Archivi del mese: agosto 2012

Belli

L’altro giorno ero in ascensore. Mi sono guardata allo specchio e per la prima volta, credo in tutta la mia vita, ho pensato che mi piacevo.
Alt. Prima che qualcuno mi faccia giustamente osservare che non sono decisamente Claudia Schiffer – ve la ricordate Claudia Schiffer? O vado troppo indietro nel tempo? :P – vi dico che non mi sono trovata bella. Mi piacevo, che è diverso. Mi trovavo bene nella mia pelle. Avevo un corpo del quale non mi vergognavo, che anzi avevo piacere a mostrare, anche nei suoi difetti. Di sicuro questa cosa ha che fare con la dieta e tutto il resto che sapete. Questo è il corpo che mi sono in qualche modo costruita, a prezzo di sacrifici e rinunce, che per altro adesso sono piaceri, più che altro. È il corpo frutto della mia volontà di migliorarmi, di avere un avatar che rispecchiasse quel che sono, il modo in cui mi percepisco. Ma non è solo quello.
È che ho trent’anni. Le fisime dell’adolescenza sono finite, il mio corpo ha terminato il suo sviluppo, non cambia più dall’oggi al domani, e ha raggiunto il suo stadio adulto, quello che – rughe permettendo – conserverò per un bel po’. Ho fatto anche una cosa estremamente importante col mio corpo – Irene :) – che nella mia vita segna nettamente un prima e un dopo, e che ha dato un senso ulteriore a queste quattro ossa. Nel frattempo sono cresciuta, mi sono fatta una vita, ho deciso cosa fare di me. Ho imparato a convivere coi miei difetti, ho capito in che modo voglio declinare la mia femminilità. Sono padrona di me e del mio corpo, ecco. Ed è una cosa che non potevo raggiungere a sedici anni, ma neppure a venti. Ci devi stare un bel po’, nella tua pelle, e litigare con te stesso per capire chi sei e accettarti.
Ecco, mentre pensavo tutte queste cose, ho riflettuto che viviamo in un’epoca che questa fase che sto vivendo la nega. Pensateci. Ovunque, soprattutto per quel che riguarda il corpo femminile, è un’esaltazione della giovinezza. La bellezza è sempre connessa alla giovane età: pensate a Miss Italia, le cui partecipanti raramente superano i venti, venticinque anni a voler stare di manica larghissima. O alle Veline, a tutti gli altri modelli di bellezza che ci vengono proposti. Tutte giovanissime.
Sul piano psicologico non va meglio. Come sintetizzato splendidamente da Zerocalcare, i trentenni sono una specie estinta. L’adolescenza ormai è perenne, dura settant’anni. Si mangia interi pezzi di infanzia e si frega anche tutta l’età adulta. È un vero peccato, perché ci stanno derubando forse dell’età migliore, quella in cui sentirsi finalmente compiuti. E ce la stanno fregando anche dal punto di vista economico, dato che l’età in cui finalmente ci possiamo fare una vita nostra si estende sempre più in avanti: il lavoro non c’è, se c’è è a livello di schiavitù, e poi la crisi economica e tutto il resto. Ma se mi togli il traguardo, a che serve il cammino? Voglio dire, a che è servito soffrire da ragazzini – perché si soffre, non neghiamocelo, chi prima, chi dopo, tutti abbiamo sperimentato quanto sia dura tra i dieci e i venti, spesso anche dopo – a che è servito infagottarsi nei maglioni larghi, e poi mettersi finalmente la prima gonna se a trent’anni mi consideri fisicamente già decrepito, e psicologicamente ancora un ragazzino?
Ecco, lo so che per molti di voi che mi leggete i trent’anni sono l’anticamera della fossa comune :P , ma un giorno ci arriverete anche voi. Non fateveli scippare. Guardatevi allo specchio e pensate che tutto quel che vedete è frutto di un duro lavoro, e che siete belli, bellissimi, perché ogni curva del vostro corpo è frutto di tutto quel che avete fatto prima.

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Un’orma

Sono sempre stata più o meno contenta di essere nata in questo periodo storico. Mi pare potesse andarmi infinitamente peggio, e ho possibilità e vantaggi che i miei nonni sognavano, ma che anche i miei non hanno avuto. Non invidio niente a chi è venuto prima di me, tranne una cosa: l’uomo sulla Luna. Mi gira la testa al pensiero che mio padre, quella sera lì di quarantatré anni fa, guardava il televisore mentre Neil Armstrong diceva quella frase storica, quella che conosciamo tutti, e che io personalmente parafraso almeno una volta al giorno, mentre metteva piede sul nostro satellite. Ho fantasticato spesso su come mi sarei sentita, su come avrei visto la Luna, quella sera, e da quel momento in poi. È stato un momento irripetibile nella storia dell’umanità, un momento in cui tutto sembrava possibile, in cui il futuro, in piena Guerra Fredda, per un istante parve più roseo. Io, almeno, lo vedo così. E c’entra il fatto che sono un astrofisico, certo, ma non è solo quello.
Stanotte se n’è andato Neil Armstrong. Con lui se ne va un pezzo della nostra storia, con lui se ne vanno le sensazioni che provò quel giorno, i ricordi di quella landa desolata che nessun occhio umano – e pochissimo altri dopo – avevano visto. Ma una cosa resta. L’orma. La prima impronta, quella che i suoi scarponi lasciarono nella polvere finissima della Luna. È lì da quella sera, e ci resterà finché la Luna sarà in cielo. Almeno altri cinque miliardi di anni, secondo gli attuali modelli teorici. Un’eternità, a fronte degli 82 anni di vita dell’uomo che l’ha lasciata. E questa cosa, è al contempo splendida e terribile.

Immagine presa da http://www.seasky.org/skygallery/skygallery_04_18.html

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Vecchia inside

Immaginate sia un’afosa sera d’estate. Immaginate che abbiate appena cambiato il pannolino alla prole, che non ha il pancino completamente a posto. Immaginate anche che dobbiate lavorare ad un piccolo pezzo che vi hanno chiesto per un giornale, poche battute, ma voi siete in difficoltà quando c’è da scrivere poco.
State lì, a cercare la quadratura del cerchio – e a sperare che vostra figlia si addormenti – quando…rumore di amplificatore che si accende, alcune note di pianoforte e una voce calda da pianobar che fa: “Buonasera a tutti!”. Seguono applausi e fischi, e “ROMAAAAA…NUN FA LA STUPIDA STASERAAAAAA…” attacca la voce. Così, a tremila decibel. Alle 22.00 spaccate.
Non ci potete credere. La pupa si muove nel letto. Non solo non ci potete credere, vi iniziate anche ad incazzare.
Ecco, a me è successo, paro paro, ieri sera. Ricordo che quattro anni fa ascoltai con gli occhi a cuoricino la storia del mio amico che faceva la serenata rock a quella che all’epoca era, ancora per pochi giorni, la sua fidanzata. Chissà perché, ora che la promessa sposa abita ad un tiro di schioppo da casa mia, e mia figlia di due anni e mezzo prova a dormire di là, la cosa mi sembra molto, ma molto meno romantica.
Tiro su la persiana, esco sul balcone dopo aver superato il muro da 35° e 99% di umidità che mi aspetta sulla soglia della finestra. E, in effetti, a 200 metri da casa mia c’è un piccolo assembramento di persone sotto una casa. Serenata. Serenata il 23 di agosto alle 22.00.
Rientro in casa imprecando in sanscrito. Almeno la prole sembra dormire. Che devo fa’? Mi metto al lavoro, ecco che devo fa’.
Provo a concentrarmi sulla frase che devo sbrogliare…
“UN VIAGGIO A SENSO SOLO…SENZA RITORNO SE NON IN VOLOOOOOO…”
…ecco, potrei inserire qui il pezzo sul…
“I MIGLIORI AAAAAANNI DELLA NOOOOOOSTRA VITAAAAAAAA…”
…questa parola qui si ripete, no, non va…
“SEI CHIARA COME UN’ALBAAAAAAAA…SEI FRESCA COME L’AAAAAAAAARIAAAAA…”
…se ci mettessi…
“DAI! TUTTI INSIEME!!”.

“E no, cazzo, no! Tutti insieme??? MA CHE CAZZO, SEI A SAN SIRO O IN UN FOTTUTO QUARTIERE DOMRITORIO, E SOTTOLINEO DORMITORIO, DI ROMA????”.

Ecco. Il giorno in cui inveisci davanti al pc contro uno che sta facendo la serenata alla morosa il 23 di agosto alle 22.00, capisci non solo che il romanticismo t’è morto dentro, ma anche che la gioventù è veramente finita.
Ormai sono vecchia inside.

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Un grande classico

Era il 2006, più o meno di questo periodo, all’epoca ero in piena dieta e per dimagrire correvo sotto il sole nel parco del quartiere. Non ero ancora sposata, già laureata, da poco tornata da Monaco. E usciva Black Holes and Revelations, il primo album dei Muse che avevo atteso, seguito, di cui avevo letto ogni minimo rumor. A dire il vero, era il primo album tout court che attendessi in tutta la mia vita. Lo recensii sul blog, in un post ormai fagocitato da Splinder, e fu la mia prima recensione musicale. Sono passati sei anni, il periodo è più o meno quello, ma io peso 15 chili di meno, non corro, sono sposata e ho una figlia. Ma la verità è che siamo sempre più o meno là.
Ho già avuto modo di dirlo: ormai l’uscita di un album dei Muse segue un copione più o meno consolidato. Rumor sempre più improbabili su contaminazioni estreme, collaborazioni allucinanti e l’immancabile “stanno diventando commerciali”, seguito tipicamente da uno o più singoli davanti ai quali il pubblico resta basito à la Boris. Adesso siamo alla fase singolo “ma che cappero è”. Ieri infatti è uscita Madness, primo singolo vero estratto da The 2nd Law, sesto album studio dei Muse. Questo è il pezzo col quale l’album si presenta al mondo. Ed è un pezzo meh. Ossia uno di quelli che più sei fan di vecchia data più ti lascerà perplesso. Credo che quelli che li hanno conosciuti con Sunburn non si avvicinino a una canzone del genere neppure a 200 metri di distanza. Ma questi sono i Muse, sono sempre stati questi, se non ti piace l’estrema varietà forse è meglio andare verso altri lidi.
Che ne penso. Che ne penso…non lo so. L’ho ascoltato tre volte, l’ho comprato appena uscito, ho ordinato a scatola chiusa The 2nd Law. Sono una fan girl, non ho problemi ad ammetterlo, come ammetto che con ogni probabilità continuerò ad amarli a prescindere, perché sono una fan, e non me ne vergogno. Ma non posso dire che Madness entrerà nella mia top ten delle loro canzoni. Neppure nella top twenty, a dirla tutta. Non è brutta, assolutamente. Per dire, Survival è probabilmente peggiore, molto più di cattivo gusto. Questo è un pezzo che ha le sue cosine a posto, è curato. Però mi dice davvero, davvero poco. Il primo minuto è tirato oltre i limiti della sopportazione; prima del cambio di regime non ne potevo davvero più, meno male che la canzone è un po’ in crescendo…La strofa, diciamocelo, è abbastanza noiosa e ripetitiva. Il ritornello si riprende; ha quel gusto per la melodia che per quel che mi riguarda è il segno distintivo dei Muse, quello per il quale li ho amati fin qui. Ma manca la potenza. Che comprare verso la fine del pezzo, che, devo dire, è davvero bellina. Tra l’altro ad un certo punto la voce di Matt è veramente, veramente diversa dal solito (sull’”I need your love”, per intenderci) e questo lo trovo interessante. Bocciati i coretti à la Queen. Li mettono ovunque, ormai, e purtroppo io continuo a percepirli come un artefatto, qualcosa di appiccicato là, che ai Queen venivano bene, ma che con loro suonano solo pieni di prosopopea. Ma vabbeh, saranno gusti. Testo senza infamia e senza lode, sul tema amore follia Matt ha già detto tanto e meglio (Hysteria, Stockholm Syndrome, Space Dementia…).
Grido allo scandalo, al gruppo che ha perso le sue radici, al “commerciale”? Tutto sommato no. È solo una canzone che mi lascia freddina. Vedremo il resto dell’album. Finora, tutti i loro dischi hanno sempre contenuto per me almeno una perla, spesso più d’una, e stavolta ho già Unsustainable che mi stuzzica il palato. Vedremo. Chi vivrà vedrà.

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Trionfo pop

Come al solito arrivo in ritardo. Stavolta, però, di sole quarantotto ore. Poteva andare peggio, via. È che domenica sera avevo da fare, e dunque non avevo modo di seguire la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, così me la sono registrata e me la sono vista ieri sera.
Chiariamo subito che in genere non ho alcun interesse nelle cerimonie di chiusura e apertura degli eventi sportivi. Non lo so, non mi hanno mai attirata più di tanto. Anche quella di Pechino la vidi più che altro perché quel pomeriggio non avevo niente da fare. Infatti la cerimonia apertura di Londra 2012 l’ho saltata. La chiusura l’ho registrata per un’unica ragione: c’erano i Muse, che hanno scritto la canzone delle Olimpiadi, ossia Survival.
A sorpresa, invece, la visione non solo è stata piacevole, ma foriera di un bel po’ di riflessioni, che per altro riguardano tutto sommato il mio lavoro. Per chi si fosse perso l’evento, la cerimonia è stata sostanzialmente un’unica, lunghissima passerella di musicisti inglesi, a partire più o meno dagli anni ’60 in giù, fino a quelli davvero recentissimi. Musicisti pop. Riflettiamo: le cerimonie di questo genere in generale tendono a celebrare quanto di caratteristico, e in generale buono, un certo paese abbia fatto nella sua storia. Gli inglesi hanno deciso di giocarsi l’influenza che la musica popolare ha avuto sulla cultura mondiale degli ultimi cinquanta anni. Non hanno scelto di parlare di storia remota, non hanno puntata su Shakespeare (anche se sul palco si leggeva benissimo un “to be or not to be”); hanno pensato di parlare di musica. Contemporanea. E popolare.
La prima sensazione è che a vedere tutti quegli artisti messi lì uno di fila all’altro è impressionante quanto la storia della musica pop debba al Regno Unito: hanno fatto praticamente tutto loro. I Beatles, i Pink Floyd, i Queen…e se la giocano ancora. Le vecchiarde come ricorderanno l’isteria di massa intorno ai Thake That e alle Spice Girls, non molto diversa da quella che circonda ora gli One Direction. Mentre noi stavamo qui a domandarci cosa è cultura e cosa non lo è, e a schifare più o meno tutto quel che vende e ha successo, in nome del principio per il quale se diverte e piace allora è vile, questi qui lasciavano un’orma indelebile nella cultura contemporanea. Ma sarà mica che a furia di guardarci l’ombelico abbiamo perso la capacità di farla, la cultura? Voglio dire, l’impronta che abbiamo lasciato sull’umanità nei secoli passati a livelli culturale è innegabile, ma adesso? E non è mancanza di talenti, che ci sono, ma che in qualche modo non sfondano, o se lo fanno poi vengon guardati tutto sommato male: sono “commerciali”, sono “da bambini” e via così. Evidentemente gli inglesi la pensano in modo diverso, visto che hanno esibito i loro cantanti come noi facciamo con Leonardo e Botticelli. E li hanno esibiti tutti. Questo è il secondo fatto che induce a riflettere: fa un certo effetto vedere i Beatles di fianco agli One Direction, i Pink Floyd con le Spice Girls e – orrore degli orrori… – Jessie J che canta i Queen. Non c’era nessun giudizio, nessuna classifica di merito, in qualche modo tutti ci venivano presentati sullo stesso piano. Immagino che una cosa del genere a molti faccia ribrezzo. Ma come, la musica “di un certo livello” insieme ai fenomeni dei “bimbiminkia”, e una poppettara che fa le veci di Freddie Mercury. Ma non è tutto uguale! Bisogna distinguere, perché il pubblico va educato, ascoltare gli One Direction è la morte della musica…e via così, con discorsi che non cambiano di una virgola se al posto dei gruppi musicali ci metti i titoli dei film o dei libri. C’è sempre qualcuno che ne sa più di qualcun altro e vuole insegnarti qualcosa. Ancora, a quanto pare gli inglesi non la pensano così. E, vi dirò, io sono con loro. Che sia il pubblico a decidere: il mondo dell’arte è ampio e vario, ognuno ci può trovare quel che vuole, ognuno può fruire quel che più gli aggrada. Decida lui, alla luce del suo vissuto, dei suoi gusti, della sua cultura, anche, cosa vuole ascoltare, cosa vuole amare e cosa invece proprio non gli piace. C’è una sola certezza: che ogni voce in più, arricchisce il quadro, anche quelle che non ci piacciono. Più scelta, più libertà. Un po’ come il discorso di ieri sui giochi ammessi alle Olimpiadi: ognuno ci trova quel che vuole, anche quello che non gli piace, di fianco a quel che invece ama. E io questo lato ecumenico, e tutto sommato meravigliosamente privo di spocchia, della cerimonia di chiusura della Olimpiadi di Londra l’ho molto apprezzato. Non so, ci vedo un messaggio che dovremmo cogliere.
Volete sapere dei Muse? Sebbene Survival non appartenga esattamente al novero delle loro canzoni che preferisco, li ho trovati diverti, sopra le righe come sempre, e rivederli, dopo la bellezza di tre anni, è stato un po’ come tornare a casa. Che bella nostalgia…:’)

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Polemiche d’agosto

Dio abbia pietà della mia anima, oggi faccio polemica. Per di più doppia. Ma queste due cose mi stanno sul gozzo, e il caldo dà alla testa…e insomma, tiro un bel respiro, e vado.

Polemica 1.
A ottobre esce il nuovo album dei Muse. Il 20 agosto, nell’ambito della promozione, esce anche il primo singolo (no, Survival non è proprio un singolo, è solo la canzone delle Olimpiadi). Ora, l’album lo si può già prenotare (fatto), e se lo prenoti, ti regalano il video di una canzone, Unsustainable. C’è voluto quindi poco perché il video arrivasse a Youtube in modo che tutti potessero vederlo. Lo trovate qua. Visionatelo, e poi ne parliamo.
Fatto? Ok. Allora. Se andate a scorrere i commenti, la maggior parte sono negativi. Le critiche sono “che è ‘sta roba?”, “è uno scherzo, vero?”, “questi non sono i Muse di Showbiz/Origin of Simmetry/Absolution/Black Holes & Revelations/The Resistance”, dove l’abum è tipicamente quello con cui li si è conosciuti.
Io seguo i Muse da quasi dieci anni. Che non significa dagli albori, ma è un bel numero. Ho visto le uscite di Black Holes e Resistance, e mi domando la gente di che si stupisca. Mi ricordo, quando uscì Supermassive Black Hole. Anche allora pensavamo fosse uno scherzo. Sembrava Lady Gaga, che all’epoca, per altro, ancora non aveva pubblicato manco un sospiro. E quando sentimmo Unnatural Selection rimanemmo un po’ così. Voglio dire, ma che suonavano, in quella canzone? Qualcuno suonava qualche strumento?
Ecco. I Muse sono questo. Ci sono artisti che scrivono e riscrivono sempre lo stesso disco, o che, quanto meno, hanno un sound immutato dagli albori a oggi. Voglio dire, una canzone dei Red Hot Chili Peppers la riconosci dai primi tre accordi, e non è che ci sia stata questa stratosferica evoluzione con gli anni. Altri che sono irriconoscibili da un disco all’altro. Madonna, ad esempio. Almeno la Madonna di qualche anno fa. I Muse cambiano. Già Origin of Simmetry aveva pochissimo in comune con Showbiz, e Absolution con OOS. Se si ascolta The Resistance di seguito a Showbiz sembrano due artisti diversi. Ok, c’è un fil rouge e un’evoluzione evidente e continua. Ma sono profondamente diversi. A qualcuno questo potrà non piacere, e lo capisco, ma avrebbe dovuto rendersi conto di che direzione il gruppo stava prendendo già ai tempi di Absolution, e passare ad ascoltare altro. Scandalizzarsi all’ennesimo cambio di direzione è inutile. A meno che tu di loro conosca un album solo, magari il precedente. E allora vabbeh, sei in tempo a indirizzarti ad altri lidi.
A me Unsustainable piace da morire. È esattamente la direzione che speravo prendessero nella loro evoluzione. Certo, non è roba catchy né radiofonica, ma non è che ce ne freghi molto. E tra l’altro è la logica conseguenza di roba come Exogenesis; dopo Exogenesis, per altro piazzata proprio in chiusura di Resistance, non poteva che finire così.
A me piace che cambino, a me piace che sperimentino. Un giorno che faranno roba che mi fa schifo, non l’ascolterò, fine. Vivaddio la fase fangirl l’ho passata da un pezzo, ho trent’anni e posso passare oltre senza drammi. Ma francamente non capisco lo stupore da parte di gente che magari li segue da anni.

Polemica 2.
Durante le Olimpiadi, ho fatto scorpacciata di ritmica. Potrà sembrare assurdo, stanti le caratteristiche del mio fisico e la mia mancanza di grazia, ma io ho praticato la ritmica per due anni. Mai a livello agonistico, ovvio. Ma mi divertivo. Mi piaceva. Ho continuato a maneggiare le clavette a lungo, credo di averle ancora da qualche parte, a casa. E quindi oggi mi piace guardarla. Durante una delle gara, la commentatrice, una ex-ginnasta, ha fatto riferimento ad un “articolo offensivo” nei confronti della ginnastica ritmica e di altri sport pubblicato su un quotidiano nazionale. Mi sono incuriosita, ho cercato, e alla fine l’ho trovato. L’articolo è questo.
Ora. Cercando di interpretare il pezzo e leggendo tra le righe, l’opinione di fondo potrebbe anche non essere poi così peregrina. È vero che a volte al profano possono sembrare un po’ oscuri i criteri per i quali il dressage è disciplina olimpica e il rugby no. Ed è sicuramente vero che uno sport in cui il punteggio è stabilito da una giuria su metri un po’ poco quantitativi (l’impressione artistica, ad esempio) possono sembrare più forme d’arte che sport, ma c’è modo e modo di dire le cose. Senza contare che io gesti atletici straordinari e di imbattibile perfezione li ho visti proprio in un circo, la Cirque du Soleil, nel quale, per altro, militano parecchi ginnasti. Insomma, il problema più che la sostanza è il tono, che può far sorridere, ma anche incazzare chi passa in palestra otto ore al giorno ad allenarsi. Senza contare che magari da noi la ginnastica vale il due di picche, ma nei paesi dell’est è un signor sport; io le Olimpiadi le vedo proprio per godermi sport altrimenti irreperibili sui media. La ritmica posso godermela solo così, e lo stesso dicasi per l’artistica. Va un pochino meglio col nuoto, ma insomma…
Comunque, anche la sostanza in verità manca al pezzo. Esistono dei criteri per l’inclusione nelle olimpiadi di uno sport: sono sport olimpici tutti quelli che sono governati da una federazione internazionale. Inoltre, deve trattarsi di discipline largamente praticate a livello internazionale, con qualche eccezione (sport femminili, sport invernali). Ci sono poi sport che da noi sono misconosciuti, ma altrove sono a livello di sport nazionale o quasi (tipo il volano, o badminton). Ma poi, francamente, ma che male c’è nella varietà? Qualcuno si permette dire che al mondo ci sono troppe lingue e dialetti e quindi ne dobbiamo levare di mezzo qualcuno perché “il troppo stroppia”? Io ho sempre pensato che la varietà fosse una bella cosa, e che ognuno così potesse seguire o praticare lo sport che più gli aggrada. Ma che mondo è quello in cui tutti praticano uno sport solo? Che palle! Tanto più che adesso col satellite la copertura delle Olimpiadi è totale: non vi dico il piacere, una volta tornata a casa, di potermi seguire tre ore continuate di ritmica. Al contempo, chi voleva si poteva seguire tutto il calcio, o tutto il kayak. È il bello della varietà, dove c’è posto per tutti.
Non so, la cosa bella delle Olimpiadi credevo fosse proprio il fatto che nessuno è escluso, ce n’è per tutti i gusti, e tutti si è affratellati nelle differenze dall’unica passione per lo sport. Non era per questo che, nell’antichità, durante le Olimpiadi si fermavano anche le guerre?
Io ho già iniziato il conto alla rovescia per le prossime, quando potrò di nuovo fare indigestione di tuffi, nuoto e ginnastica.

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Bello

Come anticipato, ho messo online un po’ di foto delle mie vacanze. Mai come quest’anno mi fanno mediamente schifo, ma continuo a postarle nella speranza di essere invogliata a migliorarmi. Per chi fosse curioso, qui trova il pacchetto completo.
A stare due settimane in Sardegna, in un posto immerso nella natura, dove ho avuto modo di nuotare letteralmente in mezzo ai pesci, di fare incontri ravvicinati con ricci – di mare, ma anche di terra… – e stecchi, ho capito una cosa: che quel che mi manca di più, il resto dell’anno, a Roma, è un po’ di sana bellezza intorno.
Intendiamoci, io vivo in una delle città più belle del mondo. Che Roma sia splendida credo sia un po’ fuori discussione per tutti; è un dato di fatto, qualcosa che fa parte del nostro dna di romani. Ma dire che abito a Roma è un po’ eccessivo. Casa mia è certo nel comune di Roma, ma quest’ultimo e gigantesco, e abbraccia realtà profondamente diverse. È una delle caratteristiche di questa città bella e tremenda: cambi borgata, e ti sembra di stare in un’altra città.
Io sono sempre stata ai margini di Roma, per ventitré anni in borgata, ossia nell’estrema periferia, spesso degradata, in cui si sposano il peggio della città e del paese. Adesso vivo semplicemente in un quartiere residenziale periferico, un posto che conta più o meno dieci anni di vita. E, intendiamoci, fino a un paio di anni fa qui c’erano le volpi e gli istrici, si vedono i Castelli e spira il ponentino, ma…ma non è veramente bello. Voglio dire, mi piace casa mia, mi piace vivere qui, ma non riesco a togliermi di dosso l’impressione che tutta l’edilizia moderna, anche quando non raggiunge gli eccessi dei palazzinari anni ’60, se ne frega completamente dell’aspetto estetico. Produce solo case a basso costo, in cui incasellare più gente possibile. L’architettura qui non è una forma d’arte, è tirar su quattro mura in croce e amen, senza nessuna pretesa di “bello”. Costruire case non è ammobiliare un ambiente in modo bello e razionale, è colare cemento. E invece io credo che il bello serva, anche per vivere meglio. Andare in ufficio mi piaceva molto di più, quando lavoravo all’osservatorio, che è architettura fascista, quindi può piacere o meno, ma quanto meno ha una sua “poetica”, ed è per altro immerso in un parco stupendo, o quando lavoravo per l’ASI, e avevo una bella scrivania in un ufficio luminoso e piacevole. Devo dire che era dura invece stare all’università, in quella costruzione con cemento e tubature a vista, e con una finestra che dava sul muro di fronte.
La bellezza non è uno stupido accessorio di cui si può fare a meno, è linfa che ci aiuta ad affrontare meglio la giornata. Il superfluo a volte conta più di quel che è necessario. E avere un po’ di bellezza intorno aiuta, ricarica. Ecco, alla fine credo che in Italia, uno dei paesi più belli del mondo, paradossalmente abbiamo perso il gusto per la bellezza. Abbiamo sperperato quella che avevamo, permettendo abusi di ogni tipo, abbiamo lasciato che colate di cemento seppellissero gli alvei dei fiumi e le nostre coste, spesso anche con esiti tragici. E invece la bellezza resta un valore, qualcosa di cui abbiamo davvero bisogno.

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Spettatori

Alla fine, l’avrete capito, la mia assenza di questi giorni è stata dovuta a banali ferie. Ero in vacanza, in Sardegna, per la precisione, dalle parti dell’arcipelago della Maddalena (no, non in Costa Smeralda :P ). Vi butto là che è un posto meraviglioso, che se vi piace il mare dovete andarci una volta nella vita, ma anche se non vi piace, perché è bello oltre ogni possibilità di descrizione. Sto caricando un po’ di foto al riguardo; sono parecchie solo perché ho scattato tanto, ma sono drammaticamente incapaci di descrivere la bellezza di quei posti, soprattutto quelle di Budelli. Anyway, le condivido ugualmente: io sono una che condivide, o non scriverei di mestiere.
Ora, in queste due settimane ho più o meno staccato, ma ero dotata di altalenante connessione internet e di televisore, per cui più o meno so cosa è successo, e mi son fatta le mie opinioni al riguardo. Solo che la suddetta connessione ballerina mi ha impedito di esprimerle prima. Questo per dirvi che vi toccherà questa settimana una serie di post non esattamente sul pezzo, riferiti a cose successe in questi giorni. Insomma, sopportatemi un pochino, col cervello sono un po’ in arretrato :) .

Cominciamo con le Olimpiadi. Che io adoro. Aspetto sempre con ansia quell’estate su quattro in cui posso godermi sport che in genere non hanno grandissima eco in tv, tipo il nuoto – tutto, compresi tuffi e sincronizzato – e la ginnastica artistica e ritmica. A me piace quella roba là, più del calcio et similia. Per altro, il nuoto è il mio sport, nel senso che è quello che ho praticato più a lungo da bambina, e che a tutt’oggi pratico molto volentieri quando posso. Per dire, non ho fatto altro che nuotare, su in Sardegna. Il pomeriggio a Budelli credo sia stato la più lunga nuotata non in piscina della mia vita.
Ecco, si può cominciare proprio col nuoto, e le dolenti note di cui tutti sappiamo. È andata male, malissimo, e non solo per i personaggi più “discussi” – sì, proprio loro, la Pellegrini e Magnini – ma per tutta la squadra. Ora, quando va male ad un atleta, si possono tirare in ballo molte spiegazioni, e personalmente non giudico mai un buon segno quando un atleta fa più notizia per i flirt a favore di camera che per le medaglie, ma se toppa tutta la squadra è evidente che non è una questione di concentrazione e allenamento del singolo. C’è un problema di preparazione atletica a monte.
Comunque, io nuoto, ma non ho mai fatto agonistica, quindi queste sono discussioni tecniche nelle quali non mi addentro. Mi interessa molto di più la reazione di chi un’Olimpiade la vedrà sempre solo dalla poltrona. Il popolo s’è spaccato tra chi si sentiva come se la Pellegrini gli avesse ammazzato la mamma e chi invece difendeva i nostri che “ci hanno dato tanto”, “li dobbiamo sempre ringraziare” e via così. Un atteggiamento simile a quello che ho notato nei confronti del nuovo affaire olimpico: Schwazer che si dopa. Anche qua, gente che lo tratta come avesse ammazzato qualcuno, e altri che invece si fanno prendere dalla compassione. Secondo me, c’è un problema di fondo, ossia l’idea che le imprese degli sportivi in qualche modo ci appartengano, come se un atleta “ci dovesse” qualcosa per il fatto di indossare la casacca azzurra. Ci pare che la Pellegrini ci abbia fatto un torto, sia venuta meno ad un contratto non scritto, insito nel suo essere atleta, a non aver vinto neppure una medaglia, o che Schwazer fosse tenuto, per il nostro buon nome, ad andare onestamente a Londra a guadagnarsi il suo oro. Dimenticando invece un fatto fondamentale: che una medaglia è prima di tutto un traguardo personale, qualcosa che si fa per sé, e poi, certo, anche qualcosa che fai per rappresentare il tuo paese, ma in seconda battuta. Del resto, è l’atleta che si allena, che si sbatte a telecamere spente per migliorarsi, per potersi confrontare con i migliori atleti al mondo, siamo mica noi, che durante l’anno al massimo facciamo un paio di ore settimanali di palestra. Un atleta che non vince non ha fatto un torto alla nazione, semmai ha fatto un torto alla propria preparazione atletica, ai sacrifici che fatto per anni per essere lì, alle Olimpiadi, a finalizzare la fatica, le lacrime, il sudore.
C’è un bel programma che danno su MTV, di cui, lo confesso, sono grandissima fan. Si chiama Ginnaste, ed è una docu-fiction su un gruppo di atlete della nazionale di ginnastica artistica. Ti mostra le loro giornate, i loro allenamenti, la loro vita, insomma. Una vita fatta fatalmente quasi solo di ginnastica. Ore e ore di allenamenti, così tante che anche la scuola sta dentro la palestra, sacrifici, pianti, infortuni e dolorose riabilitazioni, tutto per i pochi secondi che dura l’esercizio in gara. E poi succede che ti passa avanti nella medaglia una che ha il tuo stesso punteggio, ma tre decimi in più di esecuzione, come è successo ieri a Vanessa Ferrari. Lo sport, l’agonismo, sono questo. E non tutti ce la fanno. Non tutti riescono a star lì a vedere la medaglia che scivola via, come per Tania Cagnotto, e quattro anni di sacrifici fatti solo per quel che momento che semplicemente se ne vanno. E qui veniamo a Schwazer.
Il doping non è una bella cosa, saremo tutti d’accordo. È brutto barare, non è sportivo, e tutte quelle cose lì che ci hanno insegnato da bambini. Ma è anche vero che lo sport, e certi sport più di altri, sono spietati. E spietata è la gente, che da te si aspetta sempre il meglio, perché, appunto, considera suoi i tuoi successi, vuole la medaglia e non accetta la sconfitta. E tutto questo si aggiunge alla pressione che tu stesso tu imponi, ai sacrifici che devi compiere, alla fatica che fai, al tuo domandarti fatalmente se ne vale la pena o meno. Non tutti ce la fanno. Non tutti riescono a sopportare la pressione. Io, per dire, non ce la farei. Tutte le volte in cui nella mia vita ai miei sacrifici non è corrisposto un successo di qualche genere – e non sto parlando ovviamente solo di lavoro, ma di qualsiasi cosa nella vita costi fatica – il senso di frustrazione è stato fortissimo. Per questo trovo tutta questa levata di scudi verso Schwazer ipocrita, tanto più in un paese come il nostro, nel quale la mentalità della “spintarella” è capillarmente diffusa. Sì, ha fatto una cosa brutta, ma prima di tutto ha tradito se stesso, direi. È la sua carriera che ha gettato alle ortiche, per altro mettendo in dubbio anche l’oro di Pechino. Oggettivamente, a noi cos’ha fatto? Certo, è giusto sentirsi delusi e far notare che ha sbagliato, ma poi? E tutti gli altri, che, tralasciando il doping, semplicemente non hanno vinto, ma davvero ci dovevano qualcosa? Tutto sommato, credo di no. Li abbiamo mica votati, e correre più forte di un altro non è certo sintomo di maggior moralità, o di superiorità etica degli italiani su qualcuno.
Dobbiamo convincerci che gli atleti noi li guardiamo e basta, possiamo gioire dei loro successi, possiamo rammaricarci quando perdono, e possiamo anche dire che sbagliano, quando vengono meno alle regole. Ma non abbiamo il diritto di aspettarci niente, né di mettere su gogne mediatiche che hanno l’unico scopo di farci sentire meglio di qualcun altro. Dello sport siamo solo spettatori.

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