Archivi del giorno: 6 dicembre 2012

Cose che erano e non sono più

Sette anni fa, il 4 novembre, dopo un lunghissimo viaggio in macchina arrivavo a Monaco di Baviera. Pesavo diciotto chili più di adesso, mi ero da poco laureata, ed ero in crisi esistenziale: avevo deciso di smettere con la ricerca e, cercando un lavoro, avevo trovato questo stage di tre mesi in Germania. Non avevo mai vissuto da sola, quella sarebbe stata la mia prima esperienza, e con me, per il primo tentativo di convivenza, c’era anche Giuliano. A Monaco c’ero già stata da ragazzina, in gita con la scuola, e l’avevo adorata. Adesso, però, era diverso. Monaco rappresentava una vita del tutto nuova, un esperimento, il mio primo, serio tentativo di diventare grande.
Non so esattamente perché, col senno di poi non riesco a spiegarlo, ma quei tre mesi furono fantastici. Qualsiasi cosa accadeva era speciale, tutto era nuovo e scintillante, tutto sembrava uguale a come l’avrei sempre voluto, come se fosse quello il posto in cui avrei dovuto nascere, e non questa città meravigliosa e maledetta nella quale sono bloccata da 32 anni, che amo e odio con uguale passione, e che non riesce ad assomigliarmi neppure un po’.
Comunque, da allora a Monaco sono tornata un sacco di volte. È una specie di luogo dell’anima, quel posto lì al quale tendi, che ti fa pensare che se anche tutto va male, hai un luogo sulla terra nel quale, eventualmente, andarti a rifugiare. Manco da lì da due anni, e che non ci vado d’inverno non riesco a ricostruire neppure da quanto tempo. Quattro, forse cinque anni, non so. D’inverno è proprio un altro posto, d’inverno ci sono stata e d’inverno ci voglio tornare.
Ogni volta che ci sono andata, il tentativo era di ritrovare le atmosfere di quel lontano e gelido inverno. Senza risultato, ovviamente. Ogni volta, una cosa diversa è cambiata, ogni volta un pezzo di quella Monaco non c’è più. La casa in cui vivevamo è stata venduta, non è più del signor Werner, che un giorno di gennaio ci invitò ad una gita sul Chimsee ghiacciato. Hertie, il supermercato dove andavo sempre a fare la spesa, è stato fagocitato dalla grande catena Karstad. Una persona cui volevo molto bene, il nostro cicerone in tante gite a Monaco, l’amico, il consigliere letterario, la nostra ancora in quel lontano inverno, è morto due anni fa.
Sarei dovuta tornarci quest’anno, per andare a vedere i mercatini di Natale, che, a conti fatti, ho visto solo due volte nella mia vita, quando ci vivevo e in quel viaggetto di anni fa. Come ormai è consuetudine da una mese a questa parte in questa famiglia, la cosa è saltata, per una volta non perché sto male io, ma perché sta male Irene.
La verità, ed è un po’ buffo che ci arrivi solo ora, è che sarebbe ora di smettere di rincorrere quell’inverno del 2005. Sono passati sette anni, le tracce dei nostri piedi su Kaufinger Strasse sono state cancellate da molto tempo. Avevamo avuto la nostra occasione, sette anni fa; avremmo potuto prolungare la nostra permanenza, perché mi era stato offerto di restare ancora, e avremmo potuto fare altre scelte, magari decidere di restare. Un amico, che all’epoca i trenta li aveva già superati e le cose le capiva meglio di me, mi disse che se davvero volevo rimanere, dovevo farlo. E non lo feci. Adesso è tutto cambiato, adesso partire è impossibile, e non perché ci sia qualche reale impedimento, ma perché le scelte che ho fatto, la vita che ho deciso di condurre e certi principi che ho deciso di seguire mi impediscono di fare il salto. Non è stato un caso che ogni volta che l’ipotesi di andarsene via davvero si è fatta più concreta (e almeno una volta ci siamo arrivati a tanto così) a me è preso il panico. Forse è quindi ora di smetterla di inseguire cose che non torneranno mai più. Non è stato il destino, non è stato il caso, sono stata io a decidere di prendere altre strade. D’altronde, mi conosco, se davvero avessi deciso di vivere lì, tempo due anni mi sarei stancata anche là, la novità sarebbe sfumata e tutto avrebbe preso i contorni della routine: la neve, i tram, i tedeschi. Non si fugge a se stessi mettendo 800 km tra te e il posto in cui sei nata.
Per cui, nulla, i cordoni ombelicali ad un certo punto vanno rotti, i legami spezzati, se sono soltanto pallidi ricordi di qualcosa che non è più, e che non può essere rinnovato.
Stamattina a Roma fa un freddo glaciale; l’aria sa un po’ di neve, come allora.

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