Archivi del mese: settembre 2012

11 settembre a modo mio

Oggi è l’11 settembre. Fino all’anno scorso, non c’era bisogno di guardare il calendario per sapere che giorno fosse oggi; te lo ricordavano tutti, dalla tv ai giornali online. Te lo ricordavi anche da solo, per altro, perché la paura di quel giorno ti era rimasta addosso come una specie di appiccicoso sudore che non ti saresti mai più scrollato via. Era il giorno che ha cambiato il mondo, anche se all’epoca, impegnati più che altro a cercare di trovare una via in mezzo alla paura, molti di noi dicevano di no.
Stamattina ho dovuto guardare la data sull’Air per ricordarmi che giorno fosse. La Repubblica non menziona la cosa, gli altri giornali mettono l’anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle in fondo, come si ricorda qualsiasi altra data che ormai ha la dimensione della storia. Ecco, oggi sappiamo che dieci anni è il tempo che serve all’umanità per infilare qualsiasi esperienza dolorosa nell’ambito della storia. Forse è passato il periodo del lutto e si apre quello della riflessione, oppure semplicemente la vita va avanti, abbiamo superato Hiroshima, vuoi che non siamo in grado di superare l’11 settembre?
Siccome però io credo che ogni occasione sia buona per riflettere, e soprattutto per leggere, non rinuncio a commemorare questa data che ha segnato un prima e un dopo nella vita di molti di noi: ho finito da poco di leggere Molto Forte, Incredibilmente Vicino, di Safran Foer. Chiamarlo libro sull’11 settembre sarebbe estremamente riduttivo. L’attentato alle torri è il motore dell’azione, e di certo è al centro della riflessione, ma il libro non parla tanto di quello, quanto della perdita e della guerra. C’è un modo di sopravvivere alla scomparsa di chi amiamo? Vale la pena amare, anche quando il rischio di perdere è così ingombrante? Perché, nonostante l’uomo abbia guardato in faccia l’orrore migliaia di volte, ancora lo perpetra, dicendo ogni volta, ipocritamente, “mai più”? Nel libro l’11 settembre è solo l’ultimo di una lunga fila di eventi tremendi che hanno colpito innocenti. È solo un’altra guerra, altro dolore, altro sangue versato.
Ecco, io l’ho trovato un libro bellissimo e tremendo. Richiede molto al lettore, ma dà anche tantissimo. Più di una volta mi sono fatta forza ad andare avanti, ma non perché fosse noioso o “difficile” – è uno dei libri di più facile lettura mi siano capitati, dove per facile lettura non intendo sciattezza, ma proprio capacità di farsi leggere con piacere, catturare – ma perché è emotivamente molto intenso. Ma vale la pena. Davvero.

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Novità

Irene ha iniziato il suo primo anno di materna il 4 settembre. Mi avevano detto tutti che il secondo anno all’asilo sarebbe andata meglio. “Vedrai, s’è fatta gli anticorpi, non si ammalerà più come prima, vedrai…”. Eh. Oggi siamo al 10. E Irene ha l’otite. Ora, tu, dio delle malattie infantili, sappi che io un altro anno come lo scorso non lo reggo. E non reggo neppure un mese di sinusite. E no, non mi opero, c’ho pensato, sono codarda, non ce la faccio. Vedi che poi fa’.
Passato questo istante di delirio, veniamo alle cose più concrete. Sarò breve, proprio perché, come immaginerete, la giornata è complicata. Chi mi segue su Twitter sa che vi avevo promesso novità sui miei libri. Le novità sono due, ma una è ancora coperta da segreto istruttorio. Per sapere di cosa si tratta dovrete aspettare una decina di giorni. Posso solo anticiparvi che riguarda l’ambito Nashira.
La seconda notizia, invece, è la seguente: esce il volume unico della trilogia delle Leggende del Mondo Emerso. Me l’avete chiesto in tutte le salse: esce? Non esce? Se sì, quando? Il 9 ottobre. Con un po’ di pazienza, a breve vi faccio vedere anche la copertina. Che, posso già anticiparvi, è splendida, ma non credo avessimo alcun dubbio su questo, no? È realizzata da Paolo, as usual, e questa è una garanzia. Per altro, sapete che a ottobre uscirà il suo nuovo libro? Si tratta di un illustrato a tema l’Inferno di Dante. Io non vedo l’ora, non so voi :) .
Bon, è tutto. Torno ai miei modelli teorici di evoluzione stellare, alle otiti della prole, e all’editing Nashiriano. Buon lunedì a tutti :) .

Addendum
Visto che siete bravi, non avete dovuto pazientare troppo :) . Voilà!

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Sono donna, e non voglio capire

Ho scoperto da un po’ di tempo l’acqua calda: ognuno di noi, su certe faccende, ha il suo limite di sopportazione. C’è chi si indigna per cose che a me passano indifferenti, e su altre invece mi sento come Caparezza in “Cose che Non Capisco”: ci sono cose che non capisco e cui nessuno dà la minima importanza, e quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza, tipo “tu ti fai troppi problemi, Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più”.
Ma anche sullo stesso argomento, i miei limiti di sopportazione variano in modo del tutto arbitrario. Parliamo di rappresentazione della donna nella società (e quando mai…lo so che sono monotona, ma, sarà che ho una figlia, sarà che sono donna, sarà che la situazione è oggettivamente brutta, ma ci ritorno su spesso). Qualche tempo fa – parecchio, in effetti – difesi una canzone di Arisa che esaltava la vita semplice, ora non ricordo neppure di quale canzone si parlasse, ma veniva tacciata di un certo conservatorismo e sessismo. Poi, un paio di giorni fa, accendo la radio e becco la pubblicità di una ditta che fa divani. Sì, quella con la Ferilli. Vi rinfresco la memoria sui retroscena: per un certo periodo di tempo la Ferilli è stata in rotta con l’azienda, e aveva smesso di fare da testimonial. Adesso è tornata, per motivi che non so e che comunque mi interessano meno di zero. La pubblicità parte con la Ferilli al telefono, che dice qualcosa del tipo: “Sì, sono tornata. Dove sono stata? Beh, sa, il parrucchiere, i nipoti, la sauna, la palestra…lei è donna, mi capisce, no?”.
Allora. Tutto all’apparenza molto innocuo, tutto molto, come dire, consueto, comune. E per questo a me insopportabile. Dà per scontato che una donna non possa che riempirsi le giornate di cose frivole, come se tutte fossero interessate solo alla manicure e all’acconciatura. Per altro, la Ferilli è una donna che lavora, fino a prova contraria è un’attrice. Costava molto farle dire che era via, che so, in tournée teatrale? Che aveva girato un film? La cosa peggiore in assoluto è quel “lei è donna, mi capisce, no?” finale. Come se per essere donna dovessi necessariamente interessarti a questa roba, passare il tempo tra sauna e parrucchiera.
Un tempo, forse, tutto questo non mi avrebbe dato fastidio. Sarà che queste problematiche mi interessavano di meno, sarà che ero una ragazzina e ancora non avevo capito che tipo di donna volessi essere. Adesso mi urta. Non capisco perché ci si debba chiudere in triti stereotipi. Sembrano cose assolutamente innocue, ma sono pervasive. Non è solo la Ferilli; è l’accumulo di pubblicità, di messaggi del genere provenienti da ogni direzione, è la pluralità di voci che dappertutto dicono sempre la stessa cosa: sei donna solo se curi il tuo aspetto e lo fai un certo modo, esistono cose da donne e cose da uomini, non puoi essere altro che una bella bambolina. Come quell’altra stronzata delle penne Bic per donne, con le farfalline e i cuoricini, come se a me non potesse piacere, che ne so, la penna con Batman su. Per altro, c’è anche la pseudo-spiegazione scientifica: le mani delle donne sono più piccole. Ma manco per idea. Le mie mani sono identiche a quelle di Giuliano, per via delle mie dita lunghissime. E quindi?
E quindi niente. Quindi mi tengo la mia rabbia e continuo a scrivere di donne che fanno un po’ quel che vogliono, che in un uomo cercano un compagno di viaggio e non un tizio che dica loro cosa fare e dia uno scopo alla loro esistenza, che se vogliono menare menano, se vogliono fare la calza la fanno. Perché sono io che voglio essere così. Non è che ci sia qualcosa di sbagliato nelle “attività femminili”, cosiddette. Anch’io mi diverto a fare torte e a ricamare lenzuola; ma mi diverto anche a vedere l’ultimo film di supereroi, e guardarmi lo sport in tv e a guidare la mia Alfa in autostrada. Che problema c’è?
Servirà a qualcosa proporre modelli alternativi? Boh. Io scrivo, non conduco un programma in televisione, non faccio film, e il pubblico cui arrivo è un millesimo, o anche meno, di quello raggiunto dalla Ferilli che va dal parrucchiere. Ma il mare è fatto di gocce, no? Sarà uno stratosferico successo se già riuscirò a spiegare a mia figlia che potrà essere e fare quel che vuole, da grande. Ma già cominciamo bene, visto che oggi, davanti all’aspirapolvere, ha chiesto: “Come funziona?”.

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Risvegli

L’altro giorno leggevo questa splendida riflessione di Saviano su agosto. Mi è tornata in mente ieri, mentre ricominciavo la mia solita routine.
Non ho mai atteso granché agosto. Da bambina andavo in vacanza ai primi di luglio, e agosto era semplicemente sospensione: la città all’epoca era deserta per davvero, amici non ne restavano, e comunque per due settimane io me ne andavo in Campania dai nonni. Tutto era per così dire fermo; l’estate vera per me era più o meno finita, ma non era neppure iniziato l’autunno, o la vita di sempre. E quindi aspettavo.
Con l’andare degli anni, questa cosa non è cambiata. Agosto è ancora il niente, quel qualcosa tra l’estate e l’inizio dell’anno. Perché, nonostante mi sia maturata la bellezza di tredici anni fa, io ragiono ancora in termini scolastici: l’anno inizia a settembre. E per me è iniziato ieri. Il centro commerciale pieno di gente, Irene di nuovo all’asilo, l’aria più fresca e la pioggia.
La cosa strana, rispetto agli altri anni, è stato il senso di cesura. È come se ad agosto avessi vissuto in un limbo, come se avessi dormito per trentuno giorni e mi sia svegliata ieri. Probabilmente è anche colpa del fatto che mi sono concessa un week end in montagna, settimana scorsa, e che solo lunedì sono riuscita a tornare a Roma (mi hanno cancellato il volo, una storia un po’ lunga). E ieri…bam! Sono stata catapultata di nuovo nella mia pelle e nella mia vita.
La cosa più tremenda in assoluto è stata Irene. Ce l’ho avuta sotto gli occhi tutta l’estate. Siamo state praticamente in simbiosi per due mesi – e infatti è diventata un po’ troppo mammona, la mia patatina… – ho registrato ogni singolo millimetro di crescita, ogni nuova parola, ogni nuova espressione. E nonostante questo, quando ieri l’ho portata all’asilo, mi è sembrata cresciuta tantissimo. Ma dov’ero io quando ha imparato a dire “vieni qua” con quella cadenza quasi tedesca, perentoria e comicissima? Dov’ero quando ha iniziato ad andare da sola in bagno, annunciando con noncuranza “vado fare pipì” o “lavo manine”? Quand’è che è diventata una bimba grande?
I figli ci sfuggono via dalle mani, anche quando siamo convinti di avere una presa saldissima. Ci crescono tra le dita, e un bel giorno ci svegliamo e non hanno più bisogno di noi. Comincia piano, ma è inesorabile. E adesso è settembre, lei va alla materna – la materna, dannazione…e tre anni fa, in questo periodo, ero incinta e scoprivo di avere il diabete… – e io sono qua, tutto sommato immobile. Scrivevo l’anno scorso, scrivo quest’anno. Ma c’è un senso nuovo, nell’aria. Gli anni hanno ricominciato a essere uno diverso dall’altro, per me. Perché li rivivo con Irene, che cambia dall’oggi al domani, che ogni giorno ne inventa una nuova e scopre qualcosa.
Mi rimbocco le maniche: il sonno è finito, ricomincia la vita.

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