Archivi del mese: giugno 2012

Mi Piace Vederti Felice

Ormai non mi scuso neppure più, lo sapete che l’estate è la stagione dei congressi, c’è la consegna del libro…e insomma io lavoro il triplo di quanto non faccia il resto dell’anno. Va da sé che finisco per trascurare qualcosa, fatalmente si tratta quasi sempre del blog. Comunque. Vi faccio una breve segnalazione.
Una delle innumerevoli cose belle del mio lavoro è la possibilità di leggere libri in anteprima. Quando poi sono i libri di un’amica, meglio ancora. Questo preambolo per dirvi che è uscito il nuovo libro di Rossella Rasulo, Mi Piace Vederti Felice, e che io ho avuto modo di leggerlo prima dell’uscita. Mi sento francamente di consigliarvelo: per certi versi è un libro piacevole da leggere in una stagione come questa, quando c’è più tempo, si è più rilassati, e magari c’è voglia di leggerezza, ma al contempo secondo me porta avanti una riflessione non banale sul crescere. Direi che è proprio un bel libro di formazione, che attraverso una storia per certi versi eccezionale ci racconta come sia difficile crescere e definirci come persone. Fotografa quel momento esatto nella nostra esistenza in cui ci rendiamo conto che i giochi sono finiti, che si fa sul serio, che quelli che ci sembravano problemi insormontabili sono niente al confronto di quel che ci attende nell’età adulta. E lo fa in modo davvero, davvero efficace.
La scrittura è piacevolissima, l’atmosfera dolcemente malinconica. È un libro garbato, ecco, che presenta la propria visione del mondo senza sbattertela in faccia, senza prosopopea ma con una certa qual voglia di condivisione, come ti dicesse “è capitato anche a te, vero? tu mi capisci perché ci sei passato”, e ci siamo passati tutti, anche se non abbiamo mai dovuto affrontare le difficoltà di Aura.
Insomma, tutto qua. Io mi sono divertita, penso che lo farete anche voi, e, una volta chiuse le pagine, vi resterà addosso una sensazione di malinconia, quella che si prova alla fine dell’estate, quando un altro anno è passato e siamo cresciuti un altro po’. Ci siamo lasciati alle spalle qualcosa, ma quel che abbiamo davanti non deve necessariamente essere peggio di quel che abbiamo già vissuto, anzi.

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Il problema è evidentemente endemico

Science it’s a Girl Thing

Quello che avete appena visto non è il trailer di un film soft core, non è la pubblicità di una marca di trucchi né il promo di una serie epigona di Desperate Housewives. No, è un video della Commissione Europea che cerca di invogliare le ragazze a intraprendere carriere scientifiche. Che, in sé, è una cosa bellissima. Voglio dire, c’è un calo generalizzato delle vocazioni scientifiche, e in un momento storico in cui vanno per la maggiore solo i due modelli femminili più abusati della storia, la madonna e la puttana, indicare che ci sono altre vie è lodevole. Solo che uno vede quel video lì e:
a) non capisce di cosa stiamo parlando. Cosa fanno ‘ste modelle? Che vogliono? E tutti ‘sti phard e rossetti?
b) velatamente passa il messaggio che se a una ragazza vuoi farle piacere la scienza gliela devi dare come allegato a un rossetto o a un ombretto, sennò ciccia.
Ora, non c’è niente di male a indossare tacco 12 e a impazzire per l’ultimo ombretto in circolazione. Ma non capisco perché se ad alcune di noi queste cose piacciono poi devono piacere a tutte. Né si capisce perché il femminile debba essere solo declinato in trucco e parrucco. Sono meno donna se vado in giro con le sneakers? Ma soprattutto, ma chi cavolo ve l’ha detto che l’orizzonte femminile inizia e finisce con la moda?
Uno spot fatto così direi che attira più che altro i maschi, erroneamente convinti che i laboratori pullulino di figaccione in minigonna. Che ce ne sono, per carità, ma poi trovi anche quella col maglione, quella coi jeans, quella coi figli a casa, quella lesbica. Le donne, insomma, quelle vere, quelle che l’immaginario pubblicitario ormai ha deciso di ignorare sempre più pervicacemente.
Fa arrabbiare che un messaggio così importante debba essere appiattito su uno spot così avvilente, che dobbiamo ancora una volta star qui a combattere con l’ennesimo stereotipo che offusca una realtà fatta di un sacco di donne ricercatrici, donne normalissime per le quali la scienza è interessante a prescindere se serva o meno a fare un rossetto.
Fino a qualche minuto prima di vedere questa roba ero convinta – speravo – che il problema della rappresentazione del femminile fosse solo italiano, che, ahimè, le donne stanno vivendo un brutto quarto d’ora solo nella penisola. Invece no. Invece il problema è ampio, diffuso, e radicato.
Ragazze, la scienza è divertente e appassionante, non vi chiede di essere truccate e perfette come modelle come fa la tv, ma potete praticarla in scarpe da ginnastica o in stiletto 12, non gliene frega niente a nessuno. E se volete sapere come funziona davvero, ecco un po’ di belle testimonianze.

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Il potere delle storie

Mercoledì sera sono andata a teatro a vedere lo spettacolo di un’amica, Dal Khutai Namak. Mi piacerebbe consigliarvelo, ma purtroppo quella di mercoledì era l’ultima replica, almeno a Roma, per cui non posso concedermi questo piacere. Sappiate però che era davvero bello.
Anyway, a essere messo in scena era un episodio dello Shahnameh, il Libro dei Re, un poema epico persiano: si trattava dello scontro di due eroi iraniani, Esfandiar e Rostam. Da “brava” occidentale, conosco solo la mitologia greca e quella norrena. I miti degli altri popoli mi sono pressoché sconosciuti, a parte qualche incursione scolastica nella saga di Gilgamesh e una passione per le favole giapponesi. E vedere rappresentata la storia di Esfandiar mi ha confermata in una cosa che tutto sommato sapevi già, ma ho riscoperto come fosse un’epifania nuova di zecca: qualsiasi parte del globo abitiamo, ci raccontiamo sempre le stesse storie.
Esfandiar per molti versi assomiglia ad Achille. È invulnerabile, ma ha un punto debole; per Achille il tallone, per Esfandiar gli occhi. La cosa, per altro, lo avvicina anche a Sigfrido, che divenne invulnerabile dopo essersi bagnato nel sangue del drago Fafnir, fatta eccezione per un punto sulla sua spalla, che, mentre si bagnava, venne coperto da una foglia di tiglio.
Ma non si tratta solo di questo particolare. In generale la storia di Esfandiar e della sua tragica morte per mano di Rostam aveva qualcosa di familiare, sapeva di casa: gli eroi della Shahnameh sono giganteschi, in grado di spostare rocce enormi con un dito, proprio come quelli di Omero. E sono longevi, vivono centinaia di anni, come i padri della Bibbia. Stimano l’onore sopra ogni cosa, sono magnanimi – Rostam è pronto morire pur di non essere condotto nella capitale legato -, ma sebbene siano giganti, certo, in tutti i sensi, anche loro pagano il prezzo della loro grandezza con destini tragici, e come tutti devono fare i conti con la morte e il dolore.
Scrivo, e dunque conosco il potere immenso delle storie. Ma vedere la loro universalità spiegarsi così sotto i miei occhi è stato come riscoprire l’enorme potenza delle parole. Viviamo in un tempo e in una società che in qualche modo deprezza le storie, come se raccontarsele significhi abdicare al reale, rinunciare a sporcarsi le mani con il qui e ora. E invece da secoli sono proprio le storie l’unico modo che abbiamo per indagare la verità. E i racconti di Ettore e Achille, di Esfandiar e Rostam ce lo dicono con grande chiarezza: ci svelano che nonostante ci separino miglia e miglia, nonostante alcuni di noi vivano all’ombra degli ulivi e altri a quella delle palme, l’uomo è sempre uguale a se stesso, c’è qualcosa che ci affratella, che fa sì che possiamo comprenderci sempre, oltre tutto ciò che ci divide. E quel che ci accomuna sono proprio le storie, che non cessiamo di raccontarci dall’origine dei tempi, sempre le stesse eppure sempre diverse, nutrite dallo spirito dei popoli che le hanno create.
Vedere quanto persiani e greci si assomiglino mi ha messo addosso anche una quieta tristezza: perché permettiamo al superfluo di impedirci di comunicare ad un livello più profondo, e riconoscere nell’altro uno specchio di noi stessi? Perché le lingue, gli usi e i costumi invece di diventare fonte di arricchimento diventano odiose barriere che ci nascondono a noi stessi? Non voglio fare l’ecumenica a tutti i costi, è ovvio che l’umanità viene declinata in miriadi di modi differenti in giro per il mondo, ma è sempre, appunto, umanità, un modo di essere che ci affratella a chiunque, nel globo. E, al solito, la cultura è la via: conoscere significa comprendere, e quando comprendi poi odiare diventa più difficile.

Nota di colore
Di fianco al teatro dove si è tenuto lo spettacolo – per altro fighissimo, SalaUno, si chiama – c’era una giardino privato, in mezzo ad una corte di palazzi. E là in mezzo, a beccare tra macchine ed erba, c’era un pavone. Un pavone bellissimo, più bello di qualsiasi pavone abbia mai visto in altri contesti più “naturali”, con una coda enorme che esponeva un po’ ovunque, da bravo narciso. Ci hanno detto che ha pure una consorte e un po’ di pulcini. E, niente, lo spettacolo di questo pavone in mezzo alla città, affianco ad una Punto, è stato qualcosa di così assolutamente paradossale che non ho potuto fare a meno di raccontarvelo. A volte la vita sembra un puzzle di elementi sconnessi.

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Breve intervista televisiva

Volevo scrivervi un bel post lungo sui miti e la loro universalità, ma poi ci si è messo di mezzo un imprevisto di metà mattina e non ci sono riuscita. Vi segnalo quindi solo una piccola cosa: domattina alle 6:00 circa potrete vedermi per una breve intervista a Unomattina Caffè. Mi rendo conto che l’orario, soprattutto d’estate, non è proprio agevole, però io ve lo dico comunque, via :)

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La vita, la morte, i figli

Vivere in comunità richiede un po’ di equilibrismo. Ci si confedera in comunità più o meno grandi perché si riconosce che ci sono compiti che si possono portare a termine solo assieme. Al contempo, però, pur vivendo con gli altri si desidera mantenere la propria identità: per il bene della collettività si rinuncia a certe libertà, ma una collettività che vuole essere giusta e democratica deve anche saper lasciare al singolo i suoi spazi, all’interno dei quali definire se stesso e la propria identità. Così è giusto rinunciare a parte dei propri guadagni per devolverlo alla comunità (leggi: pagare le tasse) ma al contempo non è giusto che sia lo stato a decidere quando e se una vita sia degna di essere vissuta, oppure quando una donna deve essere madre.
Ecco. Concentriamoci un attimo su quest’ultimo punto.
La maternità è una di quelle esperienze che non puoi capire a fondo fino a quando non ti ci trovi dentro. Ma chiedo a tutti quelli che madri non sono, non lo saranno mai, o non vogliono esserlo (esiste anche questo diritto, anche se ci piace molto dimenticarlo) di fare un piccolo sforzo di immaginazione. Diventare madre è qualcosa che rivoluziona completamente il modo in cui una donna si percepisce; sei la stessa, per certi versi, ma per certi altri non sarai mai più quella di prima. È un investimento enorme sul futuro, segna il confine tra un prima e un dopo, è una scelta radicale nella quale si mette in gioco tutto di sé. Perché madri lo si è per sempre, non è una scelta dalla quale puoi tornare indietro.
Ora, io penso ci siamo scelte che per la loro portata sulla persona debbano pertenere esclusivamente al singolo. Decidere come e se diventare madri è una di queste. Non si può decidere per decreto la maternità obbligatoria, perché diventare madri è prima di tutto una scelta di disponibilità. Credete sia poco decidere di mettere il proprio corpo a disposizione di un altro essere vivente? Perché questo è una gravidanza. Ve lo dico io: non lo è. E per questo ho sempre creduto che la legge sull’aborto fosse una legge giusta e necessaria.
Siamo, ovviamente, tutti contro l’aborto. Nessuna vorrebbe mai trovarsi di fronte ad una scelta del genere. Non importa se tu sia incinta tra un mese o da sette; quel qualcosa che è dentro di te per te è molto più di un grumo di cellule. Eppure, ci sono momenti in cui semplicemente non si può: si percepisce di non poter essere madri, e nessuno può questionare questa esigenza che nasce dal profondo. L’ho provato sulla mia pelle, il desiderio profondo e viscerale di esserlo, il desiderio insopprimibile di un figlio. E per questo credo che altrettanto profondo e innegabile possa essere il desiderio invece di non averlo, un bambino. E io penso che una società giusta debba rispettare questo desiderio. Senza contare che abolire la legge sull’aborto non significa abolire l’aborto, bensì relegarlo nell’ombra, ancor più nel dolore e nella disperazione. Senza una legge che lo legalizzi, che vi ponga limiti e ne stabilisca le modalità, l’aborto tornerebbe in mano alle mammane, con l’unico effetto di costringere la donne a soffrire più ancora di quanto non facciano ora quando prendono una decisione del genere. Perché molti questo vogliono: che l’aborto si faccia ma non si dica, e che le donne lo paghino con la vita.
Lo so, l’aborto è un brutto argomento, qualcosa di cui nessuno di noi vorrebbe parlare. Tutti preferiamo pensare che noi no, a noi non potrebbe mai capitare, noi non ci troveremmo mai a dover fare una scelta tanto radicale. Ma invece può capitare a tutti. E io, personalmente, in quel momento vorrei poter scegliere in autonomia, e decidere di diventare madre per una mia libera e consapevole scelta, non per decreto di legge.
Vi dico tutto questo per stimolarvi alla riflessione, perché domani la Corte Costituzionale è chiamata a decidere la legittimità della legge 194, per chiarire se violi “gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.
Poi, possiamo discutere di tutto il resto: dell’educazione sessuale, che è di fatto impossibile in questo paese, dei consultori, e anche di quel diritto all’obiezione di coscienza dei ginecologi che ha di fatto svuotato ormai da dentro la 194. Ma parliamo, interroghiamoci, e non chiudiamoci necessariamente su posizioni ideologiche. Ricordo per altro che la 194 non “obbliga” ad abortire, così come una legge sul fine vita non obbligherebbe nessuno all’eutanasia: semplicemente stabilisce che ci sono cose più grandi delle leggi di uno stato, e che di fronte a cose del genere solo il singolo può stabilire quali siano, per lui i limiti della vita e della morte.

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Intermittenza

Scusate l’intermittenza, ma d’estate, per qualche ragione a me oscura, in genere lavoro di più…Anyway, anche oggi mero post di servizio.
Vi ricordo che domani, ore 18.00, mi potete incontrare alla Libreria Mondadori del centro commerciale Roma Est; firmo un po’ di copie. Con me ci sarà anche Francesco Falconi.
Sabato, invece, ore 17.30, firmo copie alla Libreria Mondadori del centro commerciale La Romanina. Quindi, nulla, ci si vede da quei paraggi per chi vuole :) .

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Stralci di conversazione

«Ma quindi cosa fai nella vita?».
«Mah…lavo e stiro, principalmente. Occasionalmente scrivo».
«Uhm…».
«Già».
«Stai togliendo il pannolino alla bimba?».
«Esatto».
«Massima solidarietà».
«Sempre».

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Aprendo la finestra
«Beh, dai, c’è stato un miglioramento: adesso per lo meno fa caldo».
«Sì, ma il tempo fa schifo! È come novembre, ma a 30°».
«Quante ne vuoi…».
«Hai ragione. Pure io…che pretese…».

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«Ieri facevo il letto, e pensavo a tutte le altre cose che avevo da fare».
«Ah-ah?».
«E niente, mi sono detta: “Certo che a noi donne è richiesto di essere tipo Superman…dobbiamo stirare, lavare, essere brave mogli, brave mam…”».
«Mbè? Perché ti blocchi?».
«Perché è su quel “mam…” che ho avuto l’illuminazione».
«Ossia?».
«Seguimi: chi è che ci vuole Superman?».
«Non lo so…il maschio dominatore?».
«Le altre donne».
«Non ti seguo».
«Pensaci: quanti uomini conosci che fanno attenzione che la casa sia sempre pulita, le camice sempre stirate, il letto sempre fatto?».
«Uhm…».
«Bravo. Pochi. In compenso è pieno così di altre donne che a queste cose ci fanno caso. Pulisci casa perché poi viene ospite, che so, la suocera, e la suocera lo nota se è pieno di omini della polvere».
«Omini della polvere?».
«Sì, quelli di Miyazaki. Scusa, è il mio animo nerd».
«Figurati. Continua pure».
«Stiri la camicia al marito perché poi a lavoro c’è la collega che ci fa caso se la piega è fatta bene. E se non è fatta bene…tracchete! “Ah, ma avvedi questa, ah, ma questa non bada al marito…”».
«Stai esagerando…».
«E i figli? Lì è la tragedia! Tutte lì a guardare fino a che età hai allattato, se lo sgridi quando fa i capricci, se lo sgridi troppo…».
«Sei te che hai i complessi di inferiorità».
«Ma non è colpa nostra. Sono generazioni che le nostre nonne, le nostre bisnonne, le nostre trisavole ci hanno insegnato a far le acide con le altre donne».
«Ma mi ascolti?».
«Siamo tipo le kapò l’una dell’altra…».
«E gli uomini sono i nazisti, giusto?».
«Più o meno».
«…».
«…A volte mi fai paura…».
«Ma mi ami anche per questo, no?».
«Scema».
«Acido».

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A grande richiesta…

P.S.
Qui c’è anche qualche foto di ieri sera a Pietrasanta.

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Interviste passate e future + un ricordo

Anche oggi mi tocca essere sintetica. In verità qualcosa ho scritto, ma non qua sopra. Su Media Inaf, nello specifico, dove in giornata potrete trovare un mio ricordo di Ray Bradbury, che, come probabilmente sapete, è morto ieri. Yes, in qualche modo ho incrociato anche la sua strada. Ve l’ho detto che spesso i miei libri mi hanno portata a contatto con realtà che altrimenti non avrei mai neppur sfiorato…Potete leggere il mio articolo qui.
È andata online anche la mia intervista di lunedì per Panorama. Ve la incollo qua sotto. Sono comodi 43 minuti di trasmissione; magari vedetevela a pezzi, non so :P
Infine, vi ricordo di domani: ore 19.30, Campo della Rocca, Pietrasanta, io e Sandrone Dazieri discettiamo del mio prossimo libro, Nashira 2, nell’ambito del festival Anteprime. Bon, per chi ci sarà ci vedremo lì, per tutti gli altri, mi sa che ci si sente lunedì. Fin da ora, buon week end!

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Ieri

Ho un miliardo di cose da fare stamattina, per cui perdonatemi se sarò molto breve.
Vi posto un paio di testimonianze fotografiche di ieri, della sempre ottimerrima Rossella :P , che ringrazio un sacco per la bella giornata di ieri. Mi hai fatto ritagliare qualche ora di relax in una giornata davvero convulsa, e per me è un mezzo miracolo :) .
Grazie tantissimo a Nancy, Giovanni, Arianna, Marta, Stefania Berbenni e la Mondadori Multicenter di Milano: sono stata proprio bene, è stata un’esperienza divertente e molto piacevole.
Grazie, ovviamente, a tutti quelli che son venuti a sentirmi, anche solo per pochi minuti. Spero di non avervi annoiati troppo :P .
Bon, vi ricordate, sì, che il prossimo incontro è questo venerdì, ore 19.30, a Pietrasanta? Anyway, ci sentiremo di sicuro prima di allora :) .

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