Archivi del giorno: 23 luglio 2012

Il potere delle storie. Ancora.

È tutto il fine settimana che mi arrovello intorno a questi due post. (No, ok, ho anche avuto una vita sociale, oltre a stirare il sabato sera, ma ho un cervello multitasking, che riesce ad arrovellarsi mentre sorseggia latte e menta in compagnia degli amici. A volte in effetti è un po’ fastidioso…).
La storia, purtroppo, la conoscete tutti: in un sobborgo di Denver un ragazzo entra in una sala cinematografica dove si proietta la prima di Batman e spara sulla folla. Un copione purtroppo già visto. Solo che stavolta c’è di mezzo un film di supereroi e un tizio che indossa una maschera antigas. La notizia è ovviamente succosissima, e i nostri giornalisti ci si buttano a pesce: automaticamente, l’attentatore diventa uno vestito da Bane che spara sulla folla per emulare il cattivo del film.
Ora, evidentemente qui ci sono due ordini di problemi. Il primo riguarda il giornalismo: in giro se ne leggono di ogni. Che Holmes aveva i capelli tinti di rosso come il Joker (?), che si è presentato come tale alla polizia, che Neil Gaiman è il papà di Batman. L’approssimazione con cui viene trattato un medium che ha uno straordinario impatto sulla cultura pop è evidente. Il fumetto, e tutto quanto sia popolare, continua ad essere trattato come il figlio della serva. Poi c’è la sociologia spicciola, quella che fa vendere copie, perché a tutti fa piacere sentirsi dire che le nuove generazioni sono composte da decerebrati plagiati dai videogiochi e dai fumetti. Molto semplice, molto rassicurante. L’importante, del resto, è affibbiare etichette, che lo sappiamo che il mondo funziona così.
A me però tutto questo interessa poco. Sono storie vecchie, di cui abbiamo parlato un’infinità di volte, ci siamo incazzati, abbiamo discusso, ma è evidente che la controparte non ha alcuna intenzione di stare a sentire. Fumetti = plagio delle menti deboli fa vendere copie, quindi nessuno è interessato a modificare la propria opinione al riguardo. Persino le veridicità dell’equazione è una cosa del tutto di secondo piano; basta che la cosa abbia presa sul pubblico, e la verità non sempre ha questa caratteristica.
Mi interessa molto di più il discorso del Rrobe, che per altro mi riguarda da vicino, visto che io racconto storie. E la mia reazione di pancia alla lettura del suo primo post è: “cavoli, è vero”. La cosa che mi fa più piacere, quando qualcuno mi parla delle mie storie, è che mi venga detto che i miei libri hanno cambiato qualcosa nella vita di chi li ha letti. Vuoi che siano stati la scintilla per iniziare ad amare la lettura, vuoi che abbiano aiutato qualcuno in un momento difficile, è tutto sommato quel che mi spinge a continuare così. Non si scriverebbe, se la scrittura non lasciasse in qualche modo il segno. Ma chi ci dice che le nostre storie cambino sempre in meglio la vita delle persone? E quando lo fanno in peggio, cosa dobbiamo pensare, noi autori? Non è un problema di poco conto, né dalla facile soluzione. Le parole sono sempre importanti, sia che spingano la gente a migliorarsi, sia che lo portino invece a fare cose tremende. E dirsi che non è vero, che non è così che funziona, è ipocrita.
E quindi?
E quindi non lo so. Non credo che la soluzione però passi per lo stupro della poetica dell’autore. Credo che quando un autore inizia a porsi dei limiti, dei paletti, e modifichi la propria visione per evitare che poi qualcuno fraintenda, beh, quella è la morte dell’arte. E non stai neppure facendo un buon servizio ai tuoi lettori, che percepiscono subito se un messaggio è artefatto, finto. Bisogna sempre dire la verità, la propria personale verità. Anche a rischio di essere fraintesi. E fraintesi lo si è comunque e sempre, anche quando non si finisce con esiti così tragici come quelli di Denver.
Il Tiranno è ambiguo perché per me il Male lo è; per me tutti noi viviamo sul confine, e basta poco per fare di noi dei criminali. E, quando ho scritto le Cronache, pensavo fosse importante presentare un Male suadente e logico, perché è così che il Male ci si presenta, vestito da Bene. Non mi spavento quando qualcuno mi dice “ma a volte mi dico che il Tiranno ha ragione”, perché è così che lo volevo, perché ogni certezza deve passare per il dubbio, o non vale niente.
Ogni autore ha una sua etica del lavoro, e deve rispondere solo a quella. Anche perché, diciamocelo, tutto influenza tutto. Nel caso specifico di Denver, per altro, penso che i fumetti non c’entrino assolutamente nulla, e che, prima di arrivare a Batman, ci sono decine di altre cose che hanno spinto la mano di Holmes ben più di quanto possa fare un fumetto. Ma se hai un disagio così profondo, basta un insulto in mezzo alla strada a spingerti lungo la china. E allora che facciamo? Ci chiudiamo in casa e ci diamo alla religione del politically correct, in cui i cattivi sono tutti cattivissimi e i buoni tutti buonissimi?
Il mondo è un posto complesso. Ci interroghiamo su di esso da millenni, e tutte le tonnellate di letteratura e arte che abbiamo prodotto ancora non ci hanno dato anche una sola risposta. Se il Male è suadente, è giusto mostrarlo anche così. Pensate a Dexter, che rappresenta il Male al massimo dell’edulcorazione – un bel ragazzo che ammazza solo i cattivi… – eppure porta avanti, o almeno lo faceva nella prima stagione, una critica assolutamente spietata del nostro mondo.
Ognuno di noi ha una sua visione del mondo, e, nelle sue produzioni artistiche, deve essere fedele solo a quella. Se poi è aberrante, altre parole ce lo mostreranno. L’importante è la pluralità dei punti di vista, perché il mondo è multiforme, ingannevole, complesso. E le storie, se non ci piacciono, si combattono a colpi di altre storie.

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