Archivi del mese: maggio 2012

Saint Seiya Omega – Harry Potter meets Naruto,ma nessuno ne sentiva davvero il bisogno

Per la gente della mia età, Saint Seiya fa parte di quelle opere imprescindibili che hanno segnato la nostra infanzia. Sto parlando infatti de I Cavalieri dello Zodiaco.
Io li vidi la prima volta da ragazzina. Siccome per me, morigerata bambina studiosa, il telecomando finiva suppergiù al canale 7, occupato al tempo da Tele MonteCarlo, i Cavalieri li vedevo quasi sempre a Benevento, con mio cugino, che beccava il canale a due cifre dove li passavano. E, va da sé, mi piacevano tantissimo.
Da allora li ho rivisti un numero imprecisato di volte, compresa la serie di Hades e un buon numero di film. E li trovo sempre splendidi, pur nei loro numerosi difetti. Ma i personaggi, la trama, le animazioni, i dialoghi – dio mio, i dialoghi! – ti fanno passare più o meno sopra a tutto.
Mio marito è peggio di me, con l’aggravante che lui appartiene a quella categoria di persone che, se una cosa gli piace, si devono vedere tutto tutto tutto. Anche le cose palesemente orribili. Esempio: non solo ha letto tutti i libri di Dune di Herbert, ma anche quelli scritti dal figlio, lamentandosi che non gli piacciono, ma sorbendoseli tutti.
Con questa filosofia, abbiamo iniziato a vederci Saint Seya Omega. Trattassi di una nuova serie dei Cavalieri che ha per protagonisti i figli di: c’è il (presunto) figlio di Pegasus, quello di Sirio, e via così.
Ora, l’idea sulla carta poteva essere interessante. Tutti vogliamo sapere che fine hanno fatto i Nostri, e l’idea dei figli è suzzicante. Peccato che la realizzazione sia veramente, ma veramente pietosa, oltre i limiti del sopportabile, ben al di là dell’imbarazzante.
Allora, la serie nasce scopertamente per lanciare la nuova serie di giocattoli. No problem, se tutto è fatto bene. Nonostante qust’obiettivo dichiarato, di soldi in Saint Seya Omega devono passarcene davvero pochissimi, e probabilmente li hanno spesi tutti in colonna sonora, che è l’unica cosa che si salva. Le animazioni sono veramente ridicole. Un frame ogni quarto d’ora, combattimenti in cui non ci si capisce una ceppa, e disegno orrendi. Ora, Shingo Araki, autore del meraviglioso chiarate design originale, è inarrivabile. Purtroppo è morto lo scorso anno, senza riuscire a completare questo progetto. Per cui, nessuno si aspettava qualcosa al suo livello. Ma quello nuovo è veramente inquadrabile. Fate voi un raffronto…I disegni sono tirati via, fatti in modo tale da spenderci su meno tempo possibile, le armature hanno un livello di dettaglio nullo, tanto che mi domando come riusciranno a tirarci fuori dei pupazzetti da disegni del genere, le proporzioni e il senso della prospettiva semplicemente non sono pervenuti.
Ma uno dice, vabbeh, ma magari la storia…la storia è un’accozzaglia indistinta di elementi presi da libri e anime di successo di questi anni, e che gli sceneggiatori ritengono evidentemente vincenti. Per dire, oltre al Cosmo, anzi, praticamente in sostituzione del Cosmo, i ragazzi hanno sette poteri elementari: chi domina l’acqua, chi il fuoco, chi il vento, chi il fulmine. E questa cosa urla Naruto da qualsiasi parte la si guardi. Per diventare Cavalieri, i nostri fanno una specie di esame, in cui li buttano in un posto desolato a menarsi tra loro. Chiamasi esame da Chuunin. Inoltre, stanno tutti chiusi in un castellone sul lago, tenebroso quanto basta, in divisa, sotto lo sguardo vigile di professori. E questo invece è Hogwarts sparato.
Ora, che tu “omaggi” serie famose così può anche starmi bene, ma qui si tratta più di copia pedissequa fatta senza un briciolo di rielaborazione, con l’impegno minimo possibile dei neuroni. I personaggi hanno un grado di approfondiment psicologico pari a zero. C’è l’impulsivoun po’ ingenuo ma con tanto cuore, il migliore amico che deve vendicare il padre, il coattone à la Phoenix, il malaticcio cripto-gay, che, indovina un po’, è il figlio di Sirio, che nel frattempo non solo è ancora cecato, ma ha perso anche tutti e cinque i sensi. Così, per ricordare dove eravamo rimasti.
Ma tu mi dirai, la trama…insensata. Nelle prima puntate, il nostro protagonista, Kouga, vive con Lady Isabella. Poi appare Marte che se la inguatta e la porta chissà dove. Il nostro parte per andarla a ritrovare. Nel farlo, si imbate in Hogwarts, e siccome chi vince il torneo dei cavalieri potrà incontrare Atena, che, tutti gli assicurano, sta benissimo, e non è mai stata rapita da nessuno, lui resta lì a farsi le pugnette con altri cavalierioli come lui. Senza farsi venire un dubbio che sia uno che magari c’ha ragione lui e Atena è in pericolo, e forse conviene cercarsela per altre vie. No, restiamo a seguire le lezioni di Pozioni.
Sorvolo su certe orrende soluzioni di trama, tipo il primo scontro col Cavaliere d’Ora che uno pensa “finalmente si menano”, e invece il suddetto cavaliere ha il potere dei Testimoni di Geova: dal nulla caccia un libro di Mozgusiana memoria, e con quello ti obbliga a fare quel che ti dice: inginocchiati! Turnicati! Menati da solo! Roba che sembrano i giochi che faccio io con Irene. Il combattimento più palloso della storia.
Last but not least, viene stravolto proprio l’universo originale dei Cavalieri. A parte questa storia degli elementi che se la raccontate a Phoenix lui va a fare il Fantasma Diabolico agli sceneggiatori, i nostri hanno l’armatura nascosta in un ciondolo, invece dello scomodo – e bello, peró – scrigno della serie classica. Comodo, così non ci dobbiamo inventare le armature che si smontano e rimontano, che era l’unica idea decente avuta da Kurumada. Le sacerdotesse, se si scassano i cosiddetti, non hanno necessità di tenere la maschera. Roba che a su tempo Tisifone lo voleva ammazzare a Pegasus perchè l’aveva vista in volto. Qua abbiamo ha pischella che un giorno se la leva e morta là, non la porterà più e nessuno le dice niente. I nostri, sempre nei bei tempi andati, ne dovevano fare di ogni per diventare cavalieri: ammazzare il maestro che t’a trucidato la fidanzata, far scorrere al contrario le cascate…il più fortunato doveva mazzolare uno altro il quadruplo di lui. Ora per diventae cavalieri d’argento ci si picchia un po’, sempre in amicizia, coi compagni di Hogwarts.
Ora, io dico, vuoi cambiare tutto? Ok, non capisco il perchè ma è un tuo diritto. Ma allora non li chiamare più Cavalieri dello Zodiaco. Chiamali Naruto e la Pietra Filosofale, Saint Sasuke, o roba del genere. Se vuoi usare un brand, dovresti avere la buona creanza di rispettarlo. Ma poi comunque è l’atmosfera che proprio manca, quel senso di pathos, l’epos, la tragedia. E il sangue, ovviamente.
Comunque, Saint Seiya Omega è orrendo, ma funziona ala grande come guilty pleasure, specie da quand ho scoperto questo sito. Grasse risate a ogn puntata. A patto di rimuovere chirurgicamente il ricordo che questo, tremo a dirlo, è il seguito di Sant Seiya. Brrrrr. Sirio, perdonali perchè non sanno quello che fanno.

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Emilia

Era il 1962 ed era agosto. Mia madre era bambina. Ricorda che era stata una bella giornata d’estate, erano stati in gita con tutta la famiglia. Ricorda mia nonna che urlava “il terremoto, il terremoto!”, ricorda la fuga in strada, ricorda i cavalli del vicino, che sembravano impazziti. Soprattutto ricorda il rombo, che è quello che più incute terrore in tutti quelli che hanno avuto la sventura di trovarsi nel mezzo di un terremoto, ed in Italia questa sventura l’abbiamo avuta quasi tutti. Il municipio del paese venne giù di colpo davanti agli occhi di mio zio, che era poco più grande di mia madre. Dormirono tutti in tenda per un mese.
Vent’anni dopo, mia madre era già a Roma, incinta al nono mese. La cucina si mise a ballare fino a toccarle il pancione. Due giorni dopo sarei nata io, e in Irpinia, di nuovo, le case venivano giù come castelli di carte, anche a Benevento. I miei non avevano il telefono in casa, e dovettero chiamare i parenti da una cabina per sapere se stavano tutti bene, se era “stato brutto”.
Io ricordo il settembre del ’97, il terremoto in Umbria. Sentii due scosse, la prima a scuola, e ci fecero evacuare, la seconda a casa. E ricordo un lieve terremoto a Frascati, durante il mio lavoro di tesi. L’osservatorio che trema e vibra, noi che ci guardiamo stupiti. Non tutti sanno che in quella zona c’è un vulcano, il Vulcano Laziale, sotto i laghi di Albano e Nemi, un vulcano che i geologi non ritengono spento. Nelle campagne ogni tanto ancora succede che dal suolo si sprigionino nubi di gas tossico che uccidono il bestiame.
Ricordo soprattutto la notte del 6 aprile 2009, il letto che trema che per un tempo infinito, quell’orrenda sensazione di essere inchiodati ad un presente che sembra non passare mai, ad un tempo immobile, straniero nella tua stessa casa. Le imposte tintinnano, la casa geme. E il rombo. Il suono cupo della terra, viva, sotto i tuoi piedi. Il brontolio di un essere vivente.
Il terremoto fa parte della vita degli italiani. Sebbene da secoli dobbiamo farci i conti, la geologia ancora non sa prevederlo. La scienza non sa tutto, ma resta l’unico strumento che abbiamo per cercare di capire il mondo. Nel frattempo, forse sarebbe ora di fare reale opera di prevenzione. Perché, purtroppo, il terremoto non si può né sconfiggere né contrastare. Ci si può solo convivere.
Intanto, in cuor nostro, ognuno di noi, in questi giorni, ricorda e capisce.

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Due segnalazioni e un aneddoto

Stanza di Irene, interno giorno. Lei è sul fasciatoio, io la sto preparando per l’asilo. Mi indica il seno.
Irene: «Cot’è quetto?».
Io: «Sono le tettozze della mamma!».
Irene, ridacchia, poi, vagamente preoccupata si guarda il petto: «E a me?».
Io, soffocando una risata: «Eh, tra un po’, Irene, tra un po’…».

Ok, ora che suppongo di aver catturato la vostra attenzione (:P), le due segnalazioni: per chi si fosse perso l’incontro al Salone del Libro di Torino, qui c’è tutta la registrazione. Grazie un sacco ai ragazzi di Fantasy OnAir, coi quali mi scuso ancora per non essere riuscita a dedicare loro il tempo che avrei voluto. L’altra è invece una presentazione: parteciperò ad Anteprime, il mio incontro sarà venerdì 8 giugno alle 19.30 a Pietrasanta, presso il Campo della Rocca. È una bella manifestazione, piena di incontri interessanti – riuscirà la nostra eroina a vederne almeno uno? – e l’ultima volta che ci sono stata, nel 2010, fu veramente una bella esperienza. Insomma, per chi può e vuole, vi aspetto lì.

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Vent’anni

Nel 1992 avevo undici anni, ero decisamente ancora una bambina ma quei giorni che collegano come un filo rosso il 23 maggio e il 19 luglio me li ricordo. Mi ricordo il senso di sgomento e incredulità, la paura, anche, ma anche la rabbia, la stanchezza, la voglia di reagire. Ricordo le immagini assurde dell’autostrada sventrata, immagini che faticavo a ricollegare a quelle di un paese tutto sommato in pace, immagini che fino a quel momento avevo visto arrivare solo dalla Jugoslavia. E invece in guerra eravamo – e siamo – da più di un secolo. Poi, molti anni dopo, percorsi anch’io quel tratto di autostrada. Ogni volta che ci passo ci penso: all’intollerabile tracotanza di chi si era appropriato, venti anni fa, di quei metri di asfalto, distruggendoli, polverizzandoli, a rimarcare che quel pezzo di terra era loro, che la Sicilia, l’Italia, erano loro.
All’epoca c’era ancora chi diceva senza vergogna che la mafia non esiste. Oggi passa la vulgata che la mafia non ammazza, che ci devi convivere, che non è poi tanto male. Forse, non è cambiato niente.
Io invece ci voglio credere che tante cose sono cambiate. Che siamo cambiati noi, che adesso sappiamo e non abbiamo più scuse, che non ci vogliamo nascondere.
Pochi anni dopo, la mia professoressa di lettere del ginnasio ci fece fare un lavoro sulle mafie, e ci fece capire la cosa più importante: che la mafia non è solo criminalità organizzata, ma un sistema di pensiero, un modo distorto di vedere la vita, un pezzo di medioevo impiantato a forza nel nostro tessuto sociale. Non sono solo le bombe e i morti ammazzati, è la mentalità clientelare, la corruzione, la morte della meritocrazia, l’idea che niente possa mai cambiare, che bisogna chinare la testa di fronte al potere, chiudere gli occhi, le orecchie, la bocca. La mafia siamo anche noi quando ci rassegniamo all’idea che occorra pagare per avere qualcosa che ci spetta di diritto: un lavoro, un’analisi clinica, un posto all’ospedale. E la mafia soprattutto è silenzio, il silenzio nel quale tante morti di innocenti, e lo sottolineo, innocenti si sono consumate. Non ha senso ricordare le stragi di Capaci e di via D’Amelio se poi non cerchiamo di cambiare le cose anche nel nostro piccolo. Il ricordo è sterile se non informa il presente, se non è l’occasione per cambiare le cose. Ognuno coi suoi mezzi, ognuno nella sua vita.

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L’Ultima Copertina

Molti di voi l’avranno già vista, perché, almeno da ieri, circolava su Facebook. Io, in ogni caso, ve la faccio vedere lo stesso. Trattasi dell’illustrazione della copertina de La Ragazza Drago 5, che per la cronaca si intitola L’Ultima Battaglia, e uscirà l’8 giugno. Da ieri il libro esiste in versione definitiva: ho finito la correzione e anche la lettura delle bozze. Insomma, La Ragazza Drago 5 c’è, tra un po’ anche a casa vostra.
C’è però qualcosa che in giro ancora non ho visto, e ho l’impressione che per un po’ non si vedrà (o almeno spero…di recente con queste cose ci azzecco veramente poco :P ): trattasi del retro della copertina. Che, se ben ricordate, ha sempre un’illustrazione su. Ecco, quella di questo libro è…importante, via. Ma non ve la faccio vedere. Mancano ancora tre settimane all’uscita, mi sembra un po’ prestino. Intanto si aprono le scommesse: che ci sarà raffigurato? :P

P.S.
Grazie a Paolo Barbieri per l’immagine.

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A latere

Confesso di essere a corto di parole. Mi rendo conto che non è una bella cosa, per chi come me ne ha fatto un lavoro, e non è bello neppure in generale. Quando si smette di parlarne, le cose, per qualche ragione misteriosa, smettono di essere in noi. Il silenzio è l’anticamera dell’indifferenza e della morte. Certo, ci sono momenti in cui star zitti è necessario, ma non credo che questo sia uno di quelli, e al minuto di silenzio non ho mai creduto sul serio.
Per questo, tratterò due argomenti assolutamente collaterali a quel che è successo negli ultimi due giorni. Due cose forse trascurabili, ma che sento più vicine, e nel secondo caso pertengono al mio lavoro, e a quel che conosco meglio.
Sembra definitivamente tramontata la pista mafiosa per l’attentato di Brindisi, sembra che un morto, sette feriti e chissà quanta gente colpita a vita da quel che ha visto e vissuto, sia frutto del gesto di un singolo. Non lo chiamo folle perché uno che assembla una bomba, crea il circuito, si infila in un vicolo e preme il pulsante che poterà alla detonazione mi sembra fin troppo lucido, e comunque la follia è sempre stata la scappatoia di chi non vuole capire. Alla pista mafiosa ho creduto io quando ho sentito la notizia, e ci hanno pensato in tanti. Altri hanno commentato con “no, la mafia queste cose non le fa, la mafia non uccide innocenti”. Io voglio sperare si tratti solo di un tic verbale, una cosa che si dice così, senza farci troppo caso. Anche fosse solo così, però, l’idea di vivere in un posto in cui passa l’idea che la criminalità organizzata ammazza sotto sotto chi se lo merita mi fa spavento. La mafia non ha fatto questa – non che cambi qualcosa nell’orrore del fatto in sé, ovviamente, né nella sua gravità – ma ne ha fatte molte altre in passato. Sì, anche contro gli innocenti (e purtroppo questa è solo una ristretta rosa di esempi).
Seconda cosa. Sabato sera, per “rispetto nei confronti di quanto successo”, è stata cancellata la notte bianca dei musei. “Non c’è niente da festeggiare”. Peccato che la cultura non sia sempre né necessariamente una festa. Non è divertimento nel senso latino del termine, distrarre, non è “facciamoci quattro risate alle spalle dei morti”. La cultura è quell’insieme di pratiche che mettiamo in campo quando cerchiamo di capire, e se non capiamo come facciamo a rispondere alle bombe? Chi non capisce uccide e dilania. Chi capisce trova altre strade. Avrebbe potuto essere un’occasione per lanciare un messaggio di ragionevolezza, di cultura nel senso più alto, visto, per altro, che un luogo di cultura è stato colpito, una scuola. Invece il calcio non s’è fermato – e tutto sommato, se volete sapere la mia opinione, forse ha fatto pure bene, visto che il terrorismo, anche quello dei “singoli”, ci vuole tutti dentro casa impauriti e tremebondi – i musei sì. E questo la dice lunga.
Ultima cosa, anche se vi avevo promesso che avrei toccato solo due argomenti. Il momento in cui ci si sente più scoraggiati, in cui la sconfitta sembra più bruciante e la tentazione è di mandare tutto al diavolo, è quello in cui occorre aggrapparsi con forza al nostro entusiasmo. È adesso che occorre insistere a voler vivere pienamente, a non aver paura, a continuare a perseguire la felicità, nel piccolo e nel grande. Chi vive nella paura e nella rassegnazione è già morto, e da un pezzo.
Forza e coraggio. A me per prima.

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Torino sì, Torino no

Credo di avere il cervello che funziona in differita, perché stamattina, riemergendo a fatica da un sonno denso e pastoso come non ne facevo da…boh, non so nemmeno da quanto, ho avuto la netta e precisa sensazione che la mia avventura a Torino di quest’anno fosse un capitolo definitivamente chiuso. E sì che da Torino sono tornata due giorni fa – con difficoltà, eh? che alla fine sul volo ci sono salita all’ultimo istante per tutta una serie di sfighe lunghe da raccontare :P – ma sono tornata. E quindi non so, probabilmente la mancanza di sonno di quest’ultimo periodo m’ha rallentato i neuroni. Comunque, è ora di fare il bilancio, quindi.
Ovviamente, non posso certo dire che sia andato tutto come pensavo. Togliamoci il dente è diciamo direttamente quel che non ha funzionato, che facciamo prima. Non ho visto Torino, per l’ottava volta nella mia vita. Sì, sono otto anni che vado a Torino anche due volte l’anno e non ho visto mai niente. Quest’anno avevo favoleggiato di musei egizi e passeggiate al valentino. Al massimo sono riuscita ad andare al centro commerciale del Lingotto. Tristezza a palate.
Immediata conseguenza di questo fatto è che della tonnellata di foto che immaginavo di fare ne ho scattate, fammi contare…zero. Sì, zero in croce. Ho girato lunedì mattina per la fiera con la macchina fotografica, ma ho paura a fotografare le persone, non voglio disturbare e invadere la privacy di nessuno, e quindi mi sono astenuta.
Avrei voluto passare una bella giornata rilassante con i miei amici, ma un po’ per colpa mia, un po’ per cause indipendenti dalla mia volontà, li ho trascinati invece in un pallosissimo tour de force di telefonate e discussioni oziose sbattuti sui divanetti della mia stanza di albergo. Mi consola sapere che comunque è un episodio di dodici anni di amicizia, sapremo come emendarlo.
Non sono riuscita a incontrare una persona che mi sarebbe piaciuto conoscere, ma magari sarà per la prossima, e non sono riuscita a vedere tutti i miei amici torinesi, se non come al solito tra momenti rubati, o da lontano. Purtroppo più passano gli anni e meno riesco a dedicare loro il tempo che vorrei…
E con questa direi che le cose negative finiscono, dai.
Ho fatto una divertente intervista con Francesco Falconi, è stato un momento piacevole nel turbine di eventi di domenica pomeriggio, e non posso che ringraziare Alessandra Casella per avermelo regalato, e Francesco, ovviamente, per essere com’è :) .
Ho incontrato alcuni di voi, e come sempre è stato bello ed esaltante. Grazie per la pazienza, grazie per l’affetto, grazie per avermi permesso di fare delle mie passioni e ossessioni un lavoro.
Ho cenato e pranzato con gli amici, e, soprattutto quando questi amici sono lontani, fa sempre un sacco di piacere.
Ho visitato Eataly! Questa è una cosa clamorosa, perché volevo farlo da tipo tre anni, ma non avevo mai avuto tempo. Mi è piaciuto girare per gli scaffali, e, anche se poi non ci sono tornata per i limoni di Sorrento, come mi ero ripromessa, ho fatto comunque prigionieri: due barattoli di marmellata al pompelmo e alla prugna e zenzero, che se non è roba strana a me non piace :P .
Ho dormito una mezzora, un pomeriggio, esausta, mentre fuori sentivo in lontananza il fischio dei treni di Porta Susa e il chiacchiericcio di chi andava in fiera. La stanza era piena di sole, e, non so, è stato bellissimo.
Ho conosciuto una persona che stimo moltissimo, e ho ricevuto un abbraccio inaspettato, che ricorderò a lungo.

È stato diverso dal solito, non è stato come me l’ero immaginato, ma come tutti gli anni, vale sempre la pena, per tanti motivi, a volte anche difficili da spiegare.
Al prossimo anno.

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Quello che (non) ho detto

Questa è la mia parola per Quello che (non) ho. Come vedete dalla foto sopra, ieri l’ho lasciata in albergo. Suppongo sia finita dritta nel cestino, ma magari anche no. Mi fa piacere a volte lasciare in giro quel che scrivo, e anche se è stata letta una volta sola e poi buttata, ne è valsa comunque la pena.

FANTASIA

C’era una volta una bambina. Né una principessa né un guerriero, una bambina esattamente come tante altre. Ma nella testa aveva un mondo intero.
Aveva iniziato come tutti, bevendo le parole delle storie che le raccontavano. E lì aveva capito che bastava poco per essere un’altra: un inizio, uno svolgimento, e un lieto fine. Così aveva iniziato a inventare storie sue: poteva viaggiare dove voleva, vivere avventure impossibili e avere la certezza di tornare sempre a casa. Tutto era materia per la sua fantasia: un vecchio lenzuolo ingiallito, che sembrava fatto apposta per fingere un vestito elegante, se ben drappeggiato addosso, ma che all’occorrenza poteva anche servire a costruire un rifugio segreto, se ci disegnavi su una porta e due finestre e lo appendevi alla scrivania. Ogni cosa che le accadeva, nella sua testa diventava altro, perché non c’è niente che non si possa reinventare con la fantasia.
Cresciuta, il vizio non le passò, ma iniziò a coltivarlo come un piacere segreto. Raccontava le storie a se stessa, la sera a letto, e quasi se ne vergognava, perché si gioca finché sei piccolo, dopo…dopo la realtà chiede il conto. E invece, là fuori era pieno di gente che non si arrendeva, che la sera si raccontava storie, e soprattutto che aveva voglia di ascoltare quelle degli altri, anche le sue. Ne trovò uno, due, cento. E la fantasia divenne un lavoro, alla fine, menestrello di professione.

Oggi c’è un’altra bimba, più piccola. La sera, al buio nel suo letto, ha bisogno di storie che la conducano per mano verso il sonno. Perché fa paura, la terra di nessuno tra veglia e il sogno. E la bambina di un tempo, quella con un mondo nella testa, riempie per lei il nero della stanza di draghetti che non sanno sputare fuoco, burattini col naso lungo e porcellini sfaticati. Perché vuole passarle la staffetta della sua fantasia, perché vorrebbe dirle che ogni cosa è possibile, finché siamo in grado di immaginarla.

P.S.
Come vi avevo preannunciato, altra intervista fatta a Torino, stavolta per La Stampa. Enjoy.

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Intervento a Quello che (non) ho cancellato

Rapidissima comunicazione: per motivi indipendenti dalla mia volontà, e connessi alle esigenze televisive del La7, il mio intervento di mercoledì sera a Quello che (non) ho è stato cancellato. A me ovviamente dispiace molto, e mi spiace anche avervi data l’ennesima informazione sbagliata di quest’ultimo mese. Mi spiace, io provo ad essere professionale in quello che è il mio lavoro, purtroppo non sempre sono nelle condizioni di esserlo.
Scusate ancora e alla prossima.

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Post-Torino

Mi ero ripromessa di cercare di tener una specie di diretta Twitter della mia partecipazione al Salone del Libro di Torino. Solo che poi sono atterrata alle 12:00 e fino alle 20:30 praticamente non ho preso in mano il cellulare, per cui il mio progetto è miseramente naufragato.
Il mio Salone in realtà non è finito, perché oggi farò un giretto in fiera, ma il mio evento c’è già stato, l’aria generale è di smobilitazione, e io sono già in mood “ossignoremiomercoledìsonoindirettainprimaserata”. In verità sono in questo mood da due settimane, ma adesso non ho nessun altro pensiero con cui distrarmi. Tra me e mercoledì sera ci sono una sessantina di ore vuote di impegni. Argh.
Anyway, qualcosa rimane di ieri. Innanzitutto, le due piacevolissime interviste con Francesco Falconi per Booksweb.tv. Qui trovate quella in cui io intervisto lui sul suo ultimo libro, Muses. Ora, lo so, la gaffe che faccio è orrenda, ma capitemi: erano le 16:30, da quattro ore non facevo altro che rimbalzare come la pallina di un flipper, avevo completamente rimosso la prima declinazione plurale latina. Che ce volete fa. La sera poi mi sono frustata col gatto a nove code per penitenza :P
Qui invece c’è la sua intervista a me su Il Sogno di Talitha. Secondo me sono entrambe molto carine, spero vi divertiate a vederle come noi ci siamo divertiti a farle.
Prossimamente posterò probabilmente anche un altro video, appena andrà online. Intanto, godetevi questi :) .

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