescenza, l’amore, la morte. E quella domanda che mi sono posta anch’io così tante volte, anche qui: cos’è la bestia che ognuno di noi si cresce in seno, quel demone strano che ci sussurra che non saremo mai davvero felici, e che quando lo siamo, sarà solo per poco, e che è meglio correre ai ripari, e farsi del male da soli prima che la vita colpisca. Per alcuni di noi alla fine diventa un compagno di strada, ci facciamo i conti, ed ha la faccia di un armadillo un po’ cinico. Ma perché per altri invece cresce, e cresce, fino a divorare tutto, fino a farci morire? Perché alcuni di noi ce la fanno, riescono a sopravvivere alla giovinezza, e altri invece restano indietro, e soccombono ai loro demoni? Abbiamo tutti gli stessi problemi, in fondo, le stesse paranoie, ma alcuni di noi, semplicemente, non ce la fanno. E non c’è un perché. Solo un immenso vuoto di senso.
C’è tutto questo, nella Profezia, o almeno io ce l’ho visto. Ci sono tavole di una tale bellezza, di una tale intensità…che colpiscono come pugni. Perché sono vere, intollerabilmente e terribilmente vere.
Raramente mi commuovo, quando leggo qualcosa. Non so perché, sono fatta così. Eppure, oggi pomeriggio, mentre commentavo la lettura con Giuliano, mi sono venuti gli occhi lucidi. E ho capito di aver letto qualcosa di davvero bello e prezioso.
Attualmente, la quarta edizione del libro è esaurita, ma sta per arrivare la quinta. Credo si riesca a trovare comunque qualcosa in alcune librerie, ma non so darvi indicazioni più precise. Vi consiglio solo di prendere il libro, quando uscirà. Ne vale terribilmente la pena. È una storia semplice e intensa, vi farà ridere da matti, ma vi lascerà anche con quel magone, quel magone bello e tremendo che solo le cose che scavano in profondità sanno lasciare.

P.S.
Vi ricordo en passant che oggi potrete seguire la prima delle puntate di Nautilus di cui sono ospite: argomento, letteratura. Potrete vedermi alle 11.30, e in replica alle 15.30, 19.30 e 23.30 su Rai Scuola, canale 146 del digitale terrestre o 806 di Sky.

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Interviste per Nautilus

Breve post di aggiornamento; vi ricordate che qualche settimana fa registrai una serie di interviste per Nautilus, programma di Rai Scuola? Tengo molto a quelle interviste; ho detto molto, rispondendo alle domande, molto di me e del mondo. E, beh, sono contenta che ora le possiate vedere anche voi: andranno in onda a partire da lunedì 16 aprile per tutta la settimana, alle ore 11.30, e poi in replica alle 15.30, 19.30 e 23.30. Poi fatemi sapere che ne pensate!

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