Archivi del mese: giugno 2013

Post eventum

Sicché, anche quest’anno Anteprime è passato. È stato molto piacevole, non fosse stato per il clima assolutamente autunnale del tutto.
Innanzitutto, grazie a tutti quelli che son venuti ad ascoltarmi, a farsi firmare qualcosa, a salutarmi. È sempre un grandissimo piacere. Ve l’ho già detto, ma ve lo ripeto: per me questi incontri sono molto importanti, in un mestiere solitario come questo avere un incontro diretto con chi mi legge è una cosa che mi dà un’immensa carica. La cosa stavolta, poi, è stata ancora più apprezzata stanti le condizioni climatiche :P .
Tutto l’incontro dovrebbe essere stato registrato, per cui, se e quando verrà messo online da qualche parte, provvederò a farvi avere il link. Per chi mi chiedeva se pubblicherò qui il breve pezzo di Prologo che ho letto durante la presentazione, no, non credo: manca un sacco di tempo all’uscita del libro vero e proprio, sarebbe più che altro una crudeltà, o no? :P . Ah, ma ve l’avevo detto che il titolo sarà Il Sacrificio? Ve lo dico adesso :P .
Vi lascio con un paio di foto dal Flickr ufficiale della manifestazione, mentre qui sotto ci sono alcune immagini home made dal marito durante la firma copie. Tra di esse, una curiosità: un pezzo de Il Tirreno in cui vengo affiancata a Orhan Pamuk, che, per chi non lo sapesse, nel 2006 è stato insignitio del premio Nobel per la letteratura. Non so, l’accostamento decisamente blasfemo mi ha intimorita, divertita e, certo, m’ha anche fatto piacere, pur nella paradossalità del tutto. Infine, menzione d’onore a Chiara e Aurora, che non solo hanno vinto l’Xwriting – per la cronca, una gara di scrittura della quale sono stata giurata sabato sera – ma mi hanno anche scritto una simpaticissima lettera. A parte che son dovuta andare a cercarmi le foto di tipo il 90% del cast che mi avete proposto per le Cronache perché sono vecchia :P – però una volta viste le foto li conoscevo tutti, via -, devo dire che avete fatto alcune scelte azzeccatissime, soprattutto per Aster e Ido, devo dire. Ah, vi appoggio tantissimo Ben Barnes che mi aveva fatto innamorare già con Narnia :P .
Bon, vi ricordo che a fine settimana, il 14 giugno, presenterò Francesco Falconi e il suo Muses – La Decima Musa alla Libreria Mondadori di Via Tuscolana, ore 18.30, quindi avremo un’ulteriore occasione di incontro.

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Brevi

Nulla, brevissimo post solo per ricordarvi che oggi pomeriggio, ore 18.30, sono al festival Anteprime, a Pietrasanta, presso il Campo della Rocca, a parlare di Nashira 3. È mi intenzione leggervene anche un pezzettino, pensate un po’ :P .
Bom, per chi vuole ci vediamo più tardi!

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Once Upon a Time 2×20: come rovinare definitivamente un bel prodotto

Come vedete, alla fine ho praticamente resuscitato la rubrica di commento alle puntate dei telefilm. È che in questo periodo sono ossessionata dallo story-telling. Non so, forse sono sull’orlo di una rivoluzione in quel che scrivo :P , ma la mia vita è letteralmente dominata dalle storie. Anyway. Torniamo a parlare di Once Upon a Time, che si avvia verso il finale di stagione. Qui, le precedenti puntate.
Allora, come sapete io non credo granché all’oggettività del bello, in tutti i campi, letteratura compresa. Così tante volte mi sono imbattuta in prodotti con evidenti limiti e difetti che mi hanno comunque catturata e appassionata, che ormai non sto più a guardare il pelo nell’uovo, quanto il prodotto nella sua completezza. Però devo dire che questo The Evil Queen è proprio oggettivamente brutto, e lo è perché, per la prima volta da quando guardo questa serie, i difetti non vengono controbilanciati manco da mezzo pregio, e sono così evidenti e marchiani che fanno arrabbiare. Il punto è che OUAT sembra non avere più un briciolo di passione, sembra scritta con la mano sinistra e ad occhi chiusi da chi ha solo voglia di chiudere tutto al più presto. Non mi capacito di come questa gente abbia potuto scrivere le quaranta puntate precedenti: questo episodio sembra buttato giù da uno che non ha mai scritto nulla in vita sua.
Innanzitutto, si sprecano gli stratagemmi di trama cheap, che c’erano anche prima, per carità, ma adesso c’hanno su delle frecce verdi al neon con su scritto “lo faccio perché sennò non si va avanti”. Tipo Gold e Belle che passano sotto il campanile della biblioteca proprio mentre lassù c’è Hook, in modo tale che il nostro possa vedere che il Coccodrillo è ancora vivo. How convenient, come si suol dire. O Snow e Regina che vagando nel bosco finiscono nel villaggio massacrato proprio mentre la prima sta discettando di come la Evil Queen non sia poi così Evil, e che c’è speranza per tutti, al mondo. Lo “I take it back” di Snow l’ho trovato una cosa devastamente irritante, roba da spegnere il televisore all’istante.
Va bene, siamo nel mondo delle fiabe, un certo manicheismo ci sta, ma francamente personaggi che cambiano idea così, nel giro di tre secondi, perché la sceneggiatura lo vuole prendono la sospensione dell’incredulità e la fanno letteralmente a pezzi. E in una serie del genere la sospensione di incredulità è fondamentale. Già ti muovi sull’orlo del kitsch – ed è anche la tua forza – non puoi tirare troppo la corda.
Ma la cosa più brutta in assoluto è l’involuzione e il massacro perpetrato allo splendido personaggio di Regina: in quest’episodio è semplicemente una cretina. Ma chi mai al mondo può pensare di essere amata dal proprio popolo quando davanti a un villaggio di vecchi, donne e bambini che non vogliono rivelarle dov’è Snow reagisce con ghigno da malvagio fine ti monto mormorando “uccideteli tutti”? No, davvero, chi? Sorvoliamo sul fatto che per motivi ignoti Regina deve farsi trasformare da Rumplestiltskin, mentre, mezza scena prima, a Storybrook, lo fa da sola. Non contenta, una volta trasformatasi, si dimentica immediatamente di non apparire più come Regina e di aver perso i suoi poteri, facendosi quasi decapitare dalle sue stesse guardie. Una scema, ve lo dicevo. Anche lo svelamento del suo piano a Henry, con tanto di successiva cancellazione della memoria di quest’ultimo, urla “spiegone!” da qualsiasi lato lo si guardi. O ancora, in base a quale geniale ragionamento Emma ritiene che Tamara sia il pericolo per Storybrook paventato da Pinocchio?
Tutto nella puntata è farraginoso, la sceneggiatura procede infilando deus ex machina, i personaggi non hanno più senso. Ripeto, io non capisco. La prima stagione era ottima, chiusa in se stessa, l’inizio della seconda filava alla grandissima. Perché non c’è stata un’attenta progettazione di tutta la seconda stagione? Perché quest’episodio sembra scritto in fretta e furia da gente che con questa serie non c’ha mai lavorato. L’unica cosa che mi viene in mente è che, a fronte del calo degli ascolti durante la prima metà della stagione, i produttori abbiano chiesto un cambio di rotta: ed ecco Gold e Regina tornare cattivi, ecco nuovi cattivi spuntare fuori così, a muzzo. Ormai questa serie procede a vista, senza sapere più dove sta andando. Io non credo che anche un buon finale di stagione potrà risollevare la serie, e meno che mai riscattare un episodio così sciatto e francamente brutto.
Mi spiace, mi spiace perché fin qui il lavoro fatto era egregio, e OUAT forse non era eccellenza, ma era un buon prodotto, godibile e con punte di assoluto valore. Ora quelle punte sono controbilanciate da roba come questa, che francamente non doveva proprio andare in onda. Vabbeh, vedremo.

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Buche di potenziale – appuntamenti

Ieri sera ho postato su Twitter uno stato che ritenevo tutto sommato abbastanza neutro, ossia questo

“Oggi sono preda di un inarrestabile crollo nella mia autostima di scrittrice. Così, per completare la consueta sinusoide.”

Non mi sembrava nulla di particolarmente originale, anche perché, eoni fa, spiegai come funziona la mia testa, e introdussi la mitica sinusoide, che regola la mia esistenza da quando ne ho memoria. La sinusoide si applica a molteplici aspetti della mia vita. In alcuni campi, con una fatica infinita, sono riuscita a debellarla, ma in altri resta lei la padrona. Il mio lavoro è uno di questi ambiti. Per me è una cosa tutto sommato normale, persino positiva, direi: sentirsi arrivati e soddisfatti significa essere arrivati alla fine del percorso. Se uno ha scritto esattamente quel che voleva, esattamente come lo voleva, è tempo di fare un altro lavoro. L’insoddisfazione è la molla che ci spinge al miglioramento, ad una continua progressione verso qualcosa di più alto, tipicamente irragiungibile. Per chi ha come modello ideale Il Nome della Rosa è ovvio che la ricerca non potrà finire mai, visto che io non ho né le capacità né il talento per produrre qualcosa di simile. Comunque.
La cosa non è stata percepita allo stesso modo dagli altri Twitteri e dai Facebookari, che sono accorsi in massa a consolarmi e a dirmi che no, ma non mi devo abbattare, qualcuno era anche un po’ irritato, secondo me.
E invece io ho sempre pensato che i minimi della sinusoide siano il prezzo da pagare per fare questo lavoro. Tiè, ero persino convinta che fosse una cosa che capita a tutti gli scrittori. Il fatto è che l’arte è tutta animata da un unico paradosso: il tentativo disperato di tirar fuori dalla testa quello che c’è dentro, e cercare di trasporlo su tela, carta o quel che sia nel modo più fedele possibile. Il problema è che le emozioni sono emozioni, e le parole sono parole, e lo scarto tra le due non può essere colmato. E questo senza neppure contare altre variabili assai importanti: il talento e le capacità, di cui ciascuno di noi è fornito in modo del tutto arbitario, e che modulano ovviamente il risultato dei nostri sforzi. Va da sé che quindi per l’autore l’opera perfetta non esiste, o per lo meno non esiste per me.
Il fatto è che per me scrivere è spesso una questione di esaltazione: mentre lo faccio – e quando mi dice bene, ovviamente, non sempre è così – mi sembra di essere preda di un incantesimo. Ho l’illusoria sensazione che ci sia un filo diretto che dalla mia testa finisce sulla pagina, e trasporta le mie ossessione dall’una all’altra nel modo più efficace. È il momento di godimento massimo, quello per il quale scrivo io, paragonabile a quel che si prova quando si legge un libro che ci piace molto. Solo che “post coitum omne animal triste”; l’illusione di pienezza e simbiosi col creato svanisce, tu vai avanti con la tua vita, il tempo di cattura di nuovo, e quelle ossessioni che ti hanno spinto a scrivere, proprio perché le hai scritte, se ne vanno. Un giorno ti trovi a rileggere quelle pagine, e d’un tratto non capisci più perché ti erano piaciute tanto. È così.
L’ultima volta mi è capitato con la fine di Nashira 3. Gli ultimi capitoli li ho scritti in trance. Era una cosa che mi stavo scrivendo e riscrivendo in testa da circa un anno, e non vedevo l’ora di metterla giù. Un giorno ho scritto 45000 battute, sembravo posseduta, non riuscivo a fermarmi. A un certo punto avrei voluto rificcarmi in testa tutte quelle parole, solo per poterle riscrivere ancora, e ancora, e ancora. Per un giorno ho creduto di avercela finalmente fatta: di aver scritto quel che volevo, e come lo volevo.
Solo che poi il libro è finito, e io sono affondata “nella disperazione dello scrittore che non scrive”, come diceva la Yourcenar – leggi, sono tre settimane che non racconto niente -, l’ossessione del momento, con una certa difficoltà, devo ammetterlo, si è spenta, e intanto è successa una di quelle piccole cose che preludono al disastro. Si tratta sempre di eventi assolutamente insignificanti: un commento buttato lì con noncalance, una riflessione sul futuro, persino l’offerta di un nuovo lavoro. Ma basta. Nasce il dubbio, che piano si alimenta, e più ci pensi e più si ingradisce, fino a quando tutto viene giù. Di botto. È come quelle persone che allineano le tessere di un domino, a formare complesse geometrie, e quando hanno finito, quando hanno posizionato l’ultimo pezzo, ne buttano giù una. A cascata, crolla tutto. E non è tanto che pensi che tutto quel che hai fatto faccia schifo, no: hai il dubbio che faccia schifo, che è anche peggio. Hai il dubbio di essere peggiorata negli anni, hai il dubbio di non essere riuscita a far la differenza mai, neppure con una singola persona, hai il dubbio di aver avuto la tua opportunità di far qualcosa di grande, ma l’hai sprecata e adesso niente, game over.
Ho riletto quelle pagine di Nashira 3 che mi piacevano tanto. E, intendiamoci, non è che adesso non mi piacciano più. Sono ancora convinta di quel che ho fatto, ma ugualmente le riscriverei tutte. Forse lo farò in editing, chissà. Ma so che questo non le migliorerà. Passato un mese, ne sarò di nuovo insoddisfatta come ora.
Il fatto è che io credo che questi periodi di nero mi servano. È tutto un drammatico equilibrio sull’abisso, perché lo scoramento ti può bloccare – e quante volte l’ha fatto, nella mia vita – ma è anche un pungolo. Io ho bisogno di tutto questo, come il tossico che ha bisogno della sua dose, anche se sa che lo avvicina di un passo di più alla tomba. Sono queste le ossessioni che nutrono la mia continua ricerca, questi i sentimenti che mi spingono ancora e ancora a scrivere, e sì, forse è sempre la stessa storia, ma è così perché io con quela storia non ci ho ancora fatto i conti. Non è come la vorrei, non è come la sento qua, sotto lo sterno. Non sarà mai come la voglio, lo so, ma devo continuare a provare, non posso fare altro, è la mia natura.
In fin dei conti, è uno dei molti prezzi che la vita esige. Tutto costa qualcosa. Quest’avventura mi costa questo, e considerando quanto mi diverta, mi serva scrivere, e le soddisfazioni che mi dà, è un prezzo che pago volentieri. Per cui, non vi preoccupate quando scrivo stati del genere: non cerco attenzione, né sto meditando il ritiro dalle scene. Vi sto solo spiegando come funziona la mia testa. E ora, veniamo alle cose serie :) .
Questo fine settimana sarò a Pietrasanta per Anteprime, il festival nel quale gli scrittori parlano della loro prossima opera. Per me, si tratta di Nashira 3. Nashira 3, l’avrete capito, è un libro cui sono molto legata; lo sento, più degli altri, non so neppure dirvi il perché. Dovrò fare lo slalom tra gli spoiler per parlarvene, perché, come vi ripeto da due anni, Nashira è molto più di quel che si è visto finora, e quel molto viene in parte spiegato da questo libro. Inoltre, succede una cosa importante, forse anche un po’ controversa, via, ma spero vi piacerà. L’appuntamento è il 9 giugno, ore 18.30, al Campo della Rocca.
Il 14 giugno, invece, ore 18.30 presento Francesco Falconi e il suo Muses 2 – La Decima Musa a Roma, alla Libreria Mondadori di Via Tuscolana.
Il 18 giugno, ore 18.00, l’appuntamento è alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, sempre a Roma, dove presenterò Francesco Gungui e il suo Inferno.
Infine, il 22 e il 23 giugno parteciperò al Cavacon, a Cava dei Tirreni. Tre appuntamenti: il 22, ore 12.30, presso lo Space 1, presenterò la prima Trilogia de La Ragazza Drago, mentre alle 16.00, presso lo stand Mondadori, ci sarà una firma copie. Il 23, invece, ore 11.00, assieme a Barbara Baraldi terrò un workshop sulla scrittura allo Space 1/Sala Teatro.
Come vedete, giugno intenso e tante occasioni di vederci. A presto!

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