Archivi del mese: luglio 2012

Il potere delle storie. Ancora.

È tutto il fine settimana che mi arrovello intorno a questi due post. (No, ok, ho anche avuto una vita sociale, oltre a stirare il sabato sera, ma ho un cervello multitasking, che riesce ad arrovellarsi mentre sorseggia latte e menta in compagnia degli amici. A volte in effetti è un po’ fastidioso…).
La storia, purtroppo, la conoscete tutti: in un sobborgo di Denver un ragazzo entra in una sala cinematografica dove si proietta la prima di Batman e spara sulla folla. Un copione purtroppo già visto. Solo che stavolta c’è di mezzo un film di supereroi e un tizio che indossa una maschera antigas. La notizia è ovviamente succosissima, e i nostri giornalisti ci si buttano a pesce: automaticamente, l’attentatore diventa uno vestito da Bane che spara sulla folla per emulare il cattivo del film.
Ora, evidentemente qui ci sono due ordini di problemi. Il primo riguarda il giornalismo: in giro se ne leggono di ogni. Che Holmes aveva i capelli tinti di rosso come il Joker (?), che si è presentato come tale alla polizia, che Neil Gaiman è il papà di Batman. L’approssimazione con cui viene trattato un medium che ha uno straordinario impatto sulla cultura pop è evidente. Il fumetto, e tutto quanto sia popolare, continua ad essere trattato come il figlio della serva. Poi c’è la sociologia spicciola, quella che fa vendere copie, perché a tutti fa piacere sentirsi dire che le nuove generazioni sono composte da decerebrati plagiati dai videogiochi e dai fumetti. Molto semplice, molto rassicurante. L’importante, del resto, è affibbiare etichette, che lo sappiamo che il mondo funziona così.
A me però tutto questo interessa poco. Sono storie vecchie, di cui abbiamo parlato un’infinità di volte, ci siamo incazzati, abbiamo discusso, ma è evidente che la controparte non ha alcuna intenzione di stare a sentire. Fumetti = plagio delle menti deboli fa vendere copie, quindi nessuno è interessato a modificare la propria opinione al riguardo. Persino le veridicità dell’equazione è una cosa del tutto di secondo piano; basta che la cosa abbia presa sul pubblico, e la verità non sempre ha questa caratteristica.
Mi interessa molto di più il discorso del Rrobe, che per altro mi riguarda da vicino, visto che io racconto storie. E la mia reazione di pancia alla lettura del suo primo post è: “cavoli, è vero”. La cosa che mi fa più piacere, quando qualcuno mi parla delle mie storie, è che mi venga detto che i miei libri hanno cambiato qualcosa nella vita di chi li ha letti. Vuoi che siano stati la scintilla per iniziare ad amare la lettura, vuoi che abbiano aiutato qualcuno in un momento difficile, è tutto sommato quel che mi spinge a continuare così. Non si scriverebbe, se la scrittura non lasciasse in qualche modo il segno. Ma chi ci dice che le nostre storie cambino sempre in meglio la vita delle persone? E quando lo fanno in peggio, cosa dobbiamo pensare, noi autori? Non è un problema di poco conto, né dalla facile soluzione. Le parole sono sempre importanti, sia che spingano la gente a migliorarsi, sia che lo portino invece a fare cose tremende. E dirsi che non è vero, che non è così che funziona, è ipocrita.
E quindi?
E quindi non lo so. Non credo che la soluzione però passi per lo stupro della poetica dell’autore. Credo che quando un autore inizia a porsi dei limiti, dei paletti, e modifichi la propria visione per evitare che poi qualcuno fraintenda, beh, quella è la morte dell’arte. E non stai neppure facendo un buon servizio ai tuoi lettori, che percepiscono subito se un messaggio è artefatto, finto. Bisogna sempre dire la verità, la propria personale verità. Anche a rischio di essere fraintesi. E fraintesi lo si è comunque e sempre, anche quando non si finisce con esiti così tragici come quelli di Denver.
Il Tiranno è ambiguo perché per me il Male lo è; per me tutti noi viviamo sul confine, e basta poco per fare di noi dei criminali. E, quando ho scritto le Cronache, pensavo fosse importante presentare un Male suadente e logico, perché è così che il Male ci si presenta, vestito da Bene. Non mi spavento quando qualcuno mi dice “ma a volte mi dico che il Tiranno ha ragione”, perché è così che lo volevo, perché ogni certezza deve passare per il dubbio, o non vale niente.
Ogni autore ha una sua etica del lavoro, e deve rispondere solo a quella. Anche perché, diciamocelo, tutto influenza tutto. Nel caso specifico di Denver, per altro, penso che i fumetti non c’entrino assolutamente nulla, e che, prima di arrivare a Batman, ci sono decine di altre cose che hanno spinto la mano di Holmes ben più di quanto possa fare un fumetto. Ma se hai un disagio così profondo, basta un insulto in mezzo alla strada a spingerti lungo la china. E allora che facciamo? Ci chiudiamo in casa e ci diamo alla religione del politically correct, in cui i cattivi sono tutti cattivissimi e i buoni tutti buonissimi?
Il mondo è un posto complesso. Ci interroghiamo su di esso da millenni, e tutte le tonnellate di letteratura e arte che abbiamo prodotto ancora non ci hanno dato anche una sola risposta. Se il Male è suadente, è giusto mostrarlo anche così. Pensate a Dexter, che rappresenta il Male al massimo dell’edulcorazione – un bel ragazzo che ammazza solo i cattivi… – eppure porta avanti, o almeno lo faceva nella prima stagione, una critica assolutamente spietata del nostro mondo.
Ognuno di noi ha una sua visione del mondo, e, nelle sue produzioni artistiche, deve essere fedele solo a quella. Se poi è aberrante, altre parole ce lo mostreranno. L’importante è la pluralità dei punti di vista, perché il mondo è multiforme, ingannevole, complesso. E le storie, se non ci piacciono, si combattono a colpi di altre storie.

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Quis costodiet ipsos custodes?

In questi giorni sono uscite due sentenze che cercano di mettere un punto alle vicende del G8 di Genova. Sarà stato un caso, o forse, se vogliamo fare dietrologia, un bell’esempio di cerchiobottismo, ma quasi in contemporanea abbiamo una sentenza definitiva sui fatti della scuola Diaz e sulle devastazioni alla città da parte dei manifestanti. Non mi dilungo separatamente sulle due sentenze; quel che mi interessa qui è considerarle insieme, giustapporle, se volete.
Per quel che riguarda la scuola Diaz, ci sono cinque condannati in via definitiva e nove prescrizioni. Siccome l’italiano è una bella lingua, in cui le parole hanno un significato chiaro che vale ricordare, prescrizione non significa assoluzione, significa semplicemente che dal compimento del fatto all’emissione della condanna definitiva è trascorso troppo tempo, e dunque la legge stabilisce che non sei più perseguibile.
Le pene variano da un massimo di quattro anni ad un minimo di tre anni e sei mesi. Per tutti gli imputati vale anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, una misura a quanto pare estremamente necessaria, visto che più o meno tutti gli imputati nel frattempo hanno fatto carriera, così tanta da far esclamare al ministro Cancellieri che “perdiamo i nostri uomini migliori“. Beh, certo, picchiare più o meno a morte dei ragazzi in una scuola è solo un incidente di percorso, probabilmente un passo necessario per potersi definire bravi poliziotti. E a quel paese le pastoie dello stato di diritto. Scema io che credevo che le forze dell’ordine dovessero essere al servizio della gente, e non viceversa. A quanto pare, come ai tempi di Giovenale, nessuno controlla i controllori. En passant vi ricordo che dalla Diaz uscirono 61 feriti, di cui tre in prognosi riservata e uno in coma.
Comunque, voltiamo pagina e occupiamoci dell’altro lato della barricata, letteralmente: i manifestanti violenti, accusati di devastazione e saccheggio, che, a casa mia, sempre se l’italiano non è un’opinione, sono reati contro la proprietà, e non contro la persona. I condannati sono dieci, le pene vanno da un massimo di quattordici anni ad un minimo di sei anni e sei mesi. Più o meno il triplo di quei poliziotti che non hanno devastato bancomat, ma facce di ragazzi e ragazze. Compare anche la “compartecipazione psichica”, spiegata in termini legalmente nebulosi qua, ma che, se ho ben capito, significa che se uno davanti a te sfonda un bancomat e tu non cerchi di fermarlo e addirittura, dio non voglia, ti parte un “bravo!” sei colpevole quanto lui. Invece tutti i poliziotti della Diaz che stavano a guardare i colleghi che sfondavano nasi a calci non “compartecipavano psichicamente”. Buono a sapersi.
Dove voglio andare a parare credo sia chiaro. Non sto qui a giustificare chi sfonda i Bancomat, ma se proprio devo scegliere preferisco vedere scassata una vetrina che la schiena di un ragazzo. Se dovessi pesare i due reati su una bilancia, a occhio e croce penserei fosse più grave far del male a una persona, mandarla in coma, piuttosto che prendere a sassate una macchina. E, ripeto, capisco che vadano puniti entrambi, per carità di dio. Ma, davvero, non capisco perché uno che scassa un Bancomat si fa quattordici anni e quello che manda in coma una persona se ne fa tre. La conseguenza logica di questo fatto è una sola, e se ci pensate ovvia, e ci viene gridata ogni giorno dai cartelli pubblicitari, dalla tv, dal nostro stesso stile di vita: la proprietà vale più della persona. È l’unico vero fondamento del nostro stile di vita. Siamo appendici dei nostri oggetti. Va da sé, dunque, che se li scassi fai un danno molto superiore a sfondarmi il naso a calci. Da questo punto di vista, la sentenza interpreta il sentire comune, si adegua ai tempi.
Ricordiamoci solo che se decidiamo che una persona in divisa, per il solo fatto di indossarla, è autorizzato a fare qualsiasi cosa, non dobbiamo lamentarci se sotto quel manganello un giorno ci finiremo noi. E ci finiremo, perché questa strada porta da una sola parte, dritta e senza curve. Ci sono tanti piccoli segnali. Questo, il caso Aldrovandi, quello Cucchi. Un bel momento il nostro corpo finisce nelle mani dello stato, e improvvisamente non siamo più tutelati. È questo il mondo in cui volete vivere?

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Alert!

Niente, vi faccio un rapidissimo saluto solo per ricordarvi l’appuntamento di domani: ore 18.30, Trevignano, sul Lago di Bracciano, Via Ginori Conti. La presentazione è doppia; con me ci sarà Rossella Rasulo che presenterà il suo Mi Piace Vederti Felice.
A domani per chi ci sarà!

P.S.
Ho dimenticato una cosa importante: ecco un’intervista rilasciata un mesetto fa insieme a Francesco Falconi.
Enjoy!

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Star Wars. Tutto.

Nell’ultima settimana o giù di lì mi sono rivista tutto Star Wars, dove per tutto intendo tutti e sei i film. Ora, potremmo star qui e disquisire quanto i tre episodi nuovi della saga siano o meno Star Wars, e con ogni probabilità io vi direi che preferisco considerare tali solo gli episodi 4, 5 e 6, ma resta il fatto che George Lucas aveva in testa un progetto a sei film (o nove, secondo voci incontrollate…), e che questo progetto è ora stato completato. La novità di questa visione è che non ho visto i film in ordine di realizzazione, ma seguendo la cronologia della trama: questo significa che sono partita con La Minaccia Fantasma e ho finito con Il Ritorno dello Jedi. Tutto in inglese.
Era la prima volta che facevo una visione del genere. Volevo cercare di apprezzare la saga così come era stata nella mente di Lucas fin da principio, e sotto sotto volevo anche cercare di rivalutare la trilogia nuova, che mi ha sempre lasciata un po’ meh.
Ora, giunta alla fine della maratona posso fare una prima considerazione: che non c’è modo che l’esalogia possa veramente essere considerata un corpus unico. Ci sono differenze abissali tra gli episodi nuovi e quelli vecchi, roba che sembrano scritti e diretti completamente da altra gente (il che in effetti è vero, ma è vero pure che dietro al soggetto c’è sempre Lucas). Per quanto uno si sforzi, gli è proprio impossibile immaginarsi l’Anakin dei nuovi film sotto la tutona nera di Darth Vader. Gli unici due personaggi che mostrano una certa continuità sono l’Imperatore – bella forza, è interpretato dallo stesso attore… – e Obi Wan. Lì tanto di cappello a Ewan McGregor che s’è studiato Alec Guinness ed è una sua credibilissima versione giovane. Per il resto, cambia tutto.
Cambiano evidentemente gli effetti speciali: a parte alcune cose (tipo Yoda, che nel complesso è meglio nei film vecchi), quelli della trilogia nuova sono infinitamente migliori. Il problema è che Lucas pare un bambino in un negozio di caramelle: siccome adesso con la CG di può fare tutto, lui fa tutto. La trilogia nuova è letteralmente sommersa dagli effetti speciali, soverchiata ad ogni possibile livello. Levi quelli e non resta niente. L’effetto è di pomposo barocco. Pensateci. La trilogia classica è veramente minimale: le astronavi dell’Impero sembrano uscite da un film di Kubrik, con tutto quel bianco e nero, le linee pulite e la mancanza totale di arredamento. Persino la Città fra le Nuvole di Lando è ultraminimale. Lo stesso dicasi per le uniformi degli ammiragli e degli Imperiali in generale, o i vestiti di Leia, per dirne una.
La trilogia nuova è tutto il contrario. Tutto è di un’opulenza da far sanguinare gli occhi. Padme cambia vestito ad ogni inquadratura, e non si tratta mai di roba comoda, ma sempre di vestiti allucinanti. Tipo la sottanina vedo-non-vedo-famo-che-vedo che indossa in quel di Naboo, sul lago, quando ha accanto un Anakin evidentemente preda di tempesta ormonale.
“Non ci possiamo amare, non ci pensare”, dice, ma poi gli si presenta mezza nuda a colazione.
Padme è la donna che non veste per casa. Se non ha un trespolo di tre metri in testa anche per andare dal tinello al bagno non è contenta. Taciamo delle pettinature: se il coiffeur di Leia andava polverizzato (Star Rats docet) quello di Padme si fa di acidi.
Ma anche tutto il resto è un tripudio di colori da trip mentale, roba assolutamente distante anni luce dalla morigeratezza della trilogia classica. E questo impedisce di pensare che sia veramente lo stesso universo, e sia davvero la stessa storia.
Il barocco però non si esplica solo negli effetti speciali: invade tutto, sceneggiatura compresa.
Una delle battute più azzeccate della trilogia classica è quella tra Leia e Han, quando quest’ultimo viene messo sotto carbonite. Lei gli dice “ti amo”, e lui risponde “lo so”. Perfetto. Dice tutto quel che deve dire, su Leia, su Han, su quel che provano l’una per l’altro. Ecco invece un esempio di dialogo preso dalla trilogia nuova; per coerenza, dedichiamoci a Anakin e Padme, la coppia della trilogia nuova:
Anakin: “Dal momento in cui ti ho incontrata, quanti anni sono ormai, non è passato un solo giorno senza che pensassi a te. E adesso che sono di nuovo con te… soffro da morire. Più sto vicino a te, più mi tormento. Al solo pensiero di stare un attimo senza di te, mi sento soffocare. Sono ossessionato da quel bacio, che non avresti mai dovuto darmi. Ho una ferita, nel cuore, e aspetto che un altro bacio la rimargini. Tu mi sei entrata nell’anima, che si tortura per te. Che devo fare? Dimmelo tu, e io lo farò.”
O Padme, mentre portano lei e Anakin a morire nell’arena:
Padme: “Non ho paura di morire, sto morendo un po’ ogni giorno da quando sei rientrato nella mia vita”.
Voglio dire, nulla di male in generale, ma quante dannate parole, quante…ma davvero la portata di un amore si misura dal grado di sbrodolamento dei dialoghi? Uno scambio di battute come quello de L’Impero Colpisce Ancora sarebbe completamente impossibile nella trilogia nuova.
Nel contempo, anche lo spirito generale della saga cambia decisamente nel passaggio dalla vecchia alla nuova trilogia. La vecchia, anche nei momenti più oscuri, che non mancano, si concede sempre quel minimo di ironia di fondo, affidata più che altro ad Han Solo. E non è quell’ironia che si trova spesso in molti film di intrattenimento moderni, che sta messa lì a sproposito e ti ammazza la tensione. È l’ironia di chi sa esattamente che prodotto sta realizzando, e sa cosa vuole in quel momento il pubblico. È anche quell’ironia lì che fa grande Star Wars.
Ecco, la trilogia nuova ci prova, eh, ne La Minaccia Fantasma, con Jar Jar Binx, e fallisce miseramente. Jar Jar non è simpatico, è infantile e fastidioso, e la sua non è ironia che dia quel quid alla trama, sono gag slapsitck che c’entrano una fava col resto. Sommersi dalle critiche per Jar Jar, gli autori decidono di correggere il tiro con gli altri due film, e l’ironia semplicemente scompare. Tutto è preso devastantemente sul serio. Non sembra stiano girando un film di intrattenimento, sembra stiano girando Il Settimo Sigillo. E se vuoi mantenere quel tono lì, allora devi cambiare tutto; il livello di approfondimento dei personaggi non giustifica in alcun modo il prendersi terribilmente sul serio degli autori, né lo fanno i frizzi e lazzi in CG che circondano il tutto. Perché, ragazzi, una cosa è Il Settimo Sigillo, e un’altra è la galassia lontana lontana, e con questo non voglio dire che l’intrattenimento non veicoli anche riflessioni profonde sull’uomo e il mondo, ma lo fa con altri mezzi. Mezzi che George Lucas s’è dimenticato nei vent’anni che passano tra Il Ritorno dello Jedi e La Minaccia Fantasma.
Comunque, a volte penso che non è tanto Lucas che s’è rimbambito, ma il modo di raccontare storie che è drasticamente cambiato allo scoccare del millennio. Trovare un film di intrattenimento con la stessa potenza di Star Wars è ormai impossibile. Tutto deve avere quel minimo sindacale di buonismo di fondo, assieme a possenti buchi di trama, conditi infine con sceneggiature che ogni tre per due ti devono presentare lo spiegone, che sia mai lo spettatore non capisca. Sembra che certe storie ormai si raccontino solo così, non sia possibile altrimenti. Ora, anche la trilogia classica di Star Wars c’ha le sue belle incongruenze, le sue cose inspiegabili, ma a confronto di quelle della trilogia nuova sono peccatucci veniali, spesso tipici un po’ del genere. Esempio, posso anche crederci che la seconda Morte Nera ha praticamente lo stesso difetto costruttivo della prima, solo che stavolta il buco in cui si deve infilare la nave è il decuplo della volta precedente, è un grande classico delle megacostruzioni dei cattivi; non capisco invece francamente perché Obi-Wan perda tonnellate di tempo a cercare sulle carte un pianeta di cui ha già le coordinate, Kamino, e che dunque potrebbe raggiungere tipo due secondi dopo che ne ha sentito il nome. O perché tra L’Attacco dei Cloni e La Vendetta dei Sith nessuno indaghi un po’ su chi abbia ordinato l’esercito dei cloni, con chi cappero era in contatto il maestro Siphodia e via così. O perché la votazione più importante della storia della Repubblica veda assente Padme, presumibilmente protetta da due Jedi proprio in vista di essa, e al suo posto ci sia Jar Jar. Pensateci, alla fine la Repubblica crolla perché Jar Jar Binx vota a favore dell’esercito. Che dire, ma allora ve la siete veramente meritata.
Potrei andare avanti all’infinito. Mi concedo solo un’ultima riflessione, che credo sia importante anche nel mio lavoro di scrittrice. La trilogia classica funziona perché è semplice: nel primo film c’è l’Impero, ci sono i ribelli, bisogna distruggere la Morte Nera. Fine. Lineare, semplicissimo. Lo schema si complica appena nei due film successivi, ma stiamo sempre lì: ci sono gli eroi, gli antieroi, la missione. La trilogia nuova, invece, è un casino. Oggettivamente, di che parla La Minaccia Fantasma? Qualcuno di voi sa dirlo in due parole? E mi sa riassumere schematicamente tutto il progetto di Palpatine per prendersi la Repubblica?
È tutto un casino, gente che va di qua e di là per farci vedere quant’è bella la Galassia – che bella è bella, per carità – ma senza che le motivazioni di tutti questi spostamenti siano davvero chiari. E i personaggi hanno motivazioni confuse, fanno cose che non si capiscono bene. Dio, ne Il Ritorno dello Jedi tutto il tormento di Darth Vader appare chiarissimo attraverso tre inquadrature tre della maschera, cazzo, della maschera! Tutto intero La Vendetta dei Sith non riesce ad essere altrettanto esaustivo sul perché alla fine Anakin faccia quel che fa, e sono tre ore di film quasi tutte di dialogo.
Quindi, niente. La visione mi ha confermato che la trilogia classica è potente, saldamente realizzata, capace ancora oggi di divertire, commuovere, affascinare. Non è un caso che abbia segnato così profondamente la cultura popolare del nostro tempo. Io, quando Irene fa la cacca nel pannolino, “percepisco una vibrazione nella Forza”, e sono certa che questa cosa non vale solo per me. Cosa resta invece della trilogia nuova? Due belle battute (per la cronaca, “è così che muore la repubblica, sotto scorcianti applausi” e “solo un signore dei Sith vive di assoluti”) e certe soluzioni visive francamente splendide: i pianeti sono tutti bellissimi, idem gli alieni, il design delle astronavi, e anche tutti i primi venti minuti de La Vendetta dei Sith, che mi avevano fatto ben sperare per il seguito. Il resto? Il resto è stato inghiottito dal tempo.

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Presentazione shakerata, presentazione fortunata

Questo sarà un breve post di segnalazione con una luuuuuunga introduzione…
Ieri ero a telefono con un’amica; si parlava di cose che a breve vi andrò a spiegare, quando ad un tratto sento sotto la sedia una vibrazione assolutamente inconfondibile. Ora, fin circa al 2009 una vibrazione del genere mi avrebbe al massimo fatto alzare la testa, andare curiosa in soggiorno e chiedere agli altri occupanti della casa se avevano sentito qualcosa. Solo che nel 2009 mi è capitato di svegliarmi alle 3 di notte col letto che ballava il rock’n'roll, la finestre che gemevano e la terra che rimbombava, provando un miliardesimo di quello che sentirono, quella stessa notte, le persone de L’Aquila. Da allora considero i terremoti sotto una luce completamente diversa.
Ho cacciato un urletto, sono scattata in piedi mentre la mia amica, comprensibilmente preoccupata, mi ha chiesto cosa succedeva.
“Ha tremato tutto”.
Ho alzato gli occhi al lampadario, il gesto classico, e l’ho visto vibrare. Sarà durato tutto 3 secondi a dir tanto, ma mi ha messo addosso una paura tremenda. Sono andata di là col telefono inutilmente attaccato all’orecchio, bianca come un cencio, a dire che avevo sentito il terremoto. Mia madre però non aveva sentito niente, gli altri lampadari della casa erano tutti fermi, per cui stavo per rassegnarmi all’idea di essermi immaginata tutto, che magari si era trattato solo di un camion. Breve era stato brevissimo, più simile ad un’esplosione che altro.
Poi, però, ha suonato il cellulare. Ed era Giuliano, che mi parlava dell’edificio in cui lavora che aveva tremato di brutto, di macchine cui era scattato l’allarme e di evacuazione dell’ente presso cui lavora. Poi ha chiamato anche mio padre, e lì ho capito che non si trattava di fervida immaginazione, ma di qualcosa di concreto.
Per un decina di minuti ho pensato davvero che fosse scoppiata una bomba da qualche parte, perché era stato troppo rapido. Sono anche salita sul terrazzo per vedere se c’era fumo da qualche parte. Col senno di poi non è stata una gran trovata, i terrazzi non sono esattamente il posto migliore dove andare quando c’è un terremoto. Poi, santa Adnkronos c’è venuta incontro e abbiamo capito: terremotino da 3.5 della scala Richter, epicentro tra Frascati e Monteporzio Catone, praticamente sulla verticale della scrivania del marito.
Ora, lo so che si è trattato di una scossa da nulla, so che i Colli Albani sono zona sismica, e che lì c’è addirittura un vulcano. Però, mi sento anche un po’ ridicola a dirlo, ho avuto paura. Sarò diventata più ansiosa di quanto non lo fossi prima, sarò scema, non lo so. C’è qualcosa di brutto persino nelle sgroppatine di queste zone, che per fortuna sono in genere di bassa o media intensità, qualcosa che non ti fa sentire al sicuro. E insomma, niente, poi sono uscita, ho fatto spesa, e il casino del centro commerciale preda dei saldi mi ha fatto tornare tutto sommato calma.
Ma con chi stavo parlando a telefono?
Con Rossella Rasulo, e si stava discettando del fatto che sabato 14 luglio, per gli amici sabato prossimo, ore 18.30, faremo una presentazione doppia in quel di Trevignano, un paese splendido sul Lago di Bracciano, meraviglioso lago vulcanico a nord di Roma. È l’occasione non solo per venire a conoscere queste due pulzelle, ma anche per fare un salto in un posto bellissimo. Per chi vuole venirci a sentire, ci troverete in Via Ginori Conte, nella Piazza del Comune. Vi si aspetta!

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Sono Sannita

Quand’ero bambina parlavo con l’accento collese, l’accento misto campano-molisano che hanno al paese di mia madre. La gente capiva subito che non ero proprio di Roma. Ricordo due episodi: una volta, facevo le elementari, studiammo un po’ di poesie dialettali, tra cui una di Salvatore Di Giacomo. Dopo aver ridacchiato alla pronuncia non proprio perfetta della mia maestra, la fecero leggere a me e fu chiaro che non mi chiamavo Troisi di cognome per nulla. Alle medie, invece, la mia amatissima professoressa di matematica conduceva una battaglia senza speranza contro le mie “u” chiuse. Io dicevo “quoto” con u e o chiuse, e lei cercava disperatamente di farmelo dire con la pronuncia corretta. Io non ci riesco nemmeno oggi. Comunque, sebbene io adesso parli come Ruggero di Carlo Verdone, ogni tanto il dialetto torna a galla: quando mi arrabbio, ad esempio, o quando sono in compagnia di altri campani. In loro compagnia, trovo sempre il modo di tirare fuori le mie origini; un po’ di tempo fa, durante una piacevole e inaspettata telefonata, stavo per uscirmene con un “e poi anch’io sono campana, di origine!” che c’entrava un po’ come i cavoli a merenda.
Ecco, da sabato non sono più campana di origine. Sono campana per cittadinanza, anche se mi è stato fatto notare che più che altro sono Sannita, che non è proprio la stessa cosa. Non dimentichiamoci che i Sanniti riuscirono almeno una volta a fare il paiolo ai Romani, che a lungo ricordarono le Forche Caudine, quindi direi che l’orgoglio è ben riposto e di lontane origini. In effetti, sabato ho ricevuto la cittadinanza onoraria di Colle Sannita, il paese dove è nata mia madre e che conosco piuttosto bene, visto che fino ai 23 anni ci andavo tre volte l’anno almeno.
È difficile spiegare quanto questa cosa mi abbia fatto piacere. Innanzitutto, io sento fortemente le mie origini, e anche questo è piuttosto complicato da giustificare. In genere si è fieri di essere nati in una città come Roma, che indubbiamente è una delle più belle al mondo. Io sono molto più fiera di avere la famiglia campana, perché so che è lì che è cominciata la mia storia, che sarei una persona completamente diversa senza Colle, Benevento e Napoli. Lì sta il mio cuore, più o meno da sempre.
E poi è stato un cerchio che si chiudeva. Con gli anni Colle è diventato sempre più importante per me, e fatalmente è successo quando ho iniziato ad andarci meno spesso, perché mia nonna è morta e casa sua, ormai vuota, è diventata più o meno off-limits per ragioni che potrete intuire. Colle è il posto dove nevicava tutti gli inverni, e ogni volta che ci andavo a Natale speravo di vedere la neve, il posto dove per la prima volta, a sedici anni, alzando gli occhi al cielo notturno ho visto la Via Lattea, dove, un anno dopo, vidi in tutto il suo splendore la cometa Hale-Bopp, con la sua coda infinita, dove per la prima volta ho visto le lucciole, tante e tutte insieme, dove ho scritto Sindy e Mindy, il mio “romanzo” di 20 pagine che scrissi a otto anni. Ho avuto amori da quelle parti – nessuno concretizzato, ovviamente, in queste cose ero veramente una frana – mi sono divertita, annoiata, fatto cose che non avrei potuto fare da nessun’altra parte, ho vissuto.
Con la morte di mia nonna, le mie visite a Colle si sono diradate da tre l’anno a una ogni due anni. Mi dicevo di continuo che le cose dovevano cambiare, che dovevo trovare il modo di andare più spesso. Ma è difficile quando non hai una casa cui appoggiarti – o non hai più la forza di usare quella che hai – e il tuo legame più forte non c’è più. E questo è l’altro motivo per cui questa cosa mi ha non solo onorata, ma anche fatto enorme piacere: è un modo per approfondire questo legame, che sento forte dentro di me, ma che finora non sono riuscita ad onorare come volevo. So che quel che è stato non può tornare, che le lunghe passeggiate in bicicletta fino al lago, i pomeriggi passati a raccogliere more non potranno tornare, ma chissà, magari ci saranno altre cose, con Irene, cose che diverse e non meno belle. Spero la volontà basti. In tantissime cose della mia vita è bastata.
Vi lascio tre sole foto di sabato; Giuliano era il fotografo designato, ma ha dovuto badare tutto il tempo ad Irene, che era eccitatissima, e quindi non ha avuto modo. Forse qualcun’altra l’ha fatta mio padre, se sono carine magari nel corso della giornata le posto. Intanto, un grazie grandissimo a chi ha voluto farmi quest’onore e a tutte le persone che sono venute a festeggiarlo con me.

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Scienza

E insomma, pare abbiano trovato il bosone di Higgs. Con enorme vergogna, confesso di non essere ferratissima sulla fisica delle particelle, o almeno su questa specifica branca. Io il bosone di Higgs, ve lo dico, non l’ho mai studiato, e non avendolo studiato non mi sento pronta a farne una trattazione divulgativa. Per cui vi rimando al blog di Amedeo Balbi, che è uno dei migliori blog scientifici in circolazione e il suo post lo trovo molto chiaro e divertente. Ovviamente, se avete domande, io posso provare a rispondervi.
Piuttosto, mi dilungo un po’ sugli aspetti sociologici della questione. Un anno fa, suppergiù, il pubblico improvvisamente si mise a discettare di relatività generale grazie alla storia dei neutrini superluminali di Opera. Un paio di anni prima, tutti stavamo lì a discutere di micro buchi neri grazie al Large Hadron Collider. Oggi, di nuovo una notizia di fisica finisce nella parte nobile della home page di Repubblica, quella sopra il primo scroll. Ecco, a me piacerebbe che tutto questo non fosse un fuoco di paglia, che la gente iniziasse ad avere un interesse genuino per la fisica, perché per la vita la fisica serve. E anche non servisse, sono da sempre convinta che se abbiamo un cervello è per cercare di capire il mondo. Qualcuno ha detto in passato che l’intelligenza umana è il sistema che ha trovato l’universo per indagare se stesso, e io sono d’accordo. Non mandate al macero i neuroni, siate sempre curiosi e chiedetevi perché le cose sono come sono. La fisica vi darà molte risposte, e nel peggiore dei casi vi aiuterà a formulare per bene le domande.

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Stamattina apro Repubblica per vedere che è successo nel mondo, e avevo ancora aperta la pagina sul bosone. Ero dunque nella sezione Scienza del giornale. In cima all’articolo, dove si parla degli altri articoli della sezione, spiccano due titoli:

“Scoperto nuovo testo Maya
la profezia non ha più segreti”

e

“Galline sterili e pozzi bollenti
Ecco le spie del terremoto”

E lì ho pensato che è la legge del contrappasso. Per una cosa trattata – almeno a quanto ho potuto giudicare io – con un minimo di rigore scientifico, ecco due belle cazzate che ristabiliscono la quantità media di umiliazione che la scienza deve sopportare dai media. Così, per non farci illudere troppo. Poi, vabbeh, leggi il primo articolo e l’archeologo interpellato fa di tutto per dire che la storia della profezia è una stronzata, ma è altrettanto evidente che al giornalista gliene cale poco, che “ritrovato antichissimo graffito risalente all’epoca Maya” non fa vendere tante copie come “ultima parola sulla fine del mondo nel 2012″. Pensavo però dovesse esserci un’etica anche nel giornalismo, ma evidentemente l’illusa sono io.
Sul secondo, che dire. Adesso sarà pieno di gente che gli si rompe il rubinetto dell’acqua calda e chiama i vigili del fuoco perché pensa ci sarà un terremoto. Non ho accesso alla ricerca originale, ma suppongo che nessun geologo si azzardi a trarre chiare conclusioni ai fini della previsione del terremoto dal fatto che le galline non facciano le uova. La scienza ha i suoi metodi, metodi che al 90% dei giornalisti e del vasto pubblico sono completamente ignoti. Che bellezza.

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Il congresso cui ho partecipato in questi giorni si è tenuto alla Pontificia Università Lateranense. L’università del Vaticano che sta a San Giovanni, qui a Roma, per chiarire. Facevamo i nostri talk nell’aula magna, sotto un gigantesco mosaico di un Cristo benedicente e la scritta, sopra “Magister Vester Unus Est Christus”. E c’è di più: il congresso commemorava i 55 anni dalla Conferenza Vaticana, una conferenza di astrofisica organizzata, udite udite, dal Vaticano.
In apertura, uno dei relatori ci ha letto brani di un articolo, per altro estremamente corretto dal punto di vista scientifico, che riassumeva le conclusioni di quella conferenza, e che era stato redatto da Pio XII. Sì, il Papa. E ve ne dico un’altra: uno dei padri della spettroscopia – che è, in breve, il sistema che abbiamo, tra le altre cose, per sapere di cosa sono fatte le stelle – era un gesuita, Padre Secchi. I gesuiti studiano ancora il cosmo, il Vaticano ha vari osservatori, uno dei quali è praticamente dentro la residenza estiva del Papa, a Castel Gandolfo.
Perché vi dico tutte queste cose? Perché la realtà è sempre più complessa di come la si dipinge. Siamo abituati a credere che fede e scienza siano agli estremi dello spettro della conoscenza, che la Chiesa odi la scienza e la scienza odi la religione. E, per carità, ci sono anche fondate ragioni per le quali abbiamo questa convinzione. Io però non la vedo per niente così, e probabilmente non sono la sola, tutto qua. E questo indipendentemente se si è scienziati, atei, credenti o filosofi.

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Durante la pausa pranzo…

…dell’European Week of Astronomy and Space Science (EWASS per gli amici) vi faccio una rapidissima segnalazione: sabato 7 luglio, ore 18:30, potrete incontrarmi nella Sala Del Consiglio Comunale di Colle Sannita, provincia di Benevento, per inciso il paese di mia madre e Il Paese nei miei ricordi d’infanzia. A me ovviamente fa incredibilmente piacere fare qualcosa in un posto cui sono così profondamente legata, tanto più che mi verrà anche conferita la cittadinanza onoraria :) . Vorrei dilungarmi di più sulla cosa, ma c’è il congresso e ho addosso cinque ore di sonno, non sono molto in me. Prima, per dire, non ho capito cosa mia chiesto una persona in inglese…per cui per ora vi segnalo solo la cosa, poi magari ne parliam meglio.

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