Archivi del mese: marzo 2013

Altrove

“Sì, sì, io confesso la vera fede a cui avevo creduto allora con tutta l’anima[...]
E abbiamo bruciato e saccheggiato perché avevamo eletto la povertà a legge universale e avevamo il diritto di appropriarci delle ricchezze illeggittime degli altri, e volevamo colpire al cuore la trama di avidità che si estendeva da parrocchia a parrocchia, ma non abbiamo mai saccheggiato per possedere, né ucciso per saccheggiare, uccidevamo per punire, per purificare gli impuri attraverso il sangue, forse eravamo presi da un desiderio smodato di giustizia, si pecca anche per eccesso di amor di Dio, per sovrabbondanza di perfezione, noi eravamo la vera congregazione spirituale inviata dal Signore e riservata alla gloria degli ultimi tempi, cercavamo il nostro premio in paradiso anticipando i tempi della distruzione, noi soli eravamo gli apostoli di Cristo, tutti gli altri avevano tradito, e Gherardo Segalelli era stato una pianta divina, planta Dei pullulans in radice fidei, la nostra regola ci veniva direttamente da Dio, non da voi cani dannati, predicatori bugiardi che spargete intorno l’odore dello zolfo, e non quello dell’incenso, cani vili, carogne putride, corvi, servi della puttana di Avignone, promessi che siete alla perdizione! Allora io credevo, e anche il nostro corpo si era redento, ed eravamo la spada del Signore, bisognava pur uccidere degli innocenti per potervi uccidere tutti al più presto. Noi volevamo un mondo migliore, di pace e gentilezza, e la felicità per tutti, noi volevamo uccidere la guerra che voi portavate con la vostra avidità, perché ci rimproverate se per stabilire la giustizia e la felicità abbiamo dovuto versare un po’ di sangue…”

U. Eco, Il Nome della Rosa

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Web-palle

Ho finito da pochissimo di leggere un ottimo libro che vi consiglio: L’ingenuità della Rete, di Evgeny Morozov. È un testo evocato parecchio di recente, e che a me era stato appunto consigliato da più parti. Sostanzialmente, come dice il titolo, si parla di rete, e in particolar modo delle sue potenzialità per aumentare la diffusione dei regimi democratici. La cosa capita piuttosto a fagiolo in Italia, visto che un quarto o poco meno degli italiani pensa che effettivamente la rete sia il posto giusto per sperimentare nuove forme di democrazia. Confesso che questa è una delle ragioni per cui l’ho letto. L’autore non analizza però tanto questo aspetto, quanto le ottimistiche speranze dell’Occidente circa la possibilità che i regimi totalitari in giro per il mondo vengano buttati giù a forza di Like su Facebook e tweet. Ecco, diciamo che la risposta è: ma anche no. Del resto, la famosa rivoluzione verde in Iran, nella quale l’importanza di Twitter è tutta da dimostrare, non è andata comunque a finire da nessuna parte, e anche la “primavera araba” è rapidamente regredita all’inverno (vedere voce “costituzione tunisina“).
Al di là di tutto questo, comunque, il libro è interessante perché smonta tutti i facili entusiasmi che la rete ha generato negli anni, ed è importante che qualcuno lo faccia, perché affibbiare l’etichetta di bontà a qualsiasi nuova tecnologia automaticamente annulla le difese nei confronti di tutti gli aspetti negativi che quella tecnologia è in grado di generare. E ce ne sono per ogni cosa, diciamocelo.
Mi ha molto colpito, nel libro, una citazione circa l’entusiasmo che altre innovazioni tecnologiche hanno prodotto nel passato. A quanto pare qualcuno, al momento dell’invenzione del telefono, credette che la cosa avrebbe sconvolto così tanto le nostre vite da rendere superfluo, in futuro, il voto su scheda: tutti avrebbero votato per telefono. Suona familiare? Anche a me.
Il problema, e sono cose che ho detto un mare di volte, lo so, ma, perdonatemi, la gente continua a non voler stare a sentire, è che la rete è assimilabile ad un megafono: permette alle parole di andare più lontano, ti fa ascoltare da tanta più gente. Ma in un megafono puoi urlare slogan in favore della libertà così come proclami per lo sterminio degli ebrei. Inutile dirvi che ambo le cose sono state fatte, in passato, e qui e ora.
Il problema, come espresso a chiarissime lettere da Morozov, è che l’uso che si fa di una tecnologia dipende dal contesto sociale in cui viene inserita. Tutti pensano a quanto sia bello essere tutti connessi, e poter comunicare la propria idea urbi et orbi, ma nessuno pensa a quale sia questa idea che viene comunicata. Perché le tecnologie cambiano continuamente, più velocemente di quanto riusciamo ad immaginare, ma la natura umana resta sempre più o meno quella.
Esempio. Tanti anni fa – e per tanti anni fa intendo quand’ero bambina, e internet era una cosa che usavano solo i militari americani – c’erano le Catene di Sant’Antonio, e giravano per lettera. Qualcuno, nella propria stanza, scriveva questa letterina, in cui diceva che terribili sventure sarebbero accadute a chi non ne avesse ricopiato il testo in tot copie da spedire ad altrettanti amici. Ti ritrovavi la letterina anonima nella tua buca della posta, se eri intelligente cestinavi, se eri superstizioso inoltravi. Purtroppo, in genere succedeva la seconda cosa.
Arriva internet. Siamo tutti interconnessi. Bellissimo. E che succede? Che una cosa che prima costava un minimo di fatica e soldi (quelli del francobollo e della carta, senza contare la fatica di ricopiare n copie dello stesso testo) adesso è virtualmente gratis: col minimo sforzo e praticamente senza spesa, puoi mandare mille lettere ad altrettanti sconosciuti, con un click. E infatti la Catena di Sant’Antonio ha conosciuto uno sviluppo senza pari: fatevi un giro su Facebook. Un buon 50% dei contenuti sono evoluzioni delle catene di Sant’Antonio: “sei hai un cuore condividi”, e giù con l’appello per il bimbo malato – che se ti va bene è inventato, se ti va male è già morto da anni -, per il cucciolo smarrito, per il sapone cancerogeno. Il fenomeno esisteva già prima, ma internet l’ha moltiplicato a dismisura perché cliccare non costa niente.
Mi si dirà: ok, ma non costa niente neppure verificare la notizia prima di inoltrarla. Bastano un paio di ricerche, e, grazie sempre alla condivisione delle informazioni, sono in grado di smascherare la bufala. Eh no. Mi spiace. Non è così. L’altro giorno ho trovato un tweet in cui si diceva che Papa Francesco, in un vecchio discorso, aveva citato Tolkien. Mi c’è voluta una mezz’ora di frustranti tentativi per riuscire a recuperare il discorso originale in spagnolo. E ci sono riuscita solo perché lo spagnolo è comprensibile per un italiano anche senza conoscere la lingua. Un inglese che non sapesse lo spagnolo non ci sarebbe mai riuscito.
Verificare le fonti costa fatica, fatica sottratta ad altro. Cliccare un link sui vaccini che fanno venire l’autismo ti prende un secondo, poi puoi tornare a guardare video di gattini. Perché c’è un altro grande problema: la rete è piena di informazioni, vero, ma è immensa. Riconoscere quelle fondate dalle mere cazzate richiede allentamento e fatica. Inoltre, molte notizie, pur importanti, rimangono comunque invisibili, perché chi le ha condivise non sa farsi ascoltare, magari scrive male, o semplicemente non è una persona famosa, e dunque non ha molta gente che la segua e possa condividere quel che dice. Ci mostrano sempre tanti esempi di gente che diventata famosa con la rete – Mika, PSY – ma per ciascuno di costoro ce ne sono mille altri che nessuno considera, che continuano a navigare nell’anonimato. Uno su mille ce la fa continua a valere anche in rete. Non è vero che in rete siamo tutti uguali, che abbiamo tutti le stesse possibilità. È come stare in un enorme piazza in cui tutti parlano: è ovvio che nella confusione prevale chi ha un megafono. Su Twitter quanti follower ha una persona famosa, e quanti la sedicenne anonima? Le eccezioni purtroppo non infrangono la regola.
La verità è che l’uso della rete va insegnato, se vogliamo sfruttarne al meglio le potenzialità: quelli della mia generazione l’hanno imparato col tempo (è dal 2001 che sto in rete in vario modo, sui forum ho visto di tutto, ho visto i blog nascere), ma avevano anche 20 anni quando hanno iniziato a navigare, e dunque avevano un bagaglio pregresso di informazioni che potevano spendersi online. Oggi in rete ci vanno i ragazzini di tredici anni, così, senza rete e senza alcuna educazione a monte sulle dinamiche e i pericoli di internet. Il rischio di bruciarsi prima di capire le regole del gioco è alto, senza contare l’aumento del rumore di fondo che gli utenti inesperti generano.
Al solito, si torna all’educazione. Alla cultura. All’uso del pensiero critico. E ce ne vuole a pacchi per riuscire a usare internet in modo proficuo. Fino a quando il pensiero analitico verrà mortificato fuori e dentro la rete – pensiamo anche solo alla connotazione deteriore che la parola intellettuale ha assunto negli ultimi tempi – saremo sempre preda della gente convinta che i vaccini facciano diventare omosessuali. E purtroppo le cazzate in Internet volano su ali assai più rapide delle loro confutazioni: ci sono palle che girano da anni, e la gente ci casca ancora.
Facciamo una bella cosa: una volta al giorno, invece di cliccare per riflesso condizionato sull’ennesimo link del bambino malato, prendiamoci venti minuti di tempo per indagare. Venti minuti in una giornata lavorativa ce li hanno tutti. Il mondo si migliora anche così.

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Perché faccio questo lavoro

Oggi non sarà una bella giornata. Per questo, credo, abbiamo tutti bisogno di una bella iniezione di ottimismo. Io ce l’ho avuta ieri, e la passo a voi oggi.
Quello che sto per incollarvi qui sotto, e che vi linko qui, è il tema di un bambino di nove anni circa il rogo della Città della Scienza. Non ci sarebbe veramente nulla da aggiungere, dice tutto lui e il di più quasi diminuisce la forza delle sue parole. Di mio vi dico solo che sono cose come questa che mi fanno essere ben lieta di essere una scrittrice per ragazzi.

Il 4 Marzo 2013 è stata incendita la Città della Scienza e per me è stata una cosa bruttissima. Quando ho sentito la notizia io stavo per scoppiare in lacrime. Era stata fondata a Bagnoli di Napoli dove c’è molta concentrazione di malvivenza, ma poi è stata fatta li proprio per spaventare i malviventi che hanno paura della cultura, perchè sottrae persone alla criminalità. Poi chi ha bruciato questo posto ha bruciato il materiale ma non le nostre idee. Non farò mai e poi mai il malvivente perchè diventerò istruito e lavorerò. Ho dimenticato di dire che questa Città della Scienza è stata fondata da Vittorio Silvestrini che pensa che noi bambini cambieremo il mondo. Io appena penso alla Città della Scienza che è stata bruciata in fondo al cuore mi sento malissimo. Per diventare delle persone perbene ricordatevi queste solenni parole: bisogna rispettare sempre la legge e dire di no alla criminalità!

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Sebastian

Qualche giorno fa, tra una notizia della premiata serie “il Papa 24/7″ e l’ennesimo stallo del Parlamento, è comparsa fugacemente questa notizia. È stata lì, dispersa in cronaca, per un paio di giorni, ora è scivolata via. Se fate una ricera su Google, il link più recente data 3 giorni fa.
Mi rendo conto che l’abuso di notizie di cronaca è stata una di quelle cose che negli anni ha avvelenato la qualità della nostra stampa, ma è anche vero che sembrano esistere morti di serie A e morti di serie B, anche tra i bambini. Perché Sebastian Lupescu, si capisce immediatamente dal nome, è romeno. Non è “dei nostri”. È per questo che non ce ne frega se è stato ammazzato come si fa coi cani – come i cani, lo sottolineo – e per vendetta? Facebook è pieno di avvisi sulle polpette avvelenate mesa qua e là per far male ai cani – buono, giusto, giustissimo – ma di Sebastian ci siamo già dimenticati.
Forse è solo un effetto secondario della crisi. Abbiamo bisogno di un nemico, e lo straniero è sempre il migliore: sporco, marginalizzato, diverso, è perfetto per addossargli tutte le nostre frustrazioni. L’altro giorno, sul blog di Grillo c’era gente che accusava la Boldrini di rappresentare quella sinistra che mette gli immigrati davanti agli italiani. Queste cose sono già successe in passato e succederanno ancora in futuro.
Ma cosa c’entrano i bambini? Perché Sebastian non merita neppure la nostra pietà? Perché il nostro sguardo non riesce ad aprirsi ad abbracciare l’umanità intera, ma continua a guardare, quando va bene, solo al nostro simile? Sono le frontiere che giustificano le guerre, il noi contro loro il presupposto di ogni violenza.
Magari sono io che penso male, che attribuisco alla malizia quel che è solo una notizia che è scivolata in fondo perché il governo, il Papa, Cipro…In fin dei conti, sono tante le vite che si spengono di continuo, di qualsiasi nazionalità, nel silenzio generale. Ma dovremmo sempre trovare il tempo per un pensiero a tutti quei bambini, e sono migliaia al giorno, che ovunque nel mondo non ce la fanno, per la fame, la guerra, la violenza. Che mondo è un mondo che si dimentica dei suoi piccoli?

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La simpatia uno non se la può dare (semicit.)

Quando si affacciò dalla fatidica finestra, nell’aprile del 2005, Ratzinger ci fu subito non dico antipatico, ma neppure granché simpatico. Complice l’infelice, e innegabile, somiglianza col Palpatine di Star Wars, e la fama che si tirava dietro, anche la frase che scelse per presentarsi al mondo non aveva la forza mediatica di quel “se sbaglio mi corrigerete” di quasi trent’anni prima. È che “l’umile lavorante nella vigna del Signore” ci parse un po’, non so, intriso di falsa modestia.
Il resto del papato non fu molto diverso da quell’inizio: Papa Benedetto ha infilato un numero considerevole di vaghe gaffes, incomprensioni di vario genere, cose dette nel luogo e nel momento sbagliato.
È che Ratzinger manca di una dote che invece Bergoglio ha in quantità industriali (e che aveva anche Wojtyla): la simpatia immediata, la capacità di entrare in subitanea empatia con la folla. E, infatti, cosa abbiamo pensato martedì sera, appena il Papa ha detto “buonasera”? Com’è simpatico. L’ho detto io, l’hanno detto milioni di persone davanti alla tv in quel momento. Bergoglio la gente sa com’è fatta, ci ha vissuto fianco a fianco, e dunque sa cosa vuol sentirsi dire; per altro, è perfettamente consapevole del perché è stato eletto Papa, e segue dunque il mandato implicito del Conclave. Con questo non voglio dire che non sia naturalmente simpatico, che quello non sia il suo reale modo d’essere. Lo è, ovviamente. Ma non è un atteggiamento ingenuo, come non lo è mai nelle persone che sanno attirare le folle.
Io non faccio una colpa a Ratzinger di non essere simpatico. Purtroppo, la capacità di interagire e farsi amare dalle folle non è una cosa che si può realmente imparare: è una dote di carisma innata, che puoi affinare col tempo, ma o ce l’hai o non ce l’hai. Il problema vero è di chi l’ha messo lì in quel momento, e non ha capito che non era tanto di un Papa di transizione che la Chiesa aveva bisogno, ma di un altro comunicatore, perché una volta che hai fatto giocare un bambino con la veste papale non si torna più indietro alla mozzetta e al camauro. Ma i Cardinali hanno imparato assai rapidamente la lezione, meglio di tanti politici nostrani che hanno dovuto sbatterci il muso su innumerevoli volte prima di capire che forse la gente vuole qualcosa di diverso.
Ora, questa della “simpatia” è una cosa su cui riflettere a fondo. Stando a molti esperti teologi e vaticanisti, la visione di Ratzinger, la sua posizione su politica e dottrina, non erano molto diverse da quelle di Wojtyla; eppure, nella memoria soprattutto dei non credenti e dei laici, Woytjla viene ricordato come un “gran Papa” e Ratzinger come uno un po’ così, che domani ricorderemo più che altro per il coup de teatre finale. Come si dicono le cose conta tantissimo, quanto la sostanza di quel che si dice. Le rivoluzioni non le fanno tanto le idee, quanto le persone che a quelle idee riescono a dare carne. E questa è una cosa che dovremmo ricordarci sempre, quando decidiamo di seguire l’ennesimo leader carismatico, una cosa che in Italia abbiamo un po’ come vizio congenito.
Mi fa un po’ tristezza pensare che la simpatia della persona conti così tanto nel modo in cui la gente recepisce le sue parole. Perché in verità dovrebbe sempre contare solo la sostanza. Ma non è così. Il culto della persona è sempre esistito, ma in quest’epoca di apparenza estrema è ancora più forte. Purtroppo, le cose funzionano così. Ed è bene saperlo, quando si è convinti che le proprie idee meritino la massima divulgazione: occorre sempre scegliere buone gambe che le portino in giro, perché la persona conta. Il Movimento 5 Stelle avrebbe preso il 25% senza Grillo che arringa nelle piazze? Il PDL sarebbe mai andato da qualche parte senza Berlusconi (e vi ricordo che molta gente che l’ha conosciuto dice che Berlusconi è simpatico, e non stento per niente a crederlo)?
Ora, io ho buone speranze su Papa Francesco. Ieri, quando ascoltavo l’Angelus, mi sembrava di essere finita in un universo parallelo, nemmeno nelle più sfrenate fantasie potevo immaginare di avere un parroco a capo della Chiesa. Ma ora arriveranno i fatti, e vedremo. Intanto, allargando il discorso, è un buon esercizio di democrazia saper andare oltre la simpatia della persona, e sforzarsi di guardare la sostanza che c’è sotto.

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E voi?

Ieri una riflessione di Valberici su Facebook è capitata proprio a fagiolo.
Per una serie di ragioni – legate anche nel prepotente bisogno dell’”uomo della provvidenza” che noto in giro, che è sempre stata una cosa tipicamente italiana, ma che in questo momento mi sembra più forte e disperato che mai – di recente mi sono chiesta: ma si instaurassa da noi un regime, io che farei?
La domanda è tornata di moda per via dell’elezione di Papa Francesco, che viene dall’Argentina, e non essendo né morto né torturato, come altri hanno notato prima di me, con ogni probabilità ha quanto meno convissuto col regime. La cosa, ovviamente, ha immediatamente spaccato la rete in due fazioni: innocentisti e colpevolisti. E tutto nel giro di poche ore dall’annuncio. Tutti giù a dire “però che simpatico, però com’è alla mano, però che bei segnali che sta dando in manco 48 ore” o “è un colluso col regime, ha venduto due confratelli, faceva la comunione a Videla”. Quella del tifo da stadio in rete è un ben più ampio problema che probabilmente tratterò in futuro, quando avrò finito di leggere L’Ingenuità della Rete, che sull’argomento ne dice a pacchi. Qui il problema è un altro: è tutto così semplice? Dittatura = male, ergo la si deve combattere, e se non lo fai sei un porco traditore? Pensiamo al ventennio fascista. Quanti di voi hanno i nonni partigiani? Non tutti, immagino. E tutti quelli che non andarono sulle montagne come li giudichiamo? Tutti gli italiani che vissero e approfittarono per vent’anni del regime, magari “senza ammazzare nessuno”, cosa sono?
Questo mi sembra uno di quei problemi che cambiano completamente quando si cerca di empatizzare: ossia, invece di chiederci cosa doveva fare Bergoglio nell’Argentina della dittatura, chiediamoci cosa faremmo noi. Che faremmo noi?
Sabato scorso sono andata a teatro a vedere La Torre d’Avorio: è una splendida opera teatrale che tratta del processo a Furtwängler, strarodinario direttore d’orchestra, che ebbe la colpa, a differenza di tanti suoi colleghi, di restare in Germania quando Hitler salì al potere, e per questo, nel dopoguerra, venne accusato di collusione col regime.
Il bello de La Torre d’Avorio è che neppure per un momento le cose appaiono semplici: da un lato c’è un artista, che rivendica la totale indipendenza dell’arta della politica, e che dice di essere rimasto per assicurarsi che l’arte non venisse monopolizzata dal regime, e che restasse pura, e di alto livello, nonostante lo sfacelo del mondo tutto intorno. E dall’altra l’investigatore americano che mette Furtwängler alle strette, dicendogli chiaro e tondo che quando la gente inizia a morire, e a morire come moriva ad Auschwitz, non ha alcun senso impugnare l’arte come un’arma. Occorre invece combattere il regime, in prima persona, e non farsene usare, come lui ritiene abbia fatto Furtwängler. E vi assicuro che lo spettatore ha davvero grosse difficoltà a capire dove stia la ragione. Perché l’arte è indubbiamente la salvezza dell’uomo, ed è vero quel che dice Furtwängler, che quando sento Bach, Beethoven, l’uomo è libero. Ma è anche vero che forse questo non basta, che se non ci fosse stata gente che ha dato sangue e vita per combattere il nazismo forse noi oggi non esisteremmo. E allora? Dov’è la verità? Considerate che l’opera, in originale, si intitola Taking Sides, prendere posizione o giù di lì, ed è quello che si chiede allo spettatore, anche se prendere posizione, alla fine dei conti, è pressoché impossibile.
Cerchiamo di capirci: io non sto facendo l’apologia di chi è connivente con un regime. E non sto neppure cercando di capire in quale grado Bergoglio lo fu con Videla. Non è questo che mi interessa. Mi interessa la problematicità della domanda: io, che avrei fatto?
Non potete non esservela fatta neppure una volta, quando avete studiato la Seconda Guerra Mondiale, e non potete non aver sentito tutta la vertigine di questo interrogativo etico così semplice, e così difficile da sciogliere.
Siccome non ho mai dato per scontata la democrazia – o forse sono solo pessimista, come tutti gli ansiosi – io ho preso molto sul serio questa domanda. E vi do la mia, personalissima, risposta, solo per stimolare la discussione. Io me ne andrei. Farei di tutto per dare a mia figlia quel che ho avuto io: un’infanzia in pace, e in un paese libero. Lo so, è probabilmente una scelta vigliacca, ma conosco i miei limiti, e sono anche consapevole delle mie responsabilità in quanto madre. E allora via, nella più triste delle fughe.
E voi?

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Non c’è proprio paragone

Discalimer: prima che tutti mi saltiate al collo, sì, la Chiesa è una struttura di potere, sì, la pedofilia, sì l’oscurantismo e quello che volete. Ne sono consapevole. Ma oggi voglio trattare l’argomento da un punto di vista, diciamo così, antropologico, letterario, se vogliamo, e, un po’ ironico. Le cose sono complesse, tanto più quando hanno duemila anni e raccologono sotto il loro cappello Don Gallo e Ratzinger. Potrò soffermermi su un aspetto della questione, visto che ce ne sono molteplici? Detto questo…

Post
In questo periodo due sono le cose che hanno monopolizzato il mio interesse: le elezioni politiche, ovviamente, e il Conclave. Destino ha voluto che tanto la Chiesa che lo Stato Italiano fossero in fase di restauro.
Devo dire che i primi giorni dopo il voto ero pressoché ossessionata da questo nuovo parlamento: ce la farà ad esprimere un governo? Ce la farà a fare qualcosa? Ma il M5S che farà?
Poi, a fronte dei soliti ballettini che non sono per niente cosa nuova, almeno per me che ho trent’anni, l’interesse per la nuova legislatura è lentamente scemato, a favore dell’interesse per il Conclave. Perché, diciamocelo, non c’è proprio paragone.
Innanzitutto, abbiamo a che fare con un’istituzione che nel bene e nel male va avanti da duemila anni. La Repubblica, poverina, sta qui da settant’anni circa. In questi duemila anni, se sono viste di ogni: Papi, anti-Papi, gente ammazzata, avvelenamenti, Papi coi figli, simonia, nepotismo, guerre sangue e morte. E il Vaticano sta ancora là. Ridotto nell’estensione territoriale, ma ancora capace di esprimere un potere sconfinato.
Poi, qui stiamo parlando di uno che governa sulle anime, e dunque ha sostanzialmente potere di vita e di morte. I deputati e i senatori al massimo possono curare la salute dei nostri corpi, e neppure troppo efficientemente.
E poi c’è questo irresistibile miscuglio di antico e moderno: 116 uomini, chiusi in un posto meraviglioso come la Cappella Sistina, a parlare in latino, vincolati da giuramenti di vita e di morte, MA, che calcano i piedi su un pavimento nel quale son stati messi congegni che impediscono di twittare. La fumata nera e la fumata bianca, come secoli fa, MA l’annuncio dell’Habemus Papam anche su Twitter. Il latino, MA l’indulgenza plenaria a chi segue il Papa “sui nuovi media”.
Credo che anche un ateo non riesca a sottrarsi del tutto alla potenza del rito. È questa la forza della fede. Il rito. Identico a se stesso, uguale nei secoli, aggrappato ad antiche pratiche, senza però dimenticare anche la modernità. Almeno, da laica e diversamente credente – e forse anche da scrittrice – non ho potuto fare a meno di sentirmi coinvolta dal mistero del Conclave. C’è in fascino antico nella fumata bianca e nella fumata nera, e soprattutto, nella segretezza. Il quid è tutto lì. I deputati e i senatori li vediamo parlare, cambiare idea, o restare saldamente aggrappati ai loro principi, fare e sciogliere alleanze, giurare vendetta e tutto il resto. I Cardinali no. I Cardinali entrano in Conclave e non se ne sa più niente. C’è il segreto, pena la scomunica, mica l’inibizione ad usare il simbolo del movimento. Per questo, ognuno di noi può immaginare quel consesso come più gli aggrada, e credere che qualsiasi cosa venga discussa sotto l’occhio accigliato del Cristo di Michelangelo sia elevato e spirituale. Potrebbero giocare a carte, nella Cappella Sistina, e noi continueremmo a immaginarceli impegnati a pensare solo al bene della Chiesa del domani.
Sarà per questo che la Chiesa è ancora là, e la Repubblica vacilla. Perché una democrazia è un tentativo di desacralizzare il potere, o quanto meno di renderlo il più diffuso possibile. Un clero invece è l’opposto: un tenativo di sacralizzare un’istituzione umana. E quest’opera, alla Chiesa, va detto, riesce molto bene.
Adesso il Conclave è finito e non ho altro cui pensare che al prossimo governo. Che secondo me non si farà, per altro.
Ecco, io so perfettamente che i guai cominciano proprio quando dimentichiamo che chi detiene il potere è solo un uomo come noi, quando attribuiamo prerogative sacrali a gente che è semplicemente stata eletta, e dunque non fa altro che rappresentarci. Però, a volte, mi piacerebbe che la politica non ci si presentasse sempre col suo aspetto peggiore, e che sembrasse ogni tanto quel che dovrebbe davvero essere: un tenativo di perseguire il bene comune. Perché le persone non sono sacre, ma le istituzioni che sono chiamate a rappresentare, la Costituzione, sono quanto meno cose serie, molto serie, e meritevoli di rispetto.
Comunque. Ieri il nuovo Papa ha fatto un po’ simpatia a tutti. Gli han trovato già le prime macchie in curriculum, ma io per qualche ora ho voluto credere che la croce di ferro, i mezzi pubblici e qualche altra cosuccia fossero ragioni per sperare. Mi riesce difficile sperare in un’Italia diversa, fatemi almeno sperare per mezza giornata in una Chiesa diversa. Così, per illuderci un po’.

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Limbo

Con colpevole ritardo, faccio un post che avrei dovuto scrivere qualche giorno fa. Solo che in mezzo c’è stata la bronchite, il rogo della Città della Scienza (ieri ho visto delle riprese delle rovine: tristezza a palate…), l’8 marzo…Il post è un consiglio di lettura. Si tratta di Limbo, di Melania G. Mazzucco.
La storia del mio avvicinamento a questo libro è particolare. Di recente, compro principalmente libri di cui ho setito parlare in giro o che mi sono stati consigliati da qualcuno. Limbo l’ho visto in libreria qualcosa come un anno fa. Non so esattamente cosa mi abbia attirato: forse la splendida immagine di copertina, forse la quarta. L’idea di una storia ambientata in Afghanistan, una guerra che non ho mai completamente capito, e alla quale mi sono opposta fin dagli albori (ho iniziato la mia vita online più o meno nel 2001, sul forum di Repubblica, prendendomi svariati “radical-chic” perché criticavo la scelta americana di bombardare l’Afghanistan), mi intrigava. E mi piaceva che il punto di vista fosse femminile. Tutto qua.
Dopo un corteggiamento piuttosto lungo, ho comprato il libro qualche mese fa. E dopo averlo lasciato a prendere polvere sullo scaffale dei “leggerò”, l’ho preso in mano un paio di settimane fa.
Che vi devo dire? Leggetevelo. Come per tutti i libri che ho molto amato, e questo l’ho amato moltissimo, mi riesce anche difficile riuscire a spiegare cosa esattamente mi abbia catturata così tanto. Di sicuro la protagonista, sottoufficiale dell’esercito reduce da un attentato che ha portato alla morte dei suoi uomini. Un personaggio continuamente alla ricerca, indomito, deciso e problematico, una donna vera, nella quale è facile immedesimarsi. E che parte da un punto di vista diametralmente opposto al mio: quello di chi crede alla patria, quello di chi decide scientemente di fare il soldato, perché è quello che vuole. È stata questa la molla che mi ha permesso di entrare così tanto in questo libro: vedere le cose da un punto di vista completamente diverso dal mio. Più passa il tempo, più mi rendo conto che mi rifiuto di adattarmi alla visione delle cose imperante, che vuole che la vita sia tutto sommato un fatto semplice, in cui ci sono i buoni, ci sono i cattivi, e noi quasi sempre facciamo parte dei primi. È un frame di interpretazione della realtà che rispunta fuori a intervalli regolari, nei più svariati ambiti, e che mi sembra sempre più insensato. La vita è estremamente complessa, le persone sono rebus insolubili, e a me piace mettermi nella testa di chi non mi somiglia. Limbo è, anche, questo: guardare la guerra e la pace da un altro punto di vista, il punto di vista di chi queste cose le conosce per davvero, le ha viste, ha respirato la cordite ed è tornato a casa pieno di schegge infilate ovunque nel corpo.
Ma fosse soltanto questo…perché Limbo non è solo questo. È la sospensione eterna che molti di noi hanno sperimentato nella vita, quella dimensione dell’esistenza in cui al tempo stesso si è e non si è, e non si può far altro che attendere, perché la decisione che stabilirà infine chi siamo, e quale sarà il nostro futuro, non dipende da noi. È lo spazio bianco in cui c’è posto solo per la riflessione, quel luogo dell’anima in cui tutto viene messo in dubbio, persino noi stessi. Manuela e Mattia vivono in questo luogo, qualcosa ha cancellato per sempre la loro identità, e ora aspettano. Di capire di nuovo chi sono, di trovare una nuova ragione per andare avanti, nonostante tutto. E capirete che questo tema non può che piacermi, perché è la mia ossessione da sempre, quel che cerco disperatamente di scrivere, ciò che amo quando lo leggo.
Non è un libro noioso, non è un’inutile e vacua contemplazione del proprio ombelico: succedono cose, resti incollato alle pagine, e ne vuoi ancora, anche se è tardi e gli occhi ti si chiudono dal sonno. C’è un sacco di vita, dentro, tante domande e nessunissima risposta. E la letteratura non dovrebbe far altro: porre quesiti all’infinito, perché là fuori è fin troppo pieno di gente che vuole darti le sue risposte.

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8 marzo di sangue

Nel 2012, il mio post per l’8 marzo era in parte dedicato al femminicidio. Quello di quest’anno, uguale.
Nel 2012 ci sono stati 126 femminicidi; ricordo che il femminicidio ha la specificità di essere un omicidio nel quale la vittima viene uccisa per il proprio sesso. È il suo essere donna a condannarla. Ricordo anche che molto spesso muoiono anche altre persone: figli, nuovi compagni, fratelli, sorelle. I dati degli ultimi anni potete ad esempio trovarli qua. Dall’inizio del 2013, almeno dieci donne sono state uccise.
C’è un problema enorme culturale, di rappresentazione, di perdita di tutta una serie di conquiste che erano state date per assodate, e non lo erano per niente. Femminismo è da parecchio tempi diventato un termine deteriore, la gente non capisce la portata del problema, e tutto annega di fronte alla crisi, senza capire che c’è la crisi anche per questo.
Per favore, non facciamoci abbagliare dalla trasformazione che questa Festa della Donna ha subito: non è il giorno della retorica della donna migliore dell’uomo, della mimosa e dell’aperitivo con le amiche. O meglio, volete fare tutte queste cose? Fatele. Ma ricordate che l’8 marzo è soprattutto ricordare quanto manca all’uguaglianza sostanziale delle persone, perché di questo stiamo parlando, di assenza di discriminazioni su base sessuale. La giustizia sociale, e anche una maggiore stabilità economica, devono passare per il rispetto dei diritti delle persone in quanto tali. Pensiamo già solo a tutte le donne che perdono o abbandonano il lavoro quando diventano madri: sono talenti dispersi, competenze che questo paese getta al vento.
Chiudo con un piccolo passo avanti che mi pare di aver notato di recente: nell’ultimo paio di casi che ho avuto modo di leggere sul quotidiano online che seguo maggiormente, noto che i femminicidi non vengono più narrati in termini di “delitto passionale”, “dramma della gelosia”, “raptus omicida”. Sembra cosa da poco, e non lo è, perché le parole sono importanti, così come lo sono le narrazioni. La retorica del “delitto passionale” automaticamente sposta le responsabilità dall’omicida alla vittima, che, implicitamente, se l’è cercata, ha “spinto alla follia” chi l’ha uccisa. Ecco, parlare di omicidi, ove possibile di femminicidi, riequilibra i pesi, narra in modo più oggettivo i fatti. E sposta di nuovo il focus sulle reali responsabilità. Siccome secondo me il problema della rappresentazione della donna è tutt’altro che secondario nella questione (anni di svilimento della figura femminile contano eccome nella percezione che hanno certi uomini delle loro donne, come esclusiva proprietà), mi pare che sia un passo avanti significativo.
Buona riflessione (che brutta parola, di questi tempi, eh?) a tutti.

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Fuoco

C’era una volta una delle più grandi industrie siderurgiche d’Italia, l’Italsider, piazzata come una specie di astronave aliena nella Baia di Pozzuoli. Gli anni passano, la crisi non è una cosa che ci siamo inventati noi nell’ultimo decennio, anche negli anni ’90 c’era, e l’impianto chiude. Non tutto il male deve necessariamente venire per nuocere, e sulle macerie di quel che fu si può sempre cercare di ricostruire qualcosa, qualcosa che magari crei anche ricchezza, e lo faccia anche insegnando. Nasce pian piano la Città della Scienza, un museo interattivo scientifico. E nasce proprio lì, a Bagnoli, negli ex-stabilimenti dell’Italsider. E non è soltanto una bella idea: è anche un simbolo. Di rinascita, di resistituzione alla cittadidanza di uno spazio prima privato, di recupero dal degrado, di crescita in una città alla quale in tanti hanno spesso tolto molto.
Io ci sono stata poco dopo l’apertura. Se i ricordi non mi ingannano, è il primo museo scientifico che abbia mai visitato in vita mia, prima ancora del Deutsche Museum a Monaco. Ci divertimmo molto, quel giorno, io e la mia classe. Ricordo i giochi senza fine alle due parabole, a sussurarci profanità di vario genere dal fuoco dell’una all’altra. La filosofia che c’era dietro era la stessa che poi avrei ritrovato anche all’Astrolab, il museo di astronomia per il quale ho lavorato per tre anni: mettere le mani nella scienza, imparare tramite l’attività manuale, perché, ehi, ragazzi, la scienza per prima cosa è divertente. Almeno, a me diverte.
Comunque, la Città della Scienza non era solo questo: era anche un polo di innovazione, supportava le imprese sul territorio, si occupava di formazione…era un corpo vivo. Era una speranza.
Tutto questo è andato in fumo ieri notte. Non si sa se l’incendio sia stato doloso o meno. Non che questo cambi una virgola in quel che è successo. Abbiamo perso un gioiello, qualcosa che ci arricchiva tutti quanti, abbiamo perso un’idea diversa di sviluppo, un modo differente di concepire il sapere, la vita, persino. Era una bella eccezione, un bel posto, la dimostrazione che la volontà spesso la vince, che anche le cose belle si possono fare e possono funzionare.
La rifaremo. Certo. O meglio, lo spero, che la rifaremo. Ma quando qualcosa brucia, quando un progetto lungo quasi vent’anni se ne va in fumo in due ore, perdiamo tutti moltissimo. Se c’è una cosa che ci può salvare, in questo brutto momento, è la cultura. La cultura – sì, anche conoscere le leggi della dinamica – ti dà gli strumenti per capire il mondo, ti attrezza per cambiarlo, ti insegna a pensare con la tua testa. Tutte cose che godono di scarsissimo credito, nell’Italia dei nostri giorni. E infatti guarda come siamo messi.
È un giorno davvero triste, quello in cui il fuoco, ancora una volta, si porta via la conoscenza.

“Era la più grande biblioteca della cristianità” disse Guglielmo. “Ora” aggiunse, “l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera”

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