Archivi del mese: aprile 2013

Per chi suona la campana

Ci sono fatti di cronaca che, alla resa dei conti, non riscuotono presso l’opinione pubblica l’interesse che dovrebbero. Mentre ci si appassiona per anni sui “delitti dell’estate” o su altri fatti criminosi, ci sono cose che dovrebbero farci riflettere tutti, e che invece vengono spesso liquidate con un’alzata di spalle. Quel che è successo a Genova al G8, per dire, che se ne parli in giro è ancora pieno di gente che o non capisce la gravità del fatto o ti risponde che se uno va a manifestare se la va a cercare. Oppure la storia di Aldrovandi.
Tra tutte le pseudo-vittorie del web che vengono citate, la storia di Aldrovandi non viene mai portata ad esempio. Eppure se sua madre non avesse aperto un blog, nel 2006, probabilmente nessuno di noi ne saprebbe niente. Io ne venni a conoscenza così, perché qualcuno mi aveva indicato il blog.
La storia voglio sperare la conosciate tutti, ma una rinfrescata alla memoria fa sempre bene. La cosa è tornata recentemente agli onori della cronaca per un fatto assolutamente vergognoso: il sindacato di polizia COISP ha manifestato solidarietà agli assassini di Federico sotto l’ufficio di sua madre. E quando lei è scesa a mostrare la foto del figlio ammazzato di botte e steso in un lago di sangue, si sono, semplicemente, girati dall’altra parte. Come moltissimi tra noi.
Federico era un tossico. Federico qualcosa avrà fatto per scatenare la rabbia della polizia. Federico se la meritava. Questo pensa una fetta probabilmente maggioritaria degli italiani, per i quali quella di Aldrovandi è una storia lontana, che non lo tocca. Suo figlio non si droga, suo figlio è un bravo ragazzo. Peccato che Federico non era un tossico, che aveva passato una notte brava come il 90% di noi avrà fatto nella sua vita e che quel che è capitato a lui può accadere a chiunque di noi. Perché la storia di Federico, conclusasi, vi ricordo, con una condanna per omicidio colposo – per intenderci, la stessa pena che ti danno se per esempio investi un passante e lo uccidi – che si può anche scontare ai domiciliari, stabilisce un triste precedente: quando finisci in mano alle forze dell’ordine, queste sono tutto sommato giustificate a far di te e del tuo corpo quel che vogliono. Ce lo insegna anche l’infinta storia di Cucchi, per dire, oltre che tutto quanto successo a Genova nel 2001. Può capitare a chiunque di noi, per qualsiasi ragione.
La democrazia e gli stati di diritto sono tentativi di vincolare il più possibile il potere e la violenza del singolo: lo fanno distribuendo il potere nel modo più ampio possibile e stabilendo regola chiare e precise cui mezzi e i modi con cui far rispettare le leggi. Uno stato in cui gli eccessi della polizia non vengono adeguatamente puniti non è uno stato libero. È un posto in cui io non mi sento tutelato dalle forze dell’ordine, ma minacciato. E questo va a detrimento anche delle tonnellate di uomini e donne che stanno nelle forze di polizia a fare il loro dovere, agendo secondo coscienza e nel rispetto delle leggi.
Vi ricordo infine che nessuno dei quattro agenti condannati è stato radiato dal corpo. Lo stato ammette tra i tutori della legge gente che ammazza a manganellate un ragazzo di diciotto anni. Io questa cosa continuo a non riuscire a dimenticarla, ogni volta che vado ad una manifestazione o mi ferma la stradale. Voi?

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