Archivi del mese: luglio 2013

18 luglio 2013

Il 18 luglio del 2003 faceva piuttosto caldo. Io non ero ancora al massimo della mia cicciottaggine, ma pesavo buoni 12 kg più di adesso. Indossavo una casacca bianca ricamata di lino che amavo molto, col collo coreano, e un paio di pantaloni larghi, che all’epoca indossavo spesso. Ricordo anche le scarpe: un paio di sandali aracioni con delle grosse perle di vetro.
Ero arrivata all’appuntamento con un anticipo pazzesco, e, va da sé, l’attesa mi stava attorcigliando lo stomaco come non mai. Stavo in piedi a Piazza di Spagna, insieme a Giuliano, e aspettavo. Le foto le avevo viste online, ma da una foto è difficile riconoscere una persona che non si è mai vista, tanto più che la persona in questione, l’avrei scoperto di lì a qualche minuto, era nell’unico periodo della sua vita senza barba, e quindi, rispetto alle foto che avevo visto io, irriconoscibile.
La cosa era cominciata con una telefonata la settimana prima. Una telefonata alle tre del pomeriggio, mentre giocavo a Risiko sul pc. Avevo dovuto farmi declinare le generalità tre volte, un po’ perché non riuscivo a trovare il tasto per spegnere le casse dello stereo che diffondevano suoni di colpi di cannone, gemiti di soldati moribondi e squilli di tromba, un po’ perché non riuscivo proprio a crederci.
«Sono Sandrone Dazieri, chiamo da parte della Mondadori».
La terza volta il tizio al di là della cornetta l’aveva ripetuto ridacchiando.
Non c’eravamo detti molto, durante quella telefonata: giusto il tempo di prendere un appuntamento da lì ad una settimana. Io, che Roma l’ho sempre conosciuta malissimo, non avevo trovato di meglio che fissarlo a Piazza di Spagna, dove trovarsi nella calca di turisti è sostanzialmente impossibile.
Buttata giù la cornetta, avevo saltato in giro per casa per cinque minuti buoni. Come al solito, dopo quei cinque minuti erano iniziate le pippe esistenziali: è uno scherzo, è una truffa, non è vero. Poco contava che Google mi confermava che esisteva uno scrittore che si chiamava Sandrone Dazieri e pubblicava con la Mondadori. Nella mia testa queste cose succedevano sempre agli altri.
Passata l’ora dell’appuntamento, iniziai a preoccuparmi. Per fortuna c’eravamo scambiati i numeri di cellulare. Avevo individuato un tizio in attesa sotto la colonna dell’Immacolata che non coincideva per niente con le foto che avevo visto, ma che evidentemente era alla ricerca di qualcuno. Chiamai, ed ebbi conferma che si trattava di Sandrone Dazieri.
«Piacere, Licia».
«Piacere, Sandrone».
«Lui è Giuliano».
«Ah, la guardia del corpo».
Cazzo, ho cominciato male, mi maledissi mentalmente. In ogni caso, cercai di tenere botta. Occorreva trovare un posto dove parlare in pace, e a me non ne veniva in mente neppure uno. A Piazza di Spagna ci andavo a pomiciare da ragazzina, al massimo avevo mangiato un paio di volte dal McDonald, e non mi sembrava il caso.
«Allora andiamo al bar del mio albergo».
Il posto lo ricordo come molto buio; un bell’hotel di design o giù di lì, ma tutto coperto di graniti e marmi scuri. Presi un bicchiere d’acqua gassata, dovevo restare bella lucida e già ci pensava l’ansia a confondermi tutto.
Ricordo che tenni un atteggiamento da persona per nulla impressionata per tutta la discussione, mentre dentro di me mi dicevo: “Ma davvero? Un contratto? Cioè, volete anche pagarmi??”. Giuliano me lo disse sulla strada del ritorno, vagamente preoccupato.
«Ma…e l’università? Vuoi mollare così?».
Di tutto l’ambaradan, comunque, registrai sostanzialmente due cose.
«Io sono quello in Mondadori che si occupa di tutto ciò che non è letteratura» disse Sandrone passandomi il bigliettino da visita, e io ci rimasi un po’ male. Venivo dal classico, pensare che avessi scritto una roba che non era letteratura mi deprimeva alquanto. La seconda era che Sandrone era stato chiaro: noi ci si prova. Lavoriamo un po’ sul libro – si parlò già di dividerlo in tre parti – se ci piace il risultato finale lo pubblichiamo, e poi vediamo. Può andare bene come può andar male. Nella mia testa il discorso divenne automaticamente: il tuo libro non vedrà mai la luce del sole. Questo non mi scoraggiava. Avevo un’opportunità, per me era già una gran cosa che la Mondadori fosse interessata a quel che avevo scritto, il resto sarebbe stato un di più. Da allora ho preso sempre tutto così: io faccio quel che devo, che è quello che davvero conta, poi quel che arriva è sempre un regalo. Probabilmente è anche per questo che le cose mi sono andate spesso bene. Comunque.
Ci lasciammo con la promessa che avrei ricevuto il contratto.
Nei giorni successivi ho avuro dei momenti in cui ero convinta che tutto nella mia vita sarebbe cambiata. Non avevo ben presente che vita facesse lo scrittore, favoleggiavo di una fama che tutto sommato mi spaventava anche. Però poi il tempo passava, io facevo la stessa vita di sempre, e smisi di pensarci. La verità è che non credevo che sarebbe successo tutto quello che è capitato dopo. Non pensavo che avrei venduto, non pensavo che avrei avuto successo, non immagivano che questo sarebbe diventato il mio lavoro. Quando vidi il mio libro sullo scaffale mi parve già un mezzo miracolo. E lo era, più passano gli anni più me ne convinco. Ma è cominciato tutto così, il 18 luglio di dieci anni fa. Tantissime cose sono partite da lì, cose che spesso hanno anche marginalmente a che fare con la scrittura. La vita è un’infinita ramificazione di cause ed effetti impossibili da risalire, di coincidenze, sudore e fortuna mescolati in differenti proporzioni.
Peso 12 kg meno di allora, ho un marito e una figlia e faccio la scrittrice di professione, ma tutto sommato non sono cambiata poi così tanto da allora. A 23 anni forse avevo già trovato la mia dimensione, e probabilmente questo mi ha salvata.
Sono passati dieci anni e sembrano dieci giorni.
Grazie Sandrone, a noi e a tanti altri anni di lavoro assieme.
E grazie anche a Massimo, che ho incontrato dopo, ma che non è stato meno importante.

12 Tags: , ,

A Guillermo Del Toro Hideaki Anno glie spiccia casa

Da bambina non sono mai stata appassionata di robottoni. Non sono sempre stata il maschiaccio di adesso, tante cose degli anime e dei fumetti le ho scoperte grazie a mio marito, e negli anni ’80, come tante bimbe, ero appassionata di maghette. Anche in seguito, l’unico cartone di robottoni che ho mai seguito con una certa passione è stato Neon Genesis Evangelion (no, non vi attacco il pippone, cosa ne penso dovreste saperlo, perché l’ho detto spesso). Però, Pacific Rim volevo vederlo a tutti i costi. Sarà che Guillermo Del Toro mi ha conquistata con Il Labirinto del Fauno, probabilmente il mio film fantasy preferito; sarà che ho adorato gli Hellboy, ma volevo, fortissimamente volevo andarlo a vedere.
L’ho fatto sabato. Per un problema di orari, sono andata a vederlo in 3D; non è stata una scelta. Io odio il 3D. M’è piaciuto solo in Avatar, già ne Lo Hobbit mi ha fatto venire il mal di testa. Comunque, non avevo altra scelta.
Mi sono seduta in sala con un hype a livelli stratosferici. Forse questo inficia il mio giudizio su Pacific Rim, ma devo dirvelo: a partire dal minuto 1 mi ha conquistata. Niente da fare, è il blockbuster perfetto, un film che spero faccia una vagonata di miliardi di dollari, perché i film d’azione si fanno così. Damon Lindeloff, siedi al cinema e guarda come si fa un film in cui quando esci non devi farti uno schema per capire chi e perché ha fatto cosa.
Pacific Rim è innanzitutto un atto d’amore: Del Toro è uno di noi, da bambino avrà visto Mazinga e si sarà commosso, la sua vita è cambiata e ha deciso di prendere tutto quel che ama in tema kaiju e robottoni e infilarlo nel suo film, così traboccante di citazioni, riferimenti e omaggi vari che quelli come me si sentono aprire il cuore. C’è Cloverfield, soprattutto nel prologo, ma anche nel meraviglioso flashback di Mako, c’è Godzilla, c’è Evangelion – Evangelion c’è a paccate, ve lo dico – c’è Mazinga, ma c’è anche Indipendence Day, e io c’ho visto persino Star Wars, pensate un po’. La trama è semplice, lineare, i personaggi devastantemente topici – l’eroe ferito e riluttante, la ragazzina debole e cazzuta al tempo stesso e, ça va sans dir, giapponese, lo scienziato pazzo – ma Guillermo è uno che queste cose le conosce così a fondo, le ha interiorizzate ad un tale livello che sa sempre quando toccare le corde giuste. Quel che voglio dire è che, sì, la storia è banale, sì, lo sono i personaggi, ma Del Toro queste le cose le sa, e sono volute, perché un film di robottoni non è un film di robottoni senza questi elementi. Allora, invece di andare a inseguire un’impossibile originalità, aderisce visceralmente al tema, ci si butta sopra a pesce cercando di tirare fuori il meglio dai topoi con cui lavora. E ci riesce.
Il film è coinvolgente. Nonostante si menino – e come si menano…e adesso ci arrivo, abbiate pazienza – per il 70% del film, il restante 30% non è affatto riempitivo tra una mazzata e l’altra. È il cuore del film, e ti permette di appassionarti tremendamente alle storie dei personaggi, persino di quelli minori. Ti interessa che non muoiano, ti commuovi ai loro traumi, vorresti entrare nello schermo e pigliare a cazzotti i kaiju assieme a loro. Io non lo so come fa Del Toro a ottenere questo miracolo: è l’unico, assieme, in misura minore, a Peter Jackson, a riuscirci nel cinema d’azione di oggi, ma ce la fa. Quando guardi la perfezione dei suoi film ti sembra facilissimo, perché è evidente che a lui riesce facile, ma a quanto pare non lo è, perché io un film che mi esaltasse a questi livelli non lo vedevo da dieci anni, da King Kong, probabilmente, che comunque gli è inferiore, o dalla Compagnia dell’Anello, che comunque in me tocca corde differenti.
Pacific Rim, poi, trasuda passione. Da parte di Del Toro, certo, ma anche di tutti gli altri, fino all’ultima delle comparse. La percezione è che Del Toro si sia divertito come un pazzo a girare questa cosa, e ci abbia messo tutto quello che voleva e gli piaceva, fregandosene di tutto il resto, e questo già è esaltante.
Ma veniamo all’aspetto visivo. Io mi sono commossa. Del Toro ha questo modo di inquadrare i jaeger che te li fa sembrare giganteschi. Ti senti sperduto, piccolissimo di fronte a questi giganti. E poi sembrano veri; ti sembra che uscito dal cinema ne troverai uno parcheggiato affianco alla tua 500, ti ci infilerai dentro e ci tornerai a casa. Il modo in cui si muovono, l’aspetto esteriore stesso, tutto è vero e gigantesco. Ti senti piccolo piccolo davanti a loro, annientato da una bellezza senza paragoni. E in questo, lo devo ammettere, il 3D gioca un ruolo fondamentale. In generale, il 3D è inutile, quando non dannoso. Ricordo che ne Lo Hobbit trovavo difficile riuscire a seguire le scene d’azione perché si sdoppiava tutto. In Pacific Rim no. In Pacific Rim è sempre tutto chiarissimo. Si capisce perfettamente cosa sta succedendo, si segue scena per scena, cazzotto per cazzotto, senza che ti faccia male la testa, senza che ad un certo punto tu ti chieda: ahò, ma qua come ci siamo arrivati? E questa ormai non è una cosa banale neppure nel cinema d’azione in 2D; ricordo che quando vidi La Leggenda degli Uomini Straordinari – una roba che per altro vorrei brasarmi dalla memoria, perché di epica bruttezza – i combattimenti erano incomprensibili. Sembravano girati da uno col Parkison terminale, tutto si riduceva a macchie di colore vagamente interagenti. Mah. In Pacific Rim no. Siccome si menano in modi mai visti prima, Guillermo ci tiene a farci vedere con chiarezza che succede. E si capisce tutto.
Come si menano. Che dire. Dopo ormai quasi venti anni di computer graphic in cui abbiamo visto di tutto, Guillermo Del Toro riesce ancora a stupirci con scene d’azione clamorose quanto a inventiva e ignoranza. Sì, è un film ignorantissimo, di quelli in cui l’audio dovrebbe essere a palla, in modo tale che il pubblico possa vociare, fare il tifo e tirare il pop corn allo schermo. Esci e hai voglia di spaccare qualcosa. Vorrei farvi qualche esempio per farvi capire, ma non voglio rovinarvi l’effetto “wow!!” di moltissime scene. Ci sono dei momenti in cui ti dici “no, vabbeh, adesso non può succedere anche questo” e invece lo vedi succedere, paro paro, e altri che ti strappano l’urletto di ammirazione perché, ahò, mica te l’aspettavi.
Insomma, io non riesco a trovargli un difetto manco a volerlo. Perché quelli che sono evidentemente difetti, Del Toro li trasforma in consapevoli pregi. Ripeto, è perfetto, sotto ogni punto di vista. L’unico punto da evidenziare è che, ovviamente, non è un film per tutti. Questa roba ti deve piacere. Devi essere pop nel profondo, o ti sembrerà una cosa stupida ed esagerata. È un film che spinge parecchio sul pedale dell’esagerazione, e per questo non può piacere a tutti.
Nota di merito alla colonna sonora, composta con tre note in croce ripetute allo sfinimento, che però funziona alla grande nel pompare al massimo lo spettatore. Io è dai ieri sera che ogni tanto, out of the blue, me ne esco sol tema portante del film.
Insomma, io ve lo consiglio. È il film di robottoni definitivo. È l’essenza del pop. Sono due ore e passa di divertimento continuativo. È un film come ne dovrebbero fare uno al mese.

18 Tags: , , ,

Muse @Stadio Olimpico, Roma

La prima volta che andai a sentire i Muse era il 2006; li conoscevo da due anni, praticamente non ero mai stata ad un concerto ed ero una loro fan assolutamente sfegatata. Il luogo era il Palalottomatica, loro avevano da poco pubblicato Black Holes and Revelations, il loro quarto album, e il tutto era abbastanza sobrio: il palco era abbastanza piccolo, l’unico effetto speciale era una specie di caffettiera che si alzava e si abbassava sopra Dom, e uscii dall’esperienza praticamente sorda da un’orecchio. Il Palalottomatica ha un’acustica che fa schifo. Comunque, ero assolutamente esaltata. Era stato fantastico, mi ero svitata il collo a furia di headbanging, avevo vissuto momenti di esaltazione totale.
Sono passati sette anni da allora. Nel frattempo li ho visti altri tre volte, e, certo, ne è passata di acqua sotto i ponti. Ammetto anche che ormai i Muse non sono più quella roba lì che ascolto tutti i giorni, più volte al giorno, e l’idea di tornare a vederli mi piaceva, sì, ma non mi causava più quell’ansia mista a esaltazione delle volte precedenti. Sarà l’abitudine, l’età adulta, forse semplicemente è naturale che sia così.
E poi.
E poi il 6 mi ritrovo allo Stadio Olimpico, che così pieno non ho visto mai. Sono vestita come una sedicenne, e non mi interessa cosa la gente ne pensi. Alle 20.45, spaccando il minuto manco fossero svizzeri, i Muse si producono nella prima schitarrata della serata, e la loro musica mi colpisce all’improvviso là dove sono sempre stati, sotto lo sterno, tra stomaco e cuore, in quel luogo dove vive tutto ciò che più profondamente mi appartiene, e semplicemente quei sette anni scompaiono. Io sono di nuovo la ragazzina che li scopre per tirarsi su mentre il fidanzato è all’estero per la tesi di laurea, sono di nuovo la venticinquenne che si spara Fury nelle orecchie a tutto volume, di notte, mentre attraversa il Tirreno di ritorno dalle vacanze, sono di nuovo quella con la maglietta tirata su fin sotto al seno che balla impazzita al Palalottomatica.
Perché la verità è che se hai davvero amato una cosa, se ha fatto parte del tuo percorso esistenziale, allora quella cosa non ti abbandonerà mai, per quanto tu possa allontanarti e seguire altre strade. E i Muse sono ancora e sempre con me. Perché raccontano le mie debolezze e la mia eterna lotta contro le mie paure quando Matt canta “I want to be free from desolation and despair”, perché io credo davvero che “love is our resistance” e non posso fare a meno di pensare a Ido e alla sua ultima battaglia quando nell’aria urlano le note di Knights of Cydonia. La musica dei Muse mi somiglia e mi descrive, e per questo non mi lascerà mai.
Molta acqua è passata sotto i ponti, dicevo, e non solo per me. All’Olimpico il palco stavolta era grandioso, con tanto di fiammone gigantesche che ci proiettavano in faccia il loro calore anche a decine di metri di distanza. C’erano attori, una ballerina che volava nel cielo, e un sacco di effetti speciali di ogni genere che hanno aggiunto moltissimo all’esperienza generale, certo. Ma la musica è sempre quella, e soprattutto invariata è la loro capacità di coinvolgere il pubblico, di essere impeccabili da un punto di vista meramente esecutivo (Dom ha fatto i numeri da circo, lo giuro, e la voce di Matt è qualcosa di straordinario quanto a potenza ed espressività) e al tempo stesso di far sentire sessantamila persone un cuore solo. Ovunque mi girassi, in qualsiasi momento, ho visto solo facce sorridenti e gente che ballava. E questa è una cosa assolutamente straordinaria. Si possono dire tantissime cose dei Muse, si può non apprezzare l’aspetto più magniloquente e vagamente kitsch della loro musica, ma dal vivo sono inattaccabili: è qualcosa che si può capire solo andandoli a sentire. E non si tratta solo di essere straordinari musicisti e professionisti. Si tratta di saper trasmettere qualcosa, tantissimo, alla gente.
I momenti splendidi sono stati tanti: l’attacco è stato meraviglioso, Plug In Baby, sparata così, per terza, è stato uno straordinario colpo al cuore, per non parlare del fantastico terzetto Unintended, Blackout e Guiding Light (la seconda soprattutto, una delle loro ballad più belle e intense), con l’acrobata che volava sul pubblico. La scaletta è stata perfettamente dosata: appena ero stanca per il troppo urlare e ballare, ecco una sezione più melodica per riprendere fiato, e abbandonarsi ad emozioni più intime, ma non meno profonde. Insomma, tutto è stato fantastico: l’aspetto spettacolare, che prima mancava completamente ai loro concerti, la musica, la gestione di tempi e ritmi…e la durata. Due ore e mezza praticamente ininterrotte di musica.
Che aggiungere. Io sono davvero tornata ragazzina. Ho urlato e ballato tutto il tempo, come fossi da sola in mezzo alla folla. Non mi interessava di essere ridicola, di essere stonata e di non saper ballare: ci sono dei momenti in cui bisogna semplicemente lasciarsi andare, e un concerto per me è questo, l’unico rito di massa cui partecipo volentieri, perché non c’è violenza, non c’è prevaricazione in sessantamila persone che ballano e si divertono.
È stato fantastico, l’avrete capito. Da ieri mi fa male un po’ tutto: il collo, gli addominali, sostanzialmente ogni fibra del mio corpicino, che si avvia ai 33 e dunque non è più tonico come sette anni fa. Ma mi fa piacere: con la testa io sono ancora là, e dunque mi fa piacere starci ancora anche col corpo. È stato un po’ come ritrovare una parte di me che non ricordavo, con cui non ero in contatto da molto tempo. Spero di ritrovarla presto, quando tornerò a sentirli, di certo, al prossimo giro.

11 Tags: , ,

Il corpo privato

Ieri ho letto due articoli che possono sembrare difformi, ma che mi hanno stimolato le stesse riflessioni.
Uno è questo, sull’allattamento al seno, e l’altro è la tristissima polemica sui pantaloncini delle ragazzine. Circa il secondo, come tutte le polemiche cretine sul web, s’è diffuso peggio di un virus, con controarticoli e riflessioni di vario genere. Che sono giusti, per carità, tant’è vero che anch’io son qua a parlarne, ma mi fa una tristezza immensa pensare che siamo ancora qua a parlare dei centimetri di carne esposti come se fossero quelli a fare la differenza in uno stupro.
Comunque. Accomuno i due articoli perché entrambi parlano del corpo delle donne e dei limiti della sua libertà.
Un uomo, tutto sommato, può fare quel che vuole del suo corpo. Non ha codici di abbigliamento specifici da rispettare per uniformarsi alla morale – a parte l’andare in giro nudi, ovviamente – e nessuno gli dirà mai che l’hanno picchiato perché aveva i pantaloncini corti piuttosto che i jeans. Le donne no. Il loro corpo è da sempre campo di battaglia, per via di questa cosa benedetta e maledetta insieme che è la maternità. Poiché la maternità – non completamente a torto, certo – viene intesa anche in senso sociale (è il modo con cui la specie si propaga e si mantiene), tutti si sentono in diritto di mettere bocca sull’uso che una donna fa del suo corpo. Un corpo femminile non appartiene solo alla sua proprietaria: viene percepito come un “corpo sociale”, sul quale la colletività si sente autorizzata a legiferare. Mi spiace, non funziona così.
Io sono stanca di sentirmi di continuo dire cosa devo fare col mio corpo. Sono stufa del paternalismo di certe organizzazioni per la promozione dell’allattamento del seno, che ti trattano come una cretina che non sa usare le proprie tette se non è guidata da un esperto, tipicamente un’altra donna, segno che i maschi son stati bravissimi a inculcarci in testa le loro idee su come le donne debbano comportarsi. Se non allatti al seno sei una degenerata che non ama a sufficienza suo figlio, se ti va via il latte è perché “non eri abbastanza motivata”, o non ti ha motivato a sufficienza il tuo medico, o tua madre, o chiunque la società ritenga autorizzato a insegnarti come si cresce la prole. E a me allattare piaceva. Solo che ogni piacere perde attrattiva quando non è qualcosa di liberamente scelto, ma imposto. E sono anche stanca di non poter essere libera di vestirmi come mi pare, e avere come unico limite le leggi sugli atti osceni in luogo pubblico e il mio personale senso del pudore. Ogni volta che esco da sola, o con un’amica, devo star lì a scegliere oculatamente l’abbigliamento, perchè ho paura: ho paura che la gonna troppo corta venga interpretata come un segnale di disponibilità sessuale, ho paura che il tacco urli “disponibile!”, che il jeans stretto attiri i commenti volgari della gente per strada. No, non mi piace l’apprezzamento fatto dallo sconosciuto che mi passa accanto, no, non mi lusinga il fischio. E la cosa che mi fa incazzare di più è che a fermarmi è la paura, cioè, in fin dei conti, me stessa. Ci hanno infilato così a fondo in testa l’idea che l’uomo è predatore, e che se vede due centimetri di coscia non capisce più niente, che non c’è neppure bisogno di divieti specifici: ci censuriamo da sole. E questo è orrendo.
Vi dico una cosa: la minigonna non la metto perché voglio rimorchiare, il tacco non lo uso per dare segnali di disponibilità sessuale. Ho trent’anni, sono consapevole di me e del mio corpo, questa è probabilmente l’unica età nella mia vita in cui percepirò così chiara l’unità tra il mio spirito e il mio fisico, fisico per altro che ho modellato, costruito sui miei desideri, affinché fosse il più simile possibile alla mia anima, con anni di sacrifici. Per questo lo espongo. Perché parla di me. Esprime il mio percorso, è una mia personale vittoria, racconta la mia storia. E non c’è niente di sessuale in questo, e nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a leggerci altro che questo: una libera espressione dell’io.
Ma purtroppo non viviamo in un mondo fatto così. Viviamo in un posto dove non si insegna il rispetto agli uomini, ma la paura alle donne. Non è libertà questa, non è piena libertà se io non posso esprimere me stessa nei modi e nelle forme che voglio, modi e forme leciti e tollerati invece per gli uomini.
Rifletteteci. Non siete voi che “non dovete farvi stuprare”; sono loro che vi devono rispettare. E questo rispetto passa anche attraverso la consapevolezza che il corpo è mio, e solo io posso disporne. Solo io decido come e quando offrirlo ad un uomo, o quando letteralmente affittarlo ad un altro essere che crescerà dentro di me, solo io decido se e quando usarlo per sfamare mio figlio. Queste sono tutte cose estremamente intime, che pertengono lo spirito, che nessuno può imporre per legge. Certo, è giusto che ci sia una corretta informazione sui pro e i contro dell’allattamento al seno e artificiale, ma la scelta alla fine deve essere delle donne, che non devono essere colpevolizzate per quel che decidono di fare. Mia madre mi ha allattata pochissimo, a tre mesi ho iniziato a bere il latte vaccino, perché all’epoca si faceva così – mentre adesso ti tolgono la patria potestà, se ti azzardi – e non mi sembra di essere venuta su così male, né fisicamente né psicologicamente. Ok, sono ansiosa, ma con gli anni, guardandomi intorno, mi sono accorta di non essere la sola, e neppure quella col caso più grave.
Io sogno un mondo in cui le donne siano libere davvero, in tutto, e non schiave della paura, perché è così che ci stanno ingabbiando tutte. E la cosa che mi fa incazzare è che questo mondo, secondo me, è a portata di mano, e nessuno lo vuole realizzare. Le donne in primis. Purtroppo stamattina non uscirò in shorts, perché non posso farcela a tollerare gli sguardi e ad affrontare la paura. Ma non dovrebbe essere così, dannazione, non dovrebbe.
Vi lascio con due segnalazioni. La prima è questo racconto tremendo di uno stupro: in uno stato di diritto una persona è innocente fino a prova contraria, giustissimo, ma questo sacrosanto diritto non può e non deve trasformarsi in un’umiliazione continua delle vittime, colpevolizzate solo perché non si adeguano al modello di donna dominante. L’altro è questa splendida immagine, che dice moltissimo su quanto il nostro corpo sia un campo di battaglia.

16 Tags: , ,

Lui è Tornato

Di recente ho letto un libro straordinario. In verità è in generale una buona annata, ho infilato molti bei libri di recente, ma di questo vi parlo non solo perché è molto bello, ma perché lo trovo necessario. Si chiama Lui è Tornato, di Timur Vermes. La trama è presto detta: Hitler si risveglia ai nostri giorni. Ha viaggiato nel tempo. Anche se sono passati quasi settant’anni dalla sua morte, però, non è molto cambiato, e il suo obiettivo rimane uno solo: il potere assoluto per sé e per la Germania. Cambiano solo i mezzi: stavolta, Hitler si imporrà con la televisione, diventando, udite udite, un comico. La sensazione di dejà-vu che molti di voi avranno è dovuto al fatto che la cosa, ahimé, è estramamente plausibile.
Innanzitutto, il libro è divertentissimo. Per ragioni di trama e sviluppo, lo associo ad un altro libro straordinario:
A Volte Ritorno. Lì tornava Gesù, qui sostanzialmente il diavolo, ed entrambi gli autori scelgono la via dell’umorismo e della satira per spiegarci questi ritorni.
Lui è Tornato è un libro appassionante, divertente, e la cosa non è affatto scontata, visto che tutto è raccontato dal punto di vista di Hitler, che parla in prima persona. Pensateci: l’autore riesce a farci appassionare ad un personaggio come Hitler, che, nell’immaginario contemporaneo, rappresenta la più forte incarnazione del male assoluto. Ed è proprio dalla sensazione di straniamento che si prova all’idea di parteggiare per Hitler che nasce la riflesione. Perché Lui è Tornato non è solo un libro divertente e appassionante: è soprattutto una riflessione spietata sui nostri tempi e sul rapporto tra masse e capo carismatico.
Ho letto un paio di interviste di Vermes, e lui sostiene che sostanzialmente la Germania non ha ancora fatto davvero i conti col suo passato nazista. La vulgata racconta di un Hitler cattivo che ha preso il potere con la forza, e addossa al dittatore tutta la responsabilità dell’accaduto. Peccato che Hitler divenne cancelliere con mezzi democratici, e che nessun dittatore può rimanere al potere senza l’appoggio di una fetta consistente della popolazione.
Ecco, Vermes svela il legame oscuro tra dittatore e folla, rivela a noi stessi un desiderio tremendo che ci abita tutti, quello di abbandonarsi completamente alle farneticazioni del Capo, che ci libera dal peso del dover pensare con la nostra testa e ci dà una descrizione del mondo rassicurante. Certo, il nazismo rappresenta per il popolo tedesco una ferita, e dunque la sua rinnovata affermazione non avviene così, senza qualcosa che renda sopportabile il ritorno di certi simboli. Pian piano la popolazione si riabituaall’idea di un Fhürer, al saluto nazista e alle deliranti teorie della razza grazie all’idea che, tutto sommato, sia solo ironia, che quello di Hitler sia un gioco. Pensateci: funziona davvero così. I contenuti più aberranti sono stati proposti recentemente sotto la patina della “libertà di satira”, e sono in tanti quelli che di fronte ad un Borghezio che disinfetta i vagoni del treno dove siedono le prostitute ride, dicendosi che è una provocazione, e intanto si dice che sotto l’eccesso c’è comunque un fondo di verità. Ecco, quando si fa così si scherza col fuoco. Negli anni ’30 molti pensavano di poter neutralizzare Hitler, e non lo prendevano molto sul serio quando diffondeva la sua ideologia. Hitler li ha schiacciati tutti.
L’Hitler del libro, come quello reale, del resto, non è un grand’uomo: è un poveretto che ciancia di cose che non capisce, prigioniero della sua delirante logica. Ma ha una sola, straordinaria capacità, e l’intelligenza per usarla: conosce la psicologia delle masse, e sa affascinarle. La chiave del suo trionfo sta tutta qua. Hitler fa leva sui sentimenti più oscuri che ci abitanto, sul desdierio di farci solo gli affari nostri, di schiacciare chi non ci piace, nell’illusione di poter bastare a noi stessi. La patina di civilizzazione che ricopre la nostra società è sottilissima, e Hitler la spazza via. Sotto, c’è ancora il razzismo, l’odio, il desiderio di appartenere a qualcosa, anche qualcosa di aberrante, ma che dia un senso superiore alle nostre vite.
Il percorso dell’Hitler di Vermes è terribilmente plausibile, e c’è gente che dopo il ’45 l’ha compiuto tutto con successo. Occorre essere vigilanti, perchè le società democratiche sono assai più vulnerabili di quel che si creda e basta poco per cadere. Vermes questo ce lo mostra chiaramente, spietatamente: sessant’anni di pace non bastano per far penetrare a fondo una vera cultura democratica. Più gli anni passano, più ci dimentichiamo come è potuto accadere quel che è successo, e le tecniche di manipolazione delle masse si affinano sempre più, in forme che spesso non siamo neppure in grado di riconoscere.
Io questo libro qua lo farei leggere nel scuole. S’impara di più su Hitler, il nazismo e la democrazia qua che in tanti libri di storia. Soprattutto Vermes decostruisce il mito, che è il primo passo per non farsi affascinare del demoagogo. Hitler è un populista, le sue capacità iniziano e finiscono nel saper tenere in mano la folla. Eppure basta. Perché siamo sin troppo sensibili al fascino della moltitutdine, all’idea che esista qualcuno in grado di dirci senza ombra di dubbio cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché forse la follia, ricorda Vermes nelle parole di Peter Ustinov, è l’assenza di dubbi, ed è una follia molto, molto comtemporanea.
Consigliatissimo.

Bonus
In quel di Cava, una settimana fa, ho fatto un’intervista coi ragazzi di Isola Illyon: eccovela qua. Io mi sono divertita molto a farla, spero vi divertirete anche voi a vederla :) .

11 Tags: , , ,

Quello che resta, e non è poco per niente

Non ho mai conosciuto Margherita Hack. In primis, per timidezza. Sono fatta così, ho paura di risultare molesta, insignificante o semplicemente stupida. Poi, perché ho la consapevolezza dei miei limiti.
Quattro anni fa, quando aspettavo Irene, mi chiesero di intervistarla per una manifestazione estiva qua a Roma. Io, semplicemente, non mi sentivo all’altezza. E rifiutai. Non me ne sono pentita: cioè, sarebbe ovviamente stato un onore e mi avrebbe fatto molto piacere, ma non me ne sentivo in grado, banalmente, e non me ne sento neppure ora.
Per questo, due sono i ricordi che ho di lei, e che mi sono tornati in mente in questi giorni.
Il primo è anche l’ultimo: era a Torino, davanti a me per fare il check in all’hotel, e notai la sua maglietta. Una t-shirt da ragazzina, tutta nera, con scritto su “Non Sparate sulla Ricerca”. E pensai a quant’è bello quando la gente fa semplicemente ciò che sente e ciò che gli piace, ciò che crede giusto, anche quando tutti da te si attendono la seriosità o la pomposità che la gente associa alla vecchiaia e alla scienza. C’era lo spirito di una ragazzina, in quella maglietta.
Il secondo è una scena di pochi minuti, durante una trasmissione di Piero Angela. Deve trattarsi di molti anni fa, perché ricordo che ero una ragazzina. Si parlava della conservazione del momento angolare, e, per spiegarla, Angela aveva messo qualcuno su una sedia girevole con dei pesi in mano. Quel qualcuno prima girava tenendo le braccia aperte; poi, quando le chiudeva, la velocità di rotazione aumentava. Un principio fisico banalissimo, che si studia alle scuole superiori e al primo anno di università. La Hack volle mettersi su quella sedia, e provare lei, e rischiò anche di cadere, coi pesi sbilanciati da una parte.
La scienza, il perché ci ossessiona e ci affascina, sta tutta in quel minuto in cui Margherita Hack si è messa su quella sedia a giocare con la fisica di base. Qualcosa che conosceva perfettamente, ma ancora la divertiva e la incuriosiva. Dopo tutti gli anni di studi, dopo tutta la sua esperienza di vita.
È la curiosità e l’amore per questo mondo che spinge la scienza. Non c’è modo migliore di esaltare il mistero dell’universo che cercare di dipanarlo. E per farlo, bisogna rimanere curiosi e giocosi come bambini; io la vedo la faccia di Irene, ogni volta che le mostriamo qualcosa di nuovo. Quella curiosità e quello stupore devono restare nel cuore di ogni scienziato, anche se si cresce e si imparano tante cose. Ce ne sono sempre altrettante che ancora non conosciamo, meravigliose almeno quanto quelle note. E questo l’ho capito quella sera guardando la tv.
Per questo m’è sfuggito un “no” quando ho letto la notizia, anche se la morte è la fine del percorso, e, per una persona di novantuno anni, è una cosa tutto sommato naturale. Eh, peccato che naturale non sembri mai. Ha fatto molto, la Hack, per la scienza e non solo. Ma io sono un’astrofisico, e l’astrofisica come me ricorderò sempre.

10 Tags: