Archivi del mese: gennaio 2013

Odissea postal-tabacchinica

Come ben sapete – avendovi io fatto una testa così al riguardo – un tre settimane fa ho fatto un incidente. Poiché la colpa, ehm…come dire…non era del tutto dell’altra macchina…dovevo pagare una multa. Ho rimandato la cosa il più possibile, perché non sono esattamente ansiosa di girare per uffici pubblici, ma alla fine non ho potuto evitare di andare a pagare. Reduce da una mattinata per metà in palestra e piscina, e per metà in giro a far la spesa, ecco che mia madre mi deposita davanti all’ufficio postale, portando via la macchina perché le serviva il pomeriggio. Ma non è un problema, l’ufficio postale è a un 500 metri da casa mia, e io conto anche di metterci poco, visto che sono le 14.00.
Arrivo, non c’è molta gente, prendo il numerello. Attendo, poco, perché la fila scorre, e arrivo davanti all’impiegata. E mi accorgo di aver fatto un errore fatale: non ho compilato il bollettino. Mi scuso, l’impiegata non fa una piega.
«Compilalo e poi torna qua» mi dice.
«Prendo un altro numero?» chiedo.
«No, non serve. Appena hai fatto vieni».
Vado a compilare. Ci sono quattro bollettini. Confesso che non sono praticissima di bollettini: pago quasi tutto online, e anche le bollette ce le ho domiciliate. So tutto di come pagare con Paypal, ma ho difficoltà persino a girare un assegno. Comunque, compilo tutto. Inserisco la cifra dovuta, leggendo a stento il verbale, metto l’intestatario, mi avvicino.
Solo che una signora mi dribbla e passa avanti. Perché, scopro, questa storia di “avvicinati che ti faccio passare” è consueta all’ufficio postale. A quanto pare non sono la sola che si dimentica di compilare e roba del genere. Vabbeh, non è un problema, la signora potrebbe essere mia nonna, è pure giusto che vada avanti. Tra l’altro è anche particolarmente cortese. Solo che nel giro di dieci minuti la fila dei “passo avanti” è diventata ciclopica. L’impiegata alza lo sguardo.
«Ma siete tutti per me? Vabbeh, però mo andate anche al primo che si libera, eh?» dice.
Io capisco l’antifona, per cui mi siedo e prendo un nuovo numero. D’altrone mi sento sempre un po’ in imbarazzo a passare avanti, tanto più che l’errore è stato mio.
Stavolta, però, la fila non scorre manco per il cavolo. C’è un blocco totale dei numeri sulle operazioni finanziarie. Tutti fermi. E io comincio ad innervosirmi. Anche perché ho da fare una cosa a casa. Giro il bollettino delle poste e scopro che – meraviglia! – si può pagare pure in ricevitoria. Fantastico, ci sono i tabacchini nel quartiere! Esco, che tanto in venti minuti i numeri non sono avanzati manco di mezzo decimale, e – botta di fortuna – il tabacchino è attaccato alle Poste.
«Posso pagare una multa?» chiedo.
«No, mi spiace, ancora non siamo attrezzati».
Sob. Rientro alle Poste con le pive nel sacco. E pure un po’ incazzata. Voglio dire, Stato, ti devo dei soldi. Suppongo tu sia ansioso di prenderteli, e immaginerai che io, invece, con lo spavento, la macchina ancora dal carrozziere a tempo indeterminato e il conto del suddetto che sfiora le quattro cifre, non è che sia proprio ansiosa di darteli, questi soldi. Non potresti semplificarmi le cose? Tipo permettermi di farti un bonifico online?
No, donna: partorirai con dolore, e pagherai le multe alle Poste, possibilmente quando c’è una fila non inferiore ai quaranta minuti.
Vabbeh. Eva, hai un conto aperto con me.
Intanto, un signore dà in escandescenze non so esattamente perché, poi, inspiegabilmente, i numeri ripartono. Arriva il mio turno.
Arrivo, saluto, deposito il malloppo dei bollettini.
«Devo pagare una multa».
«Così non va bene».
Faccio la faccia perplessa: «Ossia?».
«Questi vanno staccati».
Guardo i bollettini. Cioè, l’impiegata mi sta chiedendo di separare lungo la linea tratteggiata i quattro bollettini. Che, per carità, con ogni probabilità è una cosa che dovrei fare io, ma non capisco il tono scocciato né il motivo per cui non può farlo lei. E, siccome sono già vagamente irritata, l’incazzatura sale. Comunque, piglio e stacco tutto.
«Perché sono quattro?» chiede, sempre scocciata.
«…non lo so…».
«Nemmeno io. Non lo so che deve pagare».
«Ma a me li hanno dati così…».
«Legga il verbale».
Il verbale è la copia con carta carbone, quindi già pressoché illegibile, e la calligrafia non è esattamente chiarissima. A stento sono riuscita a ricostruire la cifra che devo pagare.
«Sul verbale non ci si capisce niente», e stavolta quella scocciata sono io.
«E allora deve telefonare alla Municipale. Chiami il numero e si faccia spiegare».
Eccerto. Alla Municipale di Roma gli dico “salve, sono Licia Troisi, ho fatto un incidente il 9 gennaio, mi dice come devo pagare?” e siccome Roma non è frequentata ogni giorno da 5 milioni di persone, di cui una percentuale non trascurabile si scatafascia in vario modo su altre macchine, pali e marciapiedi, loro sapranno subito dirmi cosa devo fare. O forse mi manderanno a cagare, che è più probabile.
«Vabbeh, grazie e arrivederci» bofonchio, evidentemente incazzata. Esco, e mi girano ad elica. Sono rassegnata a dover fare la fila alla posta, ma per niente, francamente, no. Tanto più quando non sono lì a mandare o ritirare pacchi, ma a cacciare dei soldi per una multa. Capisco che avere a che fare tutti i giorni con la “gggggente” non sia piacevole, ma, cara impiegata, sapessi quanto è piacevole per me fare quaranta minuti di fila – due volte – per pagare una multa e non riuscirci perché nessuno sa dirti come si fa. Ma, con ogni probabilità, la cretina sono io. La prossima volta faccio un corso accelerato in compilazione di bollettini.
Comunque. Sono in ballo, e voglio chiudere la pratica. Mi serve un altro tabacchino. Che non so dove sia. Ricorro alla mamma, che magari si ricorda. Sì, c’è un altro tabacchi. Dall’altro lato del quartiere. E io sono a piedi. E, confessiamolo, ho pure un bel po’ di acido lattico per via della piscina.
Parto.
Impreco più o meno per tutto il viaggio attraverso il quartiere. Che non serve a niente, ma tant’è.
Arrivo al tabacchino. Chiuso. E adesso potrei veramente tirare giù tutti i santi dal paradiso. Ma ho detto che devo chiudere la pratica, dannazione. A che ora apre? 15.30. Che ore sono? 15:15. Resto. Resto e aspetto. Visto l’andazzo, mi diranno che non si può fare, anche se c’è scritto Lotto ovunque, e le multe si paganp sfruttando il circuito del Lotto. Resto e basta.
Mi siedo sugli scalini lì davanti. La gente mi guarda pure. Cos’è, non avete mai visto un’onesta cittadina che cerca di emendare i suoi errori con lo Stato?
L’unico raggio di luce è Zerocalcare che ha messo tra i preferiti un mio tweet al riguardo degli uffici Postali. Cioè, voglio dire, uno dei miei autori di fumetti preferiti! Tipo quella volta che Leo Ortolani ha risposto ad un mio commento sul suo blog, facendomi sperare che, forse, nonostante l’ora di ritardo che gli diedi quando lo conobbi a Lucca, ha messo via la mia foto col tiro a segno per le freccette.
(Io sono sempre convinta che molte delle persone che ammiro, e che per qualche ragione ho incrociato nella mia vita, mi odino per qualche mio comportamento inopportuno. Del resto ho fatto figure di tolla un po’ con tutti…).
Comunque. Arrivano le 15.30. E arriva anche il proprietario del tabacchino. Titubante, e pure francamente stanca, mi avvicino.
«Le posso fare una domanda?».
«Mi dica».
«La posso pagare una multa, qui?».
«Certo!».

Tempo dieci minuti, ho finalmente pagato la multa. Con un sovrapprezzo di un paio di euro. Vabbeh, ‘sti cavoli.
Grazie, Stato, grazie di avermi permesso di avere questo grande onore di pagare per le mie colpe! Grazie del favore, eh?
Mi avvio verso casa. Altri 600 metri. Ma è un bel pomeriggio. Freddo, ma c’è il sole. Alle 16.00 raggiungo casa. C’ho messo due ore per far tutto. Poteva sicuramente dirmi peggio. Ma, diciamocelo, anche meglio.
E non posso neppure arrabiarmi più di tanto. In fin dei conti, sono pure nel torto…

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E io non sono neppure una fondamentalista…

L’altro giorno ero a pranzo coi miei. C’era la tv accesa perché ai tempi della mia infanzia il sottofondo piaceva, e, miracolo, a volte c’era persino qualcosa di bello da vedere. Andava uno dei contenitori mattutini della Rai. E c’era l’oroscopo.
Ora. Rispetto all’atteggiamento dell’astrofisico medio, io non sono particolarmente intollerante con l’astrologia: riconosco che ha un indubbio interesse di tipo storico, dato che fino all’epoca di Galileo era ancora considerata una scienza, e per secoli è stato il primo tentativo dell’uomo di rapportarsi al cosmo. Inoltre, può essere un giochino divertente, e, se si è consapevoli che si tratta solo, appunto, di un giochino privo di qualsiasi appiglio alla realtà delle cose, che male c’è a divertirsi un po’. Solo che la trasmissione in questione ha mandato trenta minuti trenta di astrologo che faceva le previsioni di ogni segno, giorno per giorno – il week-end, nello specifico – con tanto di aree tematiche: amore, lavoro e dio sa solo cos’altro. C’era anche una specie di tabella coi segni, le aree, e le stelline per area. Dopo aver fatto questa accurata analisi, ha terminato con altri dieci minuti di voti globali a ogni singolo segno. Ve l’ho detto, trenta minuti. Trenta minuti in cui non c’è stato un momento in cui fosse evidente l’incosistenza del tutto, la leggerezza di una cosa del genere, o anche solo un po’ di autoironia. E a me l’astrologo in questione fa pure simpatia a pelle, pensate un po’.
Voglio dire, ma che senso hanno trenta minuti di chiacchiere prive di qualsiasi fondamento non dico scientifico, ma manco di buon senso, all’ora di pranzo sul servizio pubblico? Potrebbero averlo se, per compensazione, ogni giorno si facessero due ore di divulgazione scientifica seria. Ma ormai la scienza sulla Rai vive in rarissime aree protette, e al 90% è fatta – in maniera egregia, per altro – dagli Angela. Ma praticamente solo da loro. Il giorno che l’ultimo degli Angela lascerà questa valle di lacrime, si estinguerà la divulgazione in Rai. Altrimenti c’è l’ottima striscia quotidiana di Geo&Geo. Ma sono venti minuti a dir tanto. Ecco. Questa è la scienza sul servizio pubblico. Al che, capite, anche la persona più accondiscendente verso l’astrologia perde le staffe. Anche perché la diffusione capillare di una cultura a-scientifica ha una parte non marginale nello sfracelo attuale della nostra società. Scienza è anche partura mentale, capacità di interpretare il reale. Astrologia, mi spiace dirlo, è superstizione. Poi, ripeto, ti ci vuoi divertire? Nessun problema. Ma non è reale. È fantasia. L’importante è saperlo.
Comunque, che dire? Se il servizio pubblico deve essere lo specchio dei tempi, direi che ci siamo: un posto in cui qualsiasi argomento è trattato con superificialità estrema, in cui credere è stimato assai più che ragionare e in cui ci si attacca a strumenti vecchi per interpretare un mondo nuovo. Siamo proprio noi, direi.

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Paure costruttive

L’altro giorno ho trovato linkato sulla pagina FB di Saviano questo articolo. E poi dico che FB è il male. A seguire le persone giuste, si trovano anche cose interessanti :P .
Dato che la paura è qualcosa con cui ho ha che fare da sempre, mi sono interrogata al riguardo. In verità, all’inizio l’avevo presa sull’intimista, e lì di paure ne ho a bizzeffe, per lo più inutili e dannose. La domanda, però, riguarda invece il nostro futuro come specie. E mi sono accorta che mi era decisamente più difficile capire di cosa avessi paura per il futuro. Moltissime cose non mi piacciono, molte mi spaventano, ma qual era quella che davvero temevo di più, quella che ritenevo più pericolosa? Semplice. L’ignoranza. Ma non l’ignoranza intensa come semplice mancanza di conoscenze. Ho conosciuto persone con la quinta elementare che pure erano in grado di grandissima sensibilità, che avevano gli strumenti per capire il mondo e interpretarlo. No, mi spaventa certa ignoranza, quella che va per la maggiore in questi nostri tempi, un’ignoranza che è tracotanza, non che non si vergogna di se stessa, ma anzi si erge a virtù e pretende di mettersi davanti alla conoscenza delle cose. È questa l’ignoranza che impregna la nostra società: il non voler capire, perché si ritiene di sapere già tutto. L’essere convinti e contenti di quel che si sa, e chiudere gli occhi davanti al dubbio o alla possibilità di sapere altro.
Faccio un esempio per chiarire: il complottismo. È evidentemente un esempio estremo, ma chiarisce il concetto assai bene. La gente che crede che ci stiano avvelenando con le scie chimiche, che non siamo mai andati sulla Luna, che ci sia il Grande Complotto pluto-giudaico-massonico è gente che ha evidentemente una fascinazione nei confronti della conoscenza. Al tempo stesso, però, la conoscenza vera costa fatica: per dire, io, per capire un decimo o anche meno di quel che sappiamo circa il funzionamento dell’universo, ho studiato otto anni della mia vita. E sto comunque ancora a zero. Molto più facile allora leggersi quattro link su Internet e illudersi così di “essersi informati”. A questo punto, scatta la tracotanza dell’ignoranza: ok, non sono un ingegnere, ma quanto a quel che è successo l’11 settembre ne so più di tutti gli ingegneri civili interpellati. Ok, non sono un astrofisico, ma circa il viaggio dell’uomo sulla Luna ne so più di un esperto. E chiudo occhi e orecchie davanti ai veri esperti, perché “mi sono informato”. E comunque tutti gli altri, a parte me, sono coinvolti in un gigantesco complotto e via così.
Un altro esempio è il pregiudizio verso gli omosessuali. Prendiamo un tema caldo: la possibilità delle adozioni per coppie dello stesso sesso. La scienza ci dà risposte al riguardo: i bambini cresciuti in coppie omogenitoriali sono uguali a quelli cresciuti da una mamma e un papà. Fine. E questo dovrebbe bastare. Invece no. Tutti si sentono più qualificati a parlare di sociologi e psicologi, e scendono in piazza a manifestare perché “nessuno pensa ai bambini”.
Ecco, a me fa paura questo. Perché è dalla tracotanza dell’ignoranza che nasce il pregiudizio, e il pregiudizio è la sorgente di ogni forma di male. Terribili orrori sono nati dall’ignoranza che si crede conoscenza.
Come al solito, per combattere questa forma d’ignoranza, a parte l’ovvia parte che dovrebbe giocare la scuola pubblica, c’è una sola via: il dubbio. Il dubbio come premessa metodologica, come base di ogni forma di conoscenza. Che non significa “non credere in niente”, ma non essere schiavi di nessuna idea, non farsi dominare da nessuna convinzione, essere liberi, persino da se stessi.
Non so se è stato l’effetto della nascita di Irene – “chi guarda avanti dieci anni pianta un albero, chi guarda avanti cento anni pianta uomini”, dice un proverbio cinese – ma d’improvviso scopro di essere più fiduciosa nel futuro. Magari non nel mio, magari neppure in quello dei miei discendenti, ma di sicuro sono fiduciosa che se davvero volessimo, se davvero ci mettessimo d’impegno, potremmo cambiare le cose. Una testa alla volta, magari, ed è questa la ragione per cui scrivo. Per cui penso che si possa venire a capo anche di questa ignoranza che mi spaventa: magari non per sempre, magari non per tutti, ma per un ragionevole lasso di tempo, e per molti, e non è poco. L’età adulta ti isegna anche ad essere meno massimalista e più riformista. Ma ci vuole fatica ed impegno, come sempre. Abbiamo voglia di farlo?

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Guardarsi intorno

Oggi, come sapete, è la Giornata della Memoria. L’ho sempre considerato un momento fondamentale per riflettere su ciò che è stato e non dimenticare, soprattutto in questo momento delicato in cui i sopravvissuti sono sempre di meno, presto non ce ne saranno più e toccherà a noi ricordare senza le loro voci che ci parlano di una testimonianza diretta.
A volte però mi chiedo se il nome stesso di questa giornata non sia fuorviante: perché purtroppo, dopo quasi settant’anni, non dobbiamo solo ricordare, ci basta guardarci intorno per vedere che le ideologie che hanno portato alla Shoah sono ancora vivissime, spesso diffuse largamente tra la popolazione.
Siccome ho sempre creduto che il ricordo sia sterile, se non produce effetti sul presente, se non invita a lavorare attivamente per evitare che certe cose si ripetano, vi posto qualche spunto di riflessione.
Nel 2013 c’è ancora chi vuol dare fuoco ai negozi degli ebrei e violentare ragazze per la loro religione. E questa gente tra un mese potrebbe sedere in parlamento.
Nel 2013 c’è gente che copre l’antisemitismo con una sottilissima patina di falsa ideologia.
Nel 2013 il razzismo è ancora vivo e vegeto e gode dell’approvazione silente di una fetta della popolazione che si dice “io non sono razzista, però gli extracomunitari…però gli zingari…però gli omosessuali…”.
Ho appena letto una bellissima citazione di Yehuda Bauer, storico e studioso dell’olocausto ceco: “Non vorresti essere vittima né carnefice, ma soprattutto non vorresti essere un osservatore”. E noi, vogliamo restare a guardare?

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Un gioco duro

In linea di massima, la scrittura viene percepita come un lavoro solitario, in cui tutto sommato l’autore resta nascosto dietro le sue righe. Sì, ok, partecipa alle presentazioni, magari va in televisione. Ma resta il fatto che il 90% dei suoi lettori lo conosce solo attraverso quel scrive, a volte non sa neppure che faccia abbia.
Questo fatto induce spesso a credere che la scrittura sia una forma di comunicazione a senso unico: tu parli, e la gente ti ascolta. E invece, col tempo ho imparato che quando si scrive ci si espone più di quanto si possa credere, e non solo perché si esprime molto di sé, quando si racconta una storia, ma perché se tu dici una cosa, partecipi al dibattito pubblico – e raccontare una storia signfica far questo – la gente non può che risponderti.
Molto spesso ho detto che la scrittura mi ha donato molte cose, e tra queste una delle più belle è la possibilità di toccare persone, luoghi e realtà con cui altrimenti non sarei mai venuta in contatto. Perché la scrittura è una finestra aperta, che fa uscire l’aria che c’è dentro, ma fa anche entrare un sacco di cose, e se sei stato sincero, se davvero credevi in quel che hai detto, non puoi chiudere le imposte quando qualcuno vuole parlarti.
Mi chiedono spesso se sento una responsabilità nella mia scrittura, in generale in relazione al fatto che i miei vengono venduti come libri per ragazzi. E io in genere rispondo che l’unica responsabilità che sento è quella di far bene il mio lavoro e dare ai lettori qualcosa che li diverta e al tempo stesso li arricchisca, stimoli in loro qualche tipo di riflessione. Beh, in verità non è l’unica responsabilità, non è vero. L’altra è la condivisione, appunto. Altrimenti non avrebbe avuto senso parlare di vita e di morte, di non arrendersi, di battaglie e di dolore.
Nel corso degli anni, ho cercato di tenere aperte le imposte. Perché se hai appassionato davvero qualcuno, gli devi qualcosa, quanto meno la possibilità di non deluderlo. E da quella finestra a volte sono entrate cose meravigliose, incontri inaspettati, esperienze nuove. Ma a volte sono entrare anche cose terribili, con le quali non avrei voluto mai fare i conti, ma cui sentivo di non poter dire di no, di non volerlo fare. Avevo fatto una scelta, quando avevo deciso di scrivere, e quella scelta implica anche accettare e condividere il dolore altrui, quando arriva.
Non voglio dire che mi sono pentita di aver lasciato aperta quella finestra. Affatto. In fin dei conti, dà sulla vita, e la vita è così, ha il dolce e l’amaro, spesso mescolati assieme. E o prendi il pacchetto completo, oppure giri le spalle e te ne vai. E si paga un prezzo, sempre, certo. Quel che voglio dire è che non bisogna mai considerare l’atto di scrivere qualcosa di neutro, qualcosa che non produce valange di conseguenze, molte delle quali sono impossibili da prevedere. Le parole sono importanti, non mi stanco mai di dirlo, gettano ponti, stringono legami. E ti mostrano la vita in tutta la sua spaventosa grandezza, nella sua intollerabile vertigine, in cui ogni cosa conduce il suo contrario, dall’abisso all’iperuranio. E quando scrivi la prima parola, devi essere consapevole che un giorno arriverà anche l’amaro, e dovrai saperlo sopportare, o non avrebbe avuto senso scrivere quel che hai scritto.
È un gioco duro, la vita come la scrittura. Ma la verità è che ne vale sempre la pena.

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La condanna degli esserti mortali, o forse il loro dono, è questo: bisogna vivere senza capire. La speranza è l’unica linfa che ci permette di andare avanti. Ci saranno ancora guerra e disperazione, e poi pace e speranza, e poi ancora buio. È in questo eterno circolo che risiede il significato, l’unico a cui da mortali possiamo aspirare.

Di tutte le cose che non capisco, questa è la più tremenda e la più incomprensibile. Eppure non si può fare altro che accettarla, perché questo è il mondo nel quale ci è toccato in sorte di vivere. Resta solo il ricordo, anche se è solo quello della chiacchierata di una sera, e la staffetta che chi va via lascia a noi che restiamo.
Ciao Marta.

Il silenzio delle cose definitive

Pensavo oggi di parlarvi dell’incidente che ho fatto sabato mattina. Per togliermelo dalla testa, perché in genere funziona così: per rendere ormai storia qualcosa che mi è capitato, per poterlo considerare passato, mi serve scriverne. A volte solo per me, più spesso perché anche gli altri leggano, ma devo scriverne.
Solo che adesso, alla prova dei fatti, non so se ne sono capace. Da sabato mattina mi è toccato ripetere la dinamica dei fatti almeno dieci volte, in tutte le salse, e ogni volta diventava una specie di droga, per cui continuavo a parlarne, come se le parole fossero un gorgo, e io ogni volta ci finissi dentro. E ogni volta che ne parlavo, ricordavo cose che, con una certa fatica, ero riuscita a dimenticare.
Intendiamoci: nessuno si è fatto male. Né noi, né conducente e passeggera dell’altra macchina coinvolta. Ma per interminabili frazioni di secondo, durante e dopo l’urto, sono stata invasa da quella sensazione di ineluttabilità, quella netta percezione che stesse accadendo qualcosa di enorme, e contro il quale non potevo far nulla. Il muro, l’urto, l’odore dell’esplosivo dell’airbag, e poi quel silenzio definitivo che scende solo dopo gli eventi spiacevoli, il silenzio del “stavolta l’hai pagata”. E conta poco che invece, questa mattina, la vita non ti è venuta a presentare il conto. Resta la sensazione che avrebbe potuto, e non c’è davvero ragione, se non una smaccata fortuna, se non un sommarsi di stupide coindenza, per cui non l’ha fatto.
Ogni giorno facciamo una decina di sciocchezze. Le facciamo consapevolmente o meno, e non ci fermiamo mai a riflettere sulle implicazioni; per qualche ragione, crediamo ci andrà sempre liscia. E invece, un giorno, fai una sciocchezza che hai ripetuto due miliardi di volte in passato, e la paghi. Perché la vita funziona così, e non puoi farci niente. È questo, probabilmente, più dell’urto, della paura, dello shock, che mi fa rivedere quel palo e quel muro a ripetizione, da sabato mattina.
Non è successo niente. Le macchine si aggiustano, o si ricomprano, anche se, per qualche ragione, mi si stringe il cuore a dover dar via l’auto che mi ha letteralmente salvato la vita. Questo è quello che, a ragione, probabilmente, mi dicono tutti. E invece qualcosa è successo, ma non capisco bene cosa. Qualcosa di spiacevole. Forse deve solo passare un po’ di tempo.
E alla fine sono stata anche capace di scriverne, anche se non come avrei immaginato. Meglio, va’, almeno ho qualche speranza che questa storia della scrittura terapeutica funzioni ancora :P .

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Ci sono cose che non capisco

Dovrei farci una rubrica, con questo titolo, perché le cose che non capisco – o meglio, la cui logica mi rifiuto di capire – sono sempre più. Una è questa. Ora, purtroppo cose di questo genere succedono da anni, dall’uscita di Gomorra. Quello che rende quest’episodio ancora più grave è il fatto che qui non stiamo parlando dello striscione di un comune cittadino, che tutto sommato esprime il suo personale parere, per quanto non condivisibile. Stiamo parlando delle istituzioni che hanno avuto un briciolo di vergogna a mettersi dietro quello slogan inqualificabile e parlare alla gente. Un bell’applauso, devo dire, complimenti.
La cosa che però proprio non capisco è che, col passare degli anni, sembra che il problema non sia la camorra, ma Saviano. Ossia, non contano i fatti, ma chi di quei fatti parla. Come se le cose non esistessero per sé, ma solo quando se ne parla. Che è un classico con cui tutti noi, nel privato abbiamo avuto a che fare: la brutta notizia che non dai, perché fino a che non parli ti pare non sia accaduta, il trauma che preferisci tenere per te perché finché ce l’hai solo nel cuore puoi far finta non sia mai esistito. È un meccanismo di protezione comprensibile, ma che a un certo punto deve cadere, anche perché proprio non funziona. E che, applicato ad un intero quartiere, o a una città, è francamente inaccettabile. Le cose ci sono, i problemi esistono e sono ben più gravi della “cattiva fama”. E il primo passo per cambiare le cose è chiamare le cose col loro nome, e accettare la verità parlandone.
Mi rendo conto che non è proprio la stessa cosa, ma io sono cresciuta in borgata, in un quartiere non esattamente chic; la cattiva nomea era attutita solo dal fatto che un chilometro più in là c’era un’altra borgata con fama anche peggiore. E, francamente, non ho mai pensato che parlare dei problemi di quei posti fosse un mancare di rispetto alla gente che ci abitava. E non ho mai neppure fatto mistero del posto da cui vengo, che, pur non amando particolarmente, fa parte di me, e mi ha resa la persona che sono. E il fatto di venire dalla borgata non lo sentivo come un marchio d’infamia: significava solo che, in caso, dovevo rimboccarmi le maniche, far vedere che anche dal mio quartiere poteva uscire del buono, e molto. Che è poi anche la ragione per cui mi piace dire da dove vengo: indipendentemente da dove si è nati e cresciuti, è possibile realizzarsi, ottenere la vita che si voleva. Magari devi impegnarti di più, ma si può fare.
L’altra cosa che non capisco è la risposta di De Magistris alle critiche di Saviano su come Napoli è stata gestita fin qui sotto la sua amministrazione. E qui il discorso diventa più ampio, perché riguarda il posto che uno scrittore ha nella società. In sintesi, De Magistris dice “dacci qualche idea”, che somiglia tanto allo scrittore criticato che, piccato, dice al critico “prova tu a scrivere qualcosa di meglio”, dimenticando che un critico fa un mestiere diverso.
Ecco, il punto è questo. Uno scrittore scrive – lapalissiano, ma non molto chiaro a tutti, a quanto pare – ed è quello il suo strumento di azione. Le parole hanno un peso e una forza, spesso assai maggiore di quel che crediamo, e scavano nella testa della gente come le gocce d’acqua la roccia. Scrivere è agire. Spesso, soprattutto se si pubblica, non si scrive soltanto per divertimento, ma per essere letti, e se si vuole essere letti significa che si ha qualcosa da dire, qualcosa che, se vale la fatica di scrivere, si ritiene importante, necessario di essere condiviso. Perché i libri cambiano la gente. Pensateci, è così.
I sindaci, invece, da che mondo è mondo amministrano. E vengono pagati per avere idee e migliorare le cose. Non è piacevole ricevere critiche, è un’arte saperle incassare, ma è un’arte che un politico dovrebbe padroneggiare bene. Ma in un paese in cui “retorico” ha solo sfumature deteriori, politici se ne vedono sempre meno. Non si capisce poi perché, nel paese dei 60 milioni di esperti su qualsiasi argomento possibile – dal calcio, alla nautica, alla chimica e la fisica, sì, pure loro – gli scrittori non possono esprimere opinioni e muovere critiche. È che, diciamocelo, nessuno ritiene che noi che si scrive si faccia un vero lavoro: per lo più veniamo visti come gente col culo di essere pagati per un hobby. Per carità, l’idea è così radicata che anch’io a volte fatico a considerare il mio un lavoro, con tutte le conseguenze del caso. E invece, ragazzi, è un lavoro, per praticare il quale a volte si pagano anche prezzi altissimi. E torniamo a Saviano.
In ogni caso, che dire, forse l’eccezione sono io, a non capire tutte queste cose. Lo diceva anche Caparezza nell’omonima canzone: “ti fai troppi problemi, Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più”. E a non farcene guarda un po’ dove siamo finiti.

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Ancora?!

Ieri c’è stata la sfida all’OK Corral, almeno a quanto mi dicono. Io, a quell’ora, stavo guardando Big Bang Theory e, di seguito, leggendo Il Signore degli Anelli. Per meglio dire, sapevo che ieri sera Berlusconi era ospite di Santoro, una cosa effettivamente inusuale, ma essendo una delle poche illuse che ancora credono che il Berlusconismo sia una fase chiusa della storia patria, la notizia aveva per me l’interesse del gossip sulla colonna destra di Repubblica Online: una curiosità, nulla di più.
Mi sveglio stamattina, e scopro invece che Twitter e Facebook sono invasi da commenti sulla serata, che avrà fatto il miliardo share, immagino. La si commentava come si fa con Sanremo, o X Factor. Tutti lì a guardare. Scusate la domanda impertinente, ma guardare cosa?
Berlusconi gira in Italia da vent’anni. In questo lasso di tempo, l’abbiamo visto ovunque, intervistato da chiunque, su qualsiasi argomento. Non credo esista qualcosa del Berluska-pensiero che ci sia oscuro. Ora che è iniziata la campagna elettorale, siamo piombati di nuovo nel passato, con l’occupazione militare da parte del Cav. di tutte le reti. Va ovunque a fare il suo solito show di promesse esorbitanti (a quando l’intramontabile “più figa del tutti”?), vittismo, pestare di piedi davanti al giornalista di turno. L’abbiamo visto un mare di volte, è uno spettacolo noto, che poteva ancora avere qualche vago interesse nel ’94, ma oggi, 2013, è solo il solito vecchio cabaret. Ma, mi si dirà, c’era la novità Santoro, la nemesi di Berlusconi in tutti questi anni, il giornalista capace di metterlo in difficoltà, blablabla. Appunto. Già solo il fatto che Berlusconi abbia deciso di andare anche a Servizio Pubblico a far la sua campagna elettorale significava che aveva già messo giù le cose in maniera tale che fossero a lui vantaggiose. Voglio dire, se non aveva avuto alcuna garanzia, che ci sarebbe andato a fare? Ad alzarsi dopo due minuti di intervista mandando tutti a quel paese? E infatti, scopro stamane, che l’intervista inizia con ampie rassicurazioni che non si parlerà dei processi. Che è come dire parliamo di cattolicesimo, ma lasciamo perdere il Papa, la Madonna e la Trinità.
Stamane, tutti delusi: eh ma non gli ha fatto le domande, eh ma c’ha fatto bella figura, sembrava uno spettacolo comico di quart’ordine. Che è quello che Berlusconi ci proprina da vent’anni. Ripeto, da vent’anni.
Ma leggendo i commenti, finalmente, stamattina capisco. Ci ha fregati di nuovo. Siamo, ancora, tutti là a parlare di lui. Che se ne parli bene o male, purché se ne parli. Anch’io, come vedete. Ormai vincere le elezioni sembra quasi superfluo. Perché Berlusconi ha già il potere, dopo anni di fallimenti, cattiva politica e ruberie varie alle spalle dei cittadini, di dominare l’immaginario collettivo, di monopolizzare il discorso pubblico. Lo studieremo davvero nei libri di storia (e in quelli di sociologia, spero), perché quest’uomo ha impresso il suo faccione sullo stivale, e ha cambiato l’Italia. Fine.
L’altra cosa che ho capito, con vent’anni di ritardo pure io, è che se davvero siamo stanchi, se davvero vorremmo sperare di voltar pagina (non so esattamente per vedere cosa, dato il desolante panorama politico odierno, ma tant’è), dobbiamo fare come coi bambini. Intorno ai due anni, Irene ha fatto un mare di capricci: pianto e stridore di denti, urla, e no sparati a qualsiasi domanda. Dopo qualche mese con le mani nei capelli, abbiamo capito: dovevi ignorarla. Fai i capricci? Rotolati pure per terra, non è un mio problema. Non vuoi mangiare? Digiuna, una sera senza cena non ha mai ammazzato nessuno. Ecco. Berlusconi va ignorato. Più se ne parla, più si dimostra che lui c’è ancora, vivo e vegeto, e capace di abbindolare la gente ora come allora, e con le stesse, identiche parole. Ma basta, sentite. Ma che palle.
Mi rendo conto che questo post è autocontraddittorio, ma ce l’avevo in punta di lingua. Ora, fedele al mio pensiero, chiudo l’argomento, e me ne torno alle cose terra terra: il pediatra, la palestra, e la scrittura, vivaddio, che figli e narrativa sono forse l’unica cosa che vale davvero fare in tempi del genere.

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Altro che cancelli di Mordor

Ogni anno disfare albero e presepe è sempre un momento un po’ delicato: in genere lo faccio fare a mia madre quando sono a lavoro, perché mi dispiace sempre che le feste finiscano. Io, però, ora lavoro da casa, indi per cui quest’anno mi sono rimboccata le maniche e l’ho tolti di mezzo io. Visto che c’eravamo, ho deciso anche di fare fuori anche i cancelletti anti-bimbo. Per chi non conoscesse l’oggetto, trattasi di cancelletti che servono a rendere inaccessibili ai bimbi zone di casa che possano essere pericolose. Noi lo usavamo per tenere lontana Irene dalla mia scrivania, che è piena di fili e roba pericolosa in genere. Adesso però Irene è grandicella, capisce perfettamente quando le si dice di non fare una cosa, e quindi i cancelletti erano ormai solo una cosa antiestetica, e anche vagamente pericolosa, visto che la sera prima Irene scardinandone uno si era sfracellata al suolo.
Ce li avevamo da due anni, da quando Irene ha iniziato a camminare. Casa aveva un aspetto strano, con quella roba. Entravi, e sapevi al volo che c’era un bambino, da quelle parti. Era una casa che parlava di Irene.
Adesso ho un salotto bellissimo, più luminoso, e sembra anche più ampio. È come l’aveva pensato il mio amico quando l’ha progettato. Ma è un salotto che dice una cosa sola: non hai più una bimba piccola, Irene è cresciuta.
Fin qui, ogni volta che Irene ha superato una tappa della crescita, sono stata contenta: ero contenta quando ho messo via lo sterilizzatore per i biberon, ero contenta quando abbiamo tolto dalla sua stanza il fasciatoio, ero contenta quando abbiamo fatto fuori il vasino. Il compito di un genitore non è questo? Non è traghettare il meglio possibile la prole verso l’età adulta?
Erano rimasti solo i cancelletti. E forse è per questo che toglierli mi ha messo addosso una specie di nostalgia. È che è vero, i genitori vorrebbero sempre i figli piccoli, bisognosi del loro affetto. E invece i figli devono crescere, diventare indipendenti, andarsene e alla fine tradirti. È ineluttabile e giusto così, è il prezzo da pagare per sperimentare quel tipo di amore assoluto che probabilmente non ha eguali nell’esperienza di vita di una persona: l’amore a prescindere, l’amore che non dipende da quel che fai o da quel che sei, ma che ha il suo fondamento nel tuo semplice esistere. Ami un figlio perché c’è, e basta.
Bon, in ogni caso, i cancelletti sono andati, Irene parla, ha tolto il pannolino e cresce, com’è giusto che sia, e non c’è cancelletto che tenga contro queste cose. E io, sotto la lacrimuccia di nostalgia per quando le dovevo far tutto, sono contenta di tutte le splendide cosette che fa, dice e capisce.

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