Archivi del mese: settembre 2012

The 2nd Law: la recensione più o meno in anteprima

Per motivi del tutto ignoti – ma dei quali mi guardo bene dal lamentarmi :P – mi è arrivato in anticipo il cd dei Muse che avevo ordinato dal loro sito. E in anticipo di una settimana intera. Cioè. Per cui, nulla, mi trovo nella condizione di recensirvi The 2nd Law con qualche giorno di anticipo sull’uscita. In verità, era possibile ascoltare il disco online, quindi la mia non è esattamente un’anteprima. Comunque. Potevo esimermi dal commento? No, ovviamente. Eccolo a voi, dunque.
Iniziamo con un’analisi canzone per canzone

Supremacy
Si comincia subito fortissimo, con un pezzo così complesso, così articolato, così bello che io francamente non me lo sarei giocato così, in apertura disco. Tirato fuori diritto diritto da una colonna sonora di un James Bond – soprattutto la chiusa -, pieno di riferimenti teatrali e operistici, segna probabilmente la vetta delle capacità interpretative di Matt. Matt non si limita a cantare: recita, interpreta. Bellissimo l’arrangiamento, le parti orchestrali sono perfettamente inserite nel tutto. Riff di chitarra fantastico. 9 e 1/2

Madness
Questa la conosciamo bene. Dopo averla sentita un bel po’ di volte, posso dire che, nonostante tutte le apparenze, non è un pezzo che si possa apprezzare così, su due piedi. Occorre sentirla più volte per rendersi conto che è proprio una bella canzone. Bello il crescendo, bella la parte finale, bello il beat ossessivo. 8

Panic Station
Un roba che avrebbe potuto cantare Madonna negli anni ’80. Non è che sia così brutta…è che in qualche modo è già sentita, e mi pare molto poco nelle corde dei Muse. Testo poi più criptico di quello di Plug In Baby, che dalla sua aveva però l’essere una canzone coi contro-attributi. Salvo solo la parte strumentale, che però, almeno nei primi secondi, pare presa pari pari da Hysteria. 6

Prelude
Non mi convince l’arrangiamento. Archi nel complesso un po’ piatti. Io l’avrei fatta solo al pianoforte, anche perché, diciamocelo, Matt al piano ci manca tantissimo, ormai da troppi anni. Di tutti i preludi dei vari dischi, forse il più debole. 7

Survival
La strofa è pacchiana, c’è poco da fare. Non tutte le ciambelle riescono col buco, e dopo tanto giocare sul filo del ridicolo, stavolta i Muse hanno toppato. Le parti strumentali, in compenso, sono favolose. Ne viene fuori un pezzo discontinuo, in cui da una parte stai lì a storcere il naso, dall’altra batti il piedino…peccato. 7 e 1/2

Follow Me
E che gli vuoi dire? Un miracolo, direi. Un’incredibile mescolanza di ciò che i Muse erano e quel che sono diventati oggi. Una canzone così densa, così piena, così colma di rimandi, citazioni e autocitazioni da soverchiare l’ascoltatore. C’è il cuore di Bingham, il figlio di Matt, c’è il marchio di fabbrica dei Muse, quelle scale elettroniche che Matt dice derivare dalle colonne sonore dei videogiochi anni ’80 che lo ossessionavano da bambino, c’è la sua voce meravigliosa e c’è la dance, sì, ragazzi, la dance. Un pezzo fantastico. 9

Animals
Un gioiellino. Ammetto che una canzone così raffinata dai Muse non la sentivamo dai gloriosi tempi delle B-side di Origin of Simmetry. Gli arpeggi di chitarra sono divini, e il testo non fa sconti a nessuno. Una canzone molto Radiohead, o almeno io ce l’avrei vista bene in In Rainbows. Bellissima. 9

Explorers
Una canzone un po’ maledetta. Perché a ficcarsi in testa si ficca in testa, poco da fare, solo che prende di peso pezzi da Invincible, e nel complesso è davvero stucchevole. Però il ritornello è davvero bellino, e il testo non è male per niente. È la Guiding Light del disco, la Falling Away, la ballatona non molto riuscita di cui, tutto sommato, si poteva anche fare a meno. 7

Big Freeze
Un pezzo un po’ così, indefinibile, per quanto mi riguarda, ma nobilitato da un ritornello davvero cazzuto. Non è però una di quelle cose che ti restano dentro, la canzone nel complesso, intendo, passa un po’ inosservata. 7

Save Me
Arriviamo alla vera novità di questo disco: Chris scrive e – udite udite – canta una canzone. Anzi due. E questa è la prima. La voce di Chris, togliamoci il peso dallo stomaco, non è niente di che: è una bella voce, per carità, ma purtroppo è stretta tra undici canzoni con la voce di Matt, che non è solo il marchio di fabbrica dei Muse, è anche una voce dal timbro riconoscibilissimo e, diciamocelo, fuori dall’ordinario. Però devo ammettere che questa canzone non poteva essere cantata che da Chris, che era quella la voce che ci voleva. E non è soltanto perché tratta del suo problema con l’alcol: è il timbro giusto. È un bel pezzo, non c’è che dire: bella la musica e bello il testo. È una canzone sentita, sincera e cantata col cuore in mano. E a questo non si può che plaudire. 8 e 1/2

Liquid State
C’è un gruppo scandinavo che mi piace molto, si chiamano Pound, e fanno un bel rock schietto come si fa da quelle parti lì. Ecco, questa canzone me li ricorda davvero tanto. Secondo pezzo di Chris, e funziona: niente di trascendentale, ma la musica sicuramente è catchy, e il testo è davvero bello. E bravo Chris. Me sei piaciuto. 8

The 2nd Law: Unsustainable
La pietra dello scandalo. La canzone su cui i fan si sono accapigliati. A me continua a piacere come la prima volta che l’ho sentita. È un pezzo assolutamente non immediato, ma i cui elementi sono perfettamente dosati. È potente, è forte, è Muse. Viene citata la seconda legge della termodinamica, e questo mi fa piacere: dopo i buchi neri supermassivi, nuovi tentativi di divulgare la fisica :P . Diciamo che il confronto col nostro sistema economico è un po’ tirato per i capelli, non è che la termodinamica condanni il capitalismo :P , ma il messaggio di fondo resta. Raga’, una crescita indefinita non è possibile, perché le risorse sono limitate. Punto e a capo. 8 e 1/2

The 2nd Law: Isolated System
Se quella di prima è stata la pietra dello scandalo, su questa i fan storici tenteranno il suicidio. Per parte mia, non me ne frega davvero niente che sia 100% musica elettronica, che sembri un pezzo di Robert Miles. È bellissima. Punto e basta. È bella musica, che funziona. 8 e 1/2

In generale
Innanzitutto, i Muse hanno abbandonato quel sound pesante che li ha accompagnati fino ad Absolution e che caratterizzava soprattutto i loro primi due lavori. Col tempo l’avevamo capito che non era più quello che gli interessava, e in questo disco la cosa è ormai palese. Più che di indie rock vero e proprio, come si ostina a dire la tag di iTunes, io parlerei di pop, di ottimo pop. Per me, che passo senza soluzione di continuità dai Nightwish a Lady Gaga a Bach non è un problema. Ma se cercate qualcosa che somigli a Origin of Simmetry andate altrove. Qualcuno dirà che sono “diventati commerciali” ed era tutto più bello quando li ascoltavamo in tre. Quando li ho conosciuti io erano già famosi e non faccio il processo alle intenzioni: non mi interessa se fai musica solo per soldi, mi interessa solo che tu sia bravo.
The 2nd Law è il disco della maturità. Chris ha la bellezza di sei figli, e adesso anche Matt è un padre, i nostri hanno trent’anni e fanno musica da quindici. L’impressione è che abbiano sfornato un prodotto adulto e consapevole, e che le tracce siano esattamente come le volevano. Era dai tempi di Absolution che un loro disco non mi dava questa idea di compattezza tematica e di sound. Black Holes and Revelations, The Resistance avevano le loro discontinuità – il primo soprattutto – alcuni pezzi erano indecisi, a volte la produzione era persino incerta. Qui no. Qui è tutto coerente e ben curato. È come se in qualche modo si fossero ritrovati, e dopo tanto vagare fossero riusciti a individuare la strada da seguire. Cambieranno ancora, perché è nella loro natura, ma questo è un bel disco, un grande disco che segna una tappa importante nel loro cammino. Io coi Muse ci sono cresciuta: ero poco più che adolescente quando li ho conosciuti, e ho vissuto la fase della ribellione (Showbiz e Origin of Simmetry), quella dello sconforto (Absolution), dello sperdimento (Black Holes and Revelations) e della ribellione (The Resistance). E ora eccoci qua, adulti e vaccinati, capaci di guardare al mondo con occhi nuovi.
Sono una fan, e questo disco mi conferma che con ogni probabilità lo resterò sempre. C’è qualcosa nella loro musica che risuona in me, poco da fare. E se Absolution resta il preferito, perché è stato il primo, questo lo metto subito sotto. 9

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Di ritorno

Credo lo sappiate già, la mia assenza di questi giorni è stata dovuta al fatto che ero in Spagna, a Madrid. È iniziata infatti la pubblicazione de Le Guerre da quelle parti, e quindi sono andata a fare un po’ di promozione. Sono stato due giorni intensissimi, pieni di interviste, pantagrueliche mangiate di cibo spagnolo e incontri. E sono stati esaltanti, devo dire.
A meno che non si sia dei bestseller iper-clamorosi, o si sia scrittori anglofoni, è difficile avere fuori dai confini patri lo stesso successo che si ha a casa. E invece, mercoledì sera mi sono trovata a fare una presentazione in tutto e per tutto simile a quelle che faccio in Italia. C’era il pubblico caloroso e interessato, c’erano le domande, le copie firmate, e quell’atmosfera da incontro tra amici che è la cosa che amo di più di questo mio lavoro. Insomma, è stato bellissimo e molto piacevole. E devo dire che anche tutte le varie interviste sono state interessanti; non so se è una mia impressione, ma mi sembra sempre che all’estero ti si prenda più sul serio. Forse sarà una forma di educazione nei confronti di un ospite straniero, non so, ma conto davvero sulle dita di una mano le interviste radiofoniche fatte in Italia che durassero più di due o tre domande. In Spagna ne ho fatte cinque, se non erro, e tutte contavano almeno una decina di domande.
Per il resto, sono stata contenta di viaggiare di nuovo. Un po’ mi mancava. È che se vuoi capire il mondo devi viaggiare. E, incredibilmente, si capisce molto di più di un paese viaggiando per lavoro che per piacere. Nel primo caso, infatti, è più facile avere contatti con la gente, discutere per davvero e cercare di capire più a fondo come si vive nel posto in cui ti trovi. Quando si viaggia per piacere ci si concentra in genere di più sui monumenti e tutto il resto. Non è una regola, ma vale ad esempio con me, che ho sempre paura a tirar fuori il mio inglese per parlare con la gente.
A visitare il mondo ti si apre la mente, inserisci quel che ti succede in una prospettiva più ampia, capisci che quel che accade in Italia è parte di un quadro più ampio. Lo saprete – ma temo lo sappiate di striscio, perché i media italiani ne hanno parlato poco – nei giorni in cui ero a Madrid ci sono state violente manifestazioni da parte degli indignados. Ecco, ho rivisto esattamente quel che succede in Italia, un copione già visto tante volte. Quel che crediamo essere caratteristico del nostro paese – l’incapacità della classe politica, la corruzione, l’insofferenza della gente, la polizia violenta… – ecco, non riguarda solo noi. Siamo parte di un movimento più ampio, di un’insofferenza più diffusa. Certo, ognuno risponde a modo suo, ognuno secondo la propria storia e la propria specificità, ma questa fantomatica Europa che non voglia deciderci a formare in realtà esiste già. Siamo molto più simili di quanto non crediamo, nei problemi, nel sentire, nella cultura. In particolare davvero noi popoli del sud europa siamo un’unica “razza”, la Grecia, come l’Italia, come la Spagna.
Bon, vi lascio due foto della presentazione di mercoledì. Io mi sono divertita davvero molto, e spero sia stato lo stesso anche per chi ha partecipato. Grazie a tutti, spero riusciremo a vederci ancora, perché è stato davvero speciale :) .

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Today, in Madrid

Good morning :) . I’m here in Madrid, and I just want to remind you that this afternoon, 7.30 pm, I will be at fnac, Callao Madrid, to meet all of you. See you soon! :)

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Divulgando…

Ulteriore aggiornamento sui miei spostamenti; la chiacchierata divulgativa di Milano sarà replicata il 12 Ottobre, ore 19.00, all’Osservatorio Astronomico di Roma. Qui la cosa avrà un andamento diverso, perché dopo le chiacchiere ci sarà anche una parte di osservazione del cielo col telescopio (tempo permettendo, ovviamente). È richiesta la prenotazione, che si fa qua, e dato che l’evento è inserito nel contesto dell’attività divulgativa che si svolge presso l’Osservatorio, c’è un prezzo, che è di 5 euro a persona. Come vedete, il mio evento ancora non è calendarizzato, ma lo sarà presto. Fossi in voi, comunque, darei un’occhiata anche alle altre serate.
Rimanendo in ambito divulgazione, per Milano troverete a breve informazioni qui.
Bon, è tutto. Buon week-end, io intanto, per restare in tema, vado a preparare il mio intervento del 6 e del 12 :)

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XS e novità

Allora, eccoci qua con la sorpresa. Oggi la Mondadori lancia una nuova collana, chiamata XS: si tratta di una serie di racconti disponibili solo in versione ebook. Al momento ne sono stati pubblicati sei, a prezzi variabili dai 99 centesimi a 1.99 euro. Avrete già capito, c’è una cosa mia.
Si tratta di “Nascita di un ribelle”; è un racconto che ho scritto in questo periodo, ambientato su Nashira, qualche tempo prima degli eventi narrati ne Il Sogno di Talitha. Si tratta di un assaggio delle atmosfere che ritroverete nel prossimo libro della saga, ma non occorre aver letto I Regni di Nashira per goderselo. È un racconto autoconclusivo, con personaggi nuovi e un protagonista – udite udite – maschile, che ritroverete nel prossimo libro. Ovviamente, è del tutto inedito, e, per chi mi legge su Twitter, è la famosa cosa breve che contiene una delle scene più tristi che abbia mai scritto :P . Sono otto capitoli, più prologo ed epilogo, siamo sulle 100 000 battute, e costa 99 centesimi.
Lo potete comprare qui, ad esempio, poi vi dirò anche gli altri link sui quali reperirlo. Io mi sono divertita molto a scriverlo, pur essendo un piccolo progetto l’ho “sentito”, quindi mi fa piacere se lo leggete e mi fate sapere che ne pensate.
Già che ci siamo, vi faccio un rapido aggiornamento sui prossimi incontri; considerate che la lista degli eventi di questo autunno si sta ancora definendo, quindi potrebbero esserci altre cose che sono ancora più o meno in forse.
Allora, settimana prossima sono a Madrid, so, if you are Spanish, we can meet on 26th of September, 7.30 pm, at FNAC in Callao de Madrid. See you there!
Il 6 Ottobre, invece, ore 18.30, terrò una chiacchierata, chiamiamola così, presso il Museo della Scienza di Milano, intitolata “Dall’astrofisica al fantasy, andata e ritorno”; come da titolo, si parlerà un po’ di scienza, un po’ di scrittura, e di come le due cose siano meno lontane di quanto si possa immaginare.
Come vi dicevo, ci sono anche altre cose, ma sono in via di definizione, e ve le dirò quando saranno sicure. Molti mi chiedono se ci sarò a Lucca: sì, è praticamente certo, come tutti gli anni, del resto. Giusto il diabete gestazionale mi ha tenuta lontana da Lucca :P .
Tutto qua, buona lettura, se vi va, e ci sentiamo presto :)

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Nashira 1, in attesa del 2

Qualche tempo fa vi avevo anticipato che ci sarebbero state delle novità su Nashira. È giunto il momento di svelare la prima, che è questa.

Trattasi dell’edizione Oscar de Il Sogno di Talitha, primo volume della mia nuova saga, I Regi di Nashira. Come vedete, c’è una copertina nuova di pacca, sempre opera di Paolo, il prezzo è 9,90. Perso e volesse rinfrescarsi la memoria prima dell’uscita di Nashira 2, che dovrebbe essere a novembre.
In verità, ci sarebbe anche un’altra sorpresa…che però è ancora top secret. Eh sì, eh già. Ma lo è solo fino a domani. Quindi, restate sintonizzati che domani vi darò una news. A breve anche qualche notizia sui miei prossimo spostamenti.

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Tengano famiglia. Gli altri.

In Italia il motto è “tengo famiglia”. D’altronde, tutti i politici si affannano a difendere i valori della famiglia, perché per l’italiano medio la famiglia è la cosa più importante, e proteggiamo la vita fin dal concepimento, e facciamo più bambini, e i bambini sono il futuro. Sembreremmo insomma una società in cui i bambini sono tutelati e tutto sommato amati. Sarà. Perché a me pare che quando si viene all’atto pratico viga un’intolleranza generalizzata verso i bambini e chi li ha fatti: della serie “sì, fate i bambini, poi però per favore occultateli fino alla maggiore età, che, diciamocelo, rompono parecchio le palle”.
Ho iniziato ad accorgermene quando Irene neppure camminava; i marciapiedi sono decisamente non carrozzina-friendly. Mi sono fatta due bicipiti come John Cena nei due anni in cui ho scorrazzato Irene in passeggino per mezza Italia. Sono uscita confermata nella mia intuizione, in seguito, ogni volta che mi sono trovata in mezzo alla folla. Col passeggino. Ero accompagnata da selve di sguardi di rimprovero. Come osi, tu, portare tue figlia non deambulante a Piazza Navona, in mezzo a noi pischelli gggggiovani e non prole muniti? Perché mi obblighi a spostarmi per far passare il tuo infante? Non te ne potevi stare a casa?
Qualche giorno fa, poi, ho fatto un viaggio sola con Irene. Abbiamo preso l’aereo. Per una serie di sfortuite coincidenze, ci siamo dovute presentare in un aeroporto minuscolo con due di anticipo sul viaggio. Per due ore ho tenuto Irene occupata in modo che non desse fastidio a nessuno; ci siamo messe in posti appartati se voleva correre, l’ho impegnata in attività poco rumorose, ho fatto del mio meglio, perché ho sempre creduto che il rispetto degli altri fosse un principio basilare. E per due ore Irene ha sopportato il caldo, il posto piccolo, e l’attesa, senza capricci, senza urla e anzi divertendosi con quel che aveva a disposizione, senza infastidire nessuno. Roba che io m’ero rotta le scatole al minuto dieci. Comunque. Dopo il controllo di sicurezza Irene è comprensibilmente stanca. Viene pure da una notte pressoché insonne, perché ci hanno cancellato il volo, abbiamo dovuto dormire in albergo, lei non aveva una stanza tutta sua (è abituata a dormire da sola, a casa), e insomma si è addormentata tardi (pur stando buona buona a letto con me, per altro, non saltando in giro fino all’una di notte). Le do l’iPad, e si vede il Re Leone. Saliamo sull’aereo, e io le lascio l’iPad fino al momento del decollo, quando devo toglierglielo per forza. E lei, ovviamente, piange. Piange per un minuto, un minuto di, sì, chiamiamolo col suo nome, capriccio. Al secondo 10 del capriccio, un tronfio signore due posti avanti a me, scocciatissimo, prorompe in uno “sshhh!” che fa saltare i servi a me, figurarsi a Irene. Ma, siccome sono una persona educata, faccio tutto il possibile per tacitare la pupa. Che dopo un minuto, appunto, se ne fa una ragione, e non fiata più per tutto il resto del volo. Un’ora e venti, per la cronaca.
Ecco. Di episodi così ne ho vissuti a iosa. E evidentemente non capitano solo a me, se su Twitter la gente posta stati in cui si lamenta del bambino che piange al ristorante, o ridono su cartelli del genere. Sapete che vi dico? Che ne riparliamo quando avrete un figlio. E vi renderete conto che a due anni e mezzo non è facile capire perché, al decollo dell’aereo, non puoi usare apparecchiature elettroniche. Per inciso, più di una volta ho visto gente adulta e vaccinata che non lo capiva, e continuava a telefonare col cellulare. Che i bambini a volte fanno i capricci, a volte non sono per niente come vuoi tu, ed educarli vuol dire star lì a far caciara per spiegare perché non si fa, punire, oppure, a seconda dei casi, ignorare. E che è sicuramente una mancanza di rispetto permettere ad un bambino di dar fastidio ad altri nei luoghi pubblici, ma lo è anche l’intolleranza della gente che ti guarda male appena il bambino fiata, o si mette a rimproverarlo al posto tuo, quando per altro tu lo stai già facendo. E che educare un essere umano non è la passeggiata che immaginate voi, per cui gli dici zitto e lui tace, gli dai uno scappellotto e lui, miracolosamente, diventa un adulto in miniatura. O forse sono incapace io. Possibile. Me lo ripeto più o meno cento volte al giorno, per ogni stupida decisione che prendo, dall’impormi per la pasta non mangiata alle modalità sull’eliminazione del pannolino. Ma io almeno ci provo. Voi, a parte criticare, che fate?

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Metti una sera nella Roma imperiale

Come sa chi segue i miei tweet, sabato ho fatto una “cosa de curtura”. È passato così tanto tempo dall’ultima mostra/spettacolo teatrale/museo/monumento che ho visto che stento anche a ricordare di cosa si trattasse. Così, ho accolto la cosa con sommo sollievo. Ogni tanto ci vuole.
La cosa in questione è stata la visita ad un monumento romano un po’ misconosciuto, ma assolutamente meritevole di una visita; sotto la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio si sviluppano le rovine di una serie di edifici romani di epoca imperiale. La particolarità del monumento sta nel fatto che si tratta di un posto chiuso. Cerco di spiegarvi cosa intendo.
Quando si visitano scavi archeologici romani, in genere si ha a che fare con rovine a cielo aperto, nel senso che delle case il più delle volte restano solo le planimetrie o poco più; i soffitti sono quasi sempre crollati, e lo sforzo d’immaginazione che occorre fare per figurarsi la casa com’era in origine è in genere non da poco. Questo succede per la maggior parte degli edifici anche di Pompei, che credo sia lo scavo meglio conservato del mondo (non meglio tutelato, purtroppo, come dimostrano fatti recenti…). Le case del Celio invece si trovano sotto terra, hai un tetto sulla testa, e, quando ci entri, semplicemente finisci in un’altra epoca, perché intorno a te hai sostanzialmente solo costruzioni di epoca romana (a parte le fondazioni della basilica). E questo, devo dire, fa una certa impressione. Tra l’altro, la visita che ho fatto io aveva la particolarità di essere accompagnata, oltre che dalle spiegazioni di un archeologo, anche dalla presenza di un attore che recitava brani di autori latini che in qualche modo erano connessi a quel che si vedeva, e questo ha ovviamente aumentato l’impressione di immergersi letteralmente in un altro mondo. Siamo abituati a considerare il passato come qualcosa di distante e per certi versi quasi alieno, come non fosse vero. Invece quella gente è esistita davvero, e la cosa più impressionante è che ci somigliava davvero parecchio. È una cosa che spesso sfugge, quando si studia la letteratura latina a scuola; l’ansia per la traduzione, quella patina da “roba che devo studiare” spesso impedisce di cogliere come l’umanità di 2000 anni fa somigliasse a noi. E la cosa non dovrebbe stupirci: un po’ perché la storia umana è il racconto di un eterno ritorno, in cui ogni generazione per certe cose riparte da zero, riscoprendo quando i suoi antenati avevano già capito, un po’ perché l’uomo è sempre l’uomo, c’è in noi un nucleo che non cambia con lo scorrere dei secoli. Così, la Roma imperiale era già una metropoli ingestibile, congestionata dal traffico, con la speculazione edilizia e la gente ammassata nei condomini dell’epoca, le insulae, non molto diverse da casa mia. Questa vicinanza in qualche modo ci commuove, e rende la storia qualcosa di palpitante, di vero.
L’altra cosa che mi ha colpita è questo privilegio che abbiamo noi italiani, e noi romani in particolare, cui non pensiamo mai: noi viviamo letteralmente sui resti di chi ci ha preceduto. Per noi la storia non è una cosa astratta che si studia sui libri, ma qualcosa di vivo e presente in ogni istante, persino per chi come me vive in periferia. Da bambina alcuni miei amici vivevano agli “Arcacci”, la zona della mia borgata più vicina al Raccordo Anulare, e così chiamata perché in mezzo alle case c’erano degli archi mezzi distrutti, i resti di un antico acquedotto romano. Mia zia, per contro, a Benevento ha un pezzo di mura longobarde dentro casa, sulla parete del salotto. Ecco, le nostre città sono tutte così.
Alla case romane del Celio si accede dal Clivio di Scauro, un meraviglioso vicoletto che è pressoché identico all’antica strada romana da cui nasce; sotto i sampietrini, c’è direttamente il basolato. E un pezzo di un vicolo adiacente si vede durante la visita stessa. Un pezzo di vicolo che ci appare identico a com’era all’epoca, come se con una macchina del tempo fosse possibile tornare indietro e vedere un pezzo della Roma di allora. Ma c’è di più. Uno dei muri della Basilica è in verità il muro dell’antica insula romana: si vedono ancora gli archi del porticato sotto il quale c’erano le botteghe e le finestre, ovviamente murate. Anche il muro di fronte è un muro romano riadattato. Di nuovo, smurando con l’immaginazione archi e finestre si è di fronte ad un panorama della Roma imperiale, sostanzialmente intatto.
E le case del Celio non sono l’unico “monumento a strati” di questa città: qualche chilometro più in là, sulla Via Labicana, c’è San Clemente, sopra chiesa barocca, in mezzo chiesa paleocristiana, sotto mitreo. Che a ben pensarci è una bella rappresentazione di come il cristianesimo s’è evoluto nei secoli, visto che ha svariate cose in comune col culto di Mitra.
Noi siamo così, frutto di quel che è venuto prima di noi, camminiamo sulla storia senza accorgercene, abbiamo cannibalizzato i nostri antenati (lo sapete, sì, che i marmi del Colosseo sono stati usati per le chiese della Città Eterna…) e viviamo letteralmente sui resti di chi ci ha preceduto. Nella zona in cui sorge casa mia, ad esempio, c’è una villa romana.
Io vi consiglio fortemente questa passeggiata serotina; l’ho trovata interessante, ma anche densa di così tante suggestioni…commovente e divertente, appassionante, direi. Perché per sapere davvero chi siamo, dobbiamo sapere anche da chi discendiamo. Per informazioni, qua.

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Nerdporn

Non è parolaccia, e neppure qualcosa di sconcio:-P. Si tratta invece di tutte quelle cose che ad una persona normale non dicono niente, ma ad un nerd sembrano meravigliose. Se avete mai visto una puntata di The Big Bang Theo sapete a cosa mi riferisco.
Ieri Giuliano è tornato a Casa con un aggeggino che stimola proprio i miei sensi nerd. La tavoletta grafica si è rotta tempo fa, e comunque non mi ci sono mai abituata per davvero. Così, quando ho visto la pubblicità dell’oggetto in questione mi sono innamorata. Trattasi di una penna, normalissima, dotata però di un ricevitore: quel che scrive viene registrato in formato digitale, proprio come se l’avessi scannerizzato. Inoltre, un programma riconosce la calligrafia e trasforma il tutto in e volendo trasforma il tutto in PDF. Cioè. Da sturbo. Ci posso disegnare le mappe, fare gli autografi da spedire… un mucchio di cose. Nerdporn, appunto.
E la volete sapere una cosa? Il post di oggi è stato scritto proprio così :)
Allora, quando a riconoscimento della calligrafia, per essere il primo tentativo non è malissimo: ha riconosciuto buona parte delle parole, ma non ha identificato le righe. Il testo importato va poi rivisto per renderlo leggibile. Per darvi un’idea, vi incollo a fine post il testo come me l’ha convertito lui. Considerate anche che io scrivo mettendo male la mano, e dunque sono costretta a mettere il ricevitore nell’angolo a sinistra del foglio, e non al centro come consigliato (comunque, questa cosa gli si può specificare prima). Comunque, è una funzione che m’interessa pochissimo, neppure sapevo ci fosse, quando Giuliano mi ha comprato il tutto. Quanto invece alla “scannerizzazione”…beh, sono decisamente soddisfatta. Giudicate un po’ voi…Ah, il fatto che il testo sia tutto verso destra è un errore mio; è così anche sul foglio originale :P

Il testo convertito:
N E RD PORN
parolaccia, e neppure qualcosa di non è una tutte quelle cose che Si tratta invece di
sconcio:-P. sono normale non dicono Niente, Ma
ad Una PF sembrano meravigliose. Se avete Arai
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Ecco, i unici sensi nord. che stimola proprio aggeggino. dio tempo è. fila che aveva si e
La tavoletta 9′ sri ci ena sarai abituata per
comunque non
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di un ricevitore: 9 se l’avessi digitale, proprio conre
in formato riconosce Inoltre, un programma scanali italo. trasforma il tutto in e volendo
la cala galia ci posso disegnare le un PDI; cioè. Da sturba.
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Madagascar 3

Ieri sera sono andata a vedere Madagascar 3. Non riesco neppure a ricordare quando è stata l’ultima volta che sono andata a cinema. Comunque, ammetto che non avevo una grandissima voglia di vedere il film. Di tutte le varie saghe animate in CG degli ultimi anni, Madagascar è probabilmente quella che mi entusiasma di meno. Il primo film era grazioso, ma nulla di più. Il secondo invece, devo dire, era stato capace di migliorare il tiro non di poco. Aveva sfruttato al meglio i suoi punti di forza, rafforzato incredibilmente i punti deboli (vedi re Julien), e insomma aveva sfornato un prodotto migliore del precedente. Che, a pensarci, era un mezzo miracolo. In genere le saghe cinematografiche partono col botto – che è la ragione per cui si producono i seguiti – ma poi spesso si afflosciano con l’andare del tempo, realizzando prodotti via via più deboli. Le eccezioni sono rare, e per questo meritevoli di successo.
Comunque, ieri sono entrata in sala con poca voglia e afflitta da un attacco di raffreddore che mi aveva messo addosso una spossatezza non indifferente. Ecco, mi sono dovuta ricredere. Dopo l’ottimo lavoro fatto con Madagascar 2, gli autori mettono sicuri la freccia e superano il lavoro precedente con Madagascar 3. Che, almeno stando al primo tempo, è un capolavoro di comicità non sense. Davvero, poche volte ho riso a cinema come ho fatto ieri sera. E la chiave è proprio l’assoluta insensatezza del tutto, la scelta consapevole e per certi versi coraggiosa di spingere tutto sull’assurdità. Da questo punto di vista, tutto l’inseguimento a Montecarlo è esemplare, non ti dà un attimo di respiro, è un fuoco d’artificio di invenzioni. Poi, vabbeh, come in tutte le commedie che si rispettino il secondo tempo è un po’ più serio, e questo ha fatto un po’ calare ai miei occhi tutto il prodotto, ma, come giustamente detto da Giuliano, il film funziona, poco da fare.
I difetti, ovviamente, ci sono, perché la perfezione non è di questo mondo: i personaggi sono troppi, e quindi molti ne escono fuori sottoutilizzati (per dire, Melman e Gloria sono pressoché non pervenuti, e anche Martin non è che sia esattamente indispensabile ai fini della trama), la discontinuità tra primo e secondo tempo, ma i pregi si mangiano tutto. Voglio dire, ma vogliamo parlare della storia d’amore tra Julien e l’orsa? Un capolavoro dell’assurdo e del romanticismo.
Quindi, niente. È che rimango ammirata di fronte ad un gruppo di lavoro che invece di sedersi sugli allori dei precedenti prodotti, continua a sfornare ottime idee (Blanche Du Bois…parliamone) e cerca di migliorarsi di continuo. Tra l’altro, le ambientazioni italiane sono molto curate: la stazione Termini pare vera, giuro.
Comunque, non so se augurarmi un quarto capitolo, sperando che il trend di miglioramento continui, oppure sperare che la saga finisca qua, con questi tre bei film. Chi vivrà vedrà.

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