Archivi del mese: febbraio 2013

Noi e gli altri

Scrivo mentre guardo un film già visto. La sinistra che ha perso pur avendo tecnicamente (??) vinto. Le ultime sezioni scrutinate che non fanno altro che aumentare inesorabilmente le percentuali del centro destra, e il risicato vantaggio che si assottiglia sempre più, fino a trasformarsi in un pareggio così preciso che manco il fine tuning dell’universo. Dove ho già visto tutto questo? Nel 2006. Prodi II. Sarà per questo che osservo col triste distacco di chi c’è già stato, ha già visto tutto e…e che vuoi fare? L’Italia è così. Da sempre.
Comunque. Non è questo quel che mi interessava dire. Noto che il sentimento dominante, sulla rete e tra conoscenti e amici, è lo sconcerto. Non se l’aspettava proprio nessuno. Eravamo tutti convinti che Berlusconi fosse un problema morto e sopolto, tanto che in molti ci eravamo dedicati a nuovi fenomeni rampanti. Più o meno tutti si aspettavano un forte M5S, ma, diciamocelo, dai, nessuno si aspettava Berlusconi al 30%. Ed è questo il dato che mi interessa. Nessuno, di noi, se lo aspettava.
Se chiedete ad un qualsiasi elettore di sinistra di indicarvi un suo conoscente che ammette di votare PDL dirà che non ne conosce. So che questo fenomeno succedeva anche con la DC: la votavano tutti, ma a quanto pare nessuno lo ammetteva. E allora, vabbeh, diciamo che c’è della gente che lo vota e non lo dice. Sia pure. Ma qui stiamo parlando di un italiano su 4 (ricordiamo che un altro su quattro proprio non vota). Mica bruscolini.
Mi è dunque venuto un dubbio. Che questo paese è ormai attraversato da un’insanabile frattura: ci sono due anime che proprio non si parlano, non si guardano, non frequentano più neppure gli stessi posti. Tutta quell’Italia che Berlusconi lo voterebbe anche da salma (e siamo più o meno lì, perché politicamente un morto già lo è, e anche fisicamente non è che abbia la faccia di uno in gran forma) è completamente ignota a chi vota altro. Non sappiamo dire perché continuano a votarlo, non sappiamo manco dire chi esattamente sono. È gente cui non solo la voce della sinistra, pure di quella più fiaccamente moderata, non giunge manco per sbaglio, ma con cui ho l’impressione che quella sinistra non ci voglia neppure parlare.
Ora, le mie sono considerazioni terra terra. Certo che ci sono altre ragioni per questa sconfitta di una coalizione che in teoria doveva vincere con percentuali bulgare (e per teoria intendo il contesto, il periodo storico e le condizioni nelle quali il centro destra s’era ritirato un anno e passa fa), e pure capire perché Grillo pigli tutti questi voti non mi sembra per niente difficile. Ma io il problema del perché nessuno s’era immaginato questo ritorno en masse al nuovo che avanza me lo porrei.
Facile dire che son tutti scemi, come sto leggendo ovunque, che ve lo meritate, morite ammazzati, blablabla. Però con quel 25% di italiani occorre fare i conti, se si vuole “cambiare qualcosa” (termine anche questo che nel dibattito politico mi sembra aver perduto ogni significato). È quelli lì che tocca convincere per governare. È quelli lì che occorre capire, per modificare le cose. Oppure ti continueranno a votare quelli che ti hanno votato sempre, e sempre lo faranno, sempre più stanchi e sempre di meno, comunque.
Altro appunto a chi lancia strali contro i malvagi che ci hanno riconsegnato mani e piedi all’Unto del Signore: per esercitare il diritto di voto ci vuole quel minimo di coscienza civica e di conoscenza del mondo che molti non hanno. Massacrare la scuola pubblica, come è stato fatto da tutti per decenni, lasciare che la televisione, sulla quale ancora la maggior parte degli italiani forma la propria visione del mondo, si trasformasse nello scempio di oggi, altra cosa cui destra e sinistra si sono applicate con la medesima foga negli anni, produce gente che non ha materialmente gli strumenti per fare una scelta consapevole. Io prima di inveire, che non serve a un beneamato, se permettete, due domande su cosa si possa fare, e dove siano le colpe di chi non è stato capace di convincere gli altri della bontà della propria proposta, me le farei.
Buonanotte. O cattiva, a seconda di come volete vederla.

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Un’intervista e due consigli

Stamattina una segnalazione e due consigli.
La segnalazione è questa mia intervista per Fantasy Planet.
I consigli riguardano invece il voto, e mi sa che sono un po’ tardivi, ma vabbeh, al massimo serviranno per la prossima volta.
Uno: ciucciare la matita copiativa è inutile e dannoso. È inutile perché il fatto che vi pare si possa cancellare è appunto, apparenza. La mina delle matite con cui si vota è fatta apposta per lasciare traccia di qualsiasi tentativo di contraffazione, sia a mezzo gomma che a mezzo altri solventi. È spiegato tutto qua. No, non vi potete portare la penna da casa: se votate con altro che non sia la matita che vi danno, invalidate il voto, perché la scheda risulta riconoscibile. La scheda NON DEVE essere riconoscibile, per contrastare il voto di scambio (ti do dei soldi se voti Tizio, e un modo per provarmi che l’hai votato è rendere la tua scheda riconoscibile). Inoltre, se ciucci la matita, rischi di lasciare sbaffi e ulteriori segni di riconoscimento sulla scheda. È infine dannoso perché se tutti si ciucciano la matita ti puoi beccare un po’ la qualunque, dal raffreddore, all’epatite, al morbo che tutti ci colse.
Due: no, non è bello né divertente postare la foto della tua scheda con su il tuo voto. È reato. Sempre per quella questione del voto di scambio. Si rischia la reclusione da tre a sei mesi e una multa da 300 a 1000 euro. Se mettete la foto sui social network, magari anche con la localizzazione attivata, state mandando un invito a denunciarvi.
A ‘sto punto, forse dovrei anche ricordare che questo era uno scherzo :P .
https://fbcdn-sphotos-g-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash3/525628_4261604499823_793352090_n.jpg

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Il Nome della Rosa ieri e oggi. Soprattutto oggi.

Una volta l’anno rileggo Il Nome della Rosa. Lo faccio perché lo amo molto, è il mio libro preferito. Sono a sedici riletture. Voi direte: lo saprai a memoria, non ti offrirà più nulla di nuovo. E invece no. Come tutti i grandi libri, quelli che non smettono di parlarci anche se chi li ha scritti è ormai polvere della polvere – non è il caso di Eco, beninteso :P – ogni volta che lo rileggo ci trovo dentro qualcosa di nuovo. È come un vestito magico, capace di essere comodo, ma al tempo stesso adattarsi a qualsiasi situazione: al party chicchettoso, quanto al pomeriggio scaciato con gli amici. E quasi sempre quel che mi dice riguarda il mio vissuto o il contemporaneo.
Ecco, ho completato l’ultima lettura un mesetto fa. E c’ho trovato dentro così tanta attualità da far paura. Soprattutto per quel che riguarda tutta la parte sulla disputa sulla povertà di Cristo e i movimenti ereticali. Che, così, a occhio e croce, potrebbero non sembrare esattamente storia d’oggi. Eppure.
Ad un certo punto, interrogato da Adso, Guglielmo cerca di spiegare cosa siano i movimenti ereticali, da dove nascano e perché finiscano sempre nel sangue. E dice due cose che si adattano perfettamente ai nostri tempi: periodicamente, le società vengono attraversate da un bisogno di purificazione. Chiamiamola ciclotimia sociologica, non lo so, ma bene o male nella storia le cose vanno più o meno così: si instaura un certo ordine sociale, tale ordine sociale prospera, ad un certo punto inizia a corrompersi, e invariabilmente finisce per darsi al potere fine a stesso. A questo punto, gli esclusi da quel sistema sociale esplodono, e cominciano a premere per un cambiamento dei costumi. Nel caso del Nome della Rosa, nascono i movimenti dei Fraticelli, l’Ordine Francescano, e si arriva a Fra’ Dolcino e il monte Rubello.
Venendo ai giorni d’oggi, non si può negare che il sistema socio-economico che ci ha allevati è in crisi. Il sistema ci appare marcio, è tutto un magna magna, le cose non funzionano, bla bla bla. Siamo ad un punto di rottura, e, come periodicamente accade, c’è un gran bisogno di purificazione. Solo che spesso questi lavacri non si fanno in acqua, ma nel sangue. Il movimento dell’”antipolitica”, al quale ormai tutti i partiti si rifanno più o meno velatamente – l’abolizione o la diminuzione del finanziamento pubblico ai partiti è rapidamente diventata la promessa elettorale più gettonata a destra come a sinistra – esprime proprio questo bisogno di purificazione, di ritorno alle origini. Un bisogno che non è male di per sé; bisogna sicuramente rompere col sistema costituito se si vuole cambiare le cose. Il male è che quasi sempre passa uno che è in grado di catalizzare i bassi sentimenti della folla, e invece di problematizzare la questione, semplifica al massimo i concetti, facendo riferimento solo alla pancia della folla.
Occorre ammazzare tutti i preti, perché sono corrotti e sono alla base del potere che ci affama. Ieri.
Occorre mandare a casa tutti i politici, perché sono corrotti e mantengono in vita quel potere che ci impoverisce. Oggi.
E qui veniamo alla seconda citazione de Il Nome della Rosa che mi ha davvero colpita, durante quest’ultima lettura. Qualcuno forse l’avrà vista apparire tra i miei twitter qualche tempo fa: solo i potenti sanno sempre con grande chiarezza chi siano i loro nemici veri.
E anche questo è verissimo in questi nostri tempi bui. Nei quali va molto di moda aizzare la folla contro quello che appare il bersaglio più facile: il politico, il “privilegiato”. Pensate anche solo alle questione Giulia Ichino, se non alle folle oceaniche delle piazze di questa chiusura di campagna elettorale. Ma è davvero questo il nostro nemico? Davvero è colpa solo dei politici se le cose stanno come stanno? Ma chi ce li ha messi i politici là? Chi continua a votare a ripetizione gente impresentabile?
Ecco. Ho l’impressione che quel qualcuno capace di indicarci il nemico non dico sbagliato, ma quanto meno non unico, sia arrivato, esattamente come arrivò venti anni fa. E che, come allora, se vogliamo anche molto peggio di allora, non parli alla nostra ragione, ma alla nostra pancia. Ma la gente è un mostro acefalo, che agisce per riflesso, e una volta che l’hai scatenato difficilmente si fa imbrigliare. Tanto è vero che molti di questi capipopolo hanno fatto una bruttissima fine, se si vanno a sfogliare i libri di storia.
A me il gesto di pancia non piace, e la folla m’ha sempre fatta molta paura. Non c’è nulla di peggio dell’intelligenza del singolo che si scioglie nell’incoscienza dei molti.
Vi linko in chiusura un articolo, col quale si può anche non essere d’accordo, e i cui toni – per quanto azzeccatissimi per tenere incollata l’attenzione ad un testo parecchio lungo e complesso – sono sicuramente sopra le righe. Dice però una serie di cose verissime e sacrosante sulla democrazia rappresentativa, cose che finora non avevo letto da nessun’altra parte espresse con tale chiarezza. Leggete, riflettete, e poi andate a votare, domenica e lunedì. E cercate di farlo per i motivi giusti: perché siete d’accordo col programma, perché ci avete pensato, e non perché è passato uno che vi ha detto quel che volevate sentirvi dire.

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Absolution

Diciamo che un concetto che è si è inciso piuttosto profondamente in me è il valore del denaro. Vivaddio, sono una persona estremamente oculata nelle spese, magari pure un po’ troppo, ma prima di tirar fuori dei soldi per qualcosa mi faccio due miliardi di domande. Soprattutto quando si tratta di qualcosa di non strettamente utile per la sopravvivenza, categoria merceologica a me nota come “sfizi”. Sfizio è un lettore di MP3 – anche se è quello subacqueo che cercavo da una vita -, sfizio sono un paio di scarpe col tacco, sfizio è un vestito che mi piace. La cosa, ovviamente, prescinde completamente dal fatto che i soldi per lo sfizio, ovviamente ci siano. È a prescindere. E veniamo al punto.
Qualche tempo fa, per ragioni che al momento non riesco a ricostruire, mi son messa a cercare immagini di abbigliamento giapponese. Il fato ha voluto che lo facessi sul raccoglitore mondiale di sfizi: Etsy. Etsy non è un sito di ecommerce qualsiasi, Etsy c’ha roba intrinsecamente, ontologicamente sfiziosa. C’ho comprato degli inutilissimi, ma assolutamente meravigliosi, baciamano ricamati. E un paio di guantini di pizzo. E le tazze di Star Wars con le silouettes di Leia e scritto dietro “I love you” e di Han con la scritta “I know” – che sono irrinunciabili, ne converrete. E…vabbeh, avete capito. E quindi niente, ho trovato questi kimono vintage meravigliosi. Roba che non potevo dire di no. Ora, qualsiasi sfizio superi i venti euro richiede un elaborato rituale per concludere l’acquisto.
Si comincia con l’innamoramento dell’oggetto. Nello specifico, un haori. Poi si passa alla contemplazione: beh, è proprio figo.
Sì, ma costa più di venti euro.
Ok, ma non tanto.
Però non ne hai bisogno.
Vabbeh, che vuol dire…è bello.
Sì, ma dove te lo metti?
Ovunque.
Davvero ne hai il coraggio?
Ma davvero me lo stai chiedendo?
Ok, questa è scema, hai ragione. Ma comunque son più di venti euro.
Dannazione…
Seguono lunghi giorni di contemplazione estatica del prodotto. Se l’ossessione è particolarmente intensa, inizio anche a sognarmelo. Sicché, si giunge all’ultimo atto. L’assoluzione.
Non posso, non posso! comprare una cosa per – signore aiutami a dirlo… – il mio puro piacere senza aver ricevuto una preventiva assoluzione per il mio peccato. Assoluzione che consiste nell’assenso delle due figure di riferimento della mia vita: il marito, e la mamma. Irene si aggiungerò di sicuro appena avrà raggiunto l’età della ragione.
Ora, capitemi. Mio marito traffica in retrocomputing; gli ho messo un freno sul budget, altrimenti avrebbe dato via le mutande per un Apple II. Per sua ammissione, s’è sempre tenuto lontano da Magic perché aveva paura di vendersi la mamma per una carta rara. Tipo gli ex-alcolizzati che non bevono per non cadere in tentazione. Quale può essere il suo commento al mio dramma esistenziale “lo prendo/non lo prendo”?.
«Ma sì, che te frega».
E una è andata.
Poi si passa al consiglio della mamma. Che deve ovviamente approvare anche foggia e caratteristiche del prodotto, sennò non vale. Mia madre, che assieme al babbo mi ha inculcato quest’etica del danaro, ovviamente non mi liquida con frasi lapidarie. In genere però capitola abbastanza rapidamente. Anche perché non salgo mai sopra i cento euro. Ma proprio mai. In genere la reazione finale è un bonario “ma prenditelo e non rompere!”.
Com’è andata a finire con l’haori, lo potete vedere qua sotto.

Il dramma è che adesso aspetto l’arrivo di uno yukata dal Giappone. E un obi. Sennò con cosa lo chiudo lo yukata. Ma lo posso riutilizzare anche sull’haori, eh? I colori ci stanno. Lo userò un sacco, giuro! Mi assolvete anche voi?

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Risi e bisi

Mi rendo conto che di recente questo blog è pieno di post vagamente moralistici in forma di simil-invettiva. Forse sto invecchiando troppo rapidamente, non so. Ma oggi ve ne tocca un altro. Eh sì.
Come sapete, vivo in modo abbastanza intenso i social network. Ho un rapporto di amore-odio con Facebook, e un discreto apprezzamento per Twitter. Semplicemente, il secondo sono riuscita a tenerlo sotto controllo (seguo 100 persone, tutta gente che mi interessa, ho una timeline che mi piace molto), il secondo mi è esploso tra le mani. Comunque. Ho notato una cosa: che questa storia dei post in 140 caratteri, come ho già accennato qualche giorno fa, stimola l’Oscar Wilde che c’è in noi. Tutti stan lì con la fregola da aforisma, e, dato che lo spazio è piccolo, si presta benissimo alla battuta arguta, che è quella che quasi tutti gli utenti ricercano. Il risultato è che un buon 70% di Facebook (parlo di FB perché lì seguo un miliardo di persone, il campione è più ampio, ma molti stati vengono da Twitter) è pieno di battutine più o meno riuscite, di sarcasmo e cinismo. La cosa che mi inquieta è che ci sono battute su tutto. Ma proprio tutto tutto.
Si dimette il Papa. Via di meme, scherzi, battute più o meno salaci.
Pistorius uccide la fidanzata. Via di osservazioni divertite, scherzi e crasse risate.
Il problema è che poi quasi mai alla reazione di pancia segue una qualche riflessione più approfondita. Ma è davvero lecito ridere proprio di tutto?
Mi rendo conto che la questione è annosa e vecchia. Rispunta fuori ad ogni passo, ogni volta che qualcuno si sente offeso da una battuta. E via di inappropriate citazioni di Voltaire, inni alla libertà di espressione e via così. E questi discorsi, in passato, li ho fatti anch’io. Solo che ora mi viene da ripensarci. E, certo, la libertà di espressione è una conquista assolutamente fondamentale, qualcosa da difendere con le unghie e coi denti. Ma che una cosa si possa fare non significa che poi la si debba fare. Libertà è anche capire consapevolmente quando fermarsi.
Prendiamo il caso Pistorius. Ma che senso ha ridere su una ragazza di ventinove anni uccisa a colpi di pistola dal fidanzato? Serve a qualcuno, al di là della risata momentanea? Non finisce per sminuire la gravità dell’evento? Ed è necessario diminuirne la portata?
Voglio dire, ridere del potere è giusto, è anzi necessario. La democrazia funziona anche se non si tiene per sacro il potere, ma lo si destruttura con una risata che ne svela tutta la meschinità. Ma ridere della violenza sulle donne, dell’ennesimo femminicidio – perché di questo sembra si tratti, del “delitto passionale”, ossia di un uomo che ritiene una donna sua personale proprietà – serve alla causa?
Mi si dirà: la risata non deve servire. A volte il riso è solo riso. Ti tira su la giornata, e si passa avanti. Ecco, a me spaventa proprio questo. Che leggo di Pistorius, mi faccio una risata, e passo avanti. Come non ci fosse un problema nella nostra società, come non fosse necessario interrogarsi sul perché di certi gesti.
E allora no, non credo che si possa ridere di tutto. O meglio, possiamo anche ridere, ma poi dobbiamo anche riflettere, o facciamo il gioco del nemico: credere che tutto sia uguale, che nulla conti.
Due sono i problemi della rete, per come è strutturata oggi: la rapidità e l’eterogeneità. Dentro c’è di tutto, spesso giustapposto senza soluzione di continuità, in un marasma in cui è impossibile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è importante dalle sciocchezze: le foto dei gattini di fianco al bimbo dilaniato dalle bombe. E proprio perché c’è tanta roba, la fruizione deve essere rapida, epidermica. E anche le battute che ho letto in questi giorni lo sono. Non lasciano spazio ad una riflessione. Vivono del qui e dell’ora, e non lasciano spazio per altro.
Chissà, forse è solo colpa delle battute. Perché ce ne sono certe, che pur trattando di vita e di morte, di santi e fanti, riescono a stimolare una riflessione, a capovolgere la nostra visione delle cose. Chissà. Intanto, mi piacerebbe che certa gente, prima di sfornare l’aforisma delle 11.00, si fermasse qualche secondo a pensare a quel che sta dicendo, a come lo sta facendo, e al contesto. Ma, si sa, la rapidità è più divertente, e costa molta meno fatica.

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Asteroidi e meteoriti

Alle sette di una qualsiasi mattina di inizio estate, anno domini 1908, il cielo si spacca in due, una luce fortissima avvolge ogni cosa e la foresta di Tunguska viene avvolta dal fuoco. L’esplosione è così violenta che a 600 km di distanza alcuni convogli della Transiberiana rischiano di deragliare. La luce è così forte che a Londra, dove è ancora notte inoltrata, si può leggere il giornale senza l’ausilio di alcuna luce artificiale.
È l’evento di Tunguska, come avrete già capito: quel mattino, un asteroide o una cometa, non è ben chiaro, entra in rotta di collisione con la Terra ed esplode ad una decina di chilometri d’altezza nell’atmosfera. Il risultato è questo, ad esempio


(fonte: http://www.webalice.it/maxba10/TUNGUSKA_1908.html)

È il più violento episodio di collisione che si conosca nella storia recente. Ma, a parte sdraiare migliaia e migliaia di alberi, non fece vittime né danni: avvenne in una zona disabitata.
Ora, a quando pare la Russia è molto amata dagli asteroidi in cerca di fine gloriosa, perché, stamattina, aprendo come di consueto Repubblica, mi imbatto in questi (guardare sulla colonna di snistra e cliccate i link). Si tratta di una serie di video assolutamente straordinari di una pioggia di meteoriti che si è verificata questa mattina ora locale sugli Urali. Nessuno degli oggetti ha raggiunto il suolo (tutti, a causa dell’attrito con l’atmosfera, si son scaldati e disintegrati prima di toccare il suolo), ma, nonostante l’evento si sia verificato in una zona fortunatamente poco popolata, si hanno notizie di feriti e danni. Sarò onesta: il mio cuore di astrofisico, lo ammetto, rimane senza parole davanti ad uno spettacolo del genere. Nonostante non ci sia ormai nulla di misterioso, a livello scientifico, circa eventi del genere, uno non può non rimanere scioccato davanti alla potenza di una natura che riesce a essere così devastante persino con quattro sassolini messi in croce. Poi, però, penso ai danni, ai feriti, allo shock di chi ha vissuto quest’esperienza, e i video mi incantano decisamente di meno.
Ecco, se uno volesse una prova di quanto l’universo sia più grande – in senso metafisico, se vogliamo – di quanto possiamo comprendere, questi video sono perfetti. Non stiamo parlando di oggetti di grandi dimensioni, ma di sassi. Tunguska stessa fu provocata da un oggetto del diametro non superiore a qualche decina di metri. Capite che, a petto degli ordini di grandezza sui quali si giocano gli eventi cosmici, noi siamo veramente la polvere della polvere della polvere.
Per altro, io ricordo ancora come fosse ieri l’unico bolide che abbia mai visto in vita mia (ossia un meteorite particolarmente luminoso): era il 12 di agosto, notte di S. Lorenzo, ero all’inizio della mia adolescenza ed eravamo tutti al Tuscolo. E passò questa cosa straordinaria, che non solo sembrava enorme e luminosissima, ma lasciò anche una scia di fumo. Nel silenzio più assoluto. Una cosa da restare senza fiato.
Comunque. Come vi ho detto più volte, esistono programmi per il monitoraggio dei corpi minori del Sistema Solare, ossia tutti quegli oggetti che potrebbero finirci in testa. Ma eventi come quello di oggi sono pressoché imprevedibili, perché riguardano oggetti troppi piccoli, molto difficili da individuare. Ma che, come vedete, in certe condizioni possono fare ugualmente male. En passant, vi avviso che oggi ci sfiorerà proprio un asteroide (ma la cosa non è collegata alla pioggia di meteoriti di stamane): trattasi di 2012 DA 14 (il nome, al solito, indica la data di scoperta). È un oggetto del diametro stimato di un cinquantina di metri, e la cosa straordinaria è che ci farà davvero il pelo. Passerà infatti a circa 35000 km da noi. È cinque volte e mezzo il raggio terrestre, ma soprattutto è al di sotto della quota dei satelliti geostazionari, ossia il posto in cui si trovano quei satelliti artificiali che guardano sempre lo stesso pezzetto di Terra. Tale distanza è di 36000 km, e, per intenderci, lì stanno i satelliti che ci permettono di vedere la tv. Niente di cui preoccuparsi, comunque: le dimensioni dell’oggetto fanno sì che non ci sia alcuna probabilità di impatto. L’asteroide non sarà neppure visibile ad occhio nudo.
E insomma, giornata tra l’affascinante e lo spaventoso, per noi che ci si interessa di cose cosmiche. E anche per chi non lo fa, direi.

Addendum:
Mi è stato fatto notare da chi ne sa più di me (ossia una persona che lavora su queste cose) che oggetti come quello di stanotte possono essere individuati, ma sono tantissimi, e gli studi al riguardo sono relativamente recenti. Questo significa che ancora non li conosciamo tutti, e dunque può capitare che ne sfugga più di qualcuno. Ma stanno lavorando per noi :) .

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Colui che fece per viltade il gran rifiuto?

Nel 1294, dopo due anni di Conclave, e in una situazione politica piuttosto complessa, i cardinali eleggevano al soglio pontificio uno che proprio non se lo aspettava: Pietro Angelerio, detto Pietro del Morrone, un eremita in odore di santità che aveva dedicato buona parte della sua vita alla preghiera e alla contemplazione. Un mistico, uno che con la curia aveva ben poco a che fare. Pietro tentennò molto, quando gli diedero la notizia, e alla fine, riluttante, accettò, prendendo il nome di Celestino V.
Neppure un anno dopo, a dicembre del 1294, Celestino annunciò in concistoro la sua decisione di rinunciare all’incarico e ritirarsi di nuovo in eremitaggio. Queste le sue parole

Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale.

Dopo di lui, venne il famigerato Bonifacio VIII, quello assai simpatico a Dante, che infatti, secondo l’interpretazione più quotata, mise Celestino V nell’antinferno, tra gli ignavi, perché “fece per viltade il gran rifiuto”.
La figura di Celestino V fu poi rivalutata da Silone, che lo fece protagonista del suo L’Avventura di un Povero Cristiano, uno splendido spettacolo teatrale in cui Pietro del Morrone appare come un campione della cristianità delle origini, che non molla per ignavia, ma in aperto contrasto con una gerarchia ecclesiastica che ha dimenticato e stravolto il messaggio cristiano. Insomma, un eroe che non si piega alla logica dei suoi tempi ma, coerente fino alla fine, rinuncia all’incarico quando si rende conto che non gli è possibile mantenerlo e rimanere fedele ai propri principi.
Perché tiro fuori questa storia? Non solo per consigliarvi il libro di Silone, che è davvero splendido, ma anche perché, lo sapete tutti, ieri Benedetto XVI ha detto che non vuole più fare il Papa. Celestino V non è stato né il primo né l’ultimo a prendere una simile decisione. Ma tutti gli altri l’hanno fatto per motivi chiarissimi: chi era stato perseguitato dai romani, chi se la doveva vedere con un antipapa, tutti l’hanno fatto per giochi di potere piuttosto scoperti. Celestino è l’unico che avrebbe potuto restare dov’era, e se n’è andato.
E oggi c’è Benedetto XVI. Il quale, in questo momento storico particolare, non aveva apparentemente ragioni per andarsene. Vatileaks s’è più o meno concluso, lo scandalo della pedofilia non è esattamente in un momento di recrudescenza, tutto sembrava più o meno calmo. Ed ecco che questo Papa, del quale, fin qui, la gente come me ricorda principalmente le uscite inopportune e i soliti discorsi sui profilattici e i gay, stupisce noi laici con un gesto che nessuno si aspettava: una rincuncia. D’improvviso, da vecchio signore alle prese coi problemi della modernità, viene lanciato nell’olimpo dei personaggi letterari, e assume ai nostri occhi una statura eroica che non gli immaginavamo, il giorno in cui – con parecchia delusione, lo ammetto – lo abbiamo visto uscire dalla famosa finestra di S. Pietro, e proclamarsi “umile lavoratore nella vigna del Signore”, una cosa che ci fece strano, perché tutti lo sapevamo uomo piuttosto potente e sottile. E invece voilà, davvero umilmente, il Papa si ritira.
Ieri su Twitter, quella roba lì che ha successo perché ci fa sentire tutti Oscar Wilde per dieci minuti, le battute al riguardo fioccavano. Le mie anche, certo. Ma questo è solo il segnale che questa rinuncia ci colpisce tutti, credenti, atei e anticlericali. E ci colpisce per due ordini di ragioni.
La prima, è la potenza della Storia. Quella che ogni tanto arriva e, inattesa, bussa alla porta. Quella che leggiamo sui libri, e non riteniamo mai di poter vedere coi nostri occhi. E invece eccola. Perché, ripeto, anche se ci sono stati precedenti, il gesto di Benedetto XVI è inedito almeno da seicento anni, ed è foriero di tutta una serie di sottintesi che adesso non capiamo, di sensi che solo il futuro ci potrà svelare. Ma entrerà nei libri di storia. E noi c’eravamo. E racconteremo ai nostri nipoti quel che facevamo quando una notizia incredibile ci ha colpiti come un fulmine a ciel sereno – io stavo mangiando al ristorante, per la cronaca.
L’altro è che questo è il primo gesto forse genuinamente cristiano, e per certi tratti sovrumano, che vediamo da molto, moltissimo tempo: la rinuncia al potere. E non da parte di uno che proprio quel potere non l’ha voluto in partenza, ma che l’ha invece perseguito ed esercitato per anni. E, ad un tratto, lo cede. Abituati a figure di uomini politici che non si dimettono nemmeno morti, a signori e signorotti che danno via tutto pur di poter esercitare un potere quanto meno nominale, la cosa ci sembra inconcepibile, quasi titanica. E il Papa ha un potere immenso, il potere sull’anima, davvero il potere di vita e di morte.
Ora, le ragioni che hanno condotto Benedetto XVI a questa scelta possono essere le più svariate: io ho pensato ad una malattia che lo renderò incapace di intendere e volere a breve, oppure chissà quale calcolo che non capiamo ora. Oppure umanissima stanchezza di un uomo che vuole concludere la sua vita in santa pace, senza esporre la sua agonia come una bandiera, come accadde per Giovanni Paolo II. Ma comunque la si pensi su di lui, su quel che ha fatto e quel che è stato, non gli si può negare una certa classe nell’uscita di scena. Dio s’è fatto uomo, soprattutto agli occhi di chi non ha mai condiviso il suo pensiero, e non è credente.
E ora? E ora niente. Il rito millenario si ripeterà: il Conclave, fumata nera, fumata bianca. Tutto come sempre, come è proprio di un’istituzione che viaggia coi tempi di Dio, e non quelli del mondo (cosa che molti sembrano non capire). E noi staremo ancora lì a vagheggiare di cambiamenti impossibili, di rinnovamenti improbabili. Ma continueremo a parlarne. Perché fa parte di noi, anche se non ci piace dircelo.

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Prospettiva

Ieri, inedita passeggiata al centro di Roma. Ci andava di visitare i Fori e il Colosseo, e così ce ne siamo andati in centro città. Per altro, se vi interessa qualche foto la potete trovare nel mio Flickr. Comunque, il punto non è tanto la piacevolezza della giornata.
Come sapete, tra quindici giorni si vota, per cui i muri delle città sono tappezzati di cartelloni di ogni partito/movimento politico esistente sulla faccia della terra. Questo, ovviamente, succede anche nel mio quartiere, ma la varietà di manifesti che trovi al centro è decisamente maggiore. Del resto, noi siamo povera gente di periferia. Comunque. Tornandomene alla macchina, stanca ma felice, mi sono imbattuta in un cartellone del seguente tenore: foto di Berlusconi che allunga la mano verso una folla plaudente, simbolone del partito, e poi, sopra, a grandi lettere rosse: “se rivuoi indietro i soldi dell’IMU devi votare Il Popolo delle Libertà”. Devo dire che mi è presa una tristezza senza pari. Siamo sostanzialmente al voto di scambio, che è pure un reato, per inciso. Tu mi voti e io ti faccio un favore. Medioevo distillato. Il vero, grande male di questo paese, assieme all’ignoranza.
Mi sono infilata in molte discussioni sulla democrazia, negli ultimi tempi. Mi sono interrogata su cosa sia, se è poi vero che le democrazia diretta è meglio, e se sia realizzabile. E siccome mi sono risposta che no, non è né meglio né realizzabile, almeno non con 60 milioni di persone e con una cultura media quale quella che ci ritroviamo, mi sono interrogata sul male minore, la democrazia rappresentativa. Ma davvero il compito di un politico è fare quello che gli dice la gente?
Ho pensato a chi voterò, e ho riflettuto che lo voto non perché mi sta promettendo qualcosa, ma perché ne condivido la visione. Ritengo che le idee che ha sul futuro di questo paese siano quelle giuste, che vanno nella direzione corretta. Lo voto perché ha a cuore i diritti civili di tutti i cittadini, perché mi piace la sua visione circa l’istruzione e la ricerca, e per duemila altri motivi che non hanno assolutamente niente a che fare con il “mi fa avere più soldi, mi dà un lavoro, mi fa un favore”. E ho riflettuto che un politico questo dovrebbe fare: non fare una indagine di mercato, vedere cosa vuole la gente, e prometterglielo. Ma avere una visione, proporre qualcosa di più grande, un cambiamento reale, un progetto vasto e ad ampio respiro per questo stato. E poi convincere la gente che la sua visione è quella giusta per farci stare tutti meglio. Il politico che ho in testa io dice anche cose che la maggioranza degli italiani non condivide, ma si fa in quattro per spiegare perché invece funzionerebbero, permetterebbero di migliorare questo paese. È questa la politica che piace a me, quella che ho imparato a scuola durante le assemblee di istituto – e mi sono alzata anch’io a dire cose la maggior parte degli studenti non voleva sentirsi dire, e le ho dette perché ci credevo e pensavo che qualcuno dovesse dirle; il vizio, come vedete, mi è rimasto – nelle manifestazioni cui ho partecipato. Solo che ormai non è più così. O lo è per un ristrettissimo numero di uomini politici, che la maggioranza degli italiani guarda come fossero alieni.
In questi giorni mi sto rivedendo I Borgia, straordinaria serie tv di Tom Fontana che ci dice tonnellate di cose su cosa siamo noi italiani oggi. Nonostante dai tempi del rinascimento ci separino ben cinque secoli, siamo rimasti fermi lì. Il clientelismo e il nepotismo di quegli anni viene fuori diretto diretto dall’epoca della romanità, e da allora si è conservato intatto fino ai giorni nostri. Siamo ancora lì a implorare il favore, a guardare al massimo al bene nostro e dei nostri figli. Gli altri, problemi loro. E non ci interessa neppure che il favore che stiamo chiedendo sia in realtà un nostro diritto, qualcosa che dovremmo avere a prescindere. Non ce l’abbiamo, quindi ben venga il potente di turno che qui e ora mi dà l’uovo. Se poi dopo fa strage di galline, non è un mio problema.
Non vediamo oltre il nostro naso. Se cadiamo preda di demagoghi di vario genere, di populisti che, sondaggi alla mano, dicono quello che l’uomo della strada vuole sentirsi dire, è perché manchiamo di prospettiva, di capacità di guardare alla comunità. Perché senza un senso di comunità stare in uno stato non ha senso alcuno. E noi non abbiamo il senso della collettività, non ce l’abbiamo da secoli. Tra l’altro questo è il brodo di cultura della mafia, che altro non è che medioevo in epoca moderna: il signorotto che ti dà da mangiare un giorno ancora, e ti toglie nel frattempo libertà e dignità. E noi ce la facciamo levare. In cambio della restituzione dell’IMU.
Io continuerò a credere in una politica di progettualità. E continuerò a votare per le idee. Perché qualcuno lo deve fare, e perché credo che le cose, in democrazia rappresentativa, debbano funzionare così. E poco importa essere minoranza della minoranza della minoranza: si lotta perché si deve, perché la propria etica ci dice che è giusto così, prima ancora che per vincere. Voi intanto rifletteteci, se secondo voi è giusto rinunciare ad un mondo migliore per duecento euro.

P.S.
Per una visione più ampia, e assolutamente meglio scritta e documentata, qua.

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Gotico Americano

Da qualche tempo a questa parte, sulla Fox passava un promo promettente, se mi passate il gioco di parole: monache sadiche e zozzone, matti, un manicomio. Mancavano solo i nazisti per fare bingo. I più scafati circa le ultime tendenze delle le serie televisive avranno già capito che si tratta del promo di American Horror Story Asylum. Trattasi della seconda stagione di una serie televisiva horror. La prima stagione – che è autoconclusiva, come sarà per la seconda – mi aveva un po’ incuriosita, ma non l’avevo vista, pur avendone sentito parlare di un gran bene. Mi aveva frenato il fattore splatter. Lo so. Mi vedo Tarantino e leggo Berserk. Voglio dire, ho un tasso di tolleranza al sangue e alle mutilazioni più alto dell’italiano medio. Ma non ho mai visto un horror vero. Quando il mio ragazzo dell’epoca mi portò a vedere Il Fantasma dell’Opera chiusi gli occhi sulla scena della lingua, per dire (che c’è identica in Kill Bill 1, e infatti anche lì ho problemi).
Però, ragazzi, stavolta ci sono le suore sadiche! C’è il manicomio! Voglio dire, le basi del trash! Tra l’altro, il manicomio esercita un’oscura fascinazione su di me per due motivi: il primo è che una delle mie paure più antiche e profonde è quella della malattia mentale, e poi perché tanti anni fa giocai a Thief III, che ha un meraviglioso livello tutto giocato in un manicomio infestato. Una cosa da brividi, vi assicuro.
E quindi, niente, me ne sono fregata del possibile splatter, e ho deciso di vedermi almeno la prima puntata. Cosa che ho fatto ieri sera. E dunque?
E dunque più che un horror, siamo dalle parti del grottesco. Non c’è granché tensione nella prima puntata, né momenti in cui uno abbia seriamente paura. Perché la questione non è quella. L’elemento che la fa da padrone è il perturbante, quella cosa a cavallo tra repulsione e fascinazione. Il grottesco, appunto. Che, certe volte, è peggio dell’orrore puro.
Briarcliff è un posto malato, popolato da figure che non generano tanto paura, quanto inquietudine ad un livello più profondo. Tutti hanno qualcosa di sbagliato; per dire, ho trovato estremamente disturbante, e per queste molto, molto riuscita, la scena di suor Jude in sottoveste rossa, ma col suo bel velo, che si mette una goccia di profumo tra i seni. Ecco, i personaggi sono tutti così.
L’altra cosa interessante del prodotto è l’essere così smaccatamente tipico. Quante suore sadiche che dirigono istituti mentali abbiamo visto al cinema e in tv? E quanto archetipico è il manicomio dove si svolgono esperimenti sui degenti? E la coppia che fa una brutta fine perché si permette di copulare – Dio non voglia! – per il proprio piacere là dove non dovrebbe? E, ovviamente, è tutto voluto. La sfida, come dice anche il titolo, è proprio quella di usare materiale strabausato, di ripercorrere i topoi dell’horror, e tirarci fuori qualcosa di nuovo. E, se mi conoscete già lo sapete, questa non può che essere una sfida che mi intriga. Le cose che funzionano meglio, da sempre, sono quelle seminali. Solo che giocare con le cose seminali è pericoloso, proprio perché sono state usate così tante volte, e ci parlano ad un livello di profondità tale da essere universali. Il segreto, l’ho detto molte volte, è il punto di vista. Che deve essere in qualche modo originale.
Ora, è impossibile dire se American Horror Story sarà in grado di vincere questa sfida giudicando solo il pilot. Una cosa però è certa: mi sono divertita. C’è qualcosa dentro che mi spinge a volerne ancora, e proseguire la visione. Perché la serie appunto ha un buon ritmo, e Sister Jude, inutile dirlo, è memorabile, lei e la sua collezione di frustini e le fantasie zozzone sul pretino del suo cuore. Tra l’altro, una grandissima Jessica Lange, devo dire.
Per il resto, prodotto ben confezionato: colonna sonora forse un po’ ingombrante, ma in certi punti così azzeccata da far paura, una bella fotografia “polverosa”, ottimo cast – ok, vabbeh, forse Levine non è questo attorone, ma del resto è un cantante, e gli hanno estirpato un braccio, conto che a breve passerà al mondo dei più – e una regia degna di nota. Soprattutto è un prodotto consapevole, che sembra sapere perfettamente quel che sta facendo, e maneggia i miti che tira in ballo con fare smaliziato quanto basta. Insomma, io sono fiduciosa, poi vedremo.
Ah, la serie in america è già finita, ma io la sto seguendo sulla Fox, per cui, per favore, non spoilerate :) .

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Scienza e società, ancora

Durante le primarie del centro sinistra, il gruppo Dibattito Scienza, con la collaborazione de Le Scienze, propose ai candidati sei domande: si trattava di quesiti che illustrassero la loro posizione circa una serie di tematiche a sfondo scientifico. Non si trattava di cose astruse o avulse dalla realtà, tutt’altro: andatevele a leggere. Ad esempio, non mi pare una cosa lontana dalla quotidianità degli italiani la gestione del rischio sismico e idrogeologico.
In quel caso, la cosa fu un successo: risposero tutti i candidati, io mi andai a leggere le risposte del candidato che avrei votato.
Proprio alla luce di questo successo, l’iniziativa è stata ripetuta, ed è stata proposta ai candidati per le politiche (o, nel caso di Grillo, all’”ispiratore” del movimento, lo possiamo chiamare così?). Il successo, purtroppo, non è stato decisamente lo stesso. Hanno risposto solo metà dei candidati, nello specifico Bersani, Ingroia e Giannino. Gli altri latitano. Ovviamente, hanno addotto le loro scuse: mancanza di tempo, abbiamo risposto già, sta tutto scritto nel programma.
Non mi stupisco tanto di Berlusconi, il quale tutto sommato ha sempre avuto questo stile: le domande non gli piacciono, considera l’investimento in scienza meno che zero e, diciamocelo, non è proprio un paladino della cultura, dato che si vanta di non leggere.
Mi stupisco un po’ di più di Monti, ma non troppo: anche lui, ha dimostrato che nei suoi pensieri queste tematiche vengono molto in fondo. È un economista e si occupa solo di quello.
Grillo, invece, mi stupisce di più. Uno perché si fa un vanto di essere uno aperto alle forme di democrazia partecipativa e due perché ha sempre (più o meno) guardato con un occhio di riguardo alla tecnologia. Invece nisba. Sta tutto nel programma del movimento. Solo che io ho trovato due o tre cose, altre mancano completamente, e molte sono generiche. E comunque, visto che era già tutto pronto, non capisco quale impresa colossale fosse mettere insieme dieci risposte in modo che l’elettore non fosse costretto a cercarsi gli argomenti di suo interesse in mezzo a tutti gli altri. Per carità, i programmi vanno letti, ma magari anche illustrati, o la campagna elettorale non avrebbe senso.
Ora, questa reticenza su argomenti, ripeto, chiave per lo sviluppo economico del paese, e a volte importanti per la sopravvivenza fisica delle persone, fa tristezza. Dimostra che non è solo la “gente” che non capisce l’importanza della scienza nella società, ma che la metà dei politici italiani ritiene che questi temi non siano cruciali. Cioè, il disprezzo per la scienza è una cosa radicata a tutti i livelli. Ci sarebbe poi da ragionare sul perché la sinistra risponde e la destra no, ma queste sono sottigliezze.
Le domande sono tante: questa situazione è colpa della scienza che non si fa capire? Sicuramente, questo in parte è vero. Non tutti i ricercatori ritengono che fare divulgazione, condividere con un pubblico non specialistico il proprio lavoro, non sia una cosa importante, e questo è un errore. La classe politica è particolarmente ignorante? Anche questo mi sembra abbastanza palese. Ma più di tutto mi infastidisce la sufficienza con la quale la voce di una parte del popolo venga liquidata così, senza colpo ferire: non ci interessa, i tuoi problemi non ci riguardano. Problemi per altro che riguardano ampie fette delle popolazione, non quattro gatti. Ma evidentemente la legge sulla procreazione assistita, la riforma dell’università, la tutela del territorio sono cose che non fanno audience nei dibattiti televisivi.
Già prima di questa vicenda, non avevo intenzione di votare alcuno dei tre candidati che non hanno risposto. Ecco, ora leggete le domande e traete voi le vostre conclusioni.

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