Archivi del mese: maggio 2013

Da Vinci’s Demons o vedi alla voce sospensione dell’incredulità

Alla continua ricerca di qualcosa di rilassante con cui riempire le mie serate, un bel giorno mi sono imbattuta nella pubblicità di questa serie qui, Da Vinci’s Demons. Da quel che mi era dato di capire dal trailer, trattavasi di una serie con protagonista Leonardo Da Vinci pischello che si faceva beffe in modo pervicace e strafottente della fedeltà storica. Immaginandomi un’americanata come poche, un po’ à la Codice Da Vinci, ho pensato che poteva diventare un bel guilty pleasure, e ho deciso di vedermela. All’inizio in solitaria, perché l’anima storica di Giuliano si sentiva violata dall’idea di un Leonardo che con quello vero ha in comune giusto il nome.
Comunque. Il primo episodio ha catturato la mia attenzione, senza appassionarmi eccessivamente. Dal secondo in poi ho deciso di vedermela tutta e di farla vedere anche a Giuliano, che adesso se la gode assieme a me.
Intendiamoci, non stiamo parlando di un prodotto di eccellenza: indubbiamente in giro c’è di meglio un po’ sotto tutti gli aspetti, ma Da Vinci’s Demons tutto sommato non è carente in nessuno. Ha un’ottima fotografia, dei buoni attori, sceneggiature non prive di guizzi interessanti, una bellissima regia, e, soprattutto, essendo serie breve, è scritta come cristo comanda. Sì, si vede che è stata progettata, pensata, che dietro c’è una storia che gli autori avevano già in mente e hanno cercato di buttar giù con un minimo sindacale di coerenza interna. Finora non ho visto deus ex-machina eccessivi, e ci sono anche dei rimandi interni tra puntata e puntata che mi fanno pensare ad una progettazione accorta. Niente fatine blu che spuntano fuori ad hoc, per dire. Ah, i costumi non c’entrano veramente una mazza col periodo ma sono splendidi, e l’uso della CG, che qua e là è indispensabile per i fondali, è pressoché perfetto. Insomma, è una cosa consapevole e un artigiano come me apprezza profondamente le cose magari semplici, ma fatte bene, dannazione.
Comunque, la cosa che davvero mi fa amare questa serie non risiede in tutto quel che ho detto fin qui, ma in un unico, singolo elemento: chi l’ha scritta crede fortemente nella supremazia della fantasia e della buona narrazione su qualsiasi altra cosa. Lo dice anche Leonardo, episodio 5: “Verità, menzogna…non hanno importanza. E’ la narrazione migliore a vincere”. E questo riassume tutte le sei puntate che son state trasmesse fin qui.
Da Vinci’s Demons è un unico – per me esaltante, devo dire – tentativo di vedere fin dove ci si può spingere a piegare la sospensione di incredulità mantenendo al contempo la fedeltà del pubblico. Per dire, nella sesta puntata abbiamo una roba alla Sansone contro Godzilla, ossia Leonardo che incontra Dracula, quello storico – si fa per dire… – Vlad III l’Impalatore. Voglio dire. Ed è una puntata di divertimento assoluto, anche perché, sebbene il mio cuore vada al cattivo di stagione, Gerolamo Riario, devo dire che Vlad gli è venuto proprio bene bene, sia per l’ottima interpretazione dell’attore, sia per l’atmosfera generale del tutto, oltre che per la vivacità della trama. Ecco altro punto a favore: in ogni puntata succedono cose. Molte cose. Che non necessariamente mandano avanti la trama orizzontale, ma quanto meno intrattengono, divertono, riempiono i cinquanta minuti di puntata, che son mica pochi. Ed è proprio in questa capacità di intrattenere la ragione del perché possa vedere uno con questa faccia qua interpretare Lorenzo il Magnifico, o Leonardo che usa il luminol de noantri per scoprire la causa della possessione demoniaca di alcune suore, o miracolose colombe meccaniche che volano senza urlare “ma che cazzata!”. E il maccosa (400calci cit.) si presenta puntuale almeno quattro o cinque volte a puntata; solo che gli sceneggiatori ti pigliano per mano e ti aiutano a dribblarlo allegramente, tutto in nome della curiosità di sapere chi cappero sono ‘sti Figli di Mitra, che fine ha fatto la mamma di Leonardo, se davvero Leonardo – spoiler – scoprirà l’America. L’America, capite? L’America!
Eh niente, tutto questo è il trionfo delle storie su ogni altra istanza: le storie, che secondo una recente ricerca di neurobiologia ci addestrano il cervello come le simulazioni al computer, le storie che ci forgiano, ci educano, ci svelano a noi stessi. Le storie. Il mio mestiere.
Poi ci sono tutte quelle robe lì che piacciono a noi nerd…ci sono dei pezzi che sembrano veramente usciti da un videogame: la seconda puntata ha la trama di un’avventura grafica. Tutta la serie del resto è basata su questo canovaccio: il personaggio, attraverso una serie di missioni, è invitato a dipanare la trama generale degli eventi. Siamo rimasti che il Nostro deve scuoiare un tizio morto che c’ha una mappa sulla panza. Voglio dire, devo aggiungere altro?
Ma quindi tutto bellissimo? No. O meglio, sul breve periodo sì, i pregi superano ampiamente i difetti, e comunque il personaggio di Leonardo, per quanto molto tipico, acchiappa, poco da fare; se certi caratteri spuntano nelle storie come i funghi in un giorno di sole dopo la pioggia sarà perché sono archetipici, no? Perché piacciono ad un livello molto profondo e viscerale, e il genio sregolato, dedito all’autoditruzione e ad una certa immoralità di fondo acchiappa dalla notte dei tempi. Comunque, dicevo. Il problema è che siamo ancora dalle parti della “serie di mistero”. A parte la godibilità del singolo episodio, e il divertimento del tutto a prescindere, ci sono dei misteri, e sono quelli che portano avanti la trama orizzontale. La domanda è: gli sceneggiatori sanno dove stiamo andando? Oppure si son seduti attorno ad un tavolo, come spesso fanno, e si son detti: “Ahò, dai, ce mettemo ‘a setta”. “Fiiiiigo”. “E er padre stronzo e ‘a madre che nun se trova”. “Ggggggenio”. “Sì, vabbeh, ma poi come la risolviamo?”. “Chettefrega, mo’ ‘ntanto famo ‘sta staggione, poi quarcosa se ‘nventamo, tipo ‘a tartaruga maggica“.
Ecco. Anche no. La serie è stata rinnovata per un’altra stagione. Tra l’altro, è una serie breve, otto episodi. Non ci vuole un mago per cercare di farsi tornare le cose. Voglio aver fiducia, anche perché ormai ‘sti maledetti m’hanno già fregata, e so che andrò fino in fondo, a meno di clamorosi tonfi più avanti. Speriamo bene. A tal proposito, altro possibile problema futuro: la serie ora ha la freschezza delle cose nuove, e dunque scorre via agile sul filo sottile che separa un bel prodotto dalla cazzata inguardabile. Cadere di sotto, non appena il controllo si allenta, è un niente. Anche qui, speriamo bene.
Ora, io ve la consiglio. È la cosa più divertente tra quelle che sto vedendo in questo periodo. Certo, non potete darvi un tono quando ne parlate a cena con gli amici, ma ce n’è davvero bisogno?

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Telefilmania: Once Upon a Time

Stavo pensando di inaugurare una serie di post sulle serie televisive. Un po’ di tempo fa dissi che avevo l’impressione fosse finita l’epoca d’oro dei serial americani, e che in giro non trovavo niente che mi acchiappasse come un Lost dei bei tempi, o un Dexter prima stagione. Ecco, anche no. Ho trovato una serie di cose interessanti da seguire e attualmente mi trovo anche un po’ intasata. Non dico che riaprirò la premiata serie “Commentiamo insieme il telefilm del giorno” (per chi se la ricorda…erano eoni fa, più o meno), ma un commentino su alcune serie che sto seguendo vorrei farlo.
Cominciamo da Once Upon a Time (da qui in avanti OUAT), in italiano C’Era una Volta, che mi permette per altro di fare una discettazione su un grosso problema delle serie televisive USA. Comunque. Breve riassunto per chi non conoscesse: i personaggi delle fiabe esistono, vengono da un mondo parallelo al nostro, e sono finiti bloccati, privi di memoria e costretti a rivivere più o meno a ripetizione sempre lo stesso giorno, nel nostro mondo, nello specifico nella città di Storybrook, causa Regina Cattiva che li ha sbattuti tutti di qua – e si è autosbattuta in loro compagnia – per averla vinta sull’odiatissima Biancaneve. Il plot dà la stura a tutta una serie di reinterpretazioni più o meno riuscite delle fiabe classiche – e non solo delle fiabe, visto che ad un certo punto viene fuori anche Frankenstein -.
Metto le mani avanti: il vero appassionato di famiglia è Giuliano, che, siccomeche è un regazzetto sensibile (Zerocalcare cit.), queste cose ci piacciono (alert grammar nazi: è scritto sgrammaticato apposta). Io comunque lo seguo con discreto piacere. Diciamo che in generale la confezione è media: media la recitazione, media la sceneggiatura, medio il livello di approfondimento delle tematiche trattate. Ma ci sono due eccellenze: la Regina Cattiva e Tremotino, al secolo Lana Parrilla e Robert Carlyle. Che, innanzitutto, sono due attori straordinari, e si vede. Poi sembrano scritti da altri sceneggiatori: sono credibili, complessi, sfaccettati. Tremotino da solo regge sostanzialmente metà del plot, visto che incarna quella decina di personaggi delle fiabe – per dire, è anche la Bestia – ed è imparentato con metà degli altri. Le puntate che li riguardano sono sempre di alto livello, e godibilissime. Diciamo che seguo la serie per loro due.
Ora, la prima stagione aveva il pregio di essere un prodotto estremamente consapevole di limiti e punti di forza, e dunque molto onesto; inoltre, aveva una bella trama lineare e compatta che, meraviglia delle meraviglie, si chiudeva con la fine della stagione. Un mezzo miracolo. Certo, poi c’era il cliffhanger per la successiva, ma era una cosa gestita in modo molto intelligente e per nulla fastidioso.
Seconda stagione. Che parte col botto. Si rinnova, senza snaturarsi, apre anche una sottotrama interessante ambientata nel mondo delle fiabe. Tutto perfetto. Fino a metà stagione, quando inspiegabilmente la trama nel mondo delle fiabe viene chiusa e la serie in america si prende la sua pausa natalizia. Al ritorno, il delirio. La seconda stagione inizia a oscillare paurosamente tra puntate di assoluto valore e altre noiose o semplicemente incomprensibili nell’economia della storia: cattivi nascono e muoiono nel giro di poche puntate, i personaggi fanno cose incoerenti o incomprensibili, mentre il deus ex-machina e le soluzioni di trama cheap diventano i veri protagonisti. Un delirio. L’ultima puntata che ho visto, la 18, è semplicemente irritante: innanzitutto per l’evidente pigrizia degli sceneggiatori, che mandano avanti la trama a pedate nel sedere (Henry: “Ci servirebbe la Blue Fairy, andiamola a cercare!”; Blue Fairy, comparendo dal nulla: “Eccomi qua!”; eh, sì, ce piacerebbe…), e poi per il modo raffazzonato e inverosimile col quale vengono legati assieme elementi di trama che, è evidente, erano stati infilati senza sapere che senso avrebbero avuto. Ed ecco che OUAT inizia a mostrare segnali preoccupanti di Lostismo. Avete presente il Lostismo, no? Quel modo paraculo di fare sceneggiatura infilando “misteri” nella trama che sono fini a se stessi e dei quali non si ha alcuna spiegazione, dicendosi “Ma sì, dai, poi qualcosa ci inventiamo”, solo che poi gli anni passano, arriva l’ultima stagione, e tu non hai avuto manco mezza idea, e tutto finisce che se stappi l’isola poi quella affonda. Dio, mi ci vorranno anni di psicoterapia per brasarmi la mente dal finale di Lost…
Comunque. OUAT si è sempre rifatto a Lost in modo dichiarato: innanzitutto nella struttura, che alterna flashback a parti ambientate nel presente, e poi con tutta una serie di inside jokes tipo i numeri ricorrenti, il fumo viola della maledizione della Regina Cattiva, evidente rimando al Fumo Nero, l’apertura delle inquadratura su occhi che si aprono…roba così. Adesso lo plagia direttamente negli stratagemmi di scrittura. Peccato che Lost avesse dalla sua una cosa che a OUAT manca: la capacità di portare a casa sempre e in modo egregio l’episodio. Ok, c’è qualche eccezione, su sei stagioni è fisiologico. Ma la scrittura del singolo episodio è quasi sempre magistrale, senza contare l’approfondimento dei personaggi, il livello della interpretazioni…tutto. Ed era questo tutto a farci dire, ancora oggi, che Lost è un pezzo di storia della televisione, nonostante tutto. Ecco, OUAT tutto questo non ce l’ha, e dunque qualsiasi passo falso nella trama, orizzontale o verticale, risalta come una patacca di cioccolata su una tovaglia immacolata.
Il problema, e qui veniamo all’excursus che vi dicevo in apertura, è che evidentemente la serie non è stata progettata fin da principio per durare più di una stagione. È una cosa comprensibile: una serie tv è soggetta a vincoli di vario genere, e la durata della sua messa in onda dipende da molti fattori. Quando cominci a scriverla, non sai se e quanto durerà. Questo impedisce a prodotti tipo Lost, basati sul mistero, di chiudersi in modo degno. C’è chi aggira il problema creando dei personaggi, e legando ad essi la serialità (che ne so, The Big Bang Theory) o cambiando le carte in tavola ad ogni stagione (American Horror Story) e chi invece si ostina. OUAT appartiene a quest’ultima categoria. Ora, sarebbe anche stato comprensibile che gli autori non avessero progettato già una seconda stagione quando OUAT fece il suo esordio; non si capisce invece perché non si siano peritati di scriversi il plot di tutta la seconda stagione quando quest’ultima è stata confermata. Perché è evidente che ormai vagano senza bussola, per mera accumulazione: i cattivi di stagione si sono rivelati assai deludenti (anche perché, francamente, Tremotino e la Regina Cattiva hanno stabilito uno standard piuttosto alto, al riguardo), così tanto che uno non sappiamo manco dove sia finito, l’ultima volta l’abbiamo visto sbattuto in uno scantinato e non se n’è saputo più niente, per cui via, cambiamoli! Ma che senso ha infilare una nuova cattiva out of nowhere alla puntata 18? Taccio poi sull’azzeramento della minaccia rappresentata dal personaggio che arriva dall’esterno a Storybrook e sembrava chissà che dovesse combinare.
Ok, ok. C’è un chiaro errore in tutto quel che ho detto. La serie non è finita. Magari salveranno capra e cavoli alla fine. Resta il fatto che la serie ha oscillato per una stagione intera, senza mantenere un chiaro standard qualitativo e senza riuscire neppure a prendere una direzione precisa. Bon, vedremo che succederà con l’episodio di stasera.

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Manifesto

Ieri sera guardavo una serie tv, di cui peraltro a breve vi parlerò. E niente, è che a volte, nella mia vita, mi sento veramente a casa, come un pesce nella sua boccia preferita. Mi capita ad esempio a Lucca, in tantissime fiere del fumetto, ieri al Vigamus (a proposito, grazie a tutti quelli che sono venuti!). O quando guardo certe serie tv, come dicevo. E capisco che posso stare a mimetizzarmi tra la gente seria finché voglio, il bicchiere di vino in una mano e il sorriso pronto. Posso lamentarmi di essere presa poco sul serio, o del ghetto nel quale la letteratura fantasy è confinata da un bel po’, e almeno in Italia, resterà confinata a lungo. La verità è che non sono così. La verità è che io vengo da quel mondo eccessivo e outré che ogni anno sfila per la strade di Lucca tra lo sconcerto della gente seria. La verità è che tutto quel che voglio dire non può che passare per storie piene di roba dozzinale come spade, elfi e magia. Che quel che faccio e voglio continuare a fare nella vita è divertire e divertirmi, perché forse non so fare altro, ma forse perché, dannazione, ne abbiamo anche bisogno, persino per essere migliori, figuratevi.
Nessuno si sentirà mai migliore di quel che è, leggendo una mia storia, ma ho passato la fase in cui i libri che leggevo erano uno status symbol, e, vivaddio, è stata una fase breve. Non se ne può parlare ad una cena bene e far bella figura, non li si può portare in giro per darsi un tono. E, lo sapete? Ne sono più che orgogliosa. È quello che voglio, al di là di tutto.
E non è che noi che apprezziamo questa roba siamo dei superificialoni che non capiscono niente o ci facciamo meno domande di chi si nutre di “letteratura alta”, qualsiasi cosa essa sia. Solo ce le facciamo in modo diverso. Un modo che, per inciso, funziona dalla notte dei tempi, e ci ha accompagnati dall’infanzia alla cosiddetta età della ragione.
Non so spiegarvelo per bene neppure io, ma in qualche modo so che mi capite, perché condividiamo lo stesso immaginario, o non mi leggereste. Veniamo tutti da quel posto viscerale e oscuro in cui nascono le favole e le fiabe, che continuano a parlarci dopo secoli proprio perché sono così maledettamente seminali e tremende. Ci serve l’eccesso, il colpo di scena, il cliffhanger, il sangue grandguignolesco e i sentimenti potenti come nei feuilleton da cui discendiamo per linea diretta.
Siamo questo. Mi rendo conto che alla maggior parte della gente, che divide la letteratura in alta e bassa, come se non fosse tutto un unico discorso sull’umanità – in cui per altro il pop non nega né disprezza lo sperimentalismo e viceversa, ma mi rendo conto che in un’epoca di semplificazioni estreme questa è un’idea eretica – facciamo impressione. Ma non ha molta importanza. In fin dei conti, chi non ci capisce si perde qualcosa, non noi, che tutto sommato gli altri li capiamo bene, e sappiamo goderci le loro, di storie, quando serve.
E lo rivendico con un certo orgoglio proprio perché ho capito ieri che sono esattamente dove dovrei essere, a fare proprio quel che voglio, in quel posto irripetibile dove una foto come questa vale più di qualsiasi parola, o di qualsiasi altra soddisfazione l’accademia possa darti. Ma ci vuole del tempo, per capirlo ed accettarlo. Io ci ho messo dieci anni, da quel pomeriggio in cui mi dissero che le mie storie erano rubricate alla voce “tutto ciò che non è letteratura”, e io lì per lì non capii e ci rimasi anche male. Ecco, adesso capisco. E non mi sento da meno di nessuno, per ciò che sono, che siamo.
Chiamatelo l’orgoglio del pop, non lo so. È uno sporco lavoro, e qualcuno deve pur farlo. E io, devo dire, dentro ci sguazzo di un gran bene.

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I prossimi appuntamenti

Scusate il ritardo di questo post, ma stamattina sono stata letteralmente prosciugata dalla gita di Irene; sì, alla materna si fanno le gite, con la sòla che i genitori accompagnano :P . È stato bello, ma anche abbastanza massacrante, devo dire. Comunque.
Post sostanzialmente di servizio, per segnalarvi i prossimi appuntamenti.
Domenica 26 maggio, ore 16.00, possiamo incontrarci al VIGAMUS, il museo del videogioco di Roma.
Poco dopo, il 9 giugno, invece, parteciperò al Festival Anteprime, in quel di Pietrasanta: l’appuntamento è alle 18.30, al Campo delle Rocche. Vi ricordo che il festival si chiama Anteprime, ergo vi parlerò del prossimo libro, per gli amici Nashira 3; non fare spoiler sarà impresa piuttosto ardua, devo dire.
Infine, vi segnalo questa intervista: corrisponde alla foto “dell’acquario” del precedente post, e, per i feticisti del Giappone, si gode appieno l’haori :P .
Bon, è tutto. Ci sono anche altre cose in ballo, ma ve le dirò più in là.

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Istantanee da Torino 2013

Dieci anni
Atterro al mio decimo Salone del Libro di Torino quasi in orario. E c’è anche il sole.
C’era il sole anche dieci anni fa. Pesavo diciotto chili più di adesso, non sapevo neppure esistessero le presentazioni dei libri, giacché, pur essendo una forte lettrice, non ne avevo mai vista una vita mia, e avevo passato tutto il tempo del viaggio a domandarmi se dovessi presentare un discorso o cosa.
Adesso come allora, non ho molto tempo per riflettere: arrivo, e mi getto nel turbine. Torino è così: una sospensione del normale flusso degli eventi, una bolla atemporale infilata nel quotidiano, un gorgo che ti attira e ti risputa fuori dopo due, tre, quattro giorni di fuoco. Un paio di incontri di lavoro, qualche intervista, e via al Lingotto.
Dieci anni fa, eravamo io, Sandrone e Marco Giusti. Essendo io una sconosciuta ventitreenne in sovrappeso, per di più autrice di fantasy, genere vituperatissimo, ci misero giustamente in un angolo della zona dedicata alla letteratura per ragazzi, praticamente davanti ad una specie di bancarella frequentata da frotte di bambini urlanti. Davanti a noi, una ventina di sedie, piene per metà. Farsi sentire era un’impresa, anche coi microfoni. In prima fila c’era seduto un mio detrattore, ed essendo io giovane e parecchio inesperta, il suo articolo mi aveva ammosciata tantissimo. Diciamo che con gli anni ho appreso a prendere un po’ più alla leggera le critiche negative, ma all’epoca non ero così zen.
Nonostante tutto, andò bene. Negli anni precedenti mi ero allenata a parlare in pubblico durante le assemblee d’istituto a scuola: una volta me ne avevano dette di ogni perché avevo espresso la mia contrarietà a continuare un’occupazione di cui stentavo a capire il senso. Figurarsi se adesso avevo paura di dieci persone e duecento bambini urlanti dietro. E andò bene. Fiammetta Giorgi mi disse che toccava ne facessi altre, perché era una cosa che mi riusciva, e per i due, tre anni successivi stetti sempre in giro, un fine settimana sì e uno no.
Oggi entro nell’area Bookstock e mi defilo. Nonostante non abbia una faccia conosciutissima, e non abbia foto sui miei libri, chi mi legge sa che faccia ho, e se comincio a firmare copie ora poi succede un casino, non riesco a far la presentazione, per cui meglio stare in disparte. Perché i dieci astanti di dieci anni fa adesso sono diventati trecento e passa. Un miracolo che è una delle prima domande che mi fanno nelle interviste, e cui io non so mai dare risposta. Semplicemente, non lo so. È andata così. Mi stupisco anch’io, guardate.
La presentazione all’Arena Bookstock è un grande classico: io, Sandrone e Fiammetta. Sono pochi gli anni in cui la formazione è stata diversa.
Entro, e c’è gente, certo, l’arena è piena, ma non più del solito. Non più dello scorso anno, per dire. Ci sono anche i volti amici, che per fortuna non mancano mai, ma ne manca uno che non riuscirò a recuperare neppure nei giorni successivi.
Comincio a parlare, cominciano le domande, tutto va come al solito. E intanto la gente aumenta. Si appoggia alle pareti dietro, si siede sulla moquette, avanza inesorabilmente verso il palco, fino a riempire tutto lo spazio dell’arena. È una cosa che esalta e spaventa al tempo stesso. Le mie presentazioni sono sempre andate bene, ma mai così bene. Non ne sono sicura, ma forse ho fatto anche più gente che a Lucca. E non ve lo sto dicendo per vanteria – o forse un po’ sì, la carne è debole :P – ma soprattutto per ringraziarvi. Dicevo proprio prima di partire che la scrittura è un mestiere solitario. Senza un po’ di solitudine, la cosa semplicemente non funziona. Ma, ad un certo punto, devi uscire dal guscio, e devi vedere l’effetto delle tue parole, o ti sembra di parlare al muro. Devi capire se è valsa la pena farsi ossessionare, e mettere le ossessioni su carta, se è valsa la pena correggere le bozze all’una di notte dopo tre ore di lettura continuativa, devi capire se la passione che ci hai messo è passata. E una sala colma è questo: l’unico premio vero cui uno scrittore può ambire. Più importante del riconoscimento della critica, del premio letterario, di qualsiasi altra cosa, perché non stai scrivendo per quella gente lì, stai scrivendo per i lettori. Almeno, noi di genere scriviamo per questo.
Per cui grazie. È stato faticoso e bellissimo. Fatiche così le farei a giorni alterni, e salterei un giorno giusto per riposarmi un pochino e godermela meglio il giorno successivo. Grazie per l’affetto e la passione, mi confermate che la via che ho scelto di percorrere magari è faticosa, ma porta frutti.
Il filo rosso di questi dieci anni passa per diciassette libri e centinaia di luoghi diversi, che ho visitato fisicamente o solo toccato coi miei libri, è un filo tortuoso e difficile da dipanare anche ai miei occhi, ma l’abbiamo tessuto insieme. Grazie per la fiducia. Grazie per le domande e le osservazioni. Grazie per la condivisione.
Mo’, però, mi aspetto almeno altri dieci anni così, eh? :P

la solita combriccola, insomma

La sala, comunque, ancora non era del tutto piena

Cosplay
Ho ricevuto parecchi commenti sul mio aspetto. Tipicamente positivi. Non sono mai stata una gran bellezza, come evidente dalle mie foto, d’altronde; anzi, diciamola tutta, ho passato la preadolescenza e l’adolescenza a considerarmi brutta, impressione avvalorata dai commenti che mi facevano alle medie, quando mi prendevano in giro per l’apparecchio ai denti. Il complimento è a tutt’oggi una cosa che mi imbarazza: non so che rispondere, una parte di me si domanda comunque “ma sta veramente parlando di me? O forse mi sta direttamente prendendo in giro?”.
Comunque, non era di questo che volevo parlare. Le mie mise al Salone, quest’anno, hanno previsto un uso massiccio del mio haori (ve lo ricordate? È la giacca giapponese vintage che ho comprato un po’ di mesi fa). La gente mi guardava e mi fotografava; devo dire che anche le scarpe vagamente ladygaghiane hanno riscontrato un certo successo, e una certa dose di curiosità, anche. Ma il top credo sia stato raggiunto alla festa cui ho partecipato (ne parlo più sotto); indossavo il solito tubino nero (quello di queste foto qua), con aggiunta di bolerino in pizzo e mezzi guanti sempre di pizzo nero. Completava la mise il rossetto rosso fuoco e questa collana qua. Non ho una foto del tutto, mi spiace, usate un po’ di fantasia. E devo dire che anche questa mise ha generato curiosità e vago sconcerto. E, nulla, ho realizzato che ormai l’estro del mio abbigliamento sta prendendo derive sempre più incontrollate. Sono sempre stata strana nel modo di vestire, ma forse, non so, credevo che sarebbe stata una cosa che sarebbe finita con l’adolescenza. E invece no. Continuo ad abbigliarmi come fossi in cosplay perenne. E non è una cosa forzata: no, è che io sono proprio così. Ho bisogno di mettermi roba che mi piace, che mi rispecchi, anche se è strana, buffa o fuori luogo. 9 volte su 10 sono vestita in modo incongruo rispetto all’evento: troppo sportiva quando occorrerebbe essere eleganti, troppo elegante quando occorrerebbe essere sportivi. Ma ho bisogno di avere addosso qualcosa che mi rispecchi, anche se è eccessivo, e poi la gente mi guarda e mi sento in imbarazzo (tipo in questa occasione). Alla fine considero anche questa un’espressione della mia creatività. Ormai sono il cosplay di me stessa :P .

Un'ora dopo, così ero in fila per andare a salutare Roberto Saviano...

Fiesta!
Poco prima di partire per Torino, fui protagonista sul mio profilo Facebook di questa discussione. No, davvero, in dieci anni di fiere non ero mai andata ad una festa. Non so perché. La verità è che sono sempre stata una donna davvero poco mondana. Anche da ragazzina. La discoteca, per dire, non mi ha mai attratta. Le feste cui partecipavo erano à la Caparezza (ve la ricordate, no? “Serate a tema ben accette, salame a fette spesse, vhs e se non bastasse su le casse”) e comunque non ho mai fatto più tardi delle 5.00, orario che ho fatto tipo tre volte in vita mia.
Solo che, poi, a Torino ad una festa mi ci hanno invitata davvero. E siccome l’invito era di un amico, e sapevo che avrei rivisto una persona cui devo tantissimo e che avevo gran piacere a reincontrare, sono andata. In cosplay da scrittrice dark-erotico-decadente, come vi dicevo. La cosa bella era Giuliano, in cospaly da Giuliano, invece, ossia jeans, giacca sportiva e camicia. La coppia più assortita dell’universo direi. Peccato che Cédric Villani è arrivato poco prima che me ne andassi, perché con lui al braccio avrei fatto un figurone :P .
Comunque. Sono andata. I primi venti minuti, lo ammetto, ho fatto l’effetto tappezzeria, che, stante l’abbigliamento, mi veniva anche bene, devo dire. Me ne stavo là, sottobraccio a Giuliano, senza capire bene il mio posto. È che io, in mezzo agli scrittori seri, mi sento sempre un po’ in imbarazzo. Mi domando cosa pensino di me, non so se sanno chi sono, non so proprio come tentare l’approccio. Poi c’è il dramma “gente che conosco ma non so se loro si ricordano di me, e comunque l’ho visti tipo per cinque secondi otto anni fa: li saluto o no?”. La soluzione, comunque, è banale: bicchiere di vino. Che a me ormai basta abbondantemente per abbassarmi quel tanto che basta i freni inibitori, e darmi quella leggera allegria che tanto mi piace, e non mi fa sentire lo stomaco felpato il giorno appresso. Ho fatto un po’ di conoscenze nuove, alcune inaspettate, ne ho riviste di vecchie, ho mirato da lontano Umberto Eco perché comunque non avrò mai il coraggio di avvicinarmi e anche solo stringergli la mano perché sono fatta così e amen. Ho rivisto Andrea Cotti, col quale ho lavorato ormai troppi anni fa, e continuo a ricordare con piacere e affetto sconfinato il periodo in cui mi ha fatto editing. Ho rivisto Massimo Turchetta, e finalmente gli ho detto quel grazie che gli dovevo da dieci anni. Insomma mi sono divertita. E chi l’avrebbe mai detto. Posso essere mondana anch’io. Però, mo’ non esageriamo, son pur sempre la pantofolaia che tutti conoscete: alle 23.00, i piedi distrutti dal tacco 12 e la fatica della fiera sul groppone, ciao a tutti e son tornata in albergo. Alle 23.30 già russavo. Un passo alla volta, via.

Incontri
Zero
Che sono una fan di Zerocalcare credo sia cognito in tutto l’orbe terracqueo. Non c’è vignetta del suo blog che non linki con passione, sua battuta che non conosca, suo libro che non abbia. Ho anche una dedica assolutamente meravigliosa, procacciatami dalla sempre fantastica Ros, che ormai dovrei eleggere a mia manager per gli incontri coi vipppppssss, perché mi sprona e mi aiuta a vincere la mia devastante timidezza in queste cose.
Quel che mi mancava era l’incontro live. E adesso ce l’ho. Sono andata a fargli la posta assieme a Rossella venerdì sera. Perdonami, Zero, ero consapevole che eri morto di stanchezza, e tutto sommato lo ero anch’io, ma son stata ugualmente spietata :P e ti ho tampinato. Perdonami anche se non sono riuscita a dirti tutto quel che penso della tua arte, che è fantastica, e mi calza addosso come un vestito fatto su misura, ma davvero non sono capace di esprimere quel che penso a parole. Mi viene molto meglio scrivere. Per cui spero passerai prima o poi di qua e leggerai queste quattro righe. Per altro, ci siamo fatti assieme una foto splendida, in cui entrambi sembriamo usciti da un funerale, e a me piace un sacco: non so, abbiamo delle facce diverse dal solito.
Tra l’altro, ho preso Ogni Maledetto Lunedì (su due), e ve lo consiglio tantissimo. Sì, principalmente è una raccolta su carta del suo blog, ma ad unire il tutto c’è una macrostoria che dà un senso diverso e più ampio a vignette che già conosciamo. E quella macrostoria – che è pure a colori – è così bella, è così devastantemente vera, che ognuno di noi ci si riconoscerà. Per certi versi, a me è sembrata la storia della mia vita, soprattutto nella parte finale. Ma è la storia della vita di tutti noi di questa mia generazione, credo. Ci hanno imbrogliati, sì, ma ci consoli sapere che è l’imbroglio più vecchio del mondo, quello che anche noi, un giorno, saremo chiamati a perpetrare sui nostri figli. È la vita, che è sempre più grande di noi, e prima di contemplarla in tutta la sua smisurata e spaventosa grandezza è necessario prepararsi, è necessario credere che sia una cosa semplice. Grazie, Zero, di tutto.

commemoriamo il caro estinto

ZeroZeroZero
A inizio aprile sono andata alla prima presentazione di ZeroZeroZero di Saviano. Anche in questo caso, credo sia cognito in ogni dove che Saviano è uno dei miei scrittori preferiti, del quale apprezzo praticamente l’opera omnia (oltre a possederla tutta). Non l’avevo mai visto dal vivo, e quindi sono andata. In quell’occasione, rimediai anche la firma sul libro.
A Torino ho bissato. Stavolta volevo presentarmi. Che è una cosa semplice, da fare, basta dire un nome. Ma se mi conoscete un pochino, capirete che per me è un’impresa titanica, avvolta da mille dubbi, intessuta di insidie. No, non dite niente. Lo so che è una cosa stupida, ma è più forte di me.
Così, ancora in vestaglia giapponese (grazie a Davide Gigli per la calzante definizione :P ) – abbigliamento che avevo tenuto per le interviste del mattino e per le foto che mi avevano fatto qualche ora prima (a proposito di chiusure del cerchio: mi ha fotografato di nuovo colui che realizzò le mie prime foto ufficiali) – e per altro con le scarpe lady gaghiane, mi sono avvicinata allo stand Feltrinelli dove sapevo avrebbe fatto una firma copie. Stand che era una bolgia infernale. Per fortuna c’era una fila, e mi sono disciplinatamente messa in coda con gli altri.
In fila la situazione devo dire ha raggiunto esiti paradossali: a parte l’immagine di questa tizia in haori con gli zepponi in fila manco dovesse andare ad una festa in discoteca, è passato anche qualche mio lettore, per cui ho fatto qualche foto e qualche firma. Tra l’altro in fila c’era una mia lettrice, e così ho passato l’ora e un quarto di attesa parlando un po’ con lei e con le persone che mi stava intorno. E lì ci siam dette una cosa ovvia, ma sempre bella quando ci pensi: che i libri uniscono. È bella questa condivisione di passione, questa staffetta che passa da scrittore a lettore e poi da lettore a lettore. Ho perso il conto delle cose meravigliose – e anche terribili, ma che mi hanno formata come persona, che mi hanno insegnato tanto – che sono riuscita a toccare coi miei libri: luoghi e persone che mai sarei riuscita a raggiungere altrimenti, realtà distanti, a volte solo nello spazio, ma altre anche nell’esperienza di vita. E Saviano, per altro, è una di queste cose.
Comunque, ve la faccio estremamente breve. È stato davvero bello riuscire a infine a presentarmi, ci siamo anche fatti una foto assieme che ho spammato un po’ in ogni dove. È che è una cosa che speravo di fare da molto. Certo, al solito non sono riuscita a dire un miliardesimo di quel che avrei voluto, ma ormai so di essere più forte nello scritto che nell’orale, e molte di quelle cose sono riuscita a scriverle, quanto meno, ed è già qualcosa. Certo, spero prima o poi di poter fare una bella chiacchierata, ma già l’abbraccio che ci siamo scambiati è stato importante per me. Ho un’ammirazione sconfintata per l’altrui talento, e quando va a braccetto con la forza e il coraggio è la cosa più bella in assoluto.

Quello che ho tralasciato
Tanto, tantissimo. I tre giorni di Torino durano come settimane, mesi di tempo normale. Succedono molte cose, tanti sono i volti, tantissimi i ringraziamenti. Tutti non ci entrano, neppure in un post chilometrico come questo. Facciamo che è come se avessi ringraziato tutti coloro che hanno resi questi giorni così particolari, anzi, questi anni così indimenticabili. Spero sarete con me ancora; questa è solo una tappa, il cammino continua.

P.S.
Scusate la sbadataggine; le prime due foto sono di Rossella Rasulo, così come quella assieme a Zerocalcare. La foto di me nell’acquario (:P) è di Giuliano, mentre quella con Roberto Saviano me l’ha scatta Serafina Ormas.

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L’ultimo Torino, poi basta

Allora, breve post di reminder perché c’è un programma definitivo: l’appuntamento, lo ripeto anche se son noiosa :P , è domani 17 maggio, ore 17.00, Arena Bookstock, con Sandrone Dazieri. Poi, subito dopo, firma copie allo stand Mondadori. E basta. Quindi, insomma, se vogliamo incontrarci, abbiamo domani.
Io ho già fatto la valigia e già non ho voglia di volare, così, per portarci avanti :P . Al solito, ricchi tweet e cotillons per tutta la durata della mia permanenza in quel di Torino.
A domani!

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Salone del Libro di Torino

L’latro giorno ho linkato questo racconto su Twitter. Il fatto è che si avvicina Torino, e come al solito, io sono in fibrillazione.
Ogni anno mi sembra che in quei due/tre giorni succederanno cose straordinarie, e non è che il Salone del Libro non sia in sé una cosa straordinaria, ma non è che mi cambi la vita. Eppure ogni anno torno a casa col mio piccolo bagaglio di ricordi piacevoli (o anche spiacevoli, a volte) sull’ultime edizione. Perché, se ho un pregio, è quello di saper godere delle piccole cose.
Sarà che io a Torino sono nata come scrittrice; la mia prima presentazione in assoluto è stata proprio al Salone del 2004, quasi dieci anni fa. Non ero mai stata ad una presentazione in vita mia, e passai tutto il tempo del viaggio – interminabile e bellissimo, tra le risaie da cui si levavano gli aironi – a domandarmi se dovessi prepararmi un discorso o cosa. Ricordo la sensazione di stordimento, le foto, il turbinio di facce ed eventi. E Umberto Eco seduto alla poltrona del mio albergo, ovviamente.
Siccome sono un’entusiasta, per me non è cambiato niente da allora. Continuo a muovermi nel Salone facendomi trasportare dallo stordimento, saltando impazzita da una cosa all’altra, e sempre con possenti dosi di adrenalina in corpo. E godendomi l’unico momento dell’anno in cui ho l’impressione che quel che faccio sia davvero un lavoro.
Voi non avete idea della solitudine del mestiere dello scrittore. È una cosa completamente diversa da qualsiasi altro lavoro. Sei tu, la tua scrivania, e la vita. Stop. Io non faccio vita mondana, conosco e frequento solo due altri scrittori, coi quali quasi sempre parliamo più dei fatti nostri che del lavoro, e quindi la scrittura mi sembra una specie di guilty pleasure cui mi dedico con la dedizione che si deve ad un lavoro, ma con un piacere che te lo fa sembrare un hobby. Ed è giusto così, quella solitudine è necessaria per maturare le tue ossessioni, metterle su carta e svilupparle al meglio. Più passa il tempo più sono convinta che non si possa essere del tutto “normali” – qualsiasi sia l’accezione di questo termine – per scrivere: siamo tutti un po’ malati, la scrittura è la cosa che tiene viva la nostra malattia, e al contempo ce la cura, e la solitudine è quella condizione necessaria per non guarire mai. Ma a volte anche lo scrittore ha bisogno di quei cinque minuti lì in cui uscire dal guscio e aprirsi al confronto col pubblico. Io, almeno, ho bisogno di questo: dell’atmosfera a volte laccata e finta di certi incontri che fai in fiera, in cui tutti sanno di mentire, ma la cosa fa parte del gioco. Chiamatela vanità, probabilmente lo è. E serve, perché siamo piccoli e deboli.
Comunque, delirante cappellotto per riassumervi un po’ i miei spostamenti al Salone del Libro di Torino: venerdì 17, ore 17.00, Arena Bookstock, io e Sandrone Dazieri vi parleremo un po’ di…boh, ce lo diremo al momento :P . Suppongo si parlerà principalmente de La Ragazza Drago, visto che ieri è uscita la raccolta dei primi tre volumi della saga, con copertina nuova di zecca made in Barbieri. Al momento sono stati raccolti solo i primi tre volumi perché tutti e cinque in un librone solo non c’entravano :P , a meno di fare una roba tipo Bibbia e francamente non mi sento pronta per confronti del genere :P . Seguirà firma copie, suppongo allo stand Mondadori.
Il giorno successivo ci sarà probabilmente un’altra firma copie, sempre allo stand Mondadori: al momento non ho alcuna informazione sull’orario, ma stay tuned che ve ne darò al più presto.
Già che ci siamo, visto che me l’avete chiesto, sì, sarò al Cavacon: stiamo definendo i dettagli in questo periodo, ve li darò quando saranno definitivi.
Bon, tutto qua. Poi vi darò meglio i vari riferimenti.

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Si chiama maleducazione

Questo si avvia a diventare probabilmente il più inutile di tutti i post mai comparsi qua sopra, e ce ne sono stati di insensati. Però l’argomento è autoreferenziale quanto basta per indurmi a spendermi i miei due cent.
Si parla di insulti online; ha iniziato la Boldrini, denunciando le molte minacce che le piovono in testa dalla rete, poi s’è accodato Mentana, c’è stato un articolo di Saviano…Come è tipico di questo bello strumento che è internet, non è che la gente s’è messa a riflettere sui vari punti di vista proposti: no, troppa fatica. La gente s’è spezzata nelle consuete due fazioni: quelli che “ci vuole una legge!” e quelli che “il web è libero!”. Ognuno dei due gruppi dà all’altro dell’ingenuo, imbecille, fascista, anarchico e via così. Niente di nuovo sotto il sole.
I miei due cents? Uno: il 90% di quelli che inneggiano alla “libertà della rete” – come se fosse facile definire i confini e il senso stesso di questa libertà, per altro – è gente che non gli hanno mai manco detto “ciao” online, figurarsi essere stato oggetto di minacce, insulti o bullismo. Di questo 90%, un altro 80% è direttamente quello che insulta e minaccia. Diciamocelo, insultare è figo, soprattutto se il bersaglio è uno che, per una ragione o per l’altra, stimiamo meglio di noi in qualcosa (più ricco e/o più famoso, in genere). Farlo dal vivo implica il superamento di tutta una serie di condizionamenti sociali che in genere riesce solo ai serial killer, mentre online è facilissimo: sei anonimo, non devi guardare in faccia la vittima, è tutto da guadagnare. Senza contare che online anche l’idea più assurda e aberrante ha i suoi estimatori, quindi 9 volte su 10 che minacci o insulti qualcuno troverai una platea pronta a plaudirti. Questi beniamini della libertà di parola in genere sono i primi a inalberarsi se poi qualcuno li minaccia o li insulta. Fidatevi che me ne intendo, perché negli anni su di me, online, ne ho lette di tutte, dalla critica, all’insinuazione, all’insulto palese. Quand’ero giovane e ingenua ci rimanevo male, adesso alcuni li trovo particolarmente riusciti. E comunque me ne sbatto altissimamente. Ma questo è un lusso che posso permettermi io, non gente che per la sua posizione e il suo lavoro una minaccia di morte deve prenderla per forza piuttosto sul serio.
Due: sì, è la natura umana. Non ci si può far niente. Sì, la legge già esiste, ma diciamoci anche che se ti metti a denunciare uno che ti ha minacciato sul web tutti ti vedono immediatamente come un cretino dall’ego ipertrofico, polizia compresa, che non potrebbe fare altro se dovesse dar seguito a tutte le denuncie del genere. Ma io resto convinta che questo modo di stare online è cretino e, soprattutto, deleterio. Internet non è più, o non è mai stato, un posto in cui riflettere, perché è letteralmente annegato in polemiche sterili tra gente che ha molto più interesse a fare caciara che a porsi problemi. Ed è un peccato, perché la condivisione istantanea di notizie e informazioni meriterebbe più che un tweet su quanto vorrei sodomizzare la blogger che mi sta sulle scatole. Mi dispiace, continuo a non avere alcuna stima per gente che trae piacere dall’insultare Saviano, la Boldrini o chi per loro, come questo fosse l’apice della ribellione, il massimo dell’anticonformismo. No. È maleducazione. E basta. E la libertà c’entra niente, visto che la libertà non implica l’obbligo: puoi parlare, mica devi, come fanno tutti sulla rete.
Vabbeh, ma quindi? Ma quindi la rete è lo specchio di una società nella quale il disprezzo per la persona è la base fondante vera dei rapporti umani. Offline si vede meno perché ogni gesto ha tutta una serie di conseguenze, mentre online non le ha. E che il disprezzo per la persona sia così capillarmente diffuso non mi stupisce neppure un po’, visto che da almeno due secoli – ma anche da prima, per la verità – la merce è il fulcro intorno al quale ogni cosa ruota. La soluzione, al solito, è quella cosa pallosa che nessuno vuole fare: riflettere. Educare. Insegnare.
Ma tanto anch’io sto diventando una persona piuttosto astiosa, e forse, chissà, hanno ragione loro, e si vive meglio cretini e maleducati.

P.S.
Per chi ieri sera si fosse perso la mia diretta streaming con Francesco Falconi e un bel po’ di blogger, può recuperarla tutta a questo link
http://www.youtube.com/watch?v=ohuTYtG_fcI

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Che ce frega della trama, noi c’avemo Tony Stark, Tony Staaaaaark! o Iron Man 3

Venerdì sera sono andata a vedere Iron Man 3. Non potevo esimermi. Con una buona dose di faccia come il posteriore posso quasi farla passare come una questione lavorativa, e non il piacere di vedere praticamente il mio cinecomics preferito. Comunque. Il titolo vi dice un po’ tutto circa la mia opinione, il resto è chiosa, ma parto per la tangente con una riflessione generale sulla sospensione di incredulità, per cui allacciate le cinture.
Iron Man 3 è un film ammirevole. Lo è perché ti regala due ore e rotti di divertimento continuativo pur mancando completamente di trama, di un cattivo degno di questo nome e sfoggiando buchi di sceneggiatura grossi come voragini. È il trionfo dell’intrattenimento su qualsiasi altra cosa, della sospensione di incredulità su tutto.
Io ho sempre detestato questa tendenza moderna del cinema Hollywoodiano per cui l’effetto speciale e l’azione ad esso connessa sono tutto. È pieno di film con una GC che ti fa vedere cose sempre più incredibili (ma ha anche con standard qualitativi sempre più bassi, devo dire) a fronte di personaggi tagliati con l’accetta, trame inverosimili, sceneggiature risibili. Ecco, in un certo senso Iron Man 3 è la summa di questo atteggiamento: macchissene della trama! Macchissene di metterci un cattivo con una motivazione o un senso! Ti do invece due ore di Robert Downey Jr, che è bravo e piace sia ai signori che alla signore, botte da orbi e battute fulminanti. E la cosa davvero sconvolgente è che funziona. Io mi sono divertita. Non c’ho capito niente, ma mi sono divertita. E non posso dire non mi sia piaciuto, soprattutto se lo confronto con altri cinecomics recenti. Per dire, ma prima del battaglione finale, quanto è inutile e noioso The Avengers? Immaginate un film fatto solo con quei quaranta minuti finali: è Iron Man 3. Ha senso fare una cosa del genere? Non lo so. Io di mestiere racconto storie – con uan ragionevole dose di botte da orbi, per altro – per cui una cosa come questa la considero al limite dello sperimentale. Una storia senza storia. Che piace. Ci devo riflettere. Sia mica fosse l’inizio della fine per noi narratori tradizionali…
Comunque, veniamo ai famosi buchi di sceneggiatura. Aiutatemi a capire, magari sono le mie facoltà intellettive a difettare, magari è tutto chiaro e sono io che non capisco. Ma l’obiettivo del cattivo, qual è? Venedere gli uomini esplosivi…a chi? Mi pare d’intuire che vorrebbe che Tony Stark lo aiutasse a correggere questo “baco” degli omini che esplodono, ma non è che lo faccia con questa convizione così estrema…Si vuole vendicare perché Tony l’ha lasciato sul tetto due ore la notte di capodanno? Allora io dovrei essere in carcere da un bel po’, considerando le buche e le varie blande forme di umiliazione cui la gente mi ha sottoposta negli anni. Cioè, voglio dire, ma davero davero? Ancora: se levarsi dal petto le schegge della granata era così facile, perché Tony non se l’è fatto fare due film fa, al minuto 40 del primo film? E se ha otto miliardi e mezzo di armature nel garage di casa, perché quando la sua si scassa non si fa spedire da Jarvis una di quelle, invece di star lì ad attendere pensoso che la sua si carichi al 100%?
A parte i buchi di trama, però, ci sono anche un paio di cose che proprio non mi sono piaciute, e che secondo me rompono un po’ lo schema felice che vi ho raccontato finora. Per dire, i patetici tentativi di dare il minimo sindacale di spessore al prodotto: tipo Tony con gli attacchi di panico. Che uno che di attacchi di panico ci soffre per davvero dovrebbe andare a crepare di mazzate lo sceneggiatore per quanto l’argomento è buttato là in modo del tutto inverosimile e vagamente ridicolo. Tony Stark è un simpatico cazzone autoriferito che nel film conduce una parabola dalla domanda “ma sarò mica solo la mia armatura?” alla risposta “ah, già, avevo già detto in The Avengers che senza sono comunque un figo”, non ha senso dargli una profondità che non gli appartiene, perché, semplicemente, non è questo che piace alla gente. Non so come sia nei fumetti, ma nei film Iron Man è la risposta ai supereroi coi superproblemi, e la risposta è: ma anche no. Per cui non vedo ragione di renderlo problematico, tanto più che non è mica un tremebondo adolescente à la Spierman, è uno che per gran parte della sua vita ha fatto il mercante d’armi, voglio dire…
L’altro tema buttato là senza ragione – e che mi conduce alla vera pecca del film, a mio parere – è questa larvata critica al sistema della paura che vige nel mondo occidentale. Il Mandarino è l’incarnazione di questa paura funzionale all’esercizio del potere. Tutto bello, per carità, ma inserito con due battute nel contesto giocoso del film non ha senso alcuno. Ma qualcuno veramente pensa che la visione di questo film possa indurre qualcuno a riflettere sulle capacità manipolatorie dei media occidentali? Anche qua: ma che davero davero?
E veniamo al Mandarino. Attenzione spoiler, eh? Allora, i film di Iron Man non hanno mai brillato per inventiva sui cattivi: il primo manco me lo ricordo, e comunque Iron Man ne ha ragione in due secondi netti nel finale. Mickey Rourke, nel due, sembrava promettere faville, ma è completamente irrisolto e, anche qui, tutto si rivela nel finale un fuoco di paglia. Il Mandarino sembrava invece cazzutissimo: machiavellico, spietato, ben caratterizzato dal punto di vista iconografico…Eh, peccato che più o meno a metà ce lo ridicolizzino al massimo, lasciando tutto in mano a Guy Pearce sputafuoco, che, francamente, non ha un’oncia del carisma di Ben Kingsley. Per motivi di gusto personale, a me il colpo di scena sul Mandarino non è piaciuto, perché, ripeto, un cinecomics senza un cattivo carismatico non è. Ma quel che davvero ho trovato fastidioso è la sua insistita ridicolizzazione, per altro con ricorso a battute scatologiche. Non vorrei essere ripetitiva, ma, ancora: ma che davero davero? Ma siamo alle elementari? Ma forse, questa storia del Mandarino è solo una geniale trovata di metasceneggiatura: è l’ennesimo modo degli autori per dirci “ehi, guarda che qua non ci si prendere sul serio ma manco per niente, o non l’hai capito?”. Sarà, non ho molto apprezzato.
Infine, ultima nota di demerito, ok far ridere per tutto il film, ma quando Iron Man si suppone sia incazzato come una biscia perché Pepper s’è fatta un carpiato di sessanta metri tra le fiamme no. Quando c’è il pathos c’è il pathos, tanto più che per tutto il film mi avete spiegato che Pepper è l’unica cosa che salvi Tony dalla megalomania patologica, l’unico suo legame col mondo dei normali. Lei è probabilmente morta e lui che fa? Un par di battute. Ma che davero davero (reprise)? Lì ho sperato in una Pepper di fuoco alta sessanta metri che emergesse dalle fiamme solo per pigliarlo a pizze in faccia. Assieme agli sceneggiatori, ovviamente.
Comunque, al netto il film m’è piaciuto. Poi, nessuno (e soprattutto nessuna) di noi può negare la sostanziale identità tra Robert Downey Jr. e Tony Stark, che sono fatti l’uno per l’altro e funzionano alla grande insieme. Togli Robert Downey Jr. e il film sostanzialmente non esiste. Però, non lo so. Un po’ ho nostaglia di quei bei film di una volta che ti davano il personaggio (e l’attore) figo, tante belle battute, tanta azione ma anche una storia, del pathos e dei personaggi. È così difficile fare una cosa così? È così impossibile replicare Indiana Jones, per dire? Pare di sì. Vabbeh. Ci rassegneremo. Il problema è che ciambelle del genere raramente escono col buco, e Iron Man 3 è solo un’eccezione; senza contare che Robert Downey Jr. è uno solo, e non ne vedo altri simili in giro. Ma forse son solo io ad essere vecchia e a non capire.

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Oooops…

Allora, come al solito ho fatto un po’ di casino: allora, non è stasera la presentazione virtuale, è domani sera, 13 maggio, ore 21.30. Il link è questo qua sotto.
www.youtube.com/user/uncannynerdz
Scusate, purtroppo a me il caldo fa davvero male :P .

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