A Guillermo Del Toro Hideaki Anno glie spiccia casa

Da bambina non sono mai stata appassionata di robottoni. Non sono sempre stata il maschiaccio di adesso, tante cose degli anime e dei fumetti le ho scoperte grazie a mio marito, e negli anni ’80, come tante bimbe, ero appassionata di maghette. Anche in seguito, l’unico cartone di robottoni che ho mai seguito con una certa passione è stato Neon Genesis Evangelion (no, non vi attacco il pippone, cosa ne penso dovreste saperlo, perché l’ho detto spesso). Però, Pacific Rim volevo vederlo a tutti i costi. Sarà che Guillermo Del Toro mi ha conquistata con Il Labirinto del Fauno, probabilmente il mio film fantasy preferito; sarà che ho adorato gli Hellboy, ma volevo, fortissimamente volevo andarlo a vedere.
L’ho fatto sabato. Per un problema di orari, sono andata a vederlo in 3D; non è stata una scelta. Io odio il 3D. M’è piaciuto solo in Avatar, già ne Lo Hobbit mi ha fatto venire il mal di testa. Comunque, non avevo altra scelta.
Mi sono seduta in sala con un hype a livelli stratosferici. Forse questo inficia il mio giudizio su Pacific Rim, ma devo dirvelo: a partire dal minuto 1 mi ha conquistata. Niente da fare, è il blockbuster perfetto, un film che spero faccia una vagonata di miliardi di dollari, perché i film d’azione si fanno così. Damon Lindeloff, siedi al cinema e guarda come si fa un film in cui quando esci non devi farti uno schema per capire chi e perché ha fatto cosa.
Pacific Rim è innanzitutto un atto d’amore: Del Toro è uno di noi, da bambino avrà visto Mazinga e si sarà commosso, la sua vita è cambiata e ha deciso di prendere tutto quel che ama in tema kaiju e robottoni e infilarlo nel suo film, così traboccante di citazioni, riferimenti e omaggi vari che quelli come me si sentono aprire il cuore. C’è Cloverfield, soprattutto nel prologo, ma anche nel meraviglioso flashback di Mako, c’è Godzilla, c’è Evangelion – Evangelion c’è a paccate, ve lo dico – c’è Mazinga, ma c’è anche Indipendence Day, e io c’ho visto persino Star Wars, pensate un po’. La trama è semplice, lineare, i personaggi devastantemente topici – l’eroe ferito e riluttante, la ragazzina debole e cazzuta al tempo stesso e, ça va sans dir, giapponese, lo scienziato pazzo – ma Guillermo è uno che queste cose le conosce così a fondo, le ha interiorizzate ad un tale livello che sa sempre quando toccare le corde giuste. Quel che voglio dire è che, sì, la storia è banale, sì, lo sono i personaggi, ma Del Toro queste le cose le sa, e sono volute, perché un film di robottoni non è un film di robottoni senza questi elementi. Allora, invece di andare a inseguire un’impossibile originalità, aderisce visceralmente al tema, ci si butta sopra a pesce cercando di tirare fuori il meglio dai topoi con cui lavora. E ci riesce.
Il film è coinvolgente. Nonostante si menino – e come si menano…e adesso ci arrivo, abbiate pazienza – per il 70% del film, il restante 30% non è affatto riempitivo tra una mazzata e l’altra. È il cuore del film, e ti permette di appassionarti tremendamente alle storie dei personaggi, persino di quelli minori. Ti interessa che non muoiano, ti commuovi ai loro traumi, vorresti entrare nello schermo e pigliare a cazzotti i kaiju assieme a loro. Io non lo so come fa Del Toro a ottenere questo miracolo: è l’unico, assieme, in misura minore, a Peter Jackson, a riuscirci nel cinema d’azione di oggi, ma ce la fa. Quando guardi la perfezione dei suoi film ti sembra facilissimo, perché è evidente che a lui riesce facile, ma a quanto pare non lo è, perché io un film che mi esaltasse a questi livelli non lo vedevo da dieci anni, da King Kong, probabilmente, che comunque gli è inferiore, o dalla Compagnia dell’Anello, che comunque in me tocca corde differenti.
Pacific Rim, poi, trasuda passione. Da parte di Del Toro, certo, ma anche di tutti gli altri, fino all’ultima delle comparse. La percezione è che Del Toro si sia divertito come un pazzo a girare questa cosa, e ci abbia messo tutto quello che voleva e gli piaceva, fregandosene di tutto il resto, e questo già è esaltante.
Ma veniamo all’aspetto visivo. Io mi sono commossa. Del Toro ha questo modo di inquadrare i jaeger che te li fa sembrare giganteschi. Ti senti sperduto, piccolissimo di fronte a questi giganti. E poi sembrano veri; ti sembra che uscito dal cinema ne troverai uno parcheggiato affianco alla tua 500, ti ci infilerai dentro e ci tornerai a casa. Il modo in cui si muovono, l’aspetto esteriore stesso, tutto è vero e gigantesco. Ti senti piccolo piccolo davanti a loro, annientato da una bellezza senza paragoni. E in questo, lo devo ammettere, il 3D gioca un ruolo fondamentale. In generale, il 3D è inutile, quando non dannoso. Ricordo che ne Lo Hobbit trovavo difficile riuscire a seguire le scene d’azione perché si sdoppiava tutto. In Pacific Rim no. In Pacific Rim è sempre tutto chiarissimo. Si capisce perfettamente cosa sta succedendo, si segue scena per scena, cazzotto per cazzotto, senza che ti faccia male la testa, senza che ad un certo punto tu ti chieda: ahò, ma qua come ci siamo arrivati? E questa ormai non è una cosa banale neppure nel cinema d’azione in 2D; ricordo che quando vidi La Leggenda degli Uomini Straordinari – una roba che per altro vorrei brasarmi dalla memoria, perché di epica bruttezza – i combattimenti erano incomprensibili. Sembravano girati da uno col Parkison terminale, tutto si riduceva a macchie di colore vagamente interagenti. Mah. In Pacific Rim no. Siccome si menano in modi mai visti prima, Guillermo ci tiene a farci vedere con chiarezza che succede. E si capisce tutto.
Come si menano. Che dire. Dopo ormai quasi venti anni di computer graphic in cui abbiamo visto di tutto, Guillermo Del Toro riesce ancora a stupirci con scene d’azione clamorose quanto a inventiva e ignoranza. Sì, è un film ignorantissimo, di quelli in cui l’audio dovrebbe essere a palla, in modo tale che il pubblico possa vociare, fare il tifo e tirare il pop corn allo schermo. Esci e hai voglia di spaccare qualcosa. Vorrei farvi qualche esempio per farvi capire, ma non voglio rovinarvi l’effetto “wow!!” di moltissime scene. Ci sono dei momenti in cui ti dici “no, vabbeh, adesso non può succedere anche questo” e invece lo vedi succedere, paro paro, e altri che ti strappano l’urletto di ammirazione perché, ahò, mica te l’aspettavi.
Insomma, io non riesco a trovargli un difetto manco a volerlo. Perché quelli che sono evidentemente difetti, Del Toro li trasforma in consapevoli pregi. Ripeto, è perfetto, sotto ogni punto di vista. L’unico punto da evidenziare è che, ovviamente, non è un film per tutti. Questa roba ti deve piacere. Devi essere pop nel profondo, o ti sembrerà una cosa stupida ed esagerata. È un film che spinge parecchio sul pedale dell’esagerazione, e per questo non può piacere a tutti.
Nota di merito alla colonna sonora, composta con tre note in croce ripetute allo sfinimento, che però funziona alla grande nel pompare al massimo lo spettatore. Io è dai ieri sera che ogni tanto, out of the blue, me ne esco sol tema portante del film.
Insomma, io ve lo consiglio. È il film di robottoni definitivo. È l’essenza del pop. Sono due ore e passa di divertimento continuativo. È un film come ne dovrebbero fare uno al mese.

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18 risposte a A Guillermo Del Toro Hideaki Anno glie spiccia casa

  1. Carlo Trevisan scrive:

    Concordo pienamente con quanto dice Licia nella recensione.
    Vorrei ricopiare qui alcune mie personali affermazioni, già postate altrove, su NGE vs PR.

    Per me questo film è un capolavoro. Per un semplice motivo:
    nessuno ha mai reso in un film, e soprattutto in questo modo, una battaglia
    di tali proporzioni, fra robot e mostri giganti, fondendo perfettamente
    due culture, quella occidentale e quella orientale (rappresentato
    metaforicamente dal drift che unisce i due protagonisti, lui americano lei giapponese). Questo basta a definirlo capostipite e capolavoro.
    Mi spiego meglio. Lo squalo è un capolavoro? Si. Ma ha personaggi stereotipati e storia lineare, ben più di Pacific Rim. Eppure era il primo
    del suo genere. PR è il primo del suo genere, ciò che vediamo in questo film prima potevamo solo vederlo in versione cartacea o digitale (nel senso di videogame) mentre ora lo vediamo in una pellicola.

    NGE nasce come prodotto della cultura pop. E’ intrinseco di molti viaggi mentali, la cui maggior parte non vengono spiegati, ma è talmente innovativo per certe caratteristiche e brillante in altre, da risultare uno dei migliori anime mai visti.
    Non inventa più di tanto, alla fine prende il meglio di ciò che si è visto.
    I kaiju li chiama angeli (senza una logica, ma solo per fare del misticismo gratuito) e inizia ad inventare situazioni mistiche paradossali.
    Il mistico, presente in NGE, come dimostra il Red Cross Book – che avrebbe dovuto spiegare tutto, ma non spiega un bel niente – è spazzatura.
    Sono citazioni prese con ignoranza e presunzione dalla Kabala.
    Se ci si ispira a qualcosa di esistente, non lo si può fare in maniera nonsense (cose tipo l’enorme lancia di Longino, l’ha fatta Babbo Natale? Lilight da dove viene? e tante, tante altre che avevo elencato nel mio sito, il sangue dentro alle unità Eva è stato donato all’AUSL?) ma bisogna farlo in maniera ponderata. Altrimenti si inventa un nuovo universo con nuove regole. Ma le regole vanno stabilite, e in NGE le regole non esistono, tutto si fonde come se ad aver scritto la parte mistica fosse la marmotta della Milka a tempo perso mentre non doveva chiudere la cioccolata.
    Il mistico serve ad attrarre la gente legata alla cultura pop, perchè il mistifico fa figo. Poi quando dobbiamo tirare fuori gli attributi per spiegare in che modo è regolato, allora crolla tutto e Anno se ne fotte.
    Quando la gente voleva le spiegazioni, ormai tutto il mondo conosceva NGE, e la saga era già immortale.

    Allora dove sta il bello? Il bello è tutto il resto.
    NGE ha una delle storie più belle mai scritte (se solo quei cavolo di mostri non si fossero chiamati angeli e non si fosse fatto tutto sto casino con la kabala), con apici di tensione, di comicità, di drammaturgia, viaggi introspettivi e quant’altro.
    Ha una serie di personaggi indimenticabili, caratterizzati perfettamente, in cui durante la serie questi si evolvono, crescono, cambiano, si completano o peggiorano.
    Il mech-design fra i più innovativi e personali dai tempi di Gundam.
    Una colonna sonora magnifica(forse l’intro è la cosa più conosciuta ma al tempo stesso più scarsa e commerciale rispetto al resto), fra cui vale la pena di ricordare le differenti versioni di fly me to the moon nel finale.
    Un finale introspettivo (un po’ paraculato, visto che stavano finendo i soldi, ma ben ponderato) che per chi ha capito la serie, è veramente originale, specie nei confronti della crescita personale del protagonista, in relazione alla cultura nipponica.
    Negli oav hanno voluto stra fare, visivamente spettacolari ma completamente nonsense con la storia, in particolare l’ultimo con tutte le persone che per purificare il mondo si mischiano diventando bolle di sapone. Droga a gogo fra autori e disegnatori.

    Ora passiamo a Pacific Rim.
    Pacific Rim riprende tante situazioni di NGE, ma non può permettersi una storia come quella, in due ore di film. Non ha a disposizione 28 episodi.
    Mentre lo guardavo, circa a metà film pensavo “cacchio quanto sarebbe figo se facessero una serie, non può finire fra un’ora!”.
    E in circa due ore PR fa più di quello che si potrebbe pensare: da una spiegazione logica (assente in NGE, per esempio) sulla provenienza dei nemici, caratterizza alcuni personaggi (li esplora per un’ora di film, alla faccia del dire che è solo un film casinaro!) stereotipandone alcuni, ma in maniera perfettamente consona alla trama.
    Nulla è al caso, tutto è ben ponderato, e lo è nel migliore stile degli anime: i piloti combattono lassù portando i loro problemi e i loro ideali di quaggiù. PR rispetto a NGE eliminare molte inutili seghe mentali, ma chiaramente non ha tempo di sviluppare una storia così completa, come quella di NGE, in un film.
    E soprattutto, PR deve tutto quello che è (radar, impatti, inquadrature, look e tanto altro) a NGE.P
    PR è fondamentalmente un live action liberamente ispirato a NGE.
    Quindi nel complesso è un qualcosa di unico, di cui si parlerà anche fra dieci anni, anche se magari un giorno verrà superato, per il fatto di aver fatto il primo passo in questa direzione. Un passo veramente sentito,
    come quello di uno Jeager su una spiaggia, ne passa prima che l’orma venga
    dimenticata.

    Per concludere, si può dire che ci sia un meglio fra NGE e PR?
    No.
    NGE è una serie da cui PR ha preso ispirazione.
    PR è un film che si ispira a NGE e poi percorre una strada diversa.

    Sono entrambi due prodotti eccellenti, ma di natura completamente diversa,
    usciti in periodi diversi, studiati in maniera diversa e sviluppati diversamente. Per chi ha adorato NGE e in generale l’animazione giapponese è divertente però vedere come PR porta in scena tante belle
    cose di NGE.

  2. piola scrive:

    Evangelion arte. -.- Parliamone.
    Nulla da dire sull’animazione eccelsa o sull’evoluzione stilistica ed estetica che ha portato al genere. Ma la storia che sembra così buona in partenza, si perde per strada. Non vedo nulla dell’estetica del vuoto giapponese in Evangelion: il vuoto non è funzionale, non fa parte della strada, non fa parte del racconto. Il vuoto accade suo malgrado ed è mancanza, non sostanza. Un’accozaglia di elementi confusi pescati a caso, e poi tu ci vedi quel che vuoi. Indubbiamente è un vuoto che è stato riempito dai fan con quello che i fan ci hanno voluto vedere, e va bene così perchè non metto in dubbio che possa comunque piacere, ma oggettivamente non è lo stesso vuoto di un romanzo di Kawabata, per dire. Pacific Rim è un giocattolone perfetto, confezionato così come deve essere un film di questo genere, se piacciono i film di questo genere. Divertimento puro: lo guardi e torni bambino. Lo guardi e ricordi quello che hai amato da bambino. Dal momento che ultimamente abbondano sceneggiature filmiche e telefilmiche dove sembra che la storia a un certo punto inciampi e finisca chissà dove e chissà perchè, apprezzo moltissimo quelle che sanno ancora raccontare una storia consapevolmente voluta e ideata. Bellissima recensione Licia!

    • Licia scrive:

      Sono devastantemente d’accordo. Certo, le opere d’ingegno hanno un loro valore assoluto, ma è giusto anche giudicare in base al contesto, al genere, e agli obiettivi. A parte che Pacific Rim per me è un bel film a prescindere, perché ha le cose al posto giusto, ma diventa capolavoro in rapporto al genere di riferimento, perché è un prodotto consapevole. Sa quello che vuole, conosce a menadito il materiale di partenza, e non ad un livello meramente formale, ma profondo; è questo che fa la differenza tra la copia e la citazione. Tutti i riferimenti ad altri film del genere non sono scopiazzature messe là per strizzare l’occhio: significano “lo so che sono l’ultimo della serie, e devo questo e quest’altro e questo e quest’altro ancora”. Ripeto, la semplicità della trama, alcune evidenti incongruenze sono ricercate e volute, perché fanno parte del genere di riferimento. Del Toro non si vuole inventare una cosa nuova; Del Toro vuole spingere al limite il canone, tirar fuori il sangue dalle rape, aderire visceralmente a tutti i topoi. È ovvio che fare una cosa del genere richiede grande perizia, e non solo nella conoscenza delle opere cui ci si riferisce: per giocare efficacemente con i luoghi comuni devi essere capace di guardarci sotto, e trarne fuori la verità che ci affascina tutti, in modo da mostrarcela e catturarci ad un livello profondo. È questa la differenza tra Pacific Rim e un Trasformer a caso, o anche Into Darkness, addirittura Avatar. Se una cosa si chiama luogo comune è perché ha una verità di fondo, così evidente che ce la ripetiamo dalla notte dei tempi. A furia di dircela, ne abbiamo perso il senso, e ci sembra scontata, banale. L’autore – e Del Toro è indubbiamente un autore – scava nella banalità e tira fuori la verità universale.
      Prendiamo Avatar: davvero ad Avatar, una volta tolto l’aspetto visivo, non resta nulla. Non so a voi, ma a me di lui e degli alieni fregava poco o niente. Il protagonista del film era Pandora, e stop. Tolto il sense of wonder era finita lì. Ora, tralasciamo che anche questa cosa era pervicacemente voluta e ricercata da Cameron, che semplicemente stava cercando un nuovo modo di raccontare storie, in cui l’aspetto visivo fosse più importante di qualsiasi altra cosa. Resta il fatto che la storia di Avatar è banale, i personaggi piatti e, in linea di massima, non mi generavano coinvolgimento, a differenza di Pandora.
      In Pacific Rim, invece, c’è coinvolgimento, ed è un coinvolgimento che prescinde dallo – spettacolare, comunque – aspetto visivo. Deriva dalla storia, dalla costruzione dei personaggi. Ma nessuno di voi si stava commuovendo sul flashback di Mako? Per me è stato un momento di altissima emotività, quasi difficile da sopportare. Ok, dipenderà dal fatto che sono madre, ma non solo, perché da quando c’è Irene ne ho visti di bambini che piangono o vengono ammazzati e non sempre mi ha toccata così a fondo. È banale il background di Mako? Assolutamente. Ma coinvolge lo spettatore? Sì, come se quella storia lì non l’avesse mai raccontata prima nessuno.
      Questa per me è grandezza. Non è solo un blockbuster senz’anima: è un film, a suo modo, d’autore, in cui Del Toro ha riversato la sua inconfondibile poetica.

    • Sì, se non si comprende il significato (a più livelli) di Evangelion questo sembrerà vuoto e mancante, esattamente come tu dici. E questo dipende in massima parte dalla personale sensibilità, se per il processo artistico o per il prodotto finito.
      In Evangelion invece c’è di tutto, passando da Freud a Jung, dalla Genesi alla cabala ebraica al buddismo esoterico. Immaginazioni e suggestioni che lasciano abbastanza vuoto per rimandare lo sforzo sintetico allo spettatore che diviene perfino partecipe, interpretando e sforzandosi di mettere insieme i pezzi. Ovvio, se poi non si è interessati al genere di riferimenti a prescindere da Evangelion, non li si riconoscerà e quindi ci si sentirà alienati (quel tipo di vuoto che descrivi).
      Del resto non è che non mi sia divertito (e molto) guardando Pacific Rim, ma tutto finisce lì: si spenge il cervello e ci si gode le bellssime botte. Al massimo quando esci dal cinema ti chiederai quando uscirà il seguito.

    • Valberici scrive:

      Eh, Licia, mi sono in effetti assai commosso nella seconda parte del flashback, quando la bimba vede il suo salvatore, Pentecost. :)

      Però ci sono state occasioni in cui mi sono commosso anche guardando Evangelion, ad esempio non è che Asuka susciti meno emozioni o coinvolgimento di Mako. Comunque sono due opere profondamente diverse, non molto confrontabili, sarebbe come paragonare le opere di Michelangelo a quelle di Hiroshige. :)

    • Licia scrive:

      Su questo sono assolutamente d’accordo. Il titolo tutto sommato era una battuta, non voleva essere altro, e sta là solo perché io non sono una grande estimatrice di Evangelion. E poi perché, sì, mi immaginavo la polemica, ogni tanto le faccio pure io queste cosa da Signore del Male :P . Sono opere diverse con obiettivi diversi. Resta il fatto che sto cercando a tutti i costi una scusa e un modo per andarmi a rivedere Pacific Rim :P .

    • Valberici scrive:

      Ma ce ne fossero di polemiche e di discussioni come questa, fin troppo blanda per i miei gusti. :D

      Comunque sono anch’io un grande estimatore delle narrazioni perfettamente inquadrabili nello schema di Propp, e Pacific Rim è un perfetto esempio. Però ci sono anche momenti in cui mi piace più la poesia della prosa, più l’ allegoria che l’ avventura. :)

    • Perfettamente d’accordo con Valberici. Non si prestano a un confronto vero e proprio, preferenze a parte. D’altronde, nelle interviste, del Toro stesso l’ha ribadito più volte.

      Poi, Licia, ma che aspetti!? Sai che amo Evangelion, e non so più quante volte l’ho visto, ma di Pacific Rim sono già alla seconda! :D Vai, finché è al cinema! (… e ci vorrebbe un IMAX…)

    • Licia scrive:

      Eh, ma con una bimba piccola non è facile…e nei prossimi giorni non avremo neppure i nonni che possono guardarcela. Abbiamo provato stasera, ma non ci siam riusciti…

  3. Stefano scrive:

    E poi in Pacific ci sono i mitici Charlie “Jax Teller” Hunnam e Ron “Clay Morrow” Perlman di Sons of Anarchy, e scuss s’è poco…..

  4. D scrive:

    Pacific Rim è l’opera di un visionario, di un narratore, di un vero regista.
    Evangelion scusa ma è una promessa mancata, una truffa e una enorme scatola vuota.

  5. Nihal scrive:

    Non so se ci sia paragone perché io Pacific Rim non l’ho visto. Però un film come lo descrivi tu l’ho riconosciuto in Real Steel. un film bellissimo, in cui vedi questi robot che si battono, e alla fine scopri che il messaggio è quello che tutti si aspetterebbero: per usare le parole del ragazzino, perchè non dare anche al più piccolo la possibilità del più grande. e allora tu vedi questi cosi tremendi e super tecnologici guidati da schermi tremendamente avanzati venir battuti dal robottino di media taglia che serviva per allenamento. e la fine è del tutto inaspettata: tu ti aspetti una cosa del tipo, vabbè, sale sul ring e lo sbatte al tappeto a quel gigante di Zeus, invece no. alla fine lo butta si al tappeto, ma l’altro viene salvato dallo squillo della campana e vince. sono rimasti tutti ai loro posti, il piccolo nel piccolo e il grande nel grande, ma il piccolo è diventato grande dentro, e il grande si è riscoperto un nulla di buono, solo tanta tecnologia ma nessun cuore.
    c’è poi il sottofondo della storia dei protagonisti umani che coinvolge. è un assembramento di cose che lascia senza fiato, e alla fine chi aveva sempre ragione era proprio il più piccolo, quello stupido ragazzino di dieci anni, orfano di madre e con un padre che ha capito solo alla fine quanto aveva bisogno lui stesso del figlio…
    è un film stupendo.
    diverso è invece Trasformers, che sicuramente diverte, ma a lungo andare è monotono, perchè le sottostorie dei protagonisti umani sono un po’ ripetitive e a un certo punto scocciano…
    Pacific Rim non l’ho visto, ma sicuramente mi armerò per farlo.

  6. Valberici scrive:

    C’era una volta un imperatore cinese amante delle belle arti. Un giorno convocò il più grande pittore del regno e disse che gli sarebbe piaciuto un dipinto che raffigurasse uno stormo di uccelli appena spiccato il volo, perché era rimasto meravigliato, durante la visita ad un boschetto di bambù, dall’ alzarsi in volo di numerosi uccelli. Il pittore lavorò per molto tempo, poi andò a corte e presentò il suo quadro. L’imperatore lo vide e si stupì, si vedevano i bambù, come se fossero smossi dal vento, ma nessun uccello. Allora chiese al pittore perché non c’erano. L’artista se ne andò sbuffando, senza nemmeno chiedere il compenso. L’imperatore ci rimase male, chiamò il primo ministro e gli chiese cosa vedeva. Il funzionario disse: “Maestà, è un magnifico dipinto. Vedo un volo di uccelli che si è appena levato da un boschetto di bambù” . L’imperatore allora chiese dove erano gli uccelli. Il ministro gli indicò una piccola coda in un angolo del dipinto, in alto, e disse:” Guardate maestà, guardate come l’artista ha rappresentato perfettamente l’istante di meraviglia di chi era in quel boschetto”. ;)

  7. Sono d’accordo con te per molta parte della tua recensione (come esordivo con quel “Esatto”), ma trovo che la differenza sia da ricercare nella “vita dell’opera” che comincia col gesto iniziale di formazione di qualsiasi opera artistica.
    Evangelion vive nel “processo” (artistico) e muore nell’essere “prodotto” = pop, perché ovviamente è anche questo; Pacific Rim vive nell’essere “prodotto” e muore nel “processo” = ovvero il significato, ammesso ci sia (e non è detto debba esserci), inizia e finisce lì in quello che ingenuamente mostra essere. Evangelion no, nella sua indeterminazione e polimorfismo, “manca il bersaglio” del prodotto ma centra quello del processo, che si trasforma e muta.
    Questo ovviamente deriva anche da un contesto culturale ben diverso, per molti versi polarizzato, l’America ha sempre privilegiato il prodotto, diventato poi modello economico con il consumismo, il Giappone (originariamente) ha una tradizione secolare di amore per il “vuoto”, il cosiddetto “Ma”, che vive nel gesto che si imprime a farlo emergere. Si può vedere anche così.
    In altre parole, dal punto di vista dello spettatore: se si vuole essere intrattenuti in modo spettacolare, vada Pacific Rim, se si vuole cercare qualcosa da portare con sé, vada Evangelion.

    • Licia scrive:

      Boh, allora devo avere qualche problema, perché sono due giorni che mi porto appresso un sacco di cose di Pacific Rim, che partono, certo, dall’essere stata intrattenuta a dovere, ma riguardano anche il modo di raccontare storie, il mio immaginario, evidentemente condiviso con Del Toro e parecchia altra gente, e molto altro. Forse ha a che fare col mio lavoro, non lo so, in effetti sono anni ormai che prediligo il buon artigianato (che in questo caso è ottimo, per altro) alla cattiva arte. Comunque, per carità, Evangelion ha miliardi di pregi e indubbiamente ha toccato l’immaginario di un sacco di gente. Non molto il mio, ahimé.

  8. Esatto. Per questo Pacific Rim ed Evangelion non sono affatto confrontabili.
    Pacific Rim è un giocattolo creato ad arte per intrattenere.
    Evangelion è arte che usa giocattoli come allegoria.
    Dove Pacific Rim sguazza in abissale superficialità utile al suo scopo ludico, Evangelion raggiunge profondità raramente toccate da un prodotto che sembra ludico ma non è. Il significato di Evangelion sta al di là di Evangelion, quello di Pacific Rim non c’è.
    In ultimo, “l’omaggio” a Evangelion, è piuttosto una serie di copie carbone delle scelte registiche a dire: “Negli anime esiste un pre e post Evangelion. Ma al cinema sono arrivato prima io!”
    Piuttosto Pacific Rim è da confrontare con i film di Kaiju, per ingenuità e inconsistenza, che comunque sono parte integrante della leggerezza che questo perfetto film da “grande pubblico (americano)” esige.

    • Licia scrive:

      Guarda, io preferisco l’ingenuità di Pacific Rim, che nasconde uno studio e una capacità di analisi dei topoi del genere che a me fa paura per quanto è consapevole, a un prodotto come Evangelion che è indeciso, confuso, e manca il bersaglio di miglia. Ma non insisto, perché Evangelion è una fede, o ce l’hai o no, e io sono atea al livello di mangiapretismo, al riguardo :P .

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